Dagli Appennini alle Ande

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Giorno 492.

Prima di lasciare Buenos Aires, diretti verso il sud del mondo, non avevo mai visto tanto spazio vuoto. La periferia della città scivola fuori dal finestrino nella luce del tramonto, un mare di condomini, palazzine, fili della luce che si intrecciano e si diradano poco a poco fino a lasciar posto a una distesa piatta e sterminata. La pampa arriva col buio. Il mattino seguente ci svegliano i sussulti dell’autobus che percorre una strada innaturalmente dritta in pieno deserto. Cespugli secchi a perdita d’occhio invadono enormi appezzamenti aridi perfettamente recintati, al posto degli alberi si innalzano mostruosi tralicci metallici che spingono energia verso il sud del paese e il profilo lontano di alcune trivelle a caccia di petrolio.

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Raggiungiamo Junin de los Andes nel primo pomeriggio, dopo quasi ventiquattro ore di autobus con sedili reclinabili ed aria condizionata sparata a manetta. Ancora non siamo abituati a tanto lusso, ma agli argentini piace viaggiare comodi. Il paese sembra un villaggio da far west. Quattro strade perfettamente parallele si incrociano come le righe di una tovaglia. Una piazza squadrata segna il centro di questo mondo punteggiato di case piccole e basse, in legno colorato e col tetto di lamiera. Ognuna col suo giardino pieno di fiori o erbacce a seconda delle attitudini del proprietario.

Il nostro ostello sembra una baita di montagna in pieno agosto. Raccogliamo informazioni dagli altri coinquilini circa il da farsi nei dintorni. Il primo che ci capita a tiro e’ un inquietante pittore appassionato di teschi che ha deciso di spostarsi in campagna alla ricerca di nuovi soggetti per i suoi lavori. Ci mostra una macabra serie di disegni pieni di simboli e morte. Dico a Fede che sarebbe meglio cambiare camera. Poi incontriamo Ferran, il catalano che ha fatto kayak alle Isole Svalbard. Con ramponi e piccozza si sta preparando alla scalata del vulcano Lanin, troppo per gente senza allenamento come noi, ma ci riempie di informazioni utili.

La nostra avventura di trekking comincia sulle sponde del lago Paimun. Il camping Piedra Mala si stende sulle rive di una bellissima spiaggia nera, all’ombra dei tremila settecento metri del Lanin, un cono perfetto incappucciato di neve. Srotoliamo la nostra tenda-casa e cerco di instradare mio marito ai misteri del camping. Mi adopero per instaurare un regime di ordine e pulizia che lui puntualmente si diverte ad infrangere, entrando in tenda coi piedi sporchi di terra o i vestiti pieni di foglie. Con costanza e indolenza cerca a mia insaputa di trasportare tutta la sabbia della spiaggia da fuori a dentro, qualunque cosa pur di farmi imbestialire.

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La scalata fino alla base del vulcano la iniziamo puntualmente tardi. Senza orologio e senza sveglia dormiamo troppo la mattina, dopo una notte scomoda sul fondo duro della tenda e un tacchino canterino piazzato su un ramo proprio sopra le nostre teste. Camminiamo fino a consumare le suole delle scarpe, però con grande orgoglio di Fede, competitivo per natura, superiamo a uno a uno tutti gli escursionisti mattinieri, quelli partiti prima di noi. Ci classifichiamo terzi alla meta, nonostante la resistenza dei molti che non si arrendono ad esser sorpassati.

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Picnicchiamo vista lago e beviamo l’acqua del ghiacciaio, prima di rientrare alla base con le gambe a pezzi, che quasi facciamo fatica ad arrivare al camping. Ma come primo allenamento non c’è male, soprattutto perché a cena divoriamo un pollo intero alla brace… la nostra odissea andina inizia così.

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  1. Come sempre un bell’articolo e le foto di Federico fanno da contorno alla stragrande!!! E mi immedesimo nel vostro racconto…Hardcoretrekkers forever!! Ciao Nick

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