La raffinata arte del culipatin

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Giorno 502.

Ecco, lo sapevo. Alla fine e’ successo. Fede, vieni a vedere, abbiamo sbagliato tutto! Si, perché avevamo un progetto preciso,“cinquecento giorni insieme in giro per l’Asia principalmente via terra”, un piano studiato per percorrere tutto il continente asiatico in direzione di casa, cercando di incontrare la stagione giusta in ognuna delle fasce climatiche che avremmo dovuto attraversare, per presentarci un giorno a sorpresa e suonare il campanello del cancello. Non so dove abbiamo perso il controllo del mezzo, però qualcosa non ha funzionato. Intanto abbiamo superato la data di scadenza senza neanche accorgercene, nemmeno una piccola festicciola o una candelina per questi primi cinquecento giorni, poi tralasciamo gli sbalzi climatici, il riscaldamento globale, o non so cosa si sia accanito su di noi come la nuvola di Fantozzi, visto che ogni paese che abbiamo visitato, eccezionalmente, non era mai nella stagione sperata. In ultimo abbiamo completamente stravolto l’idea iniziale di non bucare il cielo, rimbalzando come palline da ping pong tra le isole indonesiane, salendo su oltre venti aerei, che in ultimo ci hanno portato alla scoperta del nuovo mondo e ad abbandonare l’idea di tornare in Europa via terra, attraversando l’Asia centrale. Comunque sia andata, ora che questo viaggio ha superato la sua naturale data di scadenza ed è andato oltre qualsiasi progetto iniziale posso dire solo una cosa, e’ stato bellissimo. L’Asia resta il continente più interessante, perché diverso da tutto ciò che conosciamo, ma la febbre di viaggiare, scoprire, cambiare sempre le carte in tavola ci segue come un’ombra, e ancora non siamo guariti. Adesso vediamo come va a finire…

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El Bolson e’ la città del trekking giovanile, paradiso di studenti in vacanza che accorrono numerosi in estate per gozzovigliare tra i rifugi di montagna e nuotare nel taggatissimo Cajon del Azul, il canyon naturale dove un rio gelido assume il colore del cielo. La piccola comunità hippies, che ha colonizzato questa località andina nei lontani anni settanta, oggi celebra il turismo e l’agricoltura biologica attraverso la prelibata fiera cittadina, dove oltre all’artigianato locale ci si può sbizzarrire nella degustazione di birre artigianali, torte di spinaci bio e profumati frutti rossi elaborati nelle forme più svariate: marmellate, centrifugati, gelati colorati, crostate fatte in casa. Ci dà il benvenuto un tripudio di more e lamponi, che uniti ad altre sconosciute bacche locali, rotolano nella gola come piccoli peccati. Assaggiamo tutto il villaggio in un arcobaleno di bacche zuccherine.

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L’espiazione arriva il giorno seguente. Per sfuggire alla mandria di studenti scegliamo un trekking impegnativo e poco frequentato. Il Cerro Lindo sono cinque ore di fatica impennata lungo un sentiero tanto ripido che da subito rimpiango di non aver noleggiato un somaro. Sbattuto su una pietra, il mio corpo chiede pietà sopraffatto dal peso dello zaino e da un calore innaturale per essere inverno. Ma qui le stagioni sono al rovescio e i tafani si accaniscono sul mio sudore. Pretendo una pausa ogni millecinquecento passi e la camminata si trasforma in una conta alle pecore, solo che le pecore sono sassi e radici che a ogni metro insidiano il mio avanzare. Fede mi lascia camminare davanti così sono io a fare l’andatura, salvo poi incalzarmi da dietro come una muta di cani durante la caccia alla volpe. Raggiungo il rifugio spinta da una fame da lupo e mi lascio consolare dal grande abbraccio di Julio e dall’allegra compagnia intorno al fuoco.

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Ceniamo a base di polenta istantanea e salsa Knorr “a la bolognesa”. Allo stesso tempo la parte migliore e quella peggiore di tutta la giornata. Parcheggiamo la tenda-casa sulla riva della laguna, sotto una foresta stregata da una ragnatela di muffa verde che profuma di latte condensato. La luna piena ci sorprende profondamente addormentati, avvolti come bachi nei nostri sacchi a pelo.

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Ci organizziamo per proseguire il trekking il giorno seguente insieme a Flavio la guida, Gisela e le sue amiche pazze, una famiglia argentina e Seth, Isaac e Chelsea, dal Colorado in viaggio attraverso il Sudamerica. Anche se le gambe si rifiutano, continuo a salire, rigida come un merluzzo e con i muscoli inchiodati dall’acido lattico. Scaliamo pietraie sotto lo sguardo vigile di un condor, attraversiamo croste di neve e camminiamo su tappeti di muschio gonfi d’acqua.

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Conquistiamo la vetta in una giornata di sole splendida, che ci regala viste mozzafiato sulla laguna tricolore, il lago ghiacciato e tutte le cime innevate che segnano il confine con il Cile.

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La parte migliore viene a scendere, quando Flavio estrae alcuni sacchi di plastica e a coppie scivoliamo giù dai fianchi innevati della montagna in una gara di “culipatin”. Come quando siamo andati sul quad, arrivo in fondo senza voce. Mio marito e’ ufficialmente pazzo, incurante di eventuali rocce o degli altri stessi partecipanti, si lancia dai pendii ad una velocità folle con me attaccata dietro come una scimmia urlatrice. Arriviamo sempre primi, la guida conta, ma forse siamo anche i più pesanti… La giornata si chiude così tra le urla e le risate, con la neve fin nelle mutande e le scarpe ad asciugare sul falò. Domani e’ tutta discesa, e stasera ci aspetta un’altra fantastica polenta.
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