Autostop per la fine del mondo

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Giorno 510.

Lasciamo l’aria desolata di Porvenir, nuovamente in autostop. In questa zona i trasporti pubblici sono scarsi, per cui e’ quasi d’obbligo muoversi in questo modo. In un attimo, troviamo due passaggi e siamo a Rio Grande, nella parte Argentina della Terra del Fuoco. Qui le strade tornano asfaltate, le città sono più grandi. L’atmosfera da fine del mondo di Porvenir sembra lontana anni luce, tra pozzi petroliferi ed espansione industriale. Rimaniamo bloccati per qualche ora, finché veniamo caricati de Jorge e Sandro, due bizzarri personaggi, quarantenni in fuga da mogli ossessive e camionate di figli. Da queste parti le notti, in inverno, sono lunghe, per cui il tasso di natalità si impenna. Scappano a Ushuaia, la grande città, ma non sanno, o non vogliono dirci, per quanto tempo, ne’ a fare cosa. Sospettiamo puttane o case da gioco. Ma sono simpatici, vulcanici, ci scorrazzano anche fuori dalla rotta principale, per vedere da vicino il lago Fagnano e mangiare calafate, una bacca che una volta assaggiata assicura il tuo ritorno in Patagonia.

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Il campeggio dove dormiamo e’ ricavato alla base di una pista da sci, La Pista dell’Andino si chiama. E’ umido, piovoso e niente affatto in piano. Per andare ai bagni bisogna attraversare lo ski-lift, però il panorama sulla città in basso non è niente male. I personaggi che lo frequentano sono svariati, rincontriamo i nostri nemici-amici belgici, che si riempiono di arie con una tenda super tecnica che ci fa morire dall’invidia. Poi c’è Azzurra, così soprannominata per via del colore del piumino che non si toglie mai. Fa ginnastica tutto il giorno fra le tende, spesso piegata a novanta, mettendo in mostra intensamente il culo, evidentemente in cerca di attenzioni. Un giovane danese si prepara per un trekking in solitaria fino alla punta più estrema dell’isola. Sotto lo sguardo ammirato di Giulia, allinea sul tavolo con ordine decine di pacchetti di cibo ben catalogato per i venti giorni di cammino che lo aspettano. Non sembra abbastanza vecchio per essere un vero hard core trekker, però si appresta ad affrontare un percorso senza sentieri, senza tenda (pare che abbia un sacco a pelo impermeabile dove dormire), solo col suo zaino carico di cibo e un maltempo quasi cronico. Tutt’oggi non sappiamo se sia riuscito nell’impresa o se sia sfortunatamente rientrato nell’elenco dei dispersi. Quando conosciamo Ettore e Luca, fratelli vicentini, scopriamo per la prima volta che in giro c’è qualche italiano che si arrabbiata con materiale ben più sgangherato del nostro. Con la massima naturalezza dormono in un tendino praticamente da spiaggia, su cui Luca ha montato un nylon costruendo una specie di copritetto artigianale, legato con spago e bastoncini. Condividono un sacco a pelo in due ed una coperta. La notte che piove temo di trovarli ibernati il mattino seguente, pero al risveglio li rincontriamo umidi ma vivi. Ci regalano la prima partita a carte da quando siamo partiti.

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Ushuaia e’ pubblicizzata in tutta l’Argentina come la città più meridionale del mondo, la “Fin del Mundo”. Anche se non è vero, perché l’insediamento più a sud e’ Puerto Williams, in Cile, sulla dirimpettaia Isla Navarino. Ma gli argentini sono boriosi, si sa, e se se ne fregano beatamente, continuando a fregiarsi del titolo, ad uso e consumo delle migliaia di turisti che ogni giorno arrivano fin qui per poter segnare con uno spillo la propria mappa. Anche noi arriviamo a questa fine del mondo fasulla, e subito ce ne chiediamo il motivo. E’ una città moderna, che non ha nulla della desolazione carica di fascino di Porvenir, assediata com’è dalla navi da crociera e dalle agenzie di viaggio che vendono tour sopravvalutati, dai ristoranti con menù turistici e dai negozi di cioccolato e souvenir. Il tempo ha tre varianti, brutto, molto brutto e terribile. Decidiamo che questo circo non fa per noi, e dopo due giorni torniamo da dove siamo venuti.

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Sulla strada facciamo incontri interessanti: prima ci carica un’anziana coppia di ex viaggiatori autostoppisti, poi alcuni ragazzi di ritorno da una gita al lago. Dopodiché e’ la volta di uomo mal in arnese, sulla sessantina, che ci racconta la sua bizzarra storia: caduto da un’impalcatura, si è ritrovato senza lavoro e con svariate placche in testa e nel braccio sinistro. Ci carica perché nel tempo libero, e ne ha molto, va a pescare vicino al confine. Per diversi anni la multinazionale per cui lavorava, non ne ha voluto sapere di pagargli alcuna forma di indennizzo. Gli chiedo come faccia per sopravvivere e se non abbia mai pensato di fare causa. L’uomo ci sorride, scrolla la testa, prima di scendere ci dice che la causa si è conclusa da poco. Ed ha vinto. Un milione di dollari lo aspettano a marzo. Siamo appena stati caricati dall’uomo da un milione di dollari.

Dal confine in poi e’ la volta di un poliziotto che va a Rio Gallegos per incontrare i genitori in vacanza. Ci molla alle undici di sera ad un incrocio, noi dobbiamo andare a sinistra, lui a destra ma tanto, dice, ci dovrebbe essere un posto per dormire. Sbagliato. Siamo in mezzo al nulla, al buio, con il vento che ci taglia la faccia e con pochissime speranze di essere raccolti a quest’ora, in questo posto, soprattutto perché non passano macchine. Siamo rassegnati a montare la tenda nel prato a bordo strada e farci spazzare da un vento a ottanta chilometri orari. Ma poi succede il miracolo, vedo due fari, mi metto in mezzo alla strada a fare segnalazioni con la torcia come un pazzo, e questi si fermano. Inteneriti dalla nostra situazione, fanno sedere un bambino in braccio all’altro e ci caricano. Arriviamo a Punta Arenas alle due e mezza di notte. Il nostro amico Eduardo e’ al completo, così ci sistemiamo in una pensione dall’aria equivoca. Sembrano camere a ore, e probabilmente lo sono. Ci addormentiamo con i suoni di un film porno in sottofondo, che penetrano i muri di cartone dalla stanza vicina. Ma per stanotte, va bene così.

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