Il suicidio del ghiaccio

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Giorno 521.

Per me e’ stato amore a prima vista. La prima volta che qualcuno mi ha parlato di lui era l’autunno di molti anni fa, mentre seduta su uno sgangherato autobus indiano ero in viaggio verso Hampi, nel sud dell’India. Tra un sobbalzo e l’altro, il ragazzo spagnolo incastrato accanto a me cercava di mostrarmi sul telefonino un video della sua recente vacanza in Patagonia, alla scoperta del Parco Nazionale Los Glaciares. Non ricordo il suo volto e nemmeno il nome, ma e’ stato uno di quegli incontri che ricorderò per tutta la vita. Da allora, un pensiero insistente ha invaso la mia fantasia, come un’aurora boreale. Una volta a destinazione ci salutammo brevemente, ognuno per la sua strada, ma nei quaranta gradi all’ombra che soffocavano le rovine del regno di Vijayanagar, io in testa avevo una sola cosa, il respiro del ghiaccio.

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Il Perito Moreno e’ uno dei quarantotto ghiacciai alimentati dal Campo de Hielo Sur, la terza calotta glaciale continentale al mondo, dopo Antartide e Groenlandia. Un mare di neve si accumula sulle vette andine, per effetto del freddo e del peso si compatta fino a diventare gelo puro, che poi scivola lentamente in tutte le direzioni, invadendo le valli circostanti con suggestive lingue di ghiaccio che vanno a morire in altrettanti gelidi laghi. Il Perito Moreno non e’ il più grande tra questi, ma solo il più facile da raggiungere e forse per questo il più famoso.

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E’ l’oro bianco, sfumato di azzurro, che ha fatto la fortuna di El Calafate, la cittadina argentina al confine col Cile che porta il nome di una bacca patagonica. E’ un ghiacciaio in controtendenza, l’unico che in tempi di crisi e global warming continua ad espandersi al ritmo di tre metri l’anno. Un muro di cinque chilometri di larghezza e sessanta di altezza sul livello del lago Argentino inesorabilmente spinto avanti da un mare di ghiaccio che si perde all’orizzonte. Ed ogni tanto accade l’inatteso, il gigante scivola sull’acqua fino a toccare terra e formare un ponte. Lo spettacolo imprevedibile del suo crollo e’ l’evento più atteso.

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Con gli occhi chiusi ascolto la voce rauca del ghiacciaio. A volte non è più di un sussurro. A volte un tuono profondo. Imprevedibile. L’attesa e’ ansiosa, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento, e’ la quiete prima della tempesta. Poi si sente tremare l’aria e un enorme blocco cade dal muro generando un fragore di onde. E dopo un’altro, e un’altro ancora. Sul lago il ghiacciaio si muove, come un fiume di acqua solida in movimento. Si sente che è vivo, si modifica, cresce, avanza, perde dei pezzi.

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La giornata e’ tremendamente grigia, sotto un cielo di nuvole basse che opprime il paesaggio. Il vento tagliente come un rasoio in volto. Sembra davvero una spedizione in Antartide. Ma quando un raggio di sole buca con forza la coltre di nubi, gli iceberg si incendiano di riflessi color zaffiro. Il maestoso muro di ghiaccio mostra ferite fresche e zampillanti, mentre le vene frastagliate rimandano incantati riverberi blu. Il resto è una massa enorme che si staglia nel cielo e disegna forme fragili pronte a cedere, figure bizzarre, quasi uscite dal genio di un mastro vetraio. Tra esclamazioni di stupore guardo il suicidio del ghiaccio con lo sguardo estasiato di una bambina e ripenso a tutte le aspettative maturate da quel giorno lontano, nella polvere di un autobus indiano.

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