Sul fiordo

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Giorno 532.

Il villaggio su palafitta di Caleta Tortel e’ un susseguirsi irregolare di passerelle e case di legno addossate alla montagna che si snoda sull’acqua per un paio di chilometri, seguendo la geografia del fiordo. Il mare e’ immobile, e di un innaturale color latte e menta. Dalla cima di un monte battuto dal vento cerchiamo invano di vedere l’Oceano Pacifico, che però si trova quasi duecento chilometri più a est, oltre il labirinto verde di isole e canali che ostruisce la vista. A ovest si stagliano le vette del Campo de Hielo Norte, più piccolo del gemello sud, ma nel vento soffia la promessa di nuove vette ancora tutte da scoprire.

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Raggiungiamo il fiordo sotto un cielo livido. Con il gruppo di reduci di Villa O’Higgins ci sistemiamo nel campeggio comunale, quello gratuito senza bagni, acqua e luce, che si trova al fondo del villaggio, accanto agli acquitrini. Pessima scelta. Già mentre montiamo le tende uno sciame di zanzare grosse come elicotteri si avventa avidamente su di noi per cibarsi del nostro sangue. I tedeschi ceneranno chiusi in tenda e non si faranno più vedere fino al giorno seguente. Mentre noi ci aggreghiamo al gruppo dei latini, composto per lo più da catalani e cileni con la metà dei nostri anni. Ne uscirà una serata di carrete a base di vino in cartone e pasta al sugo fumante, che si trasformerà in una trappola per zanzare suicide.

Per lavarci siamo costretti a ricorrere ad una vecchia chiacchierona che, ad un chilometro dal campeggio, mette a disposizione bagni e docce in cambio di qualche spicciolo e dell’impagabile piacere di attaccare monologhi interminabili con gli infreddoliti in coda. Ci racconta tutta la sua vita in cileno stretto, sfoggia con orgoglio un figlio ferito al braccio ed un marito guercio, ma di vent’anni più giovane. Ci lascia con un anatema sui pericolosi acquitrini, che pare mangino stivali e scarpe, e forse anche persone scalze. La maledizione dei pantani aleggia su di noi fino a notte fonda, quando leggermente alticcia mi dirigo a passi decisi nel buio del boschetto adiacente il campeggio per cercare un luogo appartato che funga da gabinetto. Con balzo felino atterro a piè pari nella melma e in un attimo gli acquitrini mi inghiottono fino alle caviglie. Chiamo aiuto, ma nessuno può venire in mio soccorso. Per liberarmi dalla ventosa del fango devo lasciarci le scarpe dentro e trascinarmi sulla riva completamente scalza. Una risata irrefrenabile mi sale alla gola al pensiero della profezia della vecchia diventata realtà, mentre nel buio del bosco riecheggiano gli insulti di mio marito che, aggrappato a un ramo, cerca di recuperare le mie Salomon dalle sabbie mobili….

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