Cane guida (non per ciechi)

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Giorno 535.

Febbraio in Cile e’ tempo di vacanza, come Agosto in Italia. I Cileni non sono molti, mi sembra qualcosa come 16 milioni, con un paese stretto come un’acciuga secca, si riversano tutti sull’unica arteria principale che lo percorre per tutta la spropositata lunghezza di 5000 chilometri.

Il sud, ed in particolare la regione dell’Aysen in cui ci troviamo, non e’ in termini assoluti molto visitato, ma la presenza di una sola vera strada, la famosa Carretera Austral, la carenza cronica di trasporti pubblici e la massiccia affluenza di studenti universitari squattrinati sulla via del ritorno verso le città del centro, fanno si che muoversi sia difficile come in Liguria a Ferragosto. Pertanto, per la seconda volta in una settimana, siamo bloccati. Ma veniamo da quasi un anno e mezzo di Asia, siamo flemmatici, quasi zen. Così trasformiamo l’attesa in un’opportunità. Tramite Monica, una ragazza italiana conosciuta per caso a El Chalten, uno di quegli incontri occasionali di mezz’ora che a volte con una parola ti danno un’idea, veniamo a sapere dell’Estancia Soto, una fattoria patagonica sperduta tra le montagne, che ti consente di accampare nella proprietà. Un luogo fuori dal tempo e dallo spazio che ci attrae da subito nella sua orbita gravitazionale. Ora, si da’ il caso che, per una di quelle congiunzioni astrali, veniamo a sapere che proprio nella città di Cochrane, in cui siamo spiaggiati, vive il figlio dei proprietari. Lo contattiamo, e contrattiamo un passaggio fino all’estancia dei genitori, coinvolgendo anche una coppia di tedeschi allampanati, per dividere i costi.

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Il figlio si rivela avere un doppio, un gemello inseparabile senza il quale non muove un passo. Concordiamo il passaggio con i due per la sera, prima non si può perché c’è da festeggiare un compleanno, non capiamo di chi, anche perché e’ impossibile distinguerli. La strada inizia bene, uno sterrato compatto e polveroso, però decente. Ma dopo alcuni chilometri degenera in una pista di pure rocce, con annesso il guado di almeno tre torrenti. L’ultimo attraversamento si rivela epico, il fiume e’ in piena, bisogna controllarne il livello per essere sicuri. Un gemello entra, sprezzante del freddo, nell’acqua glaciale fino alle ginocchia. Ritorna dicendo “harta agua”, molta acqua, ma conferma che si può passare. Arriviamo a destinazione nel buio più totale, siamo in alto e fa freddo, così sistemiamo le tende dentro un capanno con stufa a legna ed un gatto che sembra avere un bisogno assoluto di dormire con noi.

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Al mattino scopriamo il giardino dell’Eden. Una casa nella prateria, con cavalli, pecore, torrenti alpini, tanta erba fresca e montagne possenti a fare da corona. E non c’è nessuno. Spesso per trovare un paradiso basta una parola sussurrata e soprattutto avere la voglia di abbandonare guide di viaggio, forum su internet e cazzate varie. Seguire il flusso, senza opporvisi e soprattutto senza la mania di controllare tutto, sempre.

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I nostri compagni d’avventura, come già detto, sono germanici. In questo tempo abbiamo avuto modo di conoscere molti teutonici, alcuni persone eccezionali ed incredibilmente piacevoli, ma per la maggior parte precisini e maniaci dell’efficienza. Purtroppo, abbiamo notato in alcuni di loro una certa aria di superiorità verso noi latini, rafforzata dai problemi italici e del sud europeo in generale. Non che non ci sia una parte di ragione in tutto ciò, ma mi verrebbe voglia di ricordargli che mentre loro vivevano nei boschi nudi, nutrendosi di bacche, in Italia si sviluppava una delle civiltà più evolute della storia. Oppure, più semplicemente, che settant’anni fa, nel loro civilissimo paese, si uccidevano gli ebrei con il gas.

Digressioni a parte, Roland e Katja sono ottime persone, un po’ spaventati da tutto quello che non è organizzato, non bevono l’acqua dei fiumi, anche se qui in Patagonia e’ considerata una delle migliori della terra. Si sono portati sulle spalle scorte di vari litri. Ridiamo come pazzi, sotto i baffi.
Rideremo ancora di più quando, nel momento di tornare, venti chilometri a piedi fino alla prossima estancia dove possiamo rimediare un passaggio in città, non sentono la sveglia e non si alzano. Li chiamiamo noi in extremins, e noto un moto di dolore profondo sulla faccia, di solito indecifrabile di Roland, quando faccio notare che non si erano mai visti due tedeschi in ritardo, svegliati da due italiani. Godo, quasi quanto mi fa godere una vittoria sulla Germania ai Mondiali, cioè tanto.

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Comunque, a parte prendere per il culo i germanici, camminiamo anche. Cerchiamo di raggiungere il Cerro San Lorenzo, una vetta incappucciata dai ghiacci, ma grazie alle istruzioni mugugnate malamente da uno dei gemelli, ci perdiamo. Ancora una volta noi due siamo serafici e ce ne freghiamo, mentre i nostri compagni, soprattutto Roland, brancolano senza idee per la pampa, in cerca di un sentiero che non c’è. Alla fine ci salva il cane della famiglia, che e’ abituato ad accompagnare gli ospiti per le montagne, e la strada fino al rifugio la conosce bene. Così lo seguiamo ed arriviamo sani e salvi. I tedeschi, vinti dal grande vuoto creatosi nelle loro organizzatissime menti dall’assenza di mappe e cartine militari, cedono, e tornano prima di arrivare alla laguna. Noi proseguiamo, senza il cane guida però, il quale accortosi della difficoltà dei due, decide di tornare con loro. Probabilmente non voleva avere sulla coscienza la vita di due turisti alemanni persi nella steppa e divorati dai puma nella notte stellata della Patagonia.

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