Por el camino del desierto…

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Giorno 564.

Por el camino del desierto, el viento me despeina… non faccio altro che ripetere la stessa strofa infliggendo le mie stonature al povero Avidano che, pedalando nel bel mezzo del deserto, non ha altro modo di sfuggirmi e sottrarsi al mio canto. Sto bene, come sul cielo di Atacama non ci sono nuvole così nei miei pensieri e, a parte quasi svenire dalla stanchezza, non sto più nella pelle, ma soprattutto per la gioia di chi mi ascolta, non riesco a smettere di cantare.

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In pochi giorni ci siamo ritrovati in un mondo completamente nuovo, dove il sole, la pietra e il sale sono gli elementi dominanti. Negli ultimi mesi abbiamo lentamente risalito la schiena del Cile, per scoprire, da sud a nord, come cambia questo straordinario paese che non smette mai di stupirci con una varietà di paesaggi mai visti in una vita intera. Ed ogni nuovo scenario ha regalato una diversa avventura. Così ci siamo adattati, inventati scalatori Patagonici alla scoperta di lagune e ghiacciai antartici, navigatori di fiordi sul Pacifico tra vulcani innevati, cacciatori di pinguini nelle gelide Terre del Fuoco. Oggi giochiamo ai ciclisti nel deserto più arido del mondo.

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A duemilacinquecento metri sul livello del mare, sotto un sole che non ti lascia in pace un istante, San Pedro de Atacama sembra uscita da uno dei tanti set di Bud Spencer e Terence Hill. Una piccola chiesa bianca, la piazza principale come unica fonte di ombra in tutta la città, quattro incroci di strade non asfaltate e case costruite con paglia e fango. L’assenza assoluta di traffico enfatizza la calura del mezzogiorno e l’assoluta immobilità del luogo. Mancano i fagioli, ma in compenso abbondano le agenzie turistiche.

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Tutti rintanati all’ombra dei porticati, nei cortili aridi di case assolate, i turisti escono coi loro minibus al calar del tramonto. Impacchettati in tour all inclusive e aria condizionata, scorrazzano nel deserto alla conquista dei paesaggi lunari e degli spazi infiniti che circondano la piana di Atacama. Ma noi no, usciamo all’alba per sfruttare le ore più fresche del giorno e ci spariamo a forza di gambe l’equivalente dei tour che tutti gli altri si godono comodamente seduti in jeep e che non potremmo altrimenti permetterci. Scegliamo di pedalare per tutta San Pedro, anche oltre, fino sessanta chilometri al giorno per risparmiare, intanto nel deserto è tutta pianura… In teoria, quasi sempre.

Alla chiesa di San Isidro l’acqua e il cibo iniziano già a scarseggiare. Ma domani andrà meglio e ci ricorderemo di non essere più in Patagonia dove in qualunque momento si poteva bere dal fiume. Una trio di cileni saputelli ci aveva sconsigliato di intraprendere il circuito mal segnalato che da qui conduceva direttamente alla Quebrada del Diablo, ma noi ovviamente non gli abbiamo dato retta. Il percorso nel canyon del diavolo rischia di scioglierci come gelati al sole. Però ci divertiamo sulla serpentina di saliscendi tra rocce e pietre erosionate, ci lanciamo emozionati dalle cime a tutta velocità, rischiando a volte di spiccare il volo come in ET. Ogni tanto la bici finisce impantanata nella sabbia da cui non c’è verso di muoverla se non a forza di braccia. Seguiamo le tracce di altri ciclisti sperando di non finire dispersi e incontrare i loro scheletri disossati alla fine del sentiero. Sulla via del ritorno saltiamo le costose rovine preincaiche ricostruite e preferiamo quattro sassi su una collina, gratuiti ed originali.

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Nella Valle de la Muerte il deserto si esibisce in conformazioni rocciose dalla forma bizzarra e dalle improbabili fenditure scavate tra le pareti di impervie montagne. Un labirinto in una gola di roccia conduce ad un cuore di sabbia dove immense dune svettano contro il blu del cielo. Nella Valle della Morte non muore nessuno, in compenso poco prima del tramonto, decine di minibus catapultano orde di turisti che si cimentano nel discendere le enormi dune col deretano posato su una tavola da snowboard trasformata per l’occasione. Forse non sanno dove si infilano i piedi. Attendiamo finché l’ultimo sciatore abbandona le piste. Con il calare del sole la sabbia si raffredda e le rocce cambiano colore. I pensieri volano e tutto intorno il deserto impone il suo silenzio, mentre il cielo si tinge di pece e stelle gigantesche spuntano sulle nostre teste.

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Per le lagune sono sessanta chilometri di piacere ed io sono già tre giorni che siedo su questa bici spacca culo, per gioire dell’esperienza di pedalare sotto il sole cocente e vedere la mia ombra muoversi nella sabbia. Ogni tanto cerco riparo dai suoi raggi, mentre l’aria diventa infuocata. Los Ojos sono due occhi giganteschi e simmetrici puntati verso il cielo nel bel mezzo di un deserto di sale in formazione. I cristalli si accumulano nella pianura come una spruzzata di neve in primavera, creando una sorta di confusione climatica nell’osservatore. Nella Laguna Cejar si galleggia come nel Mar Morto e ci regaliamo il pizzicante piacere di un bagno nell’acqua più salata del mondo. Alla Laguna Tebiquinche il sale e’ già depositato in un tappeto bianco e denso. L’acqua scava pozze cristallizzate ricreando formazioni rosate che sembrano coralli. Sulla via del ritorno ripenso alle poche righe lette su Wikipedia: “La corrente di Humboldt, raffredda l’aria rendendo impossibile la formazione di nuvole… Il deserto di Atacama è il luogo più secco del mondo; la sua piovosità media è di 0,08 mm annui. Inoltre, prima del 1971, in questo deserto la pioggia non era mai caduta in 400 anni…” Poi alzo gli occhi, guardo il cielo annuvolarsi e quattro gocce di pioggia cadere a spruzzare la strada. E mi faccio una risata.

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Una sera ci regaliamo l’unico tour che la bicicletta non può offrirci, la visita astronomica all’interno di uno dei tanti telescopi turistici fioriti nei dintorni di San Pedro, che grazie al clima secco, all’assenza di nuvole e di perturbazioni atmosferiche e’ il luogo ideale per osservare il cielo notturno. Tali condizioni climatiche fanno di questo angolo di Cile il vero paradiso per osservare e studiare i misteri e gli splendori del cosmo. Come un Caronte della notte, la guida ci conduce all’interno della cupola del piccolo osservatorio e, attraverso un telescopio telecomandato, ci aiuta a saperne di più sui segreti di costellazioni, galassie e pianeti sospesi sulla nostra testa. La Via Lattea e’ una nuvola pulsante e bianca sopra di noi, piena di fascino, e vorrei che questa notte non finisse mai.

La Valle de la Luna è uno degli angoli più suggestivi dell’immenso deserto di Atacama. Ed anche il più faticoso da raggiungere su due ruote. Il deserto invade la strada ed e’ come pedalare in salita nelle sabbie mobili. Maciniamo chilometri su chilometri sotto il sole tra canyon, grotte e dune, con il premio finale di una vista che si perde tra formazioni di pietra e montagne in crosta di sale modellate dal vento. Ci arrampichiamo da qualche parte nei pressi dell’anfiteatro per goderci in solitudine il sole calante, mentre per una volta i soliti pulmini scaricano altrove le orde barbariche, nei pressi della Grande Duna. Turisti pronti, fotocamere puntate, e fuoco di scatti per immortalare il momento. Ci attardiamo a guardare le ombre che si allungano sul paesaggio e dopo di fretta a pedalare con il tramonto alle spalle, la città in lontananza già avvolta nel buio. Avidano mi semina in un baleno, mentre ogni giro di ruota mi costa duemila calorie. Sogno di mangiare mezzo chilo di pasta al ragù, ma intanto canto a squarciagola, sola in mezzo al nulla, con soltanto la sagoma del vulcano Licancabur a farmi compagnia, ed un meraviglioso cielo dipinto di viola. Un improvviso senso di libertà si sprigiona in tutto il mio corpo, come se l’oggi non fosse più oggi, né ieri, né domani, e tutta la mia vita fosse soltanto un meraviglioso istante senza tempo, senza spazio, un semplice atomo di felicità.

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