Così e’ la vita

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Giorno 586.

Fuori dal finestrino una coppia di binari morti invasa dalle erbacce corre impaziente verso nord e il miraggio dell’altopiano boliviano. Chissà quanto tempo e’ passato da quando l’ultimo treno ha cavalcato queste terre. La nostra esplorazione argentina si congeda qui, nel bel mezzo di un deserto rosso come Marte. In quasi tre mesi siamo scesi fino alla fine del mondo, scavalcando montagne, scivolando lungo laghi ghiacciati e, cinquemila chilometri più a nord da quella gelida ultima frontiera, e’ ancora lo stesso paese. Il verde muschioso dei boschi, i bianchi panorami delle montagne innevate, il vento freddo e le brinate dell’estate patagonica sono solo un ricordo, sostituito da cespugli rinsecchiti e distese di cactus che ricreano una scenografia brulla e quasi ipnotica. Non è cambiato invece il carattere degli argentini incontrati ad ogni latitudine di questo paese che pare non finire mai. Stesso temperamento, uguale gentilezza, ed un’esuberanza tutta latina, che finisce per renderli giusto un poco italiani. Ma la Bolivia e’ tutta un’altra storia.

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Varchiamo la frontiera del paese più povero di tutto il continente con una punta di apprensione, retaggio di racconti metropolitani, liberamente tratti dal manuale del viaggiatore, che parlano di poliziotti corrotti che rapinano o ricattano turisti sprovveduti in cambio di un timbro sul passaporto. Buttiamo via tutte le bustine di zucchero e di sale, giusto perché non si creino spiacevoli equivoci, e ci aggreghiamo come pecorelle ad un altro gruppetto di stranieri ancor più spaesati di noi, con una tacita, quanto inutile, promessa di reciproco aiuto in caso di necessità. Mi sento quasi delusa quando alla fine il doganiere ci degna appena di uno sguardo fugace.

Sotto nuvoloni stranamente gonfi di pioggia ci avviciniamo a Tupiza, cittadina alle porte del Salar di Uyuni, dodicimila metri quadrati per dieci miliardi di tonnellate di sale ed un terzo delle riserve di litio del pianeta. Il Salar e’ la seconda meta turistica del continente dopo il Macchu Picchu e l’unico motore economico della zona. La Bolivia e’ spaccata in due tra regione andina, poverissima, e quella amazzonica orientale, fertile, in pieno sviluppo e con tendenze autonomistiche che mirano a non farsi carico dei connazionali più sfortunati. Rigidi come il loro clima, orgogliosi di una vita dura e di una terra aspra, gli abitanti dell’altopiano sono un brusco risveglio dalla socievolezza cilena ed argentina. Ad una semplice domanda spesso rispondo con un solo cenno della mano, come a scacciar via una mosca fastidiosa. Nelle zone turistiche poi cercano di mungerti come una vacca da latte. Non facciamo in tempo ad uscire dalla stazione degli autobus che già una flotta di donne urlanti e floride, in gonnellone a pieghe ed elegante cappellino, cerca di venderci un biglietto per la prossima città. Come se quella che strilla più forte riuscisse a convincerci meglio. Fuggiamo alla rinfusa, ma mentre attraversiamo le quattro vie del centro in cerca di un ostello veniamo presi in ostaggio dalle agguerrite procacciatrici di almeno tre agenzie diverse. Si vede che da queste parti il business e’ un lavoro da donne. No grazie, per ora voglio solo svenire in un letto.

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La stagione delle vacanze non cala mai da queste parti ed ogni giorno orde barbariche di turisti si riversano a fiumi nella salina più grande e più alta del pianeta. E le agenzie ed i tour organizzati sono l’unico modo per attraversare i cinquecento chilometri di deserto che ci separano da qui ad Uyuni. L’alternativa sono un paio di biciclette cariche come carovane di acqua e viveri per non so quanto tempo, come per una coppia di ciclisti duri e puri che incontreremo lungo il percorso. Ma questa esperienza me la tengo per la prossima vita. Così eccoci qui, seduti sul sedile posteriore di un fuoristrada 4×4 con l’abitacolo invaso dalla polvere che entra da qualche maledetta fenditura sotto i sedili, in compagnia di tre francesi simpatici che parlano un ottimo spagnolo, diretti nel bel mezzo di quello che una volta era un mare che si estendeva fino al lago Titicaca.

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Il nostro Virgilio si chiama Nico ed e’ eseguito a ruota dall’inseparabile cuoco Hector. Entrambi accaniti masticatori di coca, ci iniziano al piacere ruminante delle foglie che pare siano miracolose contro stanchezza, fame e soprattutto sindrome di mal di montagna. Passiamo le giornate imbacuccati nelle giacche a vento, con una bolo di poltiglia amara e verde infilato nelle guance, come criceti golosi e congelati.

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Nei primi giorni di avvicinamento al Salar vero e proprio siamo costretti a sveglie tragiche e tappe forzate. La strada e’ lunga e presto si trasforma in una pista per carovane. Attraversiamo villaggi di fango, dove il numero dei lama supera di gran lunga quello delle persone. Tutti sono un po’ freddi ed ostili. I bambini si nascondo timidi contro i muri delle case, lanciano sguardi muti, e persino i lama ci sputano dai loro serragli e si voltano di schiena al nostro passaggio. Forse pensano che non guardandoci scompariremo da dove siamo venuti. Ed hanno ragione.

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I ruderi di un paese fantasma, distrutto da una pestilenza alcuni anni or sono e’ oggi la dimora di demoni sanguinari, almeno così dicono le leggende locali. Il superstizioso Nico pretende a tutti i costi di attraversarlo prima delle cinque di pomeriggio. Dopodiché non garantisce più per la nostra incolumità.

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Le lagune sono sono gemme colorate adagiate nella sabbia. Spiagge bianche, acque blu, turchesi, rosse. Sullo sfondo vulcani spruzzati di neve e centinaia di fenicotteri rosa a rendere il tutto ancora più magico.

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Gli unici alberi che incontriamo sono di pietra ed ognuno sembra uscito da una creazione di Dali’. La spianata dei geyser e’ punteggiata da crateri fumanti che palpitano fango bollente. Per scaldarci nuotiamo nella nebbia di vapori sulfurei che sale dalla profondità della terra.

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Davanti alla piatta vastità dell’altopiano che si srotola come un tappeto, il bianco e’ abbagliante. Nella stagione delle piogge si trasforma in uno specchio che come un miraggio riflette cielo e nuvole creando una sorta di smarrimento nello spettatore. Ma in questa stagione la crosta di sale e’ secca e dura, percorsa da forme esagonali che si incastrano perfettamente l’una nell’altra come le celle di un alveare. Altre volte si incontrano “coltivazioni” infinite di montagne di sale, pronte per il prossimo raccolto.

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Sparse qua e la piccole colline brulle, ricoperte di cactus, spuntano come isole in un mare di latte. In lontananza il profilo di un vulcano sembra una miniatura. Giochiamo con le prospettive, balliamo in un video che Nico gira per noi comandandoci con piglio da regista navigato, giochiamo ai paracadutisti, incontriamo dinosauri e ce la ridiamo da morire.

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Il vulcano si chiama Thunupa ed e’ la madre del Salar. La leggenda narra che un tempo i vulcani fossero esseri parlanti in grado di camminare, tutti di sesso maschile ad esclusione di Thunupa, che per ovvie ragioni rimase presto incinta. Non sapendo chi fosse il padre, i vulcani cominciarono a litigare tra loro, strapparono a Thunupa il figlio e lo portarono lontano, nella piana di Colchani. Gli dei si infuriarono e per punizione tolsero ai vulcani la mobilità e la parola. Così Thunupa, immobile come una roccia, non potendo più andare in cerca del figlio, pianse lacrime bianche che seccandosi generarono l’immenso distesa di sale. Dedichiamo un’intera mattinata alla sua scalata, attraverso piantagioni di quinoa, rossa e matura come la terra circostante, e risalendo pietraie variopinte. Dalla cima, a quattromila novecento metri ci fermiamo e respiriamo sole, freddo e sale.

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La notte e’ un luogo di silenzio e desolazione, pieno unicamente del sospiro del vento che accarezza ruvido le pareti di sale. Nella miriade di punti luminosi dispersi nel cielo nero del deserto, gialla tondeggiante e quasi intrigante, la luna si innalza spuntando dal costone del vulcano addormentato. La distesa di sale si trasforma in uno specchio d’argento e le bandiere volano nel vento.

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A tre km dal villaggio di Uyuni, nel bel mezzo del nulla, giace il cimitero dei treni. Come siano giunti a morire in questo luogo non è dato sapere. Certo è che i binari nascono e terminano nella sabbia dopo poche centinaia di metri, lo spazio minimo per contenere qualche decina di carrozze corrose ed un paio di locomotive arrugginite. I cimiteri incutono sempre un vago timore, misto ad un sentimento di rispetto e pietà, e la vista di questi grandi pachidermi di metallo destinati a dissolversi indisturbati nel silenzio, per reincarnarsi in nuove opere meccaniche, non fa certo eccezione. Le vecchie carcasse d’acciaio giacciono abbandonate a se stesse come i resti di chi scompare consumato dalla polvere, ma non senza un certo senso dell’umorismo. Una vecchia locomotiva a vapore riporta sui fianchi di ruggine una scritta di vernice bianca in caratteri cubitali : Cercasi meccanico con esperienza… Así es la vida…

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