Argento

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Giorno 591.

“Sono l’antica Potosì
Il tesoro del mondo
e l’invidia dei re”

La ricchezza e la tragedia di Potosi nascono quasi per caso, agli arbori dell’epoca coloniale, con la scoperta accidentale di ricchi filoni d’argento celati nella profondità del Cerro Rico. L’arido picco che incombe minaccioso alle spalle delle città sfiora i cinquemila metri e grazie alle forme vagamente coniche ricorda più un vulcano addormentato che una miniera d’argento. Oggi e’ una gruviera di gallerie e condotti che nel corso dei quattrocento anni di intensa attività estrattiva hanno consumato la montagna, erodendone oltre duecento metri d’altezza. All’apice della sua potenza, intorno al XVII secolo, il piccolo villaggio di Potosi si era trasformato nella seconda città più popolosa del mondo, dopo Londra. Duecentomila abitanti, tra schiavi, coloni spagnoli e tutto l’indotto che segue la scoperta di un simile tesoro. La Casa della Moneda, le chiese in stile barocco e le eleganti ville coloniali che punteggiano la città tradiscono i fasti di un passato di splendore e follia. Per tre secoli i lingotti d’argento dell’Alto Perù, l’attuale Bolivia, hanno finanziato sia le casse della corona spagnola che le tasche di pirati inglesi, olandesi e francesi. Ne pagarono le spese migliaia di schiavi indigeni ed africani condotti fino qui per servire, e morire, nelle profondità della terra. Una legge creata ad hoc, la Ley de la Mita, obbligava gli indios e gli schiavi di colore sopra i diciotto anni d’età al lavoro forzato nelle miniere d’argento. I mitayos erano segregati sotto terra per quattro mesi senza che fosse loro concesso di uscire alla luce del sole, costretti a lavorare in massacranti turni di dodici ore entro cunicoli privi d’aria, a contatto con ogni sorta d’effluvio velenoso. La mortalità era elevatissima e la legge era congegnata in modo tale che gli oneri dovuti per il sostentamento dei minatori superassero il magro salario elargito, innescando così una spirale di debiti ripagati con nuovo lavoro e nuove vite. Vite che, mediamente, superavano di poco un anno a causa delle bestiali condizioni di lavoro, degli incidenti e della silicosi. Si calcola che, nei tre secoli di sfruttamento intensivo delle miniere d’argento del Cerro Rico, si sia consumata la morte di otto milioni di schiavi, il tutto per la gloria dei conquistadores. Secondo un antico detto gli spagnoli avrebbero potuto costruire un ponte d’argento da Potosi alla Spagna ed avere ancora metallo prezioso da trasportare.

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Con l’esaurirsi delle risorse la città e’ caduta in disgrazia, ma senza spegnersi del tutto. Tenacemente aggrappata al suo glorioso passato, camuffata sotto una patina di modernità, la tradizione dei mineros e’ giunta praticamente intatta fino ai giorni nostri. Un paradosso tecnologico che si fonda su un metodo di lavoro profondamente arcaico, che ben poco si è evoluto dai tempi dei conquistadores. Nell’era di internet e della globalizzazione all’interno dei pozzi si segue a scavare con le mani, la dinamite, le carriole. I padroni hanno lasciato posto alle cooperative, l’argento allo stagno, qualche mascherina e’ comparsa per proteggere dalle esalazioni, mentre le temperature restano le stesse di sempre, da zero a cinquanta gradi, a seconda della profondità. Povertà e un vago miraggio di ricchezza, probabile come vincere al totocalcio, spinge questa umanità a scegliere volontariamente di lavorare in condizione disumane, e la legge del mercato e’ l’unica a regnare sul formicaio. Poco importa a chi acquista il minerale, pagandolo a peso direttamente dai minatori, sapere come e’ stato estratto. Ma la speranza e’ l’ultima a morire e le formiche continuano a scavare.

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Nonostante i timori, la claustrofobia e il rischio crolli scegliamo di scendere agli inferi per un giorno, poche ore appena in realtà, e vedere con i nostri occhi una vita che segue intatta da centinaia di anni. Non è stato facile, tantomeno rassicurante, soprattutto dopo che l’agenzia ci ha fatto firmare una liberatoria che la scaricava da qualsiasi responsabilità, ma si è rivelata un’esperienza irripetibile, che a suo modo ha portato riflessioni e meraviglia.

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Pochi passi oltre l’ingresso, le tenebre compatte avvolgono ogni cosa. L’unica fonte d’illuminazione è data dalla luce delle lampade elettriche fissate sul casco. Procediamo in fila indiana, strisciando tra i cunicoli bui, scavati dalle mani di migliaia di uomini. E’ un labirinto tridimensionale, la pianta nella mente della nostra guida. Un velo di polvere galleggia nel fascio di luce delle torce, l’aria e’ calda, pesante, e la tosse ci accompagna per tutta la traversata. Gocce piovono dal soffitto, colando da muffe gialle, croste verdi, terra rossa. Piccoli uomini ingobbiti, dalla faccia scura, sfrecciano silenziosi e sicuri attraverso le gallerie buie, alte meno di un metro e rattoppate alla meglio con rudimentali travi di sostegno. Qualcuno scava, altri spingono carrelli, oppure trasportano a spalle i sacchi di minerale. Non si fermano al nostro arrivo, ci riservano una timida indifferenza ma è sufficiente un piccolo regalo, una bibita da noi comprata per l’occasione o una manciata di foglie di coca, per farsi accettare, sia pure per la durata di una visita.

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Nelle nicchie alcune statuette di terracotta rappresentano il Tio, il grande demone che regna nella montagna, cui si deve pagare tributo con offerte di sigarette ed alcool. Immagini inquietanti che fanno parte di questo mondo sotterraneo e della ritualità della vita dei minatori. Esorcizzare le paure e’ il mio obbiettivo di oggi, oltre a sfangare la giornata, e dopo quattro ore all’inferno, per una volta, sono felice di essere una turista e di avere in tasca un comodo biglietto di ritorno.

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