Jurassic Park

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Giorno 598.

“Reddy, guía muy aventurosa…”, continua a ripetere la nostra guida, tale Reddy per l’appunto. E’ un bravo ragazzo ma, purtroppo per lui, e per noi, ha un leggero ritardo mentale che lo fa sembrare un bambino di 5 anni, più che un uomo di trenta. Da Sucre siamo arrivati al parco di Torotoro per vedere uno scampolo di Bolivia un po’ meno turistico del circuito classico Salar-Potosi’-La Paz-Isla del Sol. Ed anche per scoprire uno dei migliori posti al mondo in cui osservare le impronte pietrificate di dinosauri in fuga da qualche cataclisma non ben definito. I percorsi intorno all’omonimo paesino sono facili, ma per dare sostegno alla depressa economia locale, l’amministrazione del parco ti costringe a prendere una guida del villaggio, poco importa se borderline. E così finiamo con Reddy.

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Io sono di pessimo umore, e’ da Sucre che mi porto dietro un fastidioso problema intestinale, pensando che sia la solita infezione dovuta alla scarsa igiene alimentare. All’inizio non ci do troppo peso, ma quando inizio a trovare sangue nelle feci, l’idea che non sia solamente un problema di poco conto inizia a dominare le mie giornate. In queste condizioni mentali, la marea di cavolate fanciullesche che escono a fiumi dalla bocca del nostro Reddy, me lo rendono del tutto insopportabile. Avrei voglia di starmene sdraiato tutto il giorno, ma siamo venuti fino qui sparandoci otto ore di autobus, e devo muovermi. Solo che ce la faccio a mala pena, dovendomi fermare per una pausa tecnica tra gli arbusti ogni due ore. E c’è quel maledetto sangue…Mi dico che potrebbero essere solo emorroidi, ma quando sei abituato a stare sempre bene, il minimo problema ti porta a pensare a qualcosa di brutto.

Passiamo un giorno intero a caccia di rettili, o meglio dei loro lasciti pietrificati, ed in effetti ne troviamo molti, sparsi su un tavolato di roccia piatta, scoperto dall’erosione. Le impronte risalgono a milioni di anni fa quando diverse tipologie di dinosauri, nel corso di una migrazione di massa verso ovest, attraversano questo terreno, allora fangoso, lasciando dietro di loro una scia di enormi zampettate. In quella stessa terra, oggi pietrificata, si riconoscono perfettamente le orme dei grandi erbivori, tonde ed enormi, e quelle dei più agili carnivori, con la tipica forma a tre dita munita di grosse unghie, come giganteschi gallinacci. Ci spingiamo fino ad alcune cascate e sul bordo di un canyon piuttosto impressionante. Giulia si sacrifica, standosene ad ascoltare la logorrea di Reddy per risparmiare me almeno da quel supplizio. Io mi aggiro spettrale e meditabondo, ormai certo di stare per morire.

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Il giorno dopo e’ la volta della caverna. Ci tocca ancora una volta l’irriducibile Reddy come accompagnatore. Questa volta la guida serve davvero, calarsi in una grotta a duecento metri di profondità alla cieca sarebbe un suicidio ed un paio di stranieri che ci hanno provato qualche anno fa, ci hanno lasciate le penne. Solo, non sappiamo se sia una buona idea inoltrarci verso il centro della terra con un tizio troppo “estroso” per sembrare affidabile. Quando scopriamo che i bambini del posto frequentano la zona da vent’anni e che Reddy stesso ci è stato mille volte, ci fidiamo e partiamo. In ogni caso, mi dico, visto che probabilmente dovrò morire presto, meglio in una grotta boliviana piuttosto che in un letto d’ospedale. Preparo mentalmente il mio testamento, spirituale e non… Ma questa volta Reddy si rivela utile, guidandoci nei tunnel, strisciando attraverso passaggi che se pesi più di ottanta chili ti sono preclusi, guadando torrenti sotterranei, calandoci da alcune pareti con corde improvvisate. Ci sorbiamo pure un concertino, quando il nostro amico ci fa spegnere le luci e nel buio totale della grotta ci delizia con alcune canzoni folcloristiche di cui lui stesso si rende interprete che rimbombano in ogni fessura. Giulia vive un momento di terrore, si stringe piccola piccola a me, sicura che la follia di Reddy stia per esplodere sotto forma di accoltellamento, ma ce la caviamo con un applauso e proseguiamo. Al fondo della caverna, un paio di pozze accolgono una quantità di pesci bianchi, completamente ciechi. Del resto, senza luce nell’oscurità più totale, non c’e’ bisogno di vedere. Riemergiamo dopo quasi tre ore, soddisfatti per l’avventura. Sono ancora vivo, ma so di avere i giorni contati…

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