Archivio mensile:maggio 2014

Jesus (Cristo) si e’ fermato a Puerto Bermudez

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Giorno 638.

“In questo ostello non ci sono cucarachas!”…mi apostrofa così il proprietario della guesthouse, pretendendo una verifica della nostra stanza. E me lo ripete all’infinito. Tutto perché ho avuto la malaugurata idea di ironizzare sul fatto che ne abbiamo viste alcune, la sera prima, imperversare tra le nostre carote. Jesus, 67 anni, e’ quel genere di personaggio che sembra fuori dal mondo e dal tempo. Arcigno, burbero e scortese al limite della maleducazione, mi ricorda il mio amico Alex. Forse per questo inizio a volergli bene fin da subito. E mi sento ricambiato, a parte la questione degli scarafaggi certo…

Si e’ trasferito dai Paesi Baschi a Puerto Bermudez, un paesino sperduto sulle rive di un tributario del fiume Ucayali, che più a valle diventerà Rio delle Amazzoni, 15 anni fa, dopo una vita di viaggi e scalate. Non e’ sposato e vive da solo, conducendo la guesthouse con l’aiuto di una donna indigena che soffre di problemi di pressione, ed entrambi sono reduci da una settimana difficile a causa dell’esondazione del fiume. Fuori stagione, continua a brontolare Jesus…come del resto fa riguardo a tutto, dai peruviani che non hanno voglia di lavorare al governo che lo subissa di tasse perché “gringo”, fino agli americani che sono obesi perché mangiano fast food. Lui del resto mangia poco, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e si ingozza di aglio perché, dice, lo aiuta a contrastare gli effetti tossici del tabacco. Una situazione quasi degna di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Però l’ostello e’ gestito con perfezione quasi maniacale, come dimostrato dal caos venutosi a creare dopo la scoperta delle cucarachas. Credo che se vivi solo per tanto tempo, con pochi contatti con l’esterno, diventa quasi normale focalizzare tutto sulla tua quotidianità, che per lui e’ il suo rifugio per pellegrini e viaggiatori in un angolo remoto del Sudamerica, in piena foresta amazzonica.

Già arrivarci da Cuzco e’ stata un’odissea di alcuni giorni, che ci ha visto attraversare angoli sperduti della Cordillera, dala zona super turistica del Macchu Picchu, alle cittadine misconosciute di Abancay, Andahuaylas, Ayacucho, Hunacayo, La Merecd. Strade dissestate, fiere di paese, chiese coloniali, compagni di viaggio curiosi e blocchi stradali sono stati la nostra quotidianità. Il giorno della finale di Champions League, abbiamo dovuto aspettare che finissero i supplementari perché qualcuno si degnasse di riaprire il tratto di strada asfaltato di recente e lasciarci passare.

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Ma ce l’abbiamo fatta senza precipitare nei burroni che si spalancavano paurosamente a pochi centimetri dalle ruote dei nostri autobus, e’ così siamo finiti a passare alcuni giorni con Jesus. Gli altri ospiti sono due ragazze, anch’esse basche, che però se ne vanno quasi subito, ed un francese di Briancon, ed e’ il terzo che incontriamo in poche settimane, che ha intenzione di scendere il fiume in kayak fino a Iquitos, vicino al confine con il Brasile. Quasi un mese di viaggio e una grande avventura che però lo rende titubante. Qualcuno gli parlato di fantomatici pirati fluviali e trafficanti di organi…quando siamo partiti noi, era ancora li’, non sappiamo come se la sia cavata, se sia sopravvissuto o se un suo rene si trova ora nel corpo di qualche americano danaroso e probabilmente obeso…

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Un giorno Jesus ci organizza un’escursione gratuita ad un villaggio degli indigeni Ashaninka che vivono nella zona, con un suo amico incaricato dal governo di portare sementi e combustibili agli uomini della selva. Risaliamo il fiume, e veniamo sbalzati indietro nel tempo in un mondo senza elettricità, con donne che si lavano nude nel fiume, pescatori, bambini che non la smettono di saltarci intorno mettendo in mostra eccezionali doti da piccoli funamboli. Mangiamo a lume di candela, incredibilmente non ci sono zanzare, e veniamo sistemati a dormire in una capanna direttamente sul pavimento. La sera guardiamo le lucciole ed ascoltiamo storie e leggende raccontate dal capo villaggio, il nostro ospite, che parlano di coccodrilli ed anaconde giganti mimetizzate tra gli alberi, che ti attraggono direttamente nelle proprie fauci, usando l’ipnosi. Ed altre più recenti e sicuramente vere, sui guerriglieri di Sendero Luminoso, un gruppo rivoluzionario inizialmente di ispirazione Marxista, che però con il tempo ha finito col trasformasi in un’associazione a delinquere dedita al traffico di droga ed a terrorizzare gli indigeni, per convincerli ad unirsi ad una lotta che non gli appartiene. Per fortuna il nostro villaggio e’ stato risparmiato dalle atrocità, ma ad altri e’ andata un po’ meno bene, finendo nel fuoco incrociato tra governo corrotto e rivoluzionari deviati.

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Da Puerto Bermudez iniziamo la nostra odissea nella selva Amazzonica. Mia moglie inizia ad odiarmi.

La città delle nuvole

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Giorno 629.

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora degli esseri che il terrestre
non potè celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Pablo Neruda, Le alture di Machu Picchu

Forse siamo arrivati fino qui con troppe aspettative. Ora, sarà la pioggia, la cappa di nuvole che ci avvolge come nebbia bassa in Valpadana, la sveglia tragica delle quattro del mattino, i duemilacinquecento gradini nel buio, il sudore che si mescola all’umidità, e nonostante tutto ciò il fiume di turisti che spinge contro i cancelli per entrare, ma questa giornata al Machu Picchu rischia di meritare di diritto il podio fra le peggiori di tutto il viaggio. Davanti ad una tazza di te caldo, pagata la modica cifra di quattro dollari, Fede borbotta come una pentola di fagioli, imprecando indistintamente contro il tempo, l’ignara barista, il governo peruviano, gli stessi Inca per aver scelto la vetta più nebbiosa di tutto il Sudamerica e costruirci sopra la loro città sacra. Seguono senza pietà invettive contro la bigliettaia dei cessi, le guide turistiche che si aggirano sul piazzale come iene in cerca di carcasse, i venditori di souvenir, gli americani vecchi e grassi che scendono comodamente dalle navette turistiche ed ancor di più quelli giovani e forti che hanno pigramente scelto la via più comoda e costosa per raggiungere la cima. Spontaneamente mi sacrifico a farmi ridere in faccia dall’impiegata dell’amministrazione nel vano tentativo di disdire il nostro ingresso al parco, prenotato per oggi quasi una settimana prima. Ma a questo punto farei qualunque cosa pur di risolvere la situazione. Ovviamente non si accettano cambi, quindi per non sprecare soldi e la fatica di due giorni di viaggio per cercare di spenderne meno, costringo un Avidano ormai ostile verso il mondo, ad entrare ugualmente e a confidare in un po’ di fortuna.

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Una barella con un giapponese in crisi d’ossigeno si fa largo tra la folla che accalca ogni mattonella di questo gioiello di città perduta. Controllori armati di fischietto richiamano all’ordine sciami di turisti che calpestano, scalano, saltano o si siedono dove non dovrebbero. Sembrano più solenni e indaffarati di un team di arbitri ai mondiali. La cittadella e’ avvolta da una pioggerella umida, odore di erba appena tagliata ed una rigogliosa giungla che l’abbraccia tutto intorno e che spinge per tornare ad inghiottirla. Nuvole di vapori salgono dal fondovalle, mentre la nebbia cancella il resto del mondo ed attutisce ogni rumore. Forse siamo su un’isola. Se non fosse per la sovrappopolazione in bermuda, k-way e macchina fotografica, questo clima surreale renderebbe ancor più affascinante la scoperta delle rovine, come quando i primi esploratori le riportarono alla luce. Ma questo e’ meglio che lo tenga per me adesso. Scaliamo la cima più alta e seduti su una roccia aspettiamo che la giornata ed i turisti ci scorrano davanti. La pioggia diventa nebbia, il sole fa capolino tra le nuvole, un arcobaleno ci scavalca, i gruppi passano, fotografano e scendono. Il Machu Picchu e’ sempre li, disteso sotto i nostri occhi. Alle tre del pomeriggio rimaniamo praticamente soli davanti al tramonto più incantevole della nostra vita. E mio marito finalmente tace.

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NOTE PER I VIAGGIATORI:
Dieci suggerimenti per visitare il Machu Picchu senza dover vendere un rene:

1. Punto di partenza. La città di Cuzco, dove vi troverete disorientati e disorganizzati in balia di spregiudicate agenzie di viaggio che a tutti i costi vi vorranno scortare nella visita alle rovine. Davvero non è necessario. Trovate un buon ostello dove poter lasciare in deposito il bagaglio e preparatevi uno zainetto con il necessario per passare due notti fuori.
2. Il biglietto. Essendo il numero giornaliero di visitatori limitato, in alta stagione e’ necessario prenotare con qualche giorno di anticipo l’ingresso al Macchu Picchu. Per non incorrere in costi aggiuntivi, recatevi di persona presso la “Direccion de Cultura Machu Picchu”, in Av. De la Cultura, ben consapevoli che in caso di necessità la data della visita si può modificare solamente negli stessi uffici centrali di Cuzco. In alternativa si può acquistare l’ingresso direttamente il giorno prima o il giorno stesso della visita, presso la biglietteria di Aguas Calientes, in città e non all’ingresso, ricordatevelo prima di scalare la montagna. (costo biglietto 126 Soles)
3. Il viaggio. Dalla città di Cuzco prendete un autobus al Terminal Santiago in direzione Quillabamba, precisando al bigliettaio che intendete scendere a Santa Marìa. E’ necessario non partire più tardi delle sette del mattino se si vuole raggiungere Aguas Calientes in giornata. Dopo sei ore di curve a gomito e tornati, verrete scaricati frettolosamente ad un villaggio di quattro case in mezzo alla selva, che più che altro e’ un crocevia. Non sarete ancora scesi dall’autobus che numerosi tassisti vi staranno aspettando ansiosi di trasportarvi per un’altra ora e mezza di strada adrenalinica fino al villaggio di Santa Teresa. Rassegnatevi, e’ l’unica opzione. Se e’ troppo tardi meglio fermarsi a dormire in paese, ci sono sistemazioni economiche e terme piuttosto invitanti, altrimenti da qui, cambiate mezzo ed in altri trenta minuti raggiungete la centrale idroelettrica, dove la strada finisce. (costo trasporti 15 + 10 + 5 Soles)
4. La camminata. Quindici chilometri di sentiero in leggera salita collegano la centrale idroelettrica con la cittadina di Aguas Calientes. Sono circa tre ore a piedi seguendo i binari del treno, perciò tranquilli e’ impossibile perdersi.
5. La città. Arrivati a destinazione sudati e sporchi di fango, non crederete ai vostri occhi: Aguas Calientes è un moderno complesso di lussuosi alberghi, ristoranti per turisti e negozietti per tutti i gusti. Passeggiando per le vie del centro vi chiederete più di una volta se non avete sbagliato posto. Guardate ma non toccate, tutto è’ in vendita e a cifre esorbitanti, ma cercando bene si può trovare una camera umida e senza finestre ad una cifra accettabile, variabile a seconda della stagione, ed un pasto economico al piano superiore del mercato centrale, dove potrete fare scorta d’acqua e frutta per la scalata del giorno seguente. (costo camera 15 Soles a persona + 8 Soles per un piatto completo al mercato centrale)
6. L’alba tragica. Quasi due anni di viaggio dovrebbero averci insegnato qualcosa, mai dare retta alla Lonely Planet. Invece come suggerito sulla guida partiamo alle quattro del mattino per vedere un’alba che non c’è, a causa della nebbia, e per evitare il grosso della folla. Peccato però che anche gli altri leggano le stesse informazioni e, credendosi altrettanto furbi, vogliano essere tra i primi ad arrivare, comodamente seduti in navetta ed alle sei del mattino. Così mentre voi avrete già scalato una montagna intera al buio, vi troverete comunque in coda con altre centinaia di persone. Ricordate, il vantaggio che avete su tutti questi personaggi e’ che la vostra giornata al Machu Picchu non è scandita dal conto alla rovescia del treno che parte alle tre del pomeriggio. Orario in cui la cittadella ritorna ad essere un luogo quasi deserto e pieno di fascino.
7. La scalata. Da Aguas Calientes bisogna ritornare indietro sui propri passi, in direzione idroelettrica, ma questa volta lungo la strada che costeggia il fiume. Dopo aver superato il campeggio, un ponte ed un cancello controllato da guardie segnalano che siete arrivati alla base del sentiero che si sviluppa sulla destra, fronte alla montagna, dei tornanti carrozzabili. Sono circa 500 m di dislivello per 2km di sviluppo su migliaia di scalini accidentati per raggiungere l’ingresso vero e proprio. Circa un’ora di cammino.
8. Il pranzo. Una volta usciti dal villaggio vi sarete giocati l’ultima opportunità di procurarvi acqua e cibo ad un prezzo ragionevole. All’ingresso del Machu Picchu si trovano bagni a pagamento, un bar ed un ristorante a cifre equiparabili a quelli di Piazza San Marco a Venezia. Perciò caricatevi di tutto ciò che potete trasportare e nascondetelo per bene nello zaino. Già perché all’ingresso un cartello a caratteri cubitali tenterà di intimorirvi e dissuadervi dall’idea di portare il vostro pranzo al sacco all’interno delle rovine, per costringervi a consumare al bar convenzionato. Per fortuna, nessuno controlla. Ovviamente non scordate di rimuove i vostri rifiuti ed evitate di inquinare il paesaggio.
9. La guida. Fuori dall’ingresso si trovano numerose guide ufficiali in attesa di un ingaggio da parte dei turisti. I prezzi non sono nemmeno esorbitanti per circa due ore di visita guidata e se incontrate altri visitatori interessati potete dividere la spesa. Noi ci accontentiamo della Lonely Planet e di alcune informazioni scaricate da internet, visto i costi già sostenuti, inoltre come non fa che ripetermi Avidano, quelle delle guide sono tutte supposizioni perché in realtà sul Machu Picchu si sa davo poco.
10. Il ritorno. Il sito chiude poco prima del tramonto, tra le quattro e le cinque. Se ci si vuole fermare fino alla fine, cosa che consigliamo per chi davvero vuole respirare un attimo di magia tra le rovine deserte, e’ meglio trascorre una seconda notte in Aguas Calientes e partire l’indomani mattina, sempre sul presto, per percorrere a ritroso lo stesso percorso dell’andata.

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El condor pasa

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Giorno 619.

Un’ombra oscura il cielo. Vola, la folla trattiene il respiro. Si lancia nel vuoto, dispiega le ali, poi sfrutta la corrente e risale le pareti ancora in ombra del canyon. E’ un’alba fredda, limpida, e siamo tutti qui, coi piedi gelati e il sonno ancora negli occhi, in trepidante attesa del primo tuffo del mattino. Il Cruz del Condor e’ il luogo in cui questi giganti dell’aria nidificano. Un bagno di turisti si raduna ogni mattina per assistere allo spettacolo dei condor che si risvegliano e si lanciano dalle pareti della scarpata. Non sono timidi, ma si fanno attendere, aspettano che il soli scacci le ombre e l’aria si riscaldi per inaugurare una nuova giornata di caccia. Una squadra di donne in abiti variopinti, proveniente dai villaggi circostanti, ci intrattiene vendendo la propria mercanzia, sia essa uno scialle, una berretta, un succo di frutta o un piatto di ceviche che, assicurano con poca convinzione, essere di trota appena pescata nel fiume sottostante. I condor partecipano al business regalando a tutti i presenti uno volteggiare di emozioni. Fierezza, possenza, eleganza e dominio. Per due ore abbondanti, si inseguono sopra le nostre teste, planano in cerchi vorticosi, si tuffano nel loro elemento naturale, l’aria, abbandonandosi a lei senza alcuna fatica. Lo stesso spettacolo si consuma ogni giorno, e tutti vanno a casa contenti.

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Il Canyon del Colca spacca la terra come una ferita. E’ il secondo canyon più profondo del pianeta, una fenditura lunga 100 chilometri che precipita dalle Ande con un salto da brivido verso il letto del fiume, 1200 metri più in basso. Partiamo da Arequipa, una delle città più belle del Perù, con le sue strade ciottolate, le case bianche, le chiese coloniali ed i monasteri in pietra, in compagnia della spagnola Laura e di una coppia di francesi, Samuel ed Emilie, che curiosamente vivono a Briancon a pochi passi da casa nostra. Lungo la strada che ci condurrà al canyon, un paesaggio brutale e desolato si inerpica fino a 5000 metri, dove ci nevica addosso durante la pausa pipì. Incurante, scendo in maglietta e mi acquatto dietro un mucchio di sassi, ormai non mi spaventa più niente. Dall’altra parte si apre una valle ampia, con terrazze verdeggianti coltivate a quinoa che scendono dolcemente verso il Colca, il principale responsabile della formazione di questa meraviglia naturale. Quando inizia la spaccatura vera e propria, la strada si contorce come un serpente e l’autobus spicca il volo.

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A Cabanaconde, la base per le discesa nel Canyon, passiamo una notte breve e gelida. Al mattino ci si alza presto per andare a vedere i condor, al pomeriggio scendiamo verso il cuore della terra. Sono tre giorni di cammino nella polvere, gelidi all’ombra, roventi sotto il sole, attraverso un paesaggio arido e senza nemmeno un albero a fare da riparo. Il sentiero e’ incastonato nella roccia e scende a zig zag lungo la parete verticale del canyon, offrendone prospettive impressionanti. Al fondo, il miraggio di un’oasi di palme e piscine termali ci incoraggia come una ricompensa.

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Il sentiero e’ l’unico collegamento con il resto del mondo. Tutto passa da qui, rifornimenti, viveri, uomini e animali. Ogni tanto incrociamo qualche campesino che procede in direzione opposta, i più fortunati a dorso di mulo, la maggior parte a forza di gambe. Testa bassa, sacca in spalla e radiolina anni ottanta appesa a tracolla che spara musica a tutto volume. Perché pare che, insieme alle foglie di coca, sia il miglior antidoto contro la fatica.

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Se la discesa spacca le punte dei piedi, l’ascesa brucia grassi, polpacci, cosce, glutei. La gente dovrebbe venire qui gratis un mese all’anno per aiutare a trasportare generi di prima necessità, anziché pagare l’iscrizione in palestra. Tutti ne trarrebbero profitto. La parte peggiore della salita e’ che sai già esattamente quello che ti aspetta. Te ne rendi conto piano piano all’andata, mentre scendi leggero saltando tra i ciottoli, di quello che dovrai affrontare al ritorno, quando l’alto diventa basso e la vetta una meta irraggiungibile, avvolta nelle nuvole. L’alternativa è noleggiare un asinello, come fanno in molti, ma non saremo certo noi a pagare perché qualcuno cammini al posto nostro. La fatica e’ una sfida, fisica e psicologica, a cui tre mesi di Patagonia ci hanno forgiato. Quando non c’è la desideri, quasi ti manca, anche se mentre la affronti ti chiedi dove hai messo le gambe di ricambio…

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Bolivia – Informazioni pratiche

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TUPIZA
DA FARE:
Per noi e’ la base di partenza per la visita del Salar. Preferiamo partire da qui piuttosto che dalla caotica Uyuni, per diverse ragioni. Intanto è di strada per chi come noi proviene dalla frontiera Argentina, in secondo luogo e’ una località meno turistica e si dice che le agenzie siano più economiche ed affidabili. Scegliamo un tour di cinque giorni, quattro notti, per un totale el di 1400 Bs a persona, tutto incluso, a parte il biglietto di ingresso al parco,150 Bs, all’isola Incahuasi, 30 Bs, ed alle terme, 10 Bs. Optiamo per un giro più lungo del consueto, per passare più tempo nel salar e scalare il vulcano Thunupa con una vista mozzafiato sul deserto di sale. L’agenzia cui ci affidiamo si chiama Torre e ci riteniamo molto soddisfatti della scelta. L’autista e’ preciso e preparato, il cibo buono e ben cucinato, le sistemazioni sono molto basiche, spesso senza docce o corrente elettrica, ma essendo le stesse per tutti i tour, la sera ci si ritrova in albergo con decine di membri di alti gruppi.
DORMIRE:
Hostel Tupiza – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune – le camere sono piccole ed alcune poco luminose. Però la struttura e’ ricavata all’interno di un tranquillo cortile dove cresce un’enorme albero di fichi. Una piccola cucina poco attrezzata e’ a disposizione degli ospiti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.
Gran Hostal Girasol – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – un alberghetto pulito e appena restaurato. Letti grandi e abbastanza comodi, camere spaziose e bagni puliti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.

POTOSI
DA FARE:
La visita delle miniere e’ un’esperienza all’inferno con in mano un biglietto di andata e ritorno. In centro ci sono diverse agenzie che organizzano tour alcune gestite da ex minatori. Solo per coraggiosi.
DORMIRE:
Hostal Maria Victoria – 70 Bs camera doppia con bagno privato – ricavata all’interno di una vecchia casa coloniale con un ampio cortile imbiancato di bianco. Le stanze migliori sono quelle superiori, meno fredde e meno umide. L’unico difetto e’ che il luogo pare quasi abbandonato, gestito da un giovane che vive solo da qualche parte all’interno della grande casa e che e’ quasi sempre assente.

SUCRE
DA FARE:
Un giorno per fare due passi nel bel centro storico coloniale della città e’ più che sufficiente. Da non perdere un centrifugato alla frutta nel colorato mercato centrale.
DORMIRE:
Residencial Bolivia – 90 Bs camera doppia senza bagno, con colazione inclusa – ottima sistemazione all’interno di un collegio restaurato. Le numerose camere si affacciano su tre diversi cortili interni, attrezzate con piante e poltroncine. I bagni sono puliti, l’acqua e’ discretamente calda, le stanze sono molto pulite.

TORO TORO
DA FARE:
Una passeggiata fra le orme di dinosauro richiede appena una mezza giornata. Ma per chi percorre tanta strada per raggiungere questo villaggio sperduto tra le montagne, non sono da perdere l’ascesa nella grotta ed una passeggiata nel suggestivo canyon. Il tutto obbligatoriamente accompagnati da una guida locale fornita dall’associazione guide della città.
DORMIRE:
Hostal Charcas – 60 Bs camera doppia con bagno in comune – camere semplici ma pulite, all’interno di uno spazioso cortile. Con un piccolo extra la signora che lo gestisce mette a disposizione la cucina.

LA PAZ
DA FARE:
La città e’ grande, ma meno caotica di quanto ci aspettassimo. La stazione degli autobus consigliata per arrivare e’ quella chiamata comunemente “basso”, più vicina al centro e più sicura. Un paio di giorni sono più che sufficienti per visitare il colorato mercato della frutta, quello delle stregonerie ed il Mercado negro che invadono le strade del centro. Da non perdere assolutamente la vista panoramica dal Mirador Killi Killi, uno dei belvedere più suggestivi della città.
DORMIRE:
La Perla Negra Hostal – 120 Bs camera doppia senza bagno, colazione inclusa – situato a duecento metri dalla stazione degli autobus, l’ostello e’ completamente restaurato. Offre camere confortevoli, con letti e biancheria nuovi di zecca. Tv satellitare, acqua calda ed uno splendido terrazzo panoramico con ping pong e bigliardo dove vengono servite le colazioni.

COPACAPANA
DA FARE:
La cittadina si affaccia sul lago Titicaca ed e’ la base di partenza per lance e traghetti che conduco alle isole del sole e della luna. Da non perdere una visita alla cattedrale che sembra in realtà una moschea ed un’escursione al vicino Cerro Calvario, per godere dello spettacolo del sole che tramonta sul lago. La città e’ piuttosto turistica, offre bar, ristoranti e negozi di souvenir a prezzi molto più economici che il vicino Perù. Alcuni chioschi cucinano deliziosi piatti a base di pesce fresco lungo la banchina del porto. Affittando una bicicletta si può anche dedicare una giornata all’escursioni dei dintorni ed alla visita della costa e delle spiagge circostanti.
DORMIRE:
Hostal Sonia – 80 Bs camera doppia con bagno privato – situato a pochi passi dalla cattedrale in una struttura spaziosa e ben tenuta, offre buone camere con TV ed acqua calda, ed una cucina ben attrezzata a disposizione di clienti.

YUMANI – ISLA DEL SOL
DA FARE:
Alcuni sentieri ben tracciati attraversano l’isola e le diverse comunità che la popolano. Qua e’ la si trovano alcune rovine di templi e resti di civiltà precolombiane, ma la parte migliore sono i paesaggi mozzafiato sul lago navigabile più alto del mondo.
DORMIRE:
Hostal Willka Wat’a – 60 Bs camera doppia senza bagno – situato alla cima della tortuosa scalinata che dal porto conduce al villaggio, offre camere molto semplici, ma economiche. Vanta la miglior terrazza con vista sull’alba di tutto il villaggio, che va però in ombra presto nel pomeriggio. Chi preferisse vedere il tramonto deve superare il crinale ed alloggiare in un hostel dal lato opposto del villaggio.

Tutto nasce da qui

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Giorno 612.

Due occhietti neri mi fissano e si nascondono. Affonda il viso nel collo di sua madre ogni volta che la sorprendo a sbirciarmi dall’altro capo della strada. Sono timidi già da piccoli questi boliviani e crescendo non migliorano. Si dice che la Bolivia sia il Tibet delle Americhe ed effettivamente i due paesi condividono molte cose, l’altitudine, gli altipiani desolati, le trecce nere e lunghe che pendono sotto i cappelli, le medesime facce cotte dal sole degli abitanti. Eppure c’è qualcosa di molto diverso nell’aria, sarà la religione, la cultura, la quinoa…però non basta, c’è molto di più. Non riesco a togliermi un vago senso di ostilità che traspare da questa gente così sfuggente e taciturna, che mi affascina, ma che ancora non posso capire.

Tra i volti della Bolivia, da quello impenetrabile della selva amazzonica ai bianchi deserti dei salares, il lago Titicaca e’ quello che più di ogni altro ricorda un angolo di Himalaya. Uno specchio d’acqua enorme, sorprendentemente blu, acquattato tra le vette delle Ande, giusto al confine col Perù. Questo e’ il luogo in cui tutto è’ iniziato, così si dice. Tradizione e storia si intrecciano col mito e trasformano questo mare ad alta quota in uno dei siti più mistici e rappresentativi della cultura indigena. Il lago prende il nome da una mitica isola che si erge come un pugno dalle acque, e che successivamente varrà ribattezzata Isla del Sol per aver dato i natali alle divinità fondatrici della città di Cusco e di tutta la dinastia Inca. Una specie di Adamo ed Eva andini ed il loro paradiso terrestre. Il mito vuole che sul fondale giacciano ancora antiche città perdute, ma nessun abitante dell’isola vuole davvero scoprire cosa c’è la sotto. Il lago è sacro e non si tocca, lo si rispetta perché rappresenta il luogo in cui la loro storia e’ cominciata.

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A Copacabana c’è festa. Musica stile cumbia tutta la notte, ubriachi ben vestiti per le strade scappati dalla città per un week end di follia, bancarelle con ogni genere di mercanzia. Una giovane coppia di La Paz, troppo socievole per essere sobria, insiste a tutti i costi per invitarci a cena in un fast food. Sono alticci, rubicondi e soffrono di una certa logorrea verbale. Non provo nemmeno a ribattere ed e’ inutile cercare di spiegargli il nuovo regime alimentare di mio marito. Ci lasciamo trascinare e finiamo intrappolati davanti a un pollo fritto con patate. Lui indossa un completo doppiopetto, sembra uscito da un matrimonio, lei un’elegante bombetta ed una gonna a pieghe di taffettà azzurro che la rende ancor più voluminosa. Quando afferra la mano di Avidano e in un impeto di euforia se la appoggia fra le tette, sgrano gli occhi e fisso il marito aspettandomi il peggio, ma lui non sembra farci caso. Ringraziamo educatamente e ce la svignamo alla svelta prima di venir irrimediabilmente coinvolti in una rissa da KFC.

La cittadina e’ minuta, graziosa, con una cattedrale che sembra più una moschea che una chiesa ed un belvedere che culmina con una croce, battezzato con fantasia Monte Calvario. A vederlo sembra una collina, ma lungo i consumati gradini di pietra che portano verso la cima la carenza di ossigeno si fa sentire e ci costringe a fermarci varie volte per riprender fiato. Gambe pesanti, cuore che scoppia, mani sudare. La vista da lassù spazia sul lago, in lontananza la costa peruviana. Il sole e’ fortissimo, l’aria rarefatta, la luce trasparente. Le acque stupende colorano di blu un paesaggio nudo e maestoso, fatto di vette altissime spruzzate di bianco e sponde selvagge. La Isla del Sol è la più grande del Titicaca, ma non la sola. La sua metà, la Isla della Luna, si erge a poca distanza e come una coppia di amanti separati si sfiorano senza toccarsi. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna, il sole e la luna, il grande e il piccolo, gli opposti che si guardano e si attraggono a quattromila metri sul livello del mare.

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Sull’isola il tempo si ferma. Luce abbagliante, silenzio accecante non fosse per il vento che batte forte sul paese. Il sole che nasce dalle Ande accarezza la finestra. Sgattaioliamo fuori all’alba. Alcuni gradini di pietra logori conducono a un sentiero ciottolato che si snoda fino alla sommità del paese. Ci inerpichiamo tra i vicoli addormentati, verso il cammino inca che percorre l’isola sulla cresta della montagna. Una coppia di alpaca color miele pascola nell’erba, tra terrazze minuziosamente coltivate a quinoa e patate da donne in gonna arcobaleno. Un bambino sbuca da una siepe pretendendo una propina per la foto ai suoi animali. Tiriamo dritti scandalizzati e fingiamo di non capire.

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Qualche minuto e siamo sul punto più alto dell’Isla del Sol. Ovunque, questo blu che colpisce come una mazzata, violento, strabordante, potente, che intrappola, il blu di questo splendido cielo di maggio riflesso in acque gelide e trasparenti. A nord-est, le Ande boliviane ricoperte di ghiaccio e neve, le stesse distese immense di roccia increspata che ci accompagnano ormai da mesi in questo viaggio. Le rovine sono solo quattro sassi, ma se penso che su questa stessa crosta brulla che stiamo calpestato è nata una civiltà, mi sento al centro del mondo.

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Alcune vecchie risalgono la spina dorsale dell’isola trascinando un mulo carico di ortaggi e legna, il volto scuro, brunito dal sole, nascosto sotto un cappello di paglia ed un fagotto colorato legato sulla schiena. Nelle tradizionali tovaglie a righe si trasporta di tutto, senza distinzione, alimenti, figli, piccoli animali. Il sole al tramonto tinge di rosa le pietre lisce e gli arbusti circostanti. Un asinello muto e ostile come i suoi padroni ci studia da lontano mentre la luce scompare. Fa buio in pochi minuti, e comincia a fare un freddo cane. Percorriamo la strada a ritroso mentre fa notte, la stessa polvere, le stesse pietre, stavolta in discesa. La vita nelle case sembra andare a dormire seguendo i ritmi del sole. Non ci sono lampioni lungo il sentiero e di notte le uniche luci sono quelle della luna, delle stelle e qualche bagliore che proviene dalle finestre. E mentre lentamente l’oscurità ammanta l’isola, una dopo l’altra le greggi tornano agli ovili.

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