La Paz

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Giorno 607.

La Paz e’ una caldera a 3700 metri d’altezza, la capitale più alta del pianeta. Circondata da imponenti montagne che superano i 6000 metri, tra cui il facilmente scalabile Huayna Potosi, ha una posizione scenograficamente invidiabile. Il centro e’ anche piuttosto bello, nel senso terzomondista del termine, con colorati mercati all’aperto, signore con bombetta e gonna larga, una cacofonia perenne di suoni ed odori intensi ed esotici. Qualche chiesa coloniale, una certa dose di calore latino ed una manciata di ubriachi aggiungono un tocco affascinante al suggestivo mix. L’uso dell’intonaco non e’ mai arrivato in città, le case espongono tutte i mattoni in vista trasmettendo quel vago senso di incompiutezza, che abbiamo già notato quasi ovunque in Asia. In compenso un’ovovia nuova fiammante, degna più di Aspen che dell’altopiano boliviano, collega il centro con la periferia di “El Alto”, la zona più povera e malandata della città. Nel giorno dell’inaugurazione, una coda di sei isolati si srotola per le vie del centro, costringendoci a rinunciare. Dalle descrizioni fatteci da alcuni altri turisti, ci aspettavamo un luogo decisamente più caotico ed in un certo senso anche pericoloso, invece la gente e’ tranquilla, ci sono famiglie in giro fino alle 11 di sera e nel complesso ci troviamo bene. Insomma, rispetto al caos asiatico e soprattutto indiano, questi boliviani sono dei dilettanti…

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Ma le mie condizioni di salute continuano a peggiorare e non mi permettono di godermi appieno la città, così aspettiamo il lunedì per trovare una clinica in cui farmi esaminare. Abbiamo letto da poco un articolo sul penoso stato dell’ospedale pubblico di La Paz, per cui cerchiamo una struttura privata, siamo assicurati e le spese non ci spaventano. E poi, in una ventata di ottimismo e freschezza continuiamo a sperare che siano solo emorroidi, per cui ci aspettiamo una breve visita con tanto di pacca sulle spalle. Il dottor Vega della Clinica Alemana purtroppo non è dello stesso avviso e mi ricovera seduta stante per una bella colonscopia, dicendo che il mio malessere “potrebbe essere di tutto”. Questa frase mi gela il sangue nelle vene. Ecco, ho un cancro al colon, lo sapevo. Cerco nella mente le parole per dirlo a mia madre.

Vengo sistemato in una camera privata, con spazio anche per Giulia, una flebo ed un bagno pulitissimo che mi faranno compagnia per tutto il pomeriggio, perché la preparazione all’esame comporta frequentissime visite, non proprio di piacere, alla tazza del cesso. Per fortuna che vengo gestito da un paio di infermiere giovani e carine, anche se un po’ inesperte. Sorvolo sulle modalità di investigazione del mio colon, mi ricordo solo di essermi svegliato confuso con Giulia al mio fianco ed io che non ne volevo sapere di sedermi sulla sedia a rotelle, preferendo accasciarmi sul duro pavimento, scambiato per il mio letto. Con l’aiuto di un’inserviente, un energumeno addetto al recupero dei pazienti in forte stato confusionale, riesco finalmente a raggiungere la mia camera. Pare che il mio problema non sia un tumore, ma una forma non ben specificata di colite ulcerosa cronica. Nella migliore delle ipotesi, un mese di supposte, nella peggiore, una forma autoimmune che mi accompagnerà per sempre, per la vita. Come un diamante, un figlio, una Volkswagen. Naturalmente il sempre ottimista dottor Vega propende per quest’ultima…ma per averne la certezza, bisogna aspettare qualche giorno ed i risultati della biopsia. Passo una notte d’inferno, preoccupato, confuso, stanco e con una flebo che mi scarica direttamente in vena una quantità preoccupante di bollicine d’aria.

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Segue una settimana di febbrili ricerche su internet, non voglio dovermi curare a vita e cerco di trovare un soluzione immediata. Ci imbattiamo in alcuni blog che spiegano come per migliorare sia necessario fare scelte alimentari drastiche, rinunciando a cereali, legumi, latticini e tutti i cibi raffinati. Cazzo, la pizza no…ma sto abbastanza male per decidere che vale la pena provare. Arriva il venerdì, e con esso i risultati. Per fortuna la più grave forma autoimmune per il momento viene scongiurata, resta la diagnosi di qualcosa di non ben definito. Ci convinciamo una volta di più che l’alimentazione possa fare la differenza, così ci informiamo meglio. Viene fuori che i cereali sono buoni per gli uccelli, non per gli esseri umani, e che un alimentazione sana si basa su ciò che già e’ reperibile in natura, evitando qualsiasi tipo di lavorazione: carne, pesce, uova, frutta e verdura a volontà. Questa paleo-dieta, così chiamata per richiamare un ritorno alle origini, ci sembra una teoria plausibile e, vincendo il nostro scetticismo e la nostra resistenza culturale, decidiamo di fare un prova, almeno per un periodo…anche se quasi mi vengono le lacrime agli occhi ripensando alla mia ultima pizza o ai miei ultimi spaghetti alle vongole, cerco di consolarmi pensando che, alla peggio, perderò qualche chilo…

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  1. Ussignur Fede!!! Ma che impressione questa foto da malato…no no…torna in salute, forza!!! Certo che ti stai creando un muro di anticorpi in -ab bat ti- bi le! buona guarigione!!!!!

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