El condor pasa

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Giorno 619.

Un’ombra oscura il cielo. Vola, la folla trattiene il respiro. Si lancia nel vuoto, dispiega le ali, poi sfrutta la corrente e risale le pareti ancora in ombra del canyon. E’ un’alba fredda, limpida, e siamo tutti qui, coi piedi gelati e il sonno ancora negli occhi, in trepidante attesa del primo tuffo del mattino. Il Cruz del Condor e’ il luogo in cui questi giganti dell’aria nidificano. Un bagno di turisti si raduna ogni mattina per assistere allo spettacolo dei condor che si risvegliano e si lanciano dalle pareti della scarpata. Non sono timidi, ma si fanno attendere, aspettano che il soli scacci le ombre e l’aria si riscaldi per inaugurare una nuova giornata di caccia. Una squadra di donne in abiti variopinti, proveniente dai villaggi circostanti, ci intrattiene vendendo la propria mercanzia, sia essa uno scialle, una berretta, un succo di frutta o un piatto di ceviche che, assicurano con poca convinzione, essere di trota appena pescata nel fiume sottostante. I condor partecipano al business regalando a tutti i presenti uno volteggiare di emozioni. Fierezza, possenza, eleganza e dominio. Per due ore abbondanti, si inseguono sopra le nostre teste, planano in cerchi vorticosi, si tuffano nel loro elemento naturale, l’aria, abbandonandosi a lei senza alcuna fatica. Lo stesso spettacolo si consuma ogni giorno, e tutti vanno a casa contenti.

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Il Canyon del Colca spacca la terra come una ferita. E’ il secondo canyon più profondo del pianeta, una fenditura lunga 100 chilometri che precipita dalle Ande con un salto da brivido verso il letto del fiume, 1200 metri più in basso. Partiamo da Arequipa, una delle città più belle del Perù, con le sue strade ciottolate, le case bianche, le chiese coloniali ed i monasteri in pietra, in compagnia della spagnola Laura e di una coppia di francesi, Samuel ed Emilie, che curiosamente vivono a Briancon a pochi passi da casa nostra. Lungo la strada che ci condurrà al canyon, un paesaggio brutale e desolato si inerpica fino a 5000 metri, dove ci nevica addosso durante la pausa pipì. Incurante, scendo in maglietta e mi acquatto dietro un mucchio di sassi, ormai non mi spaventa più niente. Dall’altra parte si apre una valle ampia, con terrazze verdeggianti coltivate a quinoa che scendono dolcemente verso il Colca, il principale responsabile della formazione di questa meraviglia naturale. Quando inizia la spaccatura vera e propria, la strada si contorce come un serpente e l’autobus spicca il volo.

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A Cabanaconde, la base per le discesa nel Canyon, passiamo una notte breve e gelida. Al mattino ci si alza presto per andare a vedere i condor, al pomeriggio scendiamo verso il cuore della terra. Sono tre giorni di cammino nella polvere, gelidi all’ombra, roventi sotto il sole, attraverso un paesaggio arido e senza nemmeno un albero a fare da riparo. Il sentiero e’ incastonato nella roccia e scende a zig zag lungo la parete verticale del canyon, offrendone prospettive impressionanti. Al fondo, il miraggio di un’oasi di palme e piscine termali ci incoraggia come una ricompensa.

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Il sentiero e’ l’unico collegamento con il resto del mondo. Tutto passa da qui, rifornimenti, viveri, uomini e animali. Ogni tanto incrociamo qualche campesino che procede in direzione opposta, i più fortunati a dorso di mulo, la maggior parte a forza di gambe. Testa bassa, sacca in spalla e radiolina anni ottanta appesa a tracolla che spara musica a tutto volume. Perché pare che, insieme alle foglie di coca, sia il miglior antidoto contro la fatica.

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Se la discesa spacca le punte dei piedi, l’ascesa brucia grassi, polpacci, cosce, glutei. La gente dovrebbe venire qui gratis un mese all’anno per aiutare a trasportare generi di prima necessità, anziché pagare l’iscrizione in palestra. Tutti ne trarrebbero profitto. La parte peggiore della salita e’ che sai già esattamente quello che ti aspetta. Te ne rendi conto piano piano all’andata, mentre scendi leggero saltando tra i ciottoli, di quello che dovrai affrontare al ritorno, quando l’alto diventa basso e la vetta una meta irraggiungibile, avvolta nelle nuvole. L’alternativa è noleggiare un asinello, come fanno in molti, ma non saremo certo noi a pagare perché qualcuno cammini al posto nostro. La fatica e’ una sfida, fisica e psicologica, a cui tre mesi di Patagonia ci hanno forgiato. Quando non c’è la desideri, quasi ti manca, anche se mentre la affronti ti chiedi dove hai messo le gambe di ricambio…

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  1. Quello che si vede sulle enciclopedie….. ma qui, attraverso il vostro racconto e le vostre immagini mi pare di viverlo dal “vivo”! Stupenderrime cose! Dico “GRAZIE” a voi e alla tecnologia che ci permettete di fare arrivare tutto ciò nelle nostre case!

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