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Argentina – Informazioni pratiche

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PUERTO IGUAZU
DA FARE:
Le imponenti cataratte meritano almeno due giorni di visita, nonostante sia necessario pagare due volte il biglietto di entrata al parco. Il lato brasiliano e’ più fotogenico perché consente una panoramica completa delle cascate sul fiume, quello argentino con le sue passerelle mozzafiato ti ci porta proprio dentro.
DORMIRE:
Poramba Guesthouse – 59 Pesos a persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – a breve distanza dalla stazione dell’autobus, offre camere con aria condizionata, giardino con amache, piscinetta un po’ verde ed ampia cucina. Buone le colazioni, ma tante, tantissime le zanzare.

BUENOS AIRES
DA FARE: La capitale argentina e’ una città gigantesca, dagli enormi contrasti. Il caldo dell’estate ci tarpa un po’ le ali, ma grazie alla guida del nostro amico Fernando riusciamo a scoprire anche gli angoli più nascosti della città, tipo la Glorieta di Belgrano per esplosioni spontanee di tango e la Costanera, dove si balla e si mangiano panini con asado e chorizo fino alle prime ore del mattino. I quartieri monumentali del centro e quelli più caratteristici di San Telmo e della Boca meritano più di una visita, così come il cimitero della Recoleta.
DORMIRE:
06 Central Hostel – 130 Pesos in camera doppia con bagno condiviso e colazione inclusa – Uno degli ostelli più economici del centro, soprattutto perché otteniamo uno sconto per lunga permanenza. Dedicato più a persone che stanno in città per lunghi periodi che ai semplici turisti, e’ frequentato da personaggi un po’ naïf, ma il personale e’ gentile, i bagni puliti e la posizione eccellente. Unica pecca, la carenza cronica di padelle in cucina e l’arrivo di un gruppo di sessanta rumorosi brasiliani a ridosso di capodanno, che turbano non poco la routine che si era venuta a creare.

JUNIN DE LOS ANDES
DA FARE: Per noi Junin rappresenta il primo assaggio delle Ande e per questo ne conserviamo un ottimo ricordo. La cittadina e’ la base per le escursioni al vulcano Lanin ed al parco omonimo con i numerosi laghi. Il più bello e’ il Paimun, con acqua cristallina, spiagge di sabbia nera e campeggi eccezionali. L’ascesa alla base del vulcano e’ interessante, e nemmeno tropo impegnativa.
DORMIRE:
Tromen Hostel – 80 Pesos a persona in dormitorio con bagno e colazione inclusa – l’ostello e’ carino ed i proprietari sono una grande fonte di informazioni e suggerimenti per le escursioni nelle montagne dei dintorni.
Camping Piedra Mala – 40 Pesos a persona – il camping e’ posizionato sulle rive del Lago Paimun, vicino ad una spettacolare spiaggia vulcanica, ed e’ probabilmente uno dei più scenografici in cui siamo stati. Si raggiunge camminando un’ora circa dalla fermata dell’autobus, ma ne vale davvero la pena.

VILLA LA ANGOSTURA
DA FARE: Il paese e’ molto turistico, anche se nel senso buono perché ha conservato un’architettura attraente, con case in legno pietra, e ricorda una località delle Alpi. E’ comunque un posto abbastanza commercializzato, con tour ed attività per tutti i gusti. I dintorni sono bellissimi, il lago Nahuel Huapi regala viste mozzafiato, con prati verdissimi e spiaggie bianche simil-tropicali. Il mirador più scenografico, il Cerro Campanario, si raggiunge da Bariloche ad un paio d’ore di autobus. Il parco “Los Arrayanes” protegge una grande foresta di questi alberi dal legno durissimo e dalla corteccia rossa e fredda. Merita una visita, anche se il percorso di 26 km tra andata e ritorno può essere un po’ stancante. Però le barchette turistiche ti possono risparmiare metà della fatica, portandoti all’estremità della penisola, in modo da dover percorrere solo il ritorno..
DORMIRE:
Unquehue Camping – 60 Pesos a persona + 20 Pesos per la tenda – il camping e’ molto grande e ben organizzato, con elettricità nelle piazzole, ampi bagni puliti, ma nel complesso e’ un po’ caro, anche per via dell’alta stagione. L’atmosfera e’ molto piacevole, grazie ai molti studenti argentini in vacanza, ed ogni sera e’ un pullulare di asado, chitarre e chiacchiere fino a notte fonda.

EL BOLSON
DA FARE:
La cittadina e’ molto graziosa e la patria di Hippies in pensione che si dedicano alla coltivazione di bacche e frutti di bosco. Quasi tutti i giorni in centro si tiene una fiera artigianale dove si possono degustare piatti biologici, birre artigianali, crostate di mirtilli e miele locale. Da non perdere un gelato ai frutti rossi dal celebre Jauja. Poi ci sono le escursioni: i sentiero nei dintorni sono numerosi, in un giorno sbrighiamo il super frequentato trekking al Cajon del Azul, bello ma non entusiasmante. Cerchiamo di evitare di ritrovarci in mezzo a migliaia di studenti in vacanza e preferiamo il più impegnativo Cerro Lindo, per gustarci tre giorni di pace e viste mozzafiato.
DORMIRE:
Kali do Sur – 100 Pesos a persona in dormitorio con bagno in comune – in pieno centro e’ un’ottima sistemazione. Il personale e’ gentile e simpatico, le camere piccole ma molto pulite. La cucina ben attrezzata e la sala comune spaziosa, affacciata su un giardinetto con fragole e barbecue a disposizione.
Camping Refugio Cerro Lindo – 40 Pesos a persona – noi campeggiamo vicino alla laguna, dove ogni giorno facciamo il bagno per rilassarci dalle lunghe camminate. Il rifugio offre letti e pasti caldi a prezzi modici. Il bagno e’ all’aperto e la doccia si fa alle cascate. Il mitico signor Julio e’ un personaggio che aggiunge un tocco di carattere al soggiorno.

USHUAIA
DA FARE:
Una delusione. La città e’ grande, costosa e molto affollata a causa dell’attracco quotidiano di gigantesche navi da crociera che sbarcano in certo migliaia di turisti al giorno. I prezzi sono assurdi, per qualsiasi cosa, bar, ristoranti, tour in barca, escursioni al parco, persino gli autobus sono cari. Manca l’atmosfera da fine del mondo che troviamo invece nella meno turistica e sviluppata parte cilena della Terra del Fuoco. Però come tutti vogliamo scendere fino qui, fare la foto col cartellone e poter dire di esserci arrivati.
DORMIRE:
Camping Pista del Andino – 60 Pesos a persona – l’unica sistemazione disponibile in città in alta stagione, ad un prezzo ragionevole. Il camping e’ lontano dal centro, ma offre una buona vista sullo stretto, bagni con acqua calda ed una baita chiusa e riscaldata dove poter cucinare e passare le giornate piovose con un discreto WIFI.

EL CALAFATE
DA FARE:
La cittadina e’ super turistica e centinaia di agenzie offrono Tours in barca per risalire fino alla base dei numerosi ghiacciai che fanno parte del Parco Nazionale Los Glaciares. Noi visitiamo il più famoso Perito Moreno, l’unico raggiungibile via terra con autobus o autostop. La giornata purtroppo e’ infame ed un vento gelido scende diretto dal mare di ghiaccio. Nelle giornate di sole, grazie alle temperature più elevate, in teoria si dovrebbero vedere molte più frane di ghiaccio, ma lo spettacolo e’ comunque emozionante.
DORMIRE:
El Ovejero Camping, Hostel y Restaurante – 65 Pesos a persona in dormitorio con bagni del campeggio – il camping e’ situato a pochi passi dal centro. Offre piazzole ben attrezzate, dormitori economici ricavati all’interno di alcune costruzioni prefabbricate e riscaldate, oltre ad alcune camere più costose nella parte definita propriamente ostello, dotata di cucina e bagni interni. Da non perdere e’ un asado nel ristorante del campeggio, uno dei più rinomati della città, a prezzi abbordabili e porzioni giganti.

EL CHALTEN
DA FARE:
Di trekking ce ne sono da togliersi la voglia. Noi facciamo un mini circuito di tre giorni, e due notti, per raggiungere la base del Fitz Roy e del Cerro Torre, risalendo fino alla Laguna Piedras Blancas. Per questioni di tempo saltiamo l’escursione alla Laguna Toro, che invece consigliamo, perché dal rifugio e’ possibile raggiungere una vetta piuttosto impegnativa, che regala nei giorni di sole la vista sull’intero Campo de Hielo Sur.
DORMIRE:
Camping Hostel del Lago – 80 Pesos a persona in dormitorio con bagno privato – l’ostello e’ il preferito da scalatori, professionisti e non, in visita ad El Chalten e in attesa delle condizioni meteo ideali per organizzare le proprie uscite. Le camere sono pulite e riscaldate, con bagno privato. L’ambiente comune e’ ampio, con grandi tavoli di legno, TV e cucina attrezzata. L’atmosfera e’ allegra e festaiola, a volte anche troppo.
Campamento Poincenot – gratuito con servizi igienici, ma niente docce – situato in un bosco riparato a poca distanza dal torrente, e’ il punto di partenza ideale per scalare la base del Fitz Roy ed assistere all’alba dalla Laguna de Los Tres.
Campamento De Agostini – gratuito con servizi igienici, ma niente docce – il campeggio e’ più scoperto ed esposto al vento. Si trova a qualche centinaio di metri dalla Laguna Torre, alla base dell’omonimo Cerro Torre.

LAGO DEL DESIERTO
DA FARE:
Da El Chalten raggiungiamo Villa O’Higgins a piedi, l’ultima città della Carretera Austral. In assenza di trasporti pubblici e di traffico in generale, dal paese siamo costretti a prendere un taxi fino al Lago del Deserto. Con l’ultima lancia delle cinque del pomeriggio attraversiamo il lago e sbrighiamo le pratiche alla frontiera Argentina. Proseguiamo con un trekking di un paio d’ore, per raggiungere la parte alta della valle dove campeggiamo in mezzo al niente. Il giorno seguente percorriamo i sedici chilometri che mancano per raggiungere Candelario Mansilla e la frontiera cilena. Nel primo pomeriggio una barca attraversa il Lago O’Higgins e ci conduce all’omonimo villaggio. E’ necessario portarsi cibo sufficiente per tutto il tragitto, mentre l’acqua si può tranquillamente bere dai torrenti lungo il percorso.
DORMIRE:
Camping libero – il personale alla frontiera insiste affinché si raggiunga un’area attrezzata già in territorio cileno, ma la maggior parte di quelli che affrontano la traversata si ferma a dormire ancora in Argentina. Appena prima dei cartelli che segnalano il confine, si trova un’area erbosa con acqua corrente ed alcuni archi in ferro, scheletro di qualche installazione militare abbandonata. E’ il luogo ideale per campeggiare.

SALTA
DA FARE:
Considerata la città più bella di tutta l’Argentina, per noi europei e’ forse un’affermazione eccessiva, il centro in stile coloniale e’ grazioso e vivace. L’attrazione principale e’ una visita alla monumentale Quebrada del Cafayata, lungo la strada che conduce all’omonima città e che dista un centinaio di chilometri. Da non perdere una visita al Museo Archeologico di Alta Montagna, dove ogni giorno a mezzogiorno si può usufruire di una visita guidata gratuita, inclusa nel biglietto. All’interno si conservano le mummie congelate di tre bambini inca, vittime di sacrifici umani, ritrovate sulla cima del Llullaillaco. Un’esperienza intensa e molto interessante, soprattutto se accompagnata dalle spiegazioni di una guida.
DORMIRE:
Exxes Hostel – 60 Pesos a persona in dormitorio con bagno in comune – l’ostello e’ molto poco curato, alcuni bagni sono rotti, le camere sono prive di finestre, la cucina mal attrezzata, i cuscini di polistirolo. Quasi a parità di prezzo il 7 Duendes, a mezza quadra di distanza, e’ sicuramente una scelta migliore.
7 Duendes Hostel – 70 Pesos a persona in dormitorio da due con bagno in comune e colazione inclusa – poco lontano dalla stazione degli autobus, a sud del centro, l’ostello offre camere pulite, bagni funzionali, una grande cucina completamente attrezzata ed un ampio giardino interno con prato e salotto tv. Buon WIFI.

CACHI
DA FARE:
La parte migliore da vedere e’ la strada che da Salta sale fino all’altopiano di Cachi, con scorci suggestivi e curve da brivido. La cittadina e’ tranquilla con un centro vecchio in stile coloniale e case intonacate di bianco. Nei dintorni ci sono alcune rovine preincaiche e nei pressi del piccolo aeroporto pare che di notte si intravedano strane luci danzare nel cielo. Parola di Antonio Zuleta, ufologo per passione.
DORMIRE:
La Mamama – 120 Pesos in camera doppia con bagno in comune – ottima accoglienza per quest’ostello ricavato in una vecchia casa con cortile. Camere ben arredate con pavimenti in legno di cactus, cucina a disposizione e bagni con acqua calda.

TILCARA
DA FARE:
Il paese e’ molto sfruttato come base per visitare i villaggi circostanti. Evitiamo i trekking nei dintorni e ci concentriamo sulle attrazioni principali. La super turistica Purmamarca con il celebre Cerro de los Sietes Colores, visitabile con un breve circuito di un’ora di cammino. E la Paleta del Pintor, con belvedere in pieno cimitero, un po’ macabro ma davvero suggestivo.
DORMIRE:
Hostel El Andaluz – 180 Pesos in camera doppia con bagno privato e colazione inclusa – in paese e’ sicuramente la sistemazione più economica. La camera e’ confortevole, anche se l’ostello nell’insieme e’ piuttosto essenziale. Cucina spartana e colazione basica, ma l’ambiente e’ molto rilassato e lo staff simpatico. Visti i prezzi in paese non ci possiamo davvero lamentare.

HUMAHUACA
DA FARE:
Pochi si fermano in città per visitare la quasi sconosciuta Serrania del Hornocal. Tutti i giorni, nei pressi del ponte, si trovano jeep 4×4 con cui contrattare un passaggio andata e ritorno fino al belvedere, a quattromila metri di altitudine e venticinque chilometri dal centro, da cui si può godere del panorama più suggestivo di tutta la valle a nord di Salta. Sono dodici chilometri di montagne stratificate in diversi colori. Un paesaggio unico e poco frequentato.
DORMIRE:
Posada El Sol – 200 Pesos in camera doppia senza bagno con colazione inclusa – bellissima location per questo ostello situato al di la del ponte, a circa un chilometro dal centro. Dispone di diverse camere caratteristiche all’interno di un giardino ben curato. Cucina a disposizione e personale molto gentile.

NOTE:
Cambio Dicembre 2013 / Marzo 2014 – 1 euro = 13 Pesos circa cambiati al mercato nero

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Supernatural

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Giorno 577.

L’Argentina ti sorprende sempre. E non solo per i prezzi che lievitano a vista d’occhio per via della scellerata politica monetaria del governo di Cristina Kirchner. E nemmeno per la somiglianza della Presidenta con l’uomo che ha dominato la scena politica italiana negli ultimi vent’anni: populismo e faccia di plastica vi ricordano qualcuno? Le sorprese a cui mi riferisco sono quelle di un paesaggio che varia moltissimo da nord a sud, da est ad ovest, e che non manca mai di affascinare per la sua grandiosa bellezza.

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La capitale del Nordovest e’ Salta, detta “la linda”, la bella. Sarà anche meglio di molte altre città argentine, ma non e’ niente di eccezionale soprattutto se si giudica con standard europei, dove quasi ogni centro storico e’ un capolavoro d’arte urbana rispetto a quasi tutte le città del Sudamerica che abbiamo visitato sinora. Però c’è un bel museo archeologico, in cui si possono osservare le uniche tre mummie al mondo non secche, nel senso che conservano ancora al loro interno i liquidi corporei. Ritrovate sulle Ande, congelate a più di seimila metri d’altezza, vengono conservate dentro teche di vetro, con una particolare tecnica di refrigerazione che ne consente il mantenimento della struttura molecolare. Si tratta di un bambino, una bambina ed una ragazzina, vittime cinquecento anni fa di un sacrificio umano incaico. Questi figli di notabili inca venivano prescelti a Cusco attraverso cerimonie rituali, trasportati per centinaia di chilometri, ubriacati e drogati fino a morire di ipotermia sulla cima di qualche vetta andina considerata sacra, per ingraziarsi le divinità o placare una sciagura. Sembrerà strano, ma per le famiglie degli sventurati era un grande onore. O almeno questo e’ quello che ci viene raccontato, anche se mentre guardiamo uno dei piccoli rannicchiato in posizione fetale, cercando di immaginare quello che deve aver provato mentre si addormentava per l’ultima volta, lontano da casa, avvolto nei suoi abiti cerimoniali con i capelli intrecciati a festa, conserviamo i nostri dubbi.

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Ma il meglio e’ fuori città. Verso sud la Quebrada di Cafayate e’ un torreggiare di rocce rosse che emergono come castelli nel deserto, intervallate da pareti di pietra colorata e stratificata. Sulla mappa sono quasi cinquanta chilometri punteggiati da siti di interesse dai nomi evocativi che costringono i turisti ad accostare per scattare qualche foto. La Garganta del Diablo, l’Anfiteatro, la Yesera, el Sapo, el Castillo. Come al solito evitiamo i tour e compriamo un biglietto di sola andata su un autobus locale. Ci affidiamo alla buona sorte per incontrare qualche volenteroso che si faccia carico di scorrazzare due italiani autostoppisti tra tutte queste meraviglie. La strategia vincente e’ vecchia come il mondo, io che mi nascondo dietro un cespuglio e mando avanti mia moglie. Ci raccoglie una coppia di Buenos Aires, tutti gli argentini sono di Buenos Aires. Sono gentili ma troppo frettolosi, i classici maniaci di uno scatto e via, così decidiamo di percorrere la strada al ritroso, sempre con autostop, per goderci meglio il paesaggio e fare qualche sosta in più.

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A Cachi, paesino sperduto tra montagne di cactus, Antonio Zuleta va a caccia di UFO. Lo incontro nella piazzetta davanti alla chiesa, e mi intrattiene per un’ora buona con le sue teorie, nemmeno troppo bizzarre, sugli avvistamenti di oggetti volanti non identificati nella zona. Mi dice che l’ora migliore e’ verso le otto e mezza di sera, vicino alla pista di atterraggio…che gli extraterrestri si stiano preparando ad un’invasione? La sera sbirciamo su internet, e scopriamo che in Argentina un famoso giornalista ha persino dedicato un servizio in TV all’argomento…e nel video si vedono chiaramente, nel cielo stellato, sorgenti luminose che si muovono in modo perlomeno “strano”, tanto da lasciare basito il giornalista stesso…d’ora in poi aspetteremo fiduciosi una comunicazione aliena, non si sa mai…

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A nord invece, verso il confine con la Bolivia, e’ la volta di piccole comunità Quechua disseminate tra canyon in multicolor, cactus come candelabri e cimiteri in collina ornati di fiori di plastica. Nel paesaggio secco e quasi desertico, il ghiaccio della Patagonia sembra ormai appartenere ad un’altra dimensione. Per quanto turistiche, Purmamarca, Tilcara e Humahuaca costituiscono una vera lezione di geologia, con le rocce che si piegano spinte dalle forze tettoniche, rivelando strati di colori iridescenti, dal rosso al giallo, dal verde al rosa, al bianco. La zona più spettacolare e’ quella chiamata Serrania del Hornocal, a pochi chilometri dal paese di Humahuaca. E’ anche incredibilmente la meno visitata, snobbata dalle guide di viaggio e di conseguenza dai turisti. Ci godiamo la meraviglia in perfetta solitudine, circondati da vigogne selvatiche e stremati dalla mancanza d’ossigeno a 4500 metri. E ringraziamo il nostro amico Ferran che ce l’ha fatta conoscere.

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A Iruya ci regaliamo un trekking di un paio di giorni fino ad una comunità indigena locale. Il villaggio di San Isidro sembra un paese fantasma ed completamente isolato dal mondo. Si raggiunge risalendo un sentiero che a tratti scompare inghiottito dal letto di un fiume neanche tanto secco, visto che ci tocca guadare diverse volte il torrente ghiacciato con l’acqua fino alle cosce. I muli sono il mezzo di trasporto per eccellenza. Più preziosi di una Ferrari per gente che vive tra le montagne senza strade. Con Elodie e Gaston passiamo due giorni alla scoperta di un mondo diverso, popolato da vecchi che quasi non parlano spagnolo e da cui i giovani fuggono in cerca di distrazioni. Un’esperienza interessante, a parte lo scorpione che esce dal bagno nel cuore della notte e che per poco non mette in fuga anche noi…

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Passaggio a Sud

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Giorno 527.

L’alba sta sorgendo su El Chalten ed io, sdraiata nel piano superiore del mio lettino, mi stiracchio pigramente preparandomi alle nuove fatiche che mi aspettano. Sono state notti movimentate. Di solito nel dormitorio cerchiamo di occupare un unico letto a castello. Fede dorme sempre sotto con la scusa che soffre di vertigini. Io sto al piano di sopra, ma non mi dispiace. Questa volta però come coinquilino di letto mi è toccato un francese nottambulo e pazzo. Dopo un mese di soggiorno in paese, non si sa bene a fare cosa, visto che non scala ne’ l’ho mai visto uscire per alcuna escursione, ancora non conosce una parola di spagnolo. In compenso si dedica attivamente al linguaggio del corpo. Tutte le notti rientra all’alba, a volte con qualche ragazzina alticcia rimorchiata in ostello. Nel buio sfila il materasso sempre sfatto, lo trascina fuori dalla porta socchiusa e si butta ad amoreggiare in corridoio. Che romantico. L’ultimo giorno ha il piacere di scoprirlo nudo e scalzo, mentre si dedica al bucato in bagno, ovviamente con la porta aperta. Ad ogni strizzata, un’onda anomala si riversa sul pavimento creando un fiume in piena che inesorabilmente avanza verso il centro della stanza. Cose che capitano quando si lavano tre felpe ed un paio di jeans in un lavandino grande come una scodella. Si scusa con un sorriso imbarazzo, cercando di spingere l’acqua indietro col piede e lasciano dietro di se una scia di orme infangate. Poi si gira e continua come se nulla fosse, neanche si degna di chiudere la porta. Esco dalla stanza confusa, l’ultima immagine e il suo didietro, con addosso un paio di mutande sbiadite. Anche questi sono ricordi.

La grande traversata consiste in una mezza giornata di autostop, due barche e ventitré chilometri a piedi in mezzo al niente. Tra la dogana argentina e quella cilena, ci aspetta una valle disabitata e selvaggia, percorsa da un unico sentiero in direzione sud/nord, che costeggia le vette del campo di gelo sud. La maggior parte dei turisti prende un autobus che attraversa le Ande dal lato argentino per raggiungere la frontiera di Chile Chico, cinquecento chilometri più a nord. Ma noi non vogliamo perderci neanche un centimetro di questa avventura chiamata Carretera Austral, così il Cile lo conquistiamo a piedi in una giornata di sole.

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La partenza e’ calcolata al millimetro, previsioni meteorologiche favorevoli, cibo disidratato per sopravvivere due giorni lassù, nella Terra di Mezzo, zaino ridotto ai minimi termini. Con enorme fatica, mi libero del superfluo. Il pareo a fiori tutto bucato, il libro di Eddy che ormai era un feticcio, alcune canottiere sdrucite, un poncho plastificato mai usato. Sotto la supervisione di un Avidano irremovibile sulla necessità di fare spazio, mi separo dolorosamente da cose che sanno di casa e che mi accompagnano dal primo giorno di questo viaggio. Chi mi conosce sa cosa vuol dire.

La strada e’ deserta, non passa neanche un cane. Con Aner, camminatore basco conosciuto all’ombra del Cerro Torre, aspettiamo tre ore di vento nella speranza di essere caricati in tempo per raggiungere la prima delle due imbarcazioni che ci aspettano. Quando il tempo sta quasi per scadere, noleggiamo un taxi della speranza che ci rapina in cambio della meta. Cerco di recuperare le calorie perse aspettando al freddo, mangiando cioccolata e dormendo quasi un’ora sdraiata al calduccio sul sedile posteriore.

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Attraversiamo il Lago del Desierto con una lancia rapida, che ci imbarca nel tramonto. Alle spalle, il versante nord del Fitz Roy ci accompagnerà scintillante per tutta la traversata. E’ l’imbrunire quando raggiungiamo la frontiera argentina. Due carabineros annoiati mi timbrano il passaporto con la data sbagliata, ma questo lo scoprirò solo ventiquattr’ore più tardi, quando i corrispettivi cileni, ancora più annoiati, mi chiederanno dove ho trascorso gli ultimi due giorni. Ci spariamo i primi sette chilometri di salita e ci accampiamo sul confine, in terra di nessuno, tra i cartelli “Bienvenido a Cile” e “Ciao Ciao Argentina”. Ceniamo accanto allo scheletro di un’istallazione militare caduta in disuso, mentre il campeggio improvvisato si popola di pochi escursionisti migratori.

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Quando scende il buio inizia la notte del vento. Ci infiliamo nel sacco a pelo completamente vestiti: giacca col cappuccio alzato, cuffia di pile, guanti e chi più ne ha più ne metta. Il vento è un fischio che ci attraversa, poi prosegue il suo percorso, via verso le altre tende. Momenti di silenzio, in cui sembra che abbia finito, ma non sarà così. Perché non sarà lui a lasciare questa valle, ma noi quando il giorno seguente, una dogana e sedici chilometri più a valle, ci imbarcheremo nuovamente sulle sponde di un lago color tempera.

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Ci scongeliamo verso l’alba e per scaldarci riprendiamo subito a camminare. Riesco anche a superare incolume la dogana cilena, nonostante i timbri incasinati. Rischio grosso solo quando cerco di importare frutta illegale, un avocado ed un pompelmo che ci gustiamo in un picnic vista lago. La barca salpa alle quattro in punto e percorre il Lago San Martin in tutta la sua lunghezza, attraverso la desolazione di un paesaggio arido e bellissimo. Ci fermiamo ogni tanto per raccogliere qualche passeggero sbucato sulla riva come un fungo in mezzo al niente. Un’intera famiglia di gauchos carica pecore sbigottite e cani da pastore dalla sponda ghiacciata. All’arrivo ci aspettano Mauro “el pajarero” e il suo pulmino sgangherato, ma questa e’ un’altra storia. Il fondo della Carrettera Austral comincia qui, in un pueblo chiamato Villa O’Higgins. D’ora in poi fino a Santiago e’ tutta salita.

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Grido di pietra

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Giorno 525.

Nell’emisfero australe l’acqua nel lavandino gira in senso antiorario, il vento freddo arriva da sud, l’agosto lo chiamano inverno. Febbraio e’ invece estate piena, ed e’ tempo di trekking e di montagne. Da El Calafate si percorre una parte della mitica Ruta 40, la strada che percorre tutta l’Argentina da Nord a Sud, da La Quiaca, al confine con la Bolivia, fino alle soglie della Tierra del Fuego. Sono 5300 chilometri di deserti, canyon, pampa, montagne e ghiacciai. E’ la spina dorsale del paese.

La base per i migliori trekking della Patagonia argentina e’ senza dubbio il paesino di El Chalten, da cui si diramano alcuni sentieri verso le vette della regione. Questa e’ la terra di due montagne il cui nome fa emozionare gli alpinisti di tutto il mondo, Fitz Roy e Cerro Torre. Ormai siamo trekkers esperti, e ci cimentiamo con il circuito di tre giorni, alla ricerca dell’illuminazione e soprattutto delle viste migliori di questi giganti. Il tempo finalmente e’ dalla nostra, il vento si è calmato ed il sole splende. Non si può dire che faccia caldo, ma chissenefrega…

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La tenda la montiamo in cinque secondi, e sappiamo esattamente quanto cibo portarci, tra cereali a colazione, paste e risotti scatologici per pranzo. Personaggi variegati popolano gli accampamenti, da quelli che si credono superfighi nelle loro attrezzature da centinaia di dollari, alle ragazzine svedesi alle prime armi, un po’ spaventate che ci chiedono di potersi aggregare a noi per la scalata mattutina. Non mi aspettavo di diventare guida alpina così presto…

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Il Fitz Roy come un antico sovrano medievale domina la valle, e ci regala un alba mozzafiato, una delle più belle e faticose della mia vita. Nel freddo dell’aurora, con mia moglie avvolta in una coperta di lana come uno sherpa, osserviamo il sole sorgere e la montagna rispecchiarsi nelle acque glaciali della laguna, cambiando colore con il passare dei minuti. La mattinata di cielo limpido rinnega il nome indigeno del Fitz Roy, che in lingua aoniken viene chiamato “la montagna che fuma”, per via delle nuvole che spesso ne circondano la cima. Ma oggi siamo fortunati. Sicuramente più fortunati di Jacques Poincenot, il celebre alpinista francese che qui ha perso la vita, nel 1952, durante la spedizione che permise al connazionale Lionel Terray ed all’italiano Guido Magnone di conquistarne per la prima volta la vetta.

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Il giorno dopo e’ la volta del Cerro Torre, forse la cima più difficile da scalare della Patagonia, una delle più difficili del mondo, dato che bisogna affrontare 900 metri di parete granitica, per arrivare ad una vetta perennemente coperta da un “fungo” di ghiaccio, in condizioni climatiche molto spesso sfavorevoli. Fu scalato per la prima volta da Casimiro Ferrari ed i celebri Ragni di Lecco nel 1974, ed e’ stato immortalato in un celebre film di Werner Herzog, “Grido di pietra”. Per nostra fortuna non dobbiamo arrivare a tanto, ci basta godere della vista dalla laguna sottostante. Ma il Torre oggi ha deciso di fare il sostenuto, nascondendosi dietro le nuvole. Insistiamo, ci fermiamo per ore ad un mirador nell’attesa del miracolo. Che puntualmente avviene, lasciandoci per qualche minuto gli occhi liberi di vedere la spettacolare spada di roccia che rende questa montagna una delle più belle del mondo, sicuramente la più suggestiva che abbiamo visto fin ora.

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Emozionati, torniamo a valle. Dobbiamo liberarci di tutto il materiale superfluo perché l’indomani ci aspetta una traversata durissima, attraverso il confine cileno in direzione Villa O’Higgins, l’ultimo avamposto di un’altra strada mitica, la Carretera Austral. E sappiamo ormai bene che ogni chilo in più, sulle spalle, pesa.

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Il suicidio del ghiaccio

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Giorno 521.

Per me e’ stato amore a prima vista. La prima volta che qualcuno mi ha parlato di lui era l’autunno di molti anni fa, mentre seduta su uno sgangherato autobus indiano ero in viaggio verso Hampi, nel sud dell’India. Tra un sobbalzo e l’altro, il ragazzo spagnolo incastrato accanto a me cercava di mostrarmi sul telefonino un video della sua recente vacanza in Patagonia, alla scoperta del Parco Nazionale Los Glaciares. Non ricordo il suo volto e nemmeno il nome, ma e’ stato uno di quegli incontri che ricorderò per tutta la vita. Da allora, un pensiero insistente ha invaso la mia fantasia, come un’aurora boreale. Una volta a destinazione ci salutammo brevemente, ognuno per la sua strada, ma nei quaranta gradi all’ombra che soffocavano le rovine del regno di Vijayanagar, io in testa avevo una sola cosa, il respiro del ghiaccio.

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Il Perito Moreno e’ uno dei quarantotto ghiacciai alimentati dal Campo de Hielo Sur, la terza calotta glaciale continentale al mondo, dopo Antartide e Groenlandia. Un mare di neve si accumula sulle vette andine, per effetto del freddo e del peso si compatta fino a diventare gelo puro, che poi scivola lentamente in tutte le direzioni, invadendo le valli circostanti con suggestive lingue di ghiaccio che vanno a morire in altrettanti gelidi laghi. Il Perito Moreno non e’ il più grande tra questi, ma solo il più facile da raggiungere e forse per questo il più famoso.

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E’ l’oro bianco, sfumato di azzurro, che ha fatto la fortuna di El Calafate, la cittadina argentina al confine col Cile che porta il nome di una bacca patagonica. E’ un ghiacciaio in controtendenza, l’unico che in tempi di crisi e global warming continua ad espandersi al ritmo di tre metri l’anno. Un muro di cinque chilometri di larghezza e sessanta di altezza sul livello del lago Argentino inesorabilmente spinto avanti da un mare di ghiaccio che si perde all’orizzonte. Ed ogni tanto accade l’inatteso, il gigante scivola sull’acqua fino a toccare terra e formare un ponte. Lo spettacolo imprevedibile del suo crollo e’ l’evento più atteso.

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Con gli occhi chiusi ascolto la voce rauca del ghiacciaio. A volte non è più di un sussurro. A volte un tuono profondo. Imprevedibile. L’attesa e’ ansiosa, il silenzio rotto solo dal sibilo del vento, e’ la quiete prima della tempesta. Poi si sente tremare l’aria e un enorme blocco cade dal muro generando un fragore di onde. E dopo un’altro, e un’altro ancora. Sul lago il ghiacciaio si muove, come un fiume di acqua solida in movimento. Si sente che è vivo, si modifica, cresce, avanza, perde dei pezzi.

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La giornata e’ tremendamente grigia, sotto un cielo di nuvole basse che opprime il paesaggio. Il vento tagliente come un rasoio in volto. Sembra davvero una spedizione in Antartide. Ma quando un raggio di sole buca con forza la coltre di nubi, gli iceberg si incendiano di riflessi color zaffiro. Il maestoso muro di ghiaccio mostra ferite fresche e zampillanti, mentre le vene frastagliate rimandano incantati riverberi blu. Il resto è una massa enorme che si staglia nel cielo e disegna forme fragili pronte a cedere, figure bizzarre, quasi uscite dal genio di un mastro vetraio. Tra esclamazioni di stupore guardo il suicidio del ghiaccio con lo sguardo estasiato di una bambina e ripenso a tutte le aspettative maturate da quel giorno lontano, nella polvere di un autobus indiano.

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