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Bolivia – Informazioni pratiche

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TUPIZA
DA FARE:
Per noi e’ la base di partenza per la visita del Salar. Preferiamo partire da qui piuttosto che dalla caotica Uyuni, per diverse ragioni. Intanto è di strada per chi come noi proviene dalla frontiera Argentina, in secondo luogo e’ una località meno turistica e si dice che le agenzie siano più economiche ed affidabili. Scegliamo un tour di cinque giorni, quattro notti, per un totale el di 1400 Bs a persona, tutto incluso, a parte il biglietto di ingresso al parco,150 Bs, all’isola Incahuasi, 30 Bs, ed alle terme, 10 Bs. Optiamo per un giro più lungo del consueto, per passare più tempo nel salar e scalare il vulcano Thunupa con una vista mozzafiato sul deserto di sale. L’agenzia cui ci affidiamo si chiama Torre e ci riteniamo molto soddisfatti della scelta. L’autista e’ preciso e preparato, il cibo buono e ben cucinato, le sistemazioni sono molto basiche, spesso senza docce o corrente elettrica, ma essendo le stesse per tutti i tour, la sera ci si ritrova in albergo con decine di membri di alti gruppi.
DORMIRE:
Hostel Tupiza – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune – le camere sono piccole ed alcune poco luminose. Però la struttura e’ ricavata all’interno di un tranquillo cortile dove cresce un’enorme albero di fichi. Una piccola cucina poco attrezzata e’ a disposizione degli ospiti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.
Gran Hostal Girasol – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – un alberghetto pulito e appena restaurato. Letti grandi e abbastanza comodi, camere spaziose e bagni puliti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.

POTOSI
DA FARE:
La visita delle miniere e’ un’esperienza all’inferno con in mano un biglietto di andata e ritorno. In centro ci sono diverse agenzie che organizzano tour alcune gestite da ex minatori. Solo per coraggiosi.
DORMIRE:
Hostal Maria Victoria – 70 Bs camera doppia con bagno privato – ricavata all’interno di una vecchia casa coloniale con un ampio cortile imbiancato di bianco. Le stanze migliori sono quelle superiori, meno fredde e meno umide. L’unico difetto e’ che il luogo pare quasi abbandonato, gestito da un giovane che vive solo da qualche parte all’interno della grande casa e che e’ quasi sempre assente.

SUCRE
DA FARE:
Un giorno per fare due passi nel bel centro storico coloniale della città e’ più che sufficiente. Da non perdere un centrifugato alla frutta nel colorato mercato centrale.
DORMIRE:
Residencial Bolivia – 90 Bs camera doppia senza bagno, con colazione inclusa – ottima sistemazione all’interno di un collegio restaurato. Le numerose camere si affacciano su tre diversi cortili interni, attrezzate con piante e poltroncine. I bagni sono puliti, l’acqua e’ discretamente calda, le stanze sono molto pulite.

TORO TORO
DA FARE:
Una passeggiata fra le orme di dinosauro richiede appena una mezza giornata. Ma per chi percorre tanta strada per raggiungere questo villaggio sperduto tra le montagne, non sono da perdere l’ascesa nella grotta ed una passeggiata nel suggestivo canyon. Il tutto obbligatoriamente accompagnati da una guida locale fornita dall’associazione guide della città.
DORMIRE:
Hostal Charcas – 60 Bs camera doppia con bagno in comune – camere semplici ma pulite, all’interno di uno spazioso cortile. Con un piccolo extra la signora che lo gestisce mette a disposizione la cucina.

LA PAZ
DA FARE:
La città e’ grande, ma meno caotica di quanto ci aspettassimo. La stazione degli autobus consigliata per arrivare e’ quella chiamata comunemente “basso”, più vicina al centro e più sicura. Un paio di giorni sono più che sufficienti per visitare il colorato mercato della frutta, quello delle stregonerie ed il Mercado negro che invadono le strade del centro. Da non perdere assolutamente la vista panoramica dal Mirador Killi Killi, uno dei belvedere più suggestivi della città.
DORMIRE:
La Perla Negra Hostal – 120 Bs camera doppia senza bagno, colazione inclusa – situato a duecento metri dalla stazione degli autobus, l’ostello e’ completamente restaurato. Offre camere confortevoli, con letti e biancheria nuovi di zecca. Tv satellitare, acqua calda ed uno splendido terrazzo panoramico con ping pong e bigliardo dove vengono servite le colazioni.

COPACAPANA
DA FARE:
La cittadina si affaccia sul lago Titicaca ed e’ la base di partenza per lance e traghetti che conduco alle isole del sole e della luna. Da non perdere una visita alla cattedrale che sembra in realtà una moschea ed un’escursione al vicino Cerro Calvario, per godere dello spettacolo del sole che tramonta sul lago. La città e’ piuttosto turistica, offre bar, ristoranti e negozi di souvenir a prezzi molto più economici che il vicino Perù. Alcuni chioschi cucinano deliziosi piatti a base di pesce fresco lungo la banchina del porto. Affittando una bicicletta si può anche dedicare una giornata all’escursioni dei dintorni ed alla visita della costa e delle spiagge circostanti.
DORMIRE:
Hostal Sonia – 80 Bs camera doppia con bagno privato – situato a pochi passi dalla cattedrale in una struttura spaziosa e ben tenuta, offre buone camere con TV ed acqua calda, ed una cucina ben attrezzata a disposizione di clienti.

YUMANI – ISLA DEL SOL
DA FARE:
Alcuni sentieri ben tracciati attraversano l’isola e le diverse comunità che la popolano. Qua e’ la si trovano alcune rovine di templi e resti di civiltà precolombiane, ma la parte migliore sono i paesaggi mozzafiato sul lago navigabile più alto del mondo.
DORMIRE:
Hostal Willka Wat’a – 60 Bs camera doppia senza bagno – situato alla cima della tortuosa scalinata che dal porto conduce al villaggio, offre camere molto semplici, ma economiche. Vanta la miglior terrazza con vista sull’alba di tutto il villaggio, che va però in ombra presto nel pomeriggio. Chi preferisse vedere il tramonto deve superare il crinale ed alloggiare in un hostel dal lato opposto del villaggio.

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Tutto nasce da qui

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Giorno 612.

Due occhietti neri mi fissano e si nascondono. Affonda il viso nel collo di sua madre ogni volta che la sorprendo a sbirciarmi dall’altro capo della strada. Sono timidi già da piccoli questi boliviani e crescendo non migliorano. Si dice che la Bolivia sia il Tibet delle Americhe ed effettivamente i due paesi condividono molte cose, l’altitudine, gli altipiani desolati, le trecce nere e lunghe che pendono sotto i cappelli, le medesime facce cotte dal sole degli abitanti. Eppure c’è qualcosa di molto diverso nell’aria, sarà la religione, la cultura, la quinoa…però non basta, c’è molto di più. Non riesco a togliermi un vago senso di ostilità che traspare da questa gente così sfuggente e taciturna, che mi affascina, ma che ancora non posso capire.

Tra i volti della Bolivia, da quello impenetrabile della selva amazzonica ai bianchi deserti dei salares, il lago Titicaca e’ quello che più di ogni altro ricorda un angolo di Himalaya. Uno specchio d’acqua enorme, sorprendentemente blu, acquattato tra le vette delle Ande, giusto al confine col Perù. Questo e’ il luogo in cui tutto è’ iniziato, così si dice. Tradizione e storia si intrecciano col mito e trasformano questo mare ad alta quota in uno dei siti più mistici e rappresentativi della cultura indigena. Il lago prende il nome da una mitica isola che si erge come un pugno dalle acque, e che successivamente varrà ribattezzata Isla del Sol per aver dato i natali alle divinità fondatrici della città di Cusco e di tutta la dinastia Inca. Una specie di Adamo ed Eva andini ed il loro paradiso terrestre. Il mito vuole che sul fondale giacciano ancora antiche città perdute, ma nessun abitante dell’isola vuole davvero scoprire cosa c’è la sotto. Il lago è sacro e non si tocca, lo si rispetta perché rappresenta il luogo in cui la loro storia e’ cominciata.

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A Copacabana c’è festa. Musica stile cumbia tutta la notte, ubriachi ben vestiti per le strade scappati dalla città per un week end di follia, bancarelle con ogni genere di mercanzia. Una giovane coppia di La Paz, troppo socievole per essere sobria, insiste a tutti i costi per invitarci a cena in un fast food. Sono alticci, rubicondi e soffrono di una certa logorrea verbale. Non provo nemmeno a ribattere ed e’ inutile cercare di spiegargli il nuovo regime alimentare di mio marito. Ci lasciamo trascinare e finiamo intrappolati davanti a un pollo fritto con patate. Lui indossa un completo doppiopetto, sembra uscito da un matrimonio, lei un’elegante bombetta ed una gonna a pieghe di taffettà azzurro che la rende ancor più voluminosa. Quando afferra la mano di Avidano e in un impeto di euforia se la appoggia fra le tette, sgrano gli occhi e fisso il marito aspettandomi il peggio, ma lui non sembra farci caso. Ringraziamo educatamente e ce la svignamo alla svelta prima di venir irrimediabilmente coinvolti in una rissa da KFC.

La cittadina e’ minuta, graziosa, con una cattedrale che sembra più una moschea che una chiesa ed un belvedere che culmina con una croce, battezzato con fantasia Monte Calvario. A vederlo sembra una collina, ma lungo i consumati gradini di pietra che portano verso la cima la carenza di ossigeno si fa sentire e ci costringe a fermarci varie volte per riprender fiato. Gambe pesanti, cuore che scoppia, mani sudare. La vista da lassù spazia sul lago, in lontananza la costa peruviana. Il sole e’ fortissimo, l’aria rarefatta, la luce trasparente. Le acque stupende colorano di blu un paesaggio nudo e maestoso, fatto di vette altissime spruzzate di bianco e sponde selvagge. La Isla del Sol è la più grande del Titicaca, ma non la sola. La sua metà, la Isla della Luna, si erge a poca distanza e come una coppia di amanti separati si sfiorano senza toccarsi. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna, il sole e la luna, il grande e il piccolo, gli opposti che si guardano e si attraggono a quattromila metri sul livello del mare.

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Sull’isola il tempo si ferma. Luce abbagliante, silenzio accecante non fosse per il vento che batte forte sul paese. Il sole che nasce dalle Ande accarezza la finestra. Sgattaioliamo fuori all’alba. Alcuni gradini di pietra logori conducono a un sentiero ciottolato che si snoda fino alla sommità del paese. Ci inerpichiamo tra i vicoli addormentati, verso il cammino inca che percorre l’isola sulla cresta della montagna. Una coppia di alpaca color miele pascola nell’erba, tra terrazze minuziosamente coltivate a quinoa e patate da donne in gonna arcobaleno. Un bambino sbuca da una siepe pretendendo una propina per la foto ai suoi animali. Tiriamo dritti scandalizzati e fingiamo di non capire.

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Qualche minuto e siamo sul punto più alto dell’Isla del Sol. Ovunque, questo blu che colpisce come una mazzata, violento, strabordante, potente, che intrappola, il blu di questo splendido cielo di maggio riflesso in acque gelide e trasparenti. A nord-est, le Ande boliviane ricoperte di ghiaccio e neve, le stesse distese immense di roccia increspata che ci accompagnano ormai da mesi in questo viaggio. Le rovine sono solo quattro sassi, ma se penso che su questa stessa crosta brulla che stiamo calpestato è nata una civiltà, mi sento al centro del mondo.

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Alcune vecchie risalgono la spina dorsale dell’isola trascinando un mulo carico di ortaggi e legna, il volto scuro, brunito dal sole, nascosto sotto un cappello di paglia ed un fagotto colorato legato sulla schiena. Nelle tradizionali tovaglie a righe si trasporta di tutto, senza distinzione, alimenti, figli, piccoli animali. Il sole al tramonto tinge di rosa le pietre lisce e gli arbusti circostanti. Un asinello muto e ostile come i suoi padroni ci studia da lontano mentre la luce scompare. Fa buio in pochi minuti, e comincia a fare un freddo cane. Percorriamo la strada a ritroso mentre fa notte, la stessa polvere, le stesse pietre, stavolta in discesa. La vita nelle case sembra andare a dormire seguendo i ritmi del sole. Non ci sono lampioni lungo il sentiero e di notte le uniche luci sono quelle della luna, delle stelle e qualche bagliore che proviene dalle finestre. E mentre lentamente l’oscurità ammanta l’isola, una dopo l’altra le greggi tornano agli ovili.

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La Paz

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Giorno 607.

La Paz e’ una caldera a 3700 metri d’altezza, la capitale più alta del pianeta. Circondata da imponenti montagne che superano i 6000 metri, tra cui il facilmente scalabile Huayna Potosi, ha una posizione scenograficamente invidiabile. Il centro e’ anche piuttosto bello, nel senso terzomondista del termine, con colorati mercati all’aperto, signore con bombetta e gonna larga, una cacofonia perenne di suoni ed odori intensi ed esotici. Qualche chiesa coloniale, una certa dose di calore latino ed una manciata di ubriachi aggiungono un tocco affascinante al suggestivo mix. L’uso dell’intonaco non e’ mai arrivato in città, le case espongono tutte i mattoni in vista trasmettendo quel vago senso di incompiutezza, che abbiamo già notato quasi ovunque in Asia. In compenso un’ovovia nuova fiammante, degna più di Aspen che dell’altopiano boliviano, collega il centro con la periferia di “El Alto”, la zona più povera e malandata della città. Nel giorno dell’inaugurazione, una coda di sei isolati si srotola per le vie del centro, costringendoci a rinunciare. Dalle descrizioni fatteci da alcuni altri turisti, ci aspettavamo un luogo decisamente più caotico ed in un certo senso anche pericoloso, invece la gente e’ tranquilla, ci sono famiglie in giro fino alle 11 di sera e nel complesso ci troviamo bene. Insomma, rispetto al caos asiatico e soprattutto indiano, questi boliviani sono dei dilettanti…

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Ma le mie condizioni di salute continuano a peggiorare e non mi permettono di godermi appieno la città, così aspettiamo il lunedì per trovare una clinica in cui farmi esaminare. Abbiamo letto da poco un articolo sul penoso stato dell’ospedale pubblico di La Paz, per cui cerchiamo una struttura privata, siamo assicurati e le spese non ci spaventano. E poi, in una ventata di ottimismo e freschezza continuiamo a sperare che siano solo emorroidi, per cui ci aspettiamo una breve visita con tanto di pacca sulle spalle. Il dottor Vega della Clinica Alemana purtroppo non è dello stesso avviso e mi ricovera seduta stante per una bella colonscopia, dicendo che il mio malessere “potrebbe essere di tutto”. Questa frase mi gela il sangue nelle vene. Ecco, ho un cancro al colon, lo sapevo. Cerco nella mente le parole per dirlo a mia madre.

Vengo sistemato in una camera privata, con spazio anche per Giulia, una flebo ed un bagno pulitissimo che mi faranno compagnia per tutto il pomeriggio, perché la preparazione all’esame comporta frequentissime visite, non proprio di piacere, alla tazza del cesso. Per fortuna che vengo gestito da un paio di infermiere giovani e carine, anche se un po’ inesperte. Sorvolo sulle modalità di investigazione del mio colon, mi ricordo solo di essermi svegliato confuso con Giulia al mio fianco ed io che non ne volevo sapere di sedermi sulla sedia a rotelle, preferendo accasciarmi sul duro pavimento, scambiato per il mio letto. Con l’aiuto di un’inserviente, un energumeno addetto al recupero dei pazienti in forte stato confusionale, riesco finalmente a raggiungere la mia camera. Pare che il mio problema non sia un tumore, ma una forma non ben specificata di colite ulcerosa cronica. Nella migliore delle ipotesi, un mese di supposte, nella peggiore, una forma autoimmune che mi accompagnerà per sempre, per la vita. Come un diamante, un figlio, una Volkswagen. Naturalmente il sempre ottimista dottor Vega propende per quest’ultima…ma per averne la certezza, bisogna aspettare qualche giorno ed i risultati della biopsia. Passo una notte d’inferno, preoccupato, confuso, stanco e con una flebo che mi scarica direttamente in vena una quantità preoccupante di bollicine d’aria.

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Segue una settimana di febbrili ricerche su internet, non voglio dovermi curare a vita e cerco di trovare un soluzione immediata. Ci imbattiamo in alcuni blog che spiegano come per migliorare sia necessario fare scelte alimentari drastiche, rinunciando a cereali, legumi, latticini e tutti i cibi raffinati. Cazzo, la pizza no…ma sto abbastanza male per decidere che vale la pena provare. Arriva il venerdì, e con esso i risultati. Per fortuna la più grave forma autoimmune per il momento viene scongiurata, resta la diagnosi di qualcosa di non ben definito. Ci convinciamo una volta di più che l’alimentazione possa fare la differenza, così ci informiamo meglio. Viene fuori che i cereali sono buoni per gli uccelli, non per gli esseri umani, e che un alimentazione sana si basa su ciò che già e’ reperibile in natura, evitando qualsiasi tipo di lavorazione: carne, pesce, uova, frutta e verdura a volontà. Questa paleo-dieta, così chiamata per richiamare un ritorno alle origini, ci sembra una teoria plausibile e, vincendo il nostro scetticismo e la nostra resistenza culturale, decidiamo di fare un prova, almeno per un periodo…anche se quasi mi vengono le lacrime agli occhi ripensando alla mia ultima pizza o ai miei ultimi spaghetti alle vongole, cerco di consolarmi pensando che, alla peggio, perderò qualche chilo…

Jurassic Park

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Giorno 598.

“Reddy, guía muy aventurosa…”, continua a ripetere la nostra guida, tale Reddy per l’appunto. E’ un bravo ragazzo ma, purtroppo per lui, e per noi, ha un leggero ritardo mentale che lo fa sembrare un bambino di 5 anni, più che un uomo di trenta. Da Sucre siamo arrivati al parco di Torotoro per vedere uno scampolo di Bolivia un po’ meno turistico del circuito classico Salar-Potosi’-La Paz-Isla del Sol. Ed anche per scoprire uno dei migliori posti al mondo in cui osservare le impronte pietrificate di dinosauri in fuga da qualche cataclisma non ben definito. I percorsi intorno all’omonimo paesino sono facili, ma per dare sostegno alla depressa economia locale, l’amministrazione del parco ti costringe a prendere una guida del villaggio, poco importa se borderline. E così finiamo con Reddy.

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Io sono di pessimo umore, e’ da Sucre che mi porto dietro un fastidioso problema intestinale, pensando che sia la solita infezione dovuta alla scarsa igiene alimentare. All’inizio non ci do troppo peso, ma quando inizio a trovare sangue nelle feci, l’idea che non sia solamente un problema di poco conto inizia a dominare le mie giornate. In queste condizioni mentali, la marea di cavolate fanciullesche che escono a fiumi dalla bocca del nostro Reddy, me lo rendono del tutto insopportabile. Avrei voglia di starmene sdraiato tutto il giorno, ma siamo venuti fino qui sparandoci otto ore di autobus, e devo muovermi. Solo che ce la faccio a mala pena, dovendomi fermare per una pausa tecnica tra gli arbusti ogni due ore. E c’è quel maledetto sangue…Mi dico che potrebbero essere solo emorroidi, ma quando sei abituato a stare sempre bene, il minimo problema ti porta a pensare a qualcosa di brutto.

Passiamo un giorno intero a caccia di rettili, o meglio dei loro lasciti pietrificati, ed in effetti ne troviamo molti, sparsi su un tavolato di roccia piatta, scoperto dall’erosione. Le impronte risalgono a milioni di anni fa quando diverse tipologie di dinosauri, nel corso di una migrazione di massa verso ovest, attraversano questo terreno, allora fangoso, lasciando dietro di loro una scia di enormi zampettate. In quella stessa terra, oggi pietrificata, si riconoscono perfettamente le orme dei grandi erbivori, tonde ed enormi, e quelle dei più agili carnivori, con la tipica forma a tre dita munita di grosse unghie, come giganteschi gallinacci. Ci spingiamo fino ad alcune cascate e sul bordo di un canyon piuttosto impressionante. Giulia si sacrifica, standosene ad ascoltare la logorrea di Reddy per risparmiare me almeno da quel supplizio. Io mi aggiro spettrale e meditabondo, ormai certo di stare per morire.

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Il giorno dopo e’ la volta della caverna. Ci tocca ancora una volta l’irriducibile Reddy come accompagnatore. Questa volta la guida serve davvero, calarsi in una grotta a duecento metri di profondità alla cieca sarebbe un suicidio ed un paio di stranieri che ci hanno provato qualche anno fa, ci hanno lasciate le penne. Solo, non sappiamo se sia una buona idea inoltrarci verso il centro della terra con un tizio troppo “estroso” per sembrare affidabile. Quando scopriamo che i bambini del posto frequentano la zona da vent’anni e che Reddy stesso ci è stato mille volte, ci fidiamo e partiamo. In ogni caso, mi dico, visto che probabilmente dovrò morire presto, meglio in una grotta boliviana piuttosto che in un letto d’ospedale. Preparo mentalmente il mio testamento, spirituale e non… Ma questa volta Reddy si rivela utile, guidandoci nei tunnel, strisciando attraverso passaggi che se pesi più di ottanta chili ti sono preclusi, guadando torrenti sotterranei, calandoci da alcune pareti con corde improvvisate. Ci sorbiamo pure un concertino, quando il nostro amico ci fa spegnere le luci e nel buio totale della grotta ci delizia con alcune canzoni folcloristiche di cui lui stesso si rende interprete che rimbombano in ogni fessura. Giulia vive un momento di terrore, si stringe piccola piccola a me, sicura che la follia di Reddy stia per esplodere sotto forma di accoltellamento, ma ce la caviamo con un applauso e proseguiamo. Al fondo della caverna, un paio di pozze accolgono una quantità di pesci bianchi, completamente ciechi. Del resto, senza luce nell’oscurità più totale, non c’e’ bisogno di vedere. Riemergiamo dopo quasi tre ore, soddisfatti per l’avventura. Sono ancora vivo, ma so di avere i giorni contati…

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Argento

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Giorno 591.

“Sono l’antica Potosì
Il tesoro del mondo
e l’invidia dei re”

La ricchezza e la tragedia di Potosi nascono quasi per caso, agli arbori dell’epoca coloniale, con la scoperta accidentale di ricchi filoni d’argento celati nella profondità del Cerro Rico. L’arido picco che incombe minaccioso alle spalle delle città sfiora i cinquemila metri e grazie alle forme vagamente coniche ricorda più un vulcano addormentato che una miniera d’argento. Oggi e’ una gruviera di gallerie e condotti che nel corso dei quattrocento anni di intensa attività estrattiva hanno consumato la montagna, erodendone oltre duecento metri d’altezza. All’apice della sua potenza, intorno al XVII secolo, il piccolo villaggio di Potosi si era trasformato nella seconda città più popolosa del mondo, dopo Londra. Duecentomila abitanti, tra schiavi, coloni spagnoli e tutto l’indotto che segue la scoperta di un simile tesoro. La Casa della Moneda, le chiese in stile barocco e le eleganti ville coloniali che punteggiano la città tradiscono i fasti di un passato di splendore e follia. Per tre secoli i lingotti d’argento dell’Alto Perù, l’attuale Bolivia, hanno finanziato sia le casse della corona spagnola che le tasche di pirati inglesi, olandesi e francesi. Ne pagarono le spese migliaia di schiavi indigeni ed africani condotti fino qui per servire, e morire, nelle profondità della terra. Una legge creata ad hoc, la Ley de la Mita, obbligava gli indios e gli schiavi di colore sopra i diciotto anni d’età al lavoro forzato nelle miniere d’argento. I mitayos erano segregati sotto terra per quattro mesi senza che fosse loro concesso di uscire alla luce del sole, costretti a lavorare in massacranti turni di dodici ore entro cunicoli privi d’aria, a contatto con ogni sorta d’effluvio velenoso. La mortalità era elevatissima e la legge era congegnata in modo tale che gli oneri dovuti per il sostentamento dei minatori superassero il magro salario elargito, innescando così una spirale di debiti ripagati con nuovo lavoro e nuove vite. Vite che, mediamente, superavano di poco un anno a causa delle bestiali condizioni di lavoro, degli incidenti e della silicosi. Si calcola che, nei tre secoli di sfruttamento intensivo delle miniere d’argento del Cerro Rico, si sia consumata la morte di otto milioni di schiavi, il tutto per la gloria dei conquistadores. Secondo un antico detto gli spagnoli avrebbero potuto costruire un ponte d’argento da Potosi alla Spagna ed avere ancora metallo prezioso da trasportare.

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Con l’esaurirsi delle risorse la città e’ caduta in disgrazia, ma senza spegnersi del tutto. Tenacemente aggrappata al suo glorioso passato, camuffata sotto una patina di modernità, la tradizione dei mineros e’ giunta praticamente intatta fino ai giorni nostri. Un paradosso tecnologico che si fonda su un metodo di lavoro profondamente arcaico, che ben poco si è evoluto dai tempi dei conquistadores. Nell’era di internet e della globalizzazione all’interno dei pozzi si segue a scavare con le mani, la dinamite, le carriole. I padroni hanno lasciato posto alle cooperative, l’argento allo stagno, qualche mascherina e’ comparsa per proteggere dalle esalazioni, mentre le temperature restano le stesse di sempre, da zero a cinquanta gradi, a seconda della profondità. Povertà e un vago miraggio di ricchezza, probabile come vincere al totocalcio, spinge questa umanità a scegliere volontariamente di lavorare in condizione disumane, e la legge del mercato e’ l’unica a regnare sul formicaio. Poco importa a chi acquista il minerale, pagandolo a peso direttamente dai minatori, sapere come e’ stato estratto. Ma la speranza e’ l’ultima a morire e le formiche continuano a scavare.

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Nonostante i timori, la claustrofobia e il rischio crolli scegliamo di scendere agli inferi per un giorno, poche ore appena in realtà, e vedere con i nostri occhi una vita che segue intatta da centinaia di anni. Non è stato facile, tantomeno rassicurante, soprattutto dopo che l’agenzia ci ha fatto firmare una liberatoria che la scaricava da qualsiasi responsabilità, ma si è rivelata un’esperienza irripetibile, che a suo modo ha portato riflessioni e meraviglia.

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Pochi passi oltre l’ingresso, le tenebre compatte avvolgono ogni cosa. L’unica fonte d’illuminazione è data dalla luce delle lampade elettriche fissate sul casco. Procediamo in fila indiana, strisciando tra i cunicoli bui, scavati dalle mani di migliaia di uomini. E’ un labirinto tridimensionale, la pianta nella mente della nostra guida. Un velo di polvere galleggia nel fascio di luce delle torce, l’aria e’ calda, pesante, e la tosse ci accompagna per tutta la traversata. Gocce piovono dal soffitto, colando da muffe gialle, croste verdi, terra rossa. Piccoli uomini ingobbiti, dalla faccia scura, sfrecciano silenziosi e sicuri attraverso le gallerie buie, alte meno di un metro e rattoppate alla meglio con rudimentali travi di sostegno. Qualcuno scava, altri spingono carrelli, oppure trasportano a spalle i sacchi di minerale. Non si fermano al nostro arrivo, ci riservano una timida indifferenza ma è sufficiente un piccolo regalo, una bibita da noi comprata per l’occasione o una manciata di foglie di coca, per farsi accettare, sia pure per la durata di una visita.

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Nelle nicchie alcune statuette di terracotta rappresentano il Tio, il grande demone che regna nella montagna, cui si deve pagare tributo con offerte di sigarette ed alcool. Immagini inquietanti che fanno parte di questo mondo sotterraneo e della ritualità della vita dei minatori. Esorcizzare le paure e’ il mio obbiettivo di oggi, oltre a sfangare la giornata, e dopo quattro ore all’inferno, per una volta, sono felice di essere una turista e di avere in tasca un comodo biglietto di ritorno.

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