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Cambogia – Informazioni pratiche

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BANLUNG
DA FARE:
Trekking in the Jungle, che nella stagione secca e’ più una foresta che una vera e propria giungla. Ogni guesthouse organizza escursioni da uno a cinque giorni. Bagno nel lago vulcanico Yeak Loam.
DORMIRE:
Banlung Balcony – 4 $ doppia senza bagno – sulla riva del lago cittadino e’ uno dei pochi posti per backpackers. Il proprietario e’ un australiano di una certa età, molto caratteristico. Camere pulite e piacevole terrazza lounge.

PHNOM PENH
DA FARE:
La visita della prigione S21 e ai killing fields di Cheung Ek lascia una gran voglia di piangere.
DORMIRE:
Longlin Guesthouse – 8 $ doppia con bagno – nella capitale le accomodation economiche sono tutte piuttosto fatiscenti e brulicano di scarafaggi. Questa non fa eccezione, ma ha un piacevole terrazzo ventilato su cui sfuggire al traffico e al caldo cittadino.

KAMPOT
DA FARE:
Escursione a Kep al mercato dei granchi. Una serie di ristorantini sul mare li serve a 5 dollari al chilo. Deliziosi quelli al pepe fresco di Kampot, considerato uno dei migliori del mondo.
DORMIRE:
Kampot Guesthouse – 6 $ doppia con bagno – il pezzo forte e’ il giardino con tavolini ed amache, sebbene infestato dalle zanzare. Camere pulite anche se leggermente umide. Il ristorante e’ piuttosto caro, ma di fronte c’è la pizzeria di Diego, emigrante di Pescara…

SIEM REAP
DA FARE:
Una sola parola, Angkor. Conviene il biglietto di tre giorni che costa 40$ in tutto, anziché 20$ al giorno. Meglio noleggiare una bicicletta, per visitare seguendo i propri ritmi e senza fretta.
DORMIRE
Home Sweet Home Guesthouse – 8 $ doppia con bagno – camere impeccabili appena fuori dal centro. Cortile con dehors e ristorante.

NOTE:
– CAMBIO – gennaio 2013: 1 dollaro = 4.000 Riel circa.

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Terra rossa – La Cambogia dalla A alla Z

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Giorno 139.

ANGKOR. Semplicemente uno dei siti archeologici più entusiasmanti del mondo.

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BENZINAI. Lo stile e’ rustico, taniche con pompetta sul ciglio della strada, o meglio ancora quando la benzina viene servita dentro vecchie bottiglie di Pepsi. Inimitabili.

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CHIOSCHETTI MOTORIZZATI. Se non hai voglia di andarti a cercare da mangiare, non preoccuparti, ti trovano loro…

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DOLLARO. La moneta amerikana ha di fatto sostituito il Rial cambogiano. Persino dai bancomat escono dollari, e’ tutto detto… DA DOVE VIENE IL GHIACCIO? Piccoli furgoncini lo consegnano a domicilio, nei bar o al ristorante. Dopodiché uomini e donne armati di mannaia lo sminuzzano su tavolacci di legno, o alla peggio lo segano. Da li finisce dritto nel tuo bicchiere.

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ESEQUIE DEL RE. Quando arriviamo a Phnom Penh il re Sihanouk e’ morto, già da qualche mese in realtà, ma la processione di fiori e preghiere davanti al palazzo reale non accenna ad esaurirsi. Viva Sihanouk!

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FOULARD A QUADRI. Proteggono dal sole e dalla polvere, all’occorrenza possono coprire le parti intime quando ti fai il bagno al fiume.

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GRANCHI. Senza mezzi termini, a Kep abbiamo mangiato i migliori della nostra vita. Valeva la pena a darci solo per questo. GIOSTRE buttate in mezzo ai campi. Lo stile e’ rozzo, di sicurezza non parliamone, ma il divertimento pare assicurato.

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INGRESSI, elaborati, imponenti. Che siano di un tempio o per una festa spesso sono più maestosi di ciò che celano.

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LEMONGRASS. L’erba aromatica che sa di limone alla base della cucina Khmer tradizionale. Non manca mai, nei curry, nel riso o nelle verdure saltate e ti segue tutto il giorno lasciandoti sulla lingua un sapore fresco e amaro.

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MOTORISCIO’. Il mezzo di trasporto più diffuso ed economico. Ti aspettano in agguato ai bordi delle strade per proporti escursioni e tragitti di ogni tipo, a prezzi sempre variabili in base all’esito di lunghe ed estenuanti trattative. Spesso nelle ore calde vedi i conducenti pisolare pigramente su amache di fortuna stese dentro il vano passeggeri. Sicuramente la categoria di lavoratori più folcloristica di tutto il paese.

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NAGA. Il serpentone a sette teste della mitologia indù che ti accoglie minaccioso innanzi alla passerella d’ingresso di Angkor Wat.

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ONG. Il lato oscuro della solidarietà. In Cambogia ce ne sono moltissime, spesso in buona fede. Quando si pensa però che una percentuale altissima del budget serve a pagare il personale straniero piuttosto che ad aiutare la popolazione locale, le domande sorgono spontanee.

POLPOT. Il cattivo. Il Fratello Numero Uno, vertice e principale ideatore del folle sogno degli Khmer Rossi, con la sua faccia insignificante. La banalità del male.

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QUANTI SINO-COREANI CI SONO AD ANGKOR? Troppi. Sfilano ordinati dietro guide armate di bandierine, dentro t-shirts monocromatiche coordinate, con macchine fotografiche grosse come telescopi. Ancora una volta hanno invaso e colonizzato…

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RAGNI FRITTI. Per quanta impressione possano fare alle nostre deboli menti, sono ottimi, con un retrogusto che sa di gambero. (!?!)

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S21. Un luogo infame, che mette i brividi. Le foto dei prigionieri in attesa di morte appese al muro sono un vero e proprio calcio in bocca.

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TERRA ROSSA che sembra Africa, ma non lo è. Si appiccica ovunque, come stoppa nei capelli, sporca piedi e vestiti, nessuno immune. TRASPORTI ECCEZIONALI. Improponibili carichi dall’equilibrio incerto che scorrazzano liberamente sulle strade. Vedere per credere…

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UNGHIE LUNGHE, spesso anche sporche. Sicuramente la moda più trash che va diffondendosi tra gli uomini di un certo livello sociale.

VOLANO. È il passatempo serale che invade strade e cortili, però si gioca in cerchio e solo con i piedi.

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ZANZARIERA, non si può vivere senza. Anche perché dengue e malaria sono molto diffuse nel paese, soprattutto nella stagione delle piogge e nelle zone rurali.

Angkor

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Giorno 138.

Ad Angkor ci danno il nostro primo soprannome: “one dollaa”, che sarebbe la storpiatura di un dollaro, senza la erre finale, perché qui non la sanno dire. I bambini ci puntano da lontano e quando ci vedono passare hanno già interrotto quello che stanno facendo per mettere su la stessa lacrimevole scenetta. Ci vengono incontro con faccia da orfani, da morti di fame, da pellegrini e con voce lamentosa supplicano una banconota. Salvo voltarsi e tornare a giocare ridendo quando capiscono che da noi non otterranno nulla di più di un saluto o un sorriso. Un piccolo gruppo di teatranti travestiti da venditori ambulanti di dolciumi, calamite e souvenir di ogni genere, spedito qui dai genitori, anziché andare a scuola, per sfruttare la faccetta angelica finché dura. E i piccoli incantatori sono furbi, perché sanno intenerire i turisti e hanno imparato a riconoscerli a colpo d’occhio. Attirano la loro attenzione salutando ognuno nella propria lingua madre, dal francese al coreano, dal tedesco al giapponese, e subito dopo iniziano a snocciolare cantilene di numeri o frasi fatte incollate a memoria in dieci idiomi diversi. Ma anche questo e’ il grande circo di Angkor.

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Noi cerchiamo di alienarci dalla frenesia del business, dai milioni di coreani, dai mega bus vip con aria condizionata dei tour organizzati che si accalcano lungo le strade, dalle visite guidate che promettono dodici templi in sei ore. Affittiamo due biciclette e ci immergiamo per tre giorni nella grande magia della città perduta, mimetizzandoci al mondo come ramarri tra muschio e radici. E cerchiamo di vivere la magnificente città più intimamente, di scoprire la grande metafora del tempo insita nell’eterna lotta tra pietre e radici che nel flusso del divenire si disgregano e si ricompongono in forme inedite e sorprendenti. Scaliamo, spesso abusivamente, gli enormi edifici di culto da cui si domina il panorama di tramonti incantati. Ci aggiriamo tra le rovine sopraffatte dalle radici di alberi secolari, in un inconsapevole tentativo da parte della foresta di inghiottire i resti di una civiltà, quella Khmer, che fu potentissima e di cui oggi non restano che pietre. Accarezziamo le aggraziate figure divine di danzatrici celesti, il viso di un bodhisattva e i sacri Lingam di Shiva su cui corre il vento del tempo, sgretolando un fregio, decapitando un dio, o storpiando una figura che lo scultore aveva immaginato perfetta. Ci perdiamo fra le milioni di pietre abbandonate ai lati delle strade che componevano chissà quali meraviglie in questo luogo ove sorgeva una delle più antiche metropoli del mondo, quando noi brancolavamo nel buio Medioevo. E tra scimmie curiose, torri imponenti e bacini artificiali non mancano incontri speciali con la vita di uomini che con dignità e rassegnazione ci raccontano la storia di una povertà senza via d’uscita e che ci lasciano in una temporalità indefinita. Questo e’ l’Angkor che volevo vedere, perché pochi luoghi al mondo riescono a regalare tante suggestioni.

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Sua maestà, il granchio..

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Giorno 134.

Una sola ragione ci spinge a raggiungere Kampot, nel sud della Cambogia. Il granchio.

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La cittadina sorge sull’estuario del fiume Teuk Chhou e nei vecchi palazzi anneriti di muffa conserva tracce di un remoto sfarzo coloniale, quando godeva di fama come nota stazione balneare tra gli ex padroni francesi. Oggi sembra una città fantasma, il mercato notturno e’ mezzo vuoto, lunghi viali a doppia corsia convogliano un timido traffico verso enormi rotonde su cui troneggiano statue di frutti tropicali giganti. La ricerca di una panetteria si rivela ardua e quando finalmente la troviamo, scopriamo che non è un negozio, ne un chiosco, nemmeno una bancarella, ma una vetrinetta, posta accanto ad una catasta di legna, con quattro panini polverosi dentro, rinsecchiti da troppo sole. Un cane ci osserva, perplessi, dall’altro lato della strada in sella al suo motorino.

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Affittiamo uno scooter per raggiungere il villaggio di Kep. Lungo la strada ci perdiamo dietro uno sciame di scolari in bicicletta. Qui non funziona come nella parte occidentale del mondo, dove mammina e papino ti scortano fin dentro il cortile, parcheggiando il SUV nell’aiuola. I bambini pedalano chilometri per raggiungere la scuola, soprattutto quelli dei villaggi. Spesso usano biciclette alte il doppio di loro, senza rotelle ovviamente, da cui non toccano nemmeno il suolo coi piedi, tanto che per fermarsi devono saltare giù dal sellino ed evitare di cadere. I più poveri sono scalzi, ma questo e’ l’unico particolare che li distingue dai benestanti, perché tutti usano la divisa, cosa che ci affascina moltissimo in senso filosofico. Sarebbe interessante veder rispettare questa regola anche da noi, in modo da annullare, anche solo parzialmente, le differenze sociali che traspaiono dai diversi abiti indossati dagli adolescenti. E con notevole risparmio per le famiglie, che non dovrebbero più comprare costosissimi vestiti firmati per far stare i figli al passo con i compagni all’ultima moda.

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Il mercato dei granchi di Kep e’ uno dei più rinomati del paese per gli amanti dei succulenti crostacei. Che poi non è un vero mercato, almeno non come te lo aspetti. Perché i granchi non sono in mostra sui banchetti, come la frutta o la carne. Sono conservati vivi e vegeti dentro ceste di bambù galleggianti ancorate alla barche dei pescatori, a pochi metri dalla riva, in cui vengono archiviati per taglia: S, M ed L. Una lunga fila di ristoranti con terrazza sul mare-mercato offre ai visitatori irresistibili ricette a base di pesce in tutte le salse. La migliore e’ quella al pepe fresco di Kampot, che proviene direttamente dalle immense piantagioni nell’entroterra ed è davvero eccezionale. Ordiniamo il nostro piatto ed osserviamo il cuoco mandare una ragazzina a pescare i nostri granchi direttamente in mare. Scavalco la balaustra e la osservo contrattare. E loro sono li che mi guardano impauriti dentro i loro gusci screziati di viola. E mi fanno quasi pena. Ma al primo assaggio, me ne dimentico subito..

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Cambogia, anno zero

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Giorno 131.

Quando, il 17 aprile 1975, i Khmer Rossi di Pol Pot entrarono a Phnom Penh, gli abitanti della città li accolsero a braccia aperte. Era la fine della guerra civile che per anni aveva lacerato il paese, e poi quei soldati erano solo degli adolescenti, non sembravano pericolosi. Non immaginavano certo che l’orrore dovesse ancora iniziare.

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Infatti nella visione radicale dell’organizzazione, Angkar, come veniva chiamato il direttivo del partito comunista cambogiano, quello era l’anno zero, a partire dal quale la popolazione sarebbe dovuta ritornare alla “purezza del chicco di riso”, tramite il lavoro nelle campagne. Cancellate con un colpo di spugna la vecchia società, le vecchie tradizioni, la vecchia religione, persino le vecchie famiglie. Perché per costruire l’uomo nuovo, bisognava prima distruggere quello vecchio. Così, nel giro di pochi giorni, la capitale e tutti gli altri centri urbani vennero completamente evacuati, e gli abitanti costretti a trasferirsi in campagna a lavorare la terra. Senza cibo, senza strumenti, senza sosta, sotto la minaccia costante delle guardie armate. Chi veniva considerato un oppositore, oppure troppo legato al passato, come intellettuali, giornalisti, insegnanti, studenti, membri delle istituzioni e delle classi più elevate vennero imprigionati, torturati ed infine uccisi, insieme a tutti i componenti della famiglia, bambini compresi, per non lasciare superstiti in cerca di vendetta. Anche nelle campagne si moriva, di fame, fatica, botte. In tre anni, otto mesi e 20 giorni, le vittime di questo sterminio di massa furono quasi 3 milioni, su di una popolazione che non raggiungeva i dieci. Un olocausto tropicale.

A Phnom Penh ci sono alcuni luoghi adibiti alla conservazione della memoria del genocidio. Uno e’ il museo Tuol Sleng, una vecchia scuola superiore ribattezzata dai khmer rossi S-21 e trasformata in prigione, luogo di tortura e di massacro. Si possono ancora vedere il filo spinato, le celle, le catene a cui venivano legati i prigionieri. Sul pavimento macchie scure, come se il sangue sparso non fosse mai stato lavato. Una sezione e’ dedicata all’esposizione delle fotografie che venivano scattate meticolosamente a tutti i detenuti, quasi un inventario delle vittime. Intere pareti di facce e sguardi dal destino segnato. La detenzione durava mesi, durante i quali si estorcevano confessioni fasulle concernenti fantomatici tradimenti della rivoluzione, grazie all’uso massiccio della tortura. Poi si veniva giustiziati. I sopravvissuti all’S-21 furono sette, i soli che riuscirono a scappare quando l’esercito vietnamita libero’ la città, il 7 gennaio del 1979.

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L’altro luogo e’ chiamato Cheung EK, uno dei famigerati killing fields, le centinaia di campi di sterminio che vennero istituiti in tutto il paese. Qui i prigionieri provenienti dal carcere S-21, bendati, venivano fatti inginocchiare sul bordo di una fossa comune, ed abbattuti a bastonate, a martellate, a picconate. Per risparmiare pallottole. Nessuno veniva risparmiato, donne, anziani, bambini accomunati dalla stessa terribile sorte. I neonati venivano sbattuti contro un albero e poi gettati nelle fosse. Quell’albero c’è ancora, muto testimone di un’atrocita’ indicibile. Dal terreno delle fosse comuni continuano ad emergere ossa, resti umani, brandelli di vestiti. All’interno dello stupa commemorativo sono raccolte migliaia di teschi, ricordo perenne di cosa può comportare l’imbarbarimento della specie umana. E tutto questo e’ successo pochi anni fa, a persone che a vederle oggi sembrano le più pacifiche della terra. Una giornata passata qui e’ un excursus nella memoria, un monito, uno spunto di profonda riflessione per non dimenticare mai, una lotta costante per soffocare la rabbia e trattenere le lacrime.

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Pol Pot e’ morto nel 1998, da uomo libero, mentre alcuni degli altri principali capi Khmer sono stati arrestati solo nel 2007, e sono ancora in attesa di giudizio da parte di una corte internazionale. Nel paese il processo di conciliazione e’ ancora in atto, ma i quadri intermedi e inferiori del partito sono stati perdonati, a meno che non si siano macchiati di crimini documentati particolarmente efferati. Oggi, vittime e carnefici convivono pacificamente.

Dopo Auschwitz la poesia e’ morta, scriveva Adorno. A Cheung Ek ne e’ stato celebrato il funerale. Amen.