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Holi a Varanasi

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Giorno 690.

L’atmosfera e’ da ultimo giorno d’assedio, si bruciano i morti e si salvi chi può. Varanasi e’ la città più vecchia del mondo, dicono circa 4000 anni, in confronto Roma e Atene sono delle sbarbatelle. La quintessenza dell’India si spiega sulla riva sinistra del Gange, la grande madre che porta la vita nel Subcontinente, ed è una città bellissima nella sua lugubre decadenza. I palazzi diroccati dei Maharajah si affacciano sui decrepiti Ghat, le scalinate di pietra che si tuffano nel fiume, sulla cui si sponda si affaccenda un ammasso di umanità variopinta che porta con se il meglio ed il peggio di questo popolo. Qui lo spiritualismo induista si mischia con il materialismo moderno, tra abluzioni e riti sacri vecchi di millenni, blue lassi da capogiro e giri in barca per turisti a 50 rupie, ma solo se contratti bene.   

            

A Varanasi si viene per morire, se si ha questa fortuna ci si libera dal ciclo delle rinascite e si è salvi, fino alla fine dei tempi. Ecco perché il cuore fumante della città e’ il Manikarnika Ghat, quello delle cremazioni. Qui lo spettacolo della morte ti si appiccica ai vestisti e ti brucia gli occhi, insieme alle esalazioni delle pire che ardono senza sosta. Gli uomini recano a spalla i loro cari, li immergono per un ultimo bagno e, mentre i morti aspettano il loro turno, i vivi comprano la legna, in base a quello che possono. Se sei povero e te ne puoi permettere poca, rischi che il tuo corpo non bruci del tutto, e allora se lo mangeranno i pesci o i cani sull’altra riva. Una composta rassegnazione aleggia sulla folla di parenti e amici raccolta in piccoli gruppi ammassati un po’ ovunque, come i tronchi di legno fumanti. Dai barconi i turisti sfilano silenziosi trattenendo il fiato alla vista del fuoco che lambisce i corpi. Ricchi e poveri, le ceneri che si mischiano prima di essere buttate nelle acque sacre. 

   S

Sono i giorni che precedono la Holi, l’inizio della primavera. La città e’ un girone infernale di follia collettiva, nell’aria si respira il fermento e tutti si preparano al delirio del mattino del 6 marzo. Oggi gli dei non guardano, e vale tutto. Noi acquistiamo pistole ad acqua e polveri colorate, ma la mattina della festa scopriamo che il proprietario della nostra Guesthouse ha proibito a tutti di uscire prima di mezzogiorno, pare che sia troppo pericoloso per i suoi preziosi turisti mescolarsi al pandemonio che si sta scatenando in città. Quasi ci rassegniamo, ed iniziamo a sfidarci a colpi di colore sul terrazzone con i bambini locali, ogni tanto ci affacciamo e con invidia sbirciamo la guerra vera che si combatte lungo il fiume. Poi una rivoluzione di giapponesi ci libera e convince il bramino a lasciarci uscire, a patto che si firmi, addirittura, un foglio per sollevarlo da ogni responsabilità. 

   C

Così ci ritroviamo fuori insieme a Gustav, un ragazzo svedese che mi aiuterà a fare da pretoriano a Giulia nel marasma generale che nel frattempo infuoca sui Ghat e tra i vicoli della città vecchia. A dire il vero in giro non si vedono donne locali sopra i dodici anni, e ci mettiamo un attimo a capirne il motivo: con la scusa di augurare “Happy Holi” spruzzandoci di tutto addosso, i marpioni ne approfittano per palpare tette e culi delle malcapitate turiste più temerarie, anche se devo dire in modo piuttosto goffo e più curioso che malizioso. Naturalmente non posso evitare che mia moglie subisca la stesa sorte, del resto se gli dei non guardano, chi sono io per intervenire… Dopo un’ora di baccanale, torniamo in Guesthouse ricoperti di tutti i colori del mondo.  

 

Poli opposti

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Giorno 686.

Patna e’ sulla strada che da Calcutta ci porta in Nepal, verso le tanto agognate montagne, sconfitti per la seconda volta consecutiva da quello che ti sfinisce nell’India di oggi, l’eccesso di umanità, la dissenteria e i nuovi ricchi. L’idea era quella di andare altrove, ad esempio al Parco di Bandavgarh in cerca di tigri, oppure ai templi erotici di Khajuraho, ma il nostro treno e’ in ritardo di cinque ore, già in partenza, che significa muoversi dal formicaio umano della stazione di Calcutta alle tre del mattino, se va bene. Visto che non sono neanche le nove di sera, e l’idea di passare la notte sul pavimento dell’androne immenso di Howrah, sdraiati accanto ad un tombino, non ci entusiasma, passiamo al piano B. Lasciare il paese nel modo più indolore possibile, comprando due posti cuccetta verso la prima città disponibile, perché mica puoi andare dove vuoi, i treni indiani sono sempre pieni. La meta si rivela essere tale Patna. Il cambio in corsa del biglietto regala uno di quei momenti surrealmente tragicomici che solo in questo dannato paese possono accadere: ci sono tutti gli ingredienti, dal peregrinare sconclusionato da un ufficio all’altro per cancellare il biglietto vecchio, al manifestarsi di un salvatore sotto forma di anonimo ispettore delle ferrovie che mi aiuta a farlo, dall’impiegato che mi chiude in faccia lo sportello dieci minuti abbondanti prima dell’orario ufficiale di chiusura, alla rissa che nasce quando qualcuno cerca di saltare la fila, sedata dall’intervento tempestivo di un poliziotto che prende a scudisciate il primo malcapitato, del tutto estraneo al pandemonio iniziale. Poi miracolosamente partiamo ed il tempo per pensare come sempre si dilata: l’India, a raccontarla quasi non ci si crede, come se tutto accadesse su di un altro pianeta.

Di primo mattino, poco prima di entrare in stazione, il nostro treno viene accolto da un lancio di sterco di vacca. Alcuni ragazzi affacciati tra un vagone e l’altro, la ricevono in pieno sui vestiti. Come faranno ad entrare a scuola o al lavoro e’ un mistero, ma va detto che non la prendono nemmeno troppo male. Uno schizzo sfiora anche me, su un piede, e visto che in confronto è poca roba evito di lamentarmi, abbozzando un sorriso di circostanza.

Patna e’ uno di quei posti in cui verresti a vivere soltanto se ti puntassero una pistola alla tempia. E forse nemmeno in quel caso. Meglio morire, e finire di soffrire, piuttosto che passare qualche giorno nello squallore della capitale del Bihar, lo stato più povero ed arretrato dell’India. Qui la modernizzazione del paese ha lasciato solo uno strascico del rinnovamento che, in un modo o nell’altro, stanno vivendo i centri principali, come Mumbai, Delhi e Calcutta. Inquinamento, povertà estrema dovuta ad un urbanizzazione selvaggia dalla campagna, edifici già derelitti prima ancora di essere terminati. Insomma, la tipica sensazione che ci sia appena stata una guerra atomica e nessuno te l’abbia detto, quella che ti prende ogni volta che sbarchi in India. Che non ci sia niente di allegro in giro lo capisci dalle masse di straccioni che salgono sul nostro treno, il lercissimo Himgiri Express, mentre faticosamente si avvicina alla città. Ciechi, storpi, baba sfigati, madri bambine seguite da piccoli sporchi, scalzi, con mezzo metro di muco al naso, mendicanti di ogni genere ci sfilano davanti mentre attraversiamo interminabili periferie di spazzatura ed edifici cadenti. Alla stazione, un uomo morente ci accoglie tra gli spasmi, il volto schiacciato a terra ed il corpo ricoperto di mosche, nell’indifferenza più assoluta. Ci chiediamo che razza di uomini siamo per riuscire a permetterlo, ma andiamo avanti lo stesso, alla ricerca di un risciò che ci porti al riparo nel nostro albergo, uno dei più sopravvalutati della storia.

Guadagniamo la pace estemporanea della nostra camera non prima di aver affrontato un intero corteo politico in parata. La polizia ci blocca il passaggio, finché il nostro risciò-wallah gli urla qualcosa che incredibilmente riusciamo a capire del tipo: “non vedi che ho degli americani a bordo?”. Inutile provare a contraddirlo per spiegargli le nostre origini latine. Le acque si aprono davanti agli Ameriki e finalmente la porta della nostra stanza si chiude sull’inferno. Siamo stanchi, tristi e sporchi, e per oggi va bene così. Forse solo una tappa a Bodhgaya, il luogo dell’illuminazione del principe Siddharta Gautama, in arte Buddha, ci può salvare.

La città del Buddha non e’ lontana. In realtà è un susseguirsi di templi costruiti dalle principali comunità buddiste dell’Asia: c’è quello Thai, quello Bhutanese, Cinese, Giapponese, Nepalese, Tibetano, ecc. Circondati dalla solita frenesia indiana, e non solo, di trasformare tutto quello che porta turisti in un mercato a cielo aperto di servizi e beni pressoché inutili, ci infiliamo a piedi nudi nel tempio scartando il maggior numero di escrementi possibile. L’interno e’ curato, silenzioso, nonostante il brusio delle preghiere che ruota in senso orario. Per quanto l’esperienza generale perda un po’ di intensità a causa del circo in cui è incastonata, l’atmosfera vicino al tempio principale, quello adiacente all’albero dell’illuminazione, si rivela piuttosto suggestiva. Si dice che l’albero attuale derivi da un piantino di quello originale, trapiantato in Sri Lanka per sfuggire alle devastazioni degli invasori musulmani che imperversavano nell’India Settentrionale circa mille anni fa. Che sia vera o meno, la teoria affascina e noi ci crediamo. Una piccola folla compete per raccogliere le foglie che cadono, una specie di corsa al rallentatore nel giardino della pace. I più fortunati si portano a casa un mazzetto sacro di clorofilla ingiallita, e Giulia ovviamente è tra loro. Passeggiando tra i giardini ci interroghiamo su come sia diversa l’atmosfera nei templi buddisti rispetto a quelli indu’. Tanto sono rilassanti, pacifici e meditativi i primi, quanto sono frenetici, caotici, incomprensibili i secondi. Due filosofie religiose e di vita agli antipodi, che nascono una dalle costole dell’altra… 

        

Ancora tu…(ma non dovevamo vederci più?)

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Giorno 682.

Di nuovo India, sbarchiamo e ripartiamo. Dopo pochi giorni ci lasciamo alle spalle una Calcutta che non è nemmeno tutto quello schifo che il nome suggerisce. Grazie a David, un eccentrico canadese in bicicletta che soggiorna in città, ne esploriamo angoli nascosti e poco visitati come il mercato dei fiori, il quartiere degli artigiani di Kumartuli, e soprattutto il palazzo di marmo splendidamente decadente di una delle famiglie che furono potenti ai tempi degli inglesi ed ora cadute in disgrazia, ma che sfoggia dentro casa vasi Ming, dipinti di Rubens e Murillo ed un piccolo zoo privato ricco di magnifici uccelli tropicali. Il problema? Entrare, possibile in due modi: con un permesso ufficiale prenotato chissà dove, oppure alla maniera indiana, ovvero lasciando una mancia piuttosto cospicua al militare di guardia e ad un branco di personaggi che all’interno si propongono come guide improvvisate ed incompetenti. La famiglia Malik vive ancora qui, in un’ala dell’edificio, che purtroppo non si può visitare. Tutt’intorno, l’India di oggi è quella di sempre, con il traffico impazzito ed i mestieri senza tempo, gente che dorme dappertutto, gli esibizionisti, i barbieri a cielo aperto, i poveracci che si disfano per strada e l’alta borghesia che va a cena in ristoranti costosi e si compra BMW. Con i rompicoglioni più insistenti e gli uomini comuni dal sorriso più grande del mondo. 

            
Ma Calcutta per tutti, in Occidente, vuol dire soprattutto Madre Teresa. La casa di questa suorina albanese, icona del ventesimo secolo, e’ meta di pellegrinaggio delle genti più disparate, dai cattolici coreani ai curiosi qualunque come noi, che credenti non siamo, ma fa un certo effetto vedere la stanzetta minuscola e spoglia in cui questa signora, che si rapportava ai più potenti ed ai più disperati della terra, ha vissuto e lavorato per più di cinquant’anni. Giulia arriva a commuoversi e per un momento temo che mi chiederà di lasciare tutto e trasferirsi in pianta stabile tra le Missionarie della Carità.

    

gIl centro originario si trova poco lontano, di fianco al Kalighat, il tempio forse più importante della città, dedicato alla sanguinaria dea Kali. Qui si mormora che un tempo, in momenti di particolare difficoltà venissero eseguiti sacrifici umani per placare la sete di sangue della più terribile personalità del Pantheon Indù, consentendole in questo modo di trovare la forza necessaria per combattere i demoni e liberare il mondo dal male. Oggi si sgozzano più prosaicamente capretti, ed il rosso del sangue e’ sostituito da quello delle polveri rituali che ricopre persino i cani del quartiere e qualche vecchio mendicante, dando ai capelli una strana colorazione rosa acceso che fa tanto punk londinese anni 80. Entriamo nel santuario schivando le solite richieste di denaro da parte dei bramini, e ci mischiamo alla folla di credenti nella fila che conduce al sancta sanctorum in cui si può ricevere il Darshan, ovvero il contatto visivo con la divinità, che equivale ad una benedizione, o forse in questo caso sarebbe meglio dire una protezione, date le abitudini non proprio pacifiche della signora in questione che con il volto nero, i tre occhi spiritati, la linguaccia e soprattutto la ghirlanda di teschi, incute un certo timore.

    

Passiamo i tardi pomeriggi nello splendore neoclassico dei giardini del Victoria Memorial, il magnifico mauseleo dedicato alla regina Vittoria, che troneggia pingue, immortalata per sempre nel bronzo. È solo un’altra delle innumerevoli contraddizioni indiane, uno dei suoi monumenti più belli, costruito per una defunta sovrana straniera. Ma l’immagine più caratteristica della città, quella che più di tutte resta impressa nella memoria, e’ l’uomo-cavallo, il risciò a trazione umana, relitto dell’India del passato, ancora spaventosamente attuale nella metropoli del Bengala. E’ forse l’emblema che più di tutti incarna l’India moderna, un uomo scalzo, spesso di una certa età, che traina una carrozzeria con a bordo una signora corpulenta ricoperta d’oro e seta ed il figlio grasso, simbolo di un paese che, in parte, ha trovato il benessere e si ingozza di patatine, mentre il resto continua a morire di fame. E allora alzati bambino, inizia a camminare, che un po’ di movimento farebbe bene, ed un po’ meno disparità sociale, anche.  

   

Vietato calpestare i sogni

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Giorno 679.

Ripartiamo. Ci eravamo lasciati in Colombia, e adesso siamo di nuovo in India. Nel mezzo, un ritorno a sorpresa a metà luglio, saluti ripetuti a famiglie ed amici, un doppio matrimonio italiano ed irlandese, una guarigione, la mia, miracolosa…qualche chilo di troppo messo su a forza di cene e bevute ed un’esperienza di tre mesi negli Stati Uniti di cui, forse, un giorno parleremo. E poi ancora un ritorno, Natale a casa dopo due passati in giro per il mondo, precisamente in Laos ed a Buenos Aires. Ripartiamo insomma da dove avevamo interrotto il nostro coito con l’Asia, da quell’India che abbiamo tanto amato in passato ma che l’ultima volta ci aveva respinto tra gli spasmi della Giardia e la fatica di sopportare un troppo che ad ogni visita sembra essere sempre più esasperato, ed esasperante. Però avevamo saltato il Nepal, ed il trekking dell’Annapurna non potevamo certo farcelo mancare. E poi ci sarebbe anche l’Iran, di cui mi ero innamorato qualche anno fa durante un viaggio in solitaria, ed i grandi spazi dell’Asia Centrale che avremmo voluto attraversare ritornando via terra nel piano originario…insomma, cose lasciate in sospeso che adesso vorremmo completare. 

       

India – Informazioni pratiche

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SRINAGAR – JAMMU E KASHMIR
DA FARE:
La capitale estiva del Jammu e Kashmir si estende sulle rive del Dal Lake, uno specchio d’acqua verde alimentato dalle nevi e dai ghiacciai presenti sulle alte montagne che circondano la valle. E’ soprannominata la Venezia dell’Himalaya ed in effetti, il lago rappresenta il cuore della città. Da non perdere l’esperienza di un paio di notti su una delle migliaia di houseboat o case galleggianti ancorate sulle rive, che creano un suggestivo susseguirsi di canali. Si tratta dell’eredità più apparente dell’ormai andato impero britannico, quando famiglie di ricchi coloni inglesi abbandonavano il caldo torrido delle pianure, trovando rifugio in quest’angolo di paradiso. La legge locale proibiva qualunque forma di proprietà privata ’su terreno’ per i non kashmiri, ma non citava i possedimenti ‘galleggianti’. Da qui il proliferare di queste singolari imbarcazioni residenziali, oggi come allora raggiungibili solo in shikara, barche simili a gondole, ma dotate di un elegante baldacchino che protegge dai raggi solari. Il mercato galleggiante di frutta e verdura richiede un’alba tragica ed il centro vecchio della città custodisce moschee e mausolei di rara bellezza.
DORMIRE:
Noah’s Arch – 1115 Rp camera doppia, colazione e cena incluse – casa galleggiante di ottimo livello, ben arredata, curata nei particolari, dalle tende ai tappeti. Il bagno dispone di acqua calda, stanze e finestre sono spaziose, con un grazioso salottino dove consumare i pasti e un piccolo terrazzo. Ottima gestione.

KARGIL – JAMMU E KASHMIR
DA FARE:
Tappa obbligata sulla strada per Leh. La città non offre nulla di interessante, ma è meglio trascorrervi una notte per dare al corpo il tempo di acclimatarsi gradualmente all’altitudine.
DORMIRE:
J&K TDC Tourist Boungalow – 400 Rp camera doppia – il posto e’ davvero un po’ misero, le stanze sono vecchie e fredde, coperte e biancheria di dubbia pulizia. Però dispone di un cortiletto assolato e pieno di fiori, con un piccolo impianto fotovoltaico per l’acqua calda.

LAMAYURU – LADAKH
DA FARE:
L’oasi di Lamayuru è un gioiello prezioso incastonato tra ripidi monti dalle intense tinte cromatiche. Il villaggio sorge ai bordi di un grande bacino erosivo, noto come Moonland o “valle della luna”, che la leggenda vuole essere stato il fondo di un antico lago. Il monastero offre viste mozzafiato sulla valle e sul villaggio circostante. Passeggiando tra i vicoli si può assistere a scene di vita quotidiana che trasportano l’osservatore in un altro tempo.
DORMIRE:
Tharpaling Guesthouse – 300 Rp a persona in camera doppia, bagno in comune con acqua calda, colazione e cena incluse – passare un paio di giorni in questa ospitale guesthouse significa avere la fortuna di entrare nella vita quotidiana di una vera famiglia Ladaki. La matriarca Tsiring Yandol e’ la persona più sorridente ed ospitale che abbia incontrato e, se avrete voglia, vi coinvolgerà nelle mille attività quotidiane che scandiscono le sue giornate. Dalla mungitura al burro fatto a mano, dalla raccolta delle mele alla preparazione degli gnocchi fatti in casa. Esperienze che non hanno prezzo.

LEH – LADAKH
DA FARE:
Cuore del Ladakh, la cittadina di Leh e’ la base di partenza ideale per esplorare l’intera regione. In paese si può trovare di tutto: caffetterie, ristoranti, attrezzatura sportiva e da trekking a prezzi stracciati, guide turistiche e agenzie di viaggio in grado di organizzare qualsiasi tipo di tour o attività. I trasporti pubblici possono essere snervanti e spietati, perciò uno dei modi migliori per visitare la zona in modo indipendente e’ noleggiare una moto, sempre che il clima lo permetta e anche l’abilità del pilota. A pochi chilometri dalla città, nella desertica valle dell’Indo, si aprono una serie di valli laterali. Ognuna di queste ospita villaggi e monasteri che trovano nelle acque di fusione che vi fluiscono la fonte della propria sopravvivenza. Sono oasi che offrono un ambiente bucolico di rara bellezza e negli antichi monasteri si conservano importanti opere d’arte. Tra i nostri preferiti Thiksay, Thakthok, Shey, Matho, Stakna.
DORMIRE:
Norzin Holiday Home – 500 Rp camera doppia, bagno comune con acqua calda – un posto da sogno, appena fuori dal centro cittadino, ricavato in una casa tradizionale completamente rimodernata. Offre camere immacolate che si affacciano su un delizioso giardino interno. I proprietari sono una famiglia di persone stupende.

NUBRA VALLEY – DISKIT – LADAKH
DA FARE:
Incastonata in una cornice di monti maestosi la valle di Nubra è situata a nord di Leh e si raggiunge scavalcando il passo di Kardung, che raggiunge i 5602 mt ed è la strada più alta al mondo percorribile con mezzi meccanici. Da non sottovalutare l’impatto fisico di una salita in quota così elevata, senza essere sufficientemente acclimatati. Nella vasta piana che segue il corso del fiume si sono formate dune di sabbia bianca su cui si possono avvistare i cammelli della Bactriana, che risalgono all’epoca carovaniera, quando Nubra era tappa di transito tra Tibet e India. Per la visita della Nubra Valley e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Zambala Guesthouse – 500 Rp camera doppia senza bagno, colazione inclusa – la guesthouse al momento e’ ancora in parziale costruzione. Situata in pieno centro, proprio accanto al mercato, offre camere pulite ed economiche all’interno di un ampio cortile. Su richiesta la proprietaria vi cucinerà cene tradizionali indimenticabili, scelta consigliabile, visto che i ristoranti del villaggio sono tremendi.

DHA HANU VALLEY – LADAKH
DA FARE:
Tre minuscoli villaggi abbarbiccati in una gola sulle rive del fiume sono il cuore dell’antica cultura Drokpa. Una etnia colorata, ancora oggi oggetto di studio, che vive a cavallo tra India e Pakistan. Alcuni li considerano i discendenti dell’esercito giunto fin qui al seguito di Alessandro Magno, anche se in merito non ci sono precise evidenze. Questo popolo conserva tradizioni assolutamente uniche: pelli di pecora come mantelli, fiori e frutti nei capelli, canti e balli assolutamente originali. Trovarsi in zona in occasione di qualche festival locale e’ un’esperienza davvero imperdibile. Per la visita della Dha Hanu Valley e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Skabapa Homestay – 400 Rp camera doppia senza bagno – con una piccola aggiunta si può avere la pensione completa, scelta consigliabile visto che nel villaggio non ci sono negozi, né tantomeno ristoranti. Il gestore e’ una persona riservata, ma molto disponibile. Le camere sono molto basiche ma pulite, bagni e acqua corrente si trovano in giardino, accanto ad uno splendido pergolato.

PANGONG TSO – SPANGMIK – LADAKH
DA FARE:
Una delle più belle escursioni del Ladak e’ il grande lago salato incastonato tra monti altissimi a 4400 metri di altezza. In questa zona per via del clima e dell’altitudine non e’ possibile praticare nessun tipo di coltivazione, e per questo e’ praticamente disabitata. Scenari e paesaggi sono remoti ed indimenticabili. Per la visita del Pangong Lake e’ necessario un permesso d’accesso, le pratiche si possono svolgere in un solo giorno presso qualsiasi agenzia turistica di Leh.
DORMIRE:
Padma Homestay & Restaurant – 150 Rp a persona in camera da quattro senza bagno – a fine stagione, quando gli accampamenti tendati per turisti sbaraccano la zona, e’ forse l’unica opzioni aperta nel minuscolo villaggio. Basico, molto spartano, preparatevi al freddo. Cucina su richiesta, inutile dire che non ci sono altre opzioni.

MANALI – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Nel nord dell’Himachal Pradesh, Manali e’ una frequentata metà estiva per indiani che tentano di sfuggire al caldo delle pianure. Per gli stranieri e’ il punto di partenza obbligato per chi vuole muoversi verso il Ladak o la Spiti Valley, per gli israeliani il paradiso del charas. Nell’insieme la cittadina non è nulla di speciale, meglio sistemarsi nei villaggi di Old Manali o Vashist, nota per le sue sorgenti di acqua termale. Nei dintorni si possono praticare escursioni, trekking, sport estremi. Ottimo il ristorante giapponese di Vashist e la pizzeria appena poco fuori Manali, sulla strada verso il passo di Rotang.
DORMIRE:
Kalptaru Guesthouse – 200 Rp in camera doppia con acqua calda – le camere sono davvero economiche anche se un molto umide. La guesthouse e’ inserita in un grazioso giardinetto proprio dietro le sorgenti termali. La pulizia e’ un po’ approssimativa.

TOSH – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Fino a pochi anni fa Tosh era raggiungibile solo a piedi. Oggi una strada sterrata in pessime condizioni conduce fino a questo remoto villaggio da poco apertosi al turismo. E’ il posto ideale per riposarsi un paio di giorni. Con una camminata di un paio d’ore si può raggiungere l’alpeggio di Kutla, e ancora più in alto si trovano le piantagioni di marijuana. Ma se si vogliono visitare i campi è sconsigliabile addentrarsi oltre da soli, meglio chiedere l’ausilio di qualche locale come guida improvvisata. I contadini del posto non amano i curiosi e ogni anno qualche turista rimane vittima di inspiegabili sparizioni.
DORMIRE:
Sunset Family Guesthouse – 250 Rp camera doppia con acqua calda – situata in una nuova palazzina nella parte alta del villaggio, offre camere pulite, terrazzo con vista panoramica e un buon ristorante con stufa a legna per la sera.

KIRGANGA – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
L’escursione fino alle sorgenti sacre di Shiva richiede all’incirca tre ore di sentiero. Il percorso migliore e’ quello che attraversa il villaggio di Naktan, risalendo alla sinistra del torrente: e’ più soleggiato e meno insidioso. L’ausilio di una guida non è assolutamente necessario, ma per non sbagliarsi è meglio chiedere informazioni lungo il percorso ai contadini della zona o agli altri escursionisti che discendono il sentiero. A Kirganga si trova di tutto, ci sono guesthouse, ristoranti e piccoli negozi. Il cibo e l’acqua hanno prezzi quasi raddoppiati, ma bisogna tenere presente che i rifornimenti raggiungo questo alpeggio sperduto fra le montagne sulle spalle dei portatori o a dorso di cavallo. Le terme naturali sono davvero stupende, anche se uomini e donne sono separati e quest’ultime possono bagnarsi solo all’interno di una costruzione in legno, al riparo da occhi indiscreti.
DORMIRE:
Lotus Guesthouse – 300 Rp camera doppia senza bagno – forse l’unica accomodation a disporre di stanze economiche in legno ed altre leggermente più care in muratura, mentre la maggior parte sono costruite in semplice lamiera e quando le temperature scendono possono trasformarsi in trappole di ghiaccio. Ottima la cucina del ristorante Lotus.

KASOL – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Il villaggio di Kasol e’ il più amato dagli israeliani e con i suoi ottimi ristoranti offre al visitatore europeo la possibilità di tuffarsi nella cucina ebraica. Si trova all’incirca al centro della Parvati Valley ed è perfetto come base per escursioni di uno o più giorni nei dintorni. Oltre a Kirganga e Tosh, si possono visitare: il villaggio di Malana, raggiungibile ancora oggi solo a piedi e noto per le sue antiche tradizioni sociali e religiose, Manikaram con il tempio Sikh e le sorgenti termali, Pulga e Kalga, poco più in basso di Tosh, ma molto più frequentati.
DORMIRE:
Royal Orchard – 300 Rp boungalow senza bagno – un posto delizioso. Dietro l’edificio principale si apre un frutteto che si affaccia sul fiume. Al centro due piccoli boungalow ben ristrutturati e graziosamente arredati. Molto pulito e gestito da una famiglia davvero simpatica.

KULLU – PARVATI VALLEY – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Punto di partenza obbligato per chi vuole risalire la Parvati Valley utilizzando i mezzi pubblici.
DORMIRE:
Aaditya Hotel – 550 Rp camera doppia con acqua calda – quando abbiamo dormito qui dieci anni fa l’hotel era davvero decadente, ma una recente ristrutturazione ha dato una bella spolverata a camere e reception. Il prezzo non è proprio economico e l’arredamento resta un po’ vecchio, ma le stanze sono spaziose e dispongono di balcone privato con vista.

DHARAMSALA – HIMACHAL PRADESH
DA FARE:
Dharamsala e’ nota soprattuto come sede del governo tibetano in esilio, anche se la vera residenza di Sua Santità il XIV Dalai Lama si trova a McLeod Ganj, quattro chilometri sopra Dharamsala. Una cittadina di poche migliaia di anime tibetane in esilio che negli ultimi dieci anni e’ diventata un centro super turistico. Oltre alla visita del Tsuglagkang Complex, la dimora ufficiale del Dalai Lama con il suo complesso di scuole e templi, ci si può dilettare in qualsiasi genere di attività collaterale: dallo shopping buddista, ai corsi di meditazione, yoga, massaggi ayurvedici, dalle escursioni nei villaggi circostanti alle lezioni di monaci e maestri, o dello stesso Dalai Lama se si è fortunati. Da non perdere un corso di cucina dalla mitica Rita’s Kitchen, nel villaggio di Bagsu!
DORMIRE:
Dev Niwas Guesthouse – 350 Rp camera doppia con bagno – la palazzina e’ ancora in parziale costruzione, ma ai primi due piani già dispone di spaziose camere nuove di zecca, forse un po’ polverose per via dei lavori in corso, ma che offrono una buona vista e balcone panoramico.

AMRITSAR – PUNJAB
DA FARE:
Il Golden Temple dei Sikh illumina la città vecchia con i suoi marmi bianchi e la cupola dorata. Merita diverse visite, sia durante il giorno quando trabocca di pellegrini, sia di notte quando l’atmosfera tranquilla e le luci che si riflettono sul lago lo trasformano in uno dei luoghi più suggestivi del mondo. Di ben altro tenore e’ la cerimonia di chiusura del confine tra India e Pakistan a pochi km dalla città. Migliaia di turisti indiani, spinti da fervore patriottico, affollano tutti i giorni le tribune vicino ai cancelli, mentre i pakistani dall’altro lato fanno altrettanto. E’ una gara a chi urla più forte, anche se alla fine la fanno da padrone le macchine fotografiche per le immancabili foto ricordo con le guardie di confine.
DORMIRE:
Tourist Guesthouse – 400 Rp camera doppia – situata in una vecchia casa coloniale con cortile e giardinetto interno la Tourist guesthouse offre un riparo dal caos urbano della città. Le camere sono semplici ma molto spaziose.
Golden Temple – sistemazione gratuita nei dormitori comuni per i turisti stranieri, mentre i pellegrini si accumulano nel cortile interno. Anche i pasti sono gratuiti e vengono serviti continuamente nel vasto refettorio comune. Un’esperienza senz’altro molto caotica, ma allo stesso tempo indimenticabile.

DELHI
DA FARE:
Girovagare senza meta per i vicoli della città vecchia e’ un’esperienza che ti porta indietro nel tempo, tra professioni dimenticate e palazzi cadenti di indubbio fascino. Il Red Fort e’ meglio visto da fuori perché l’interno non vale il prezzo del biglietto, mentre la grande Jama Masjid, la moschea del venerdì, e’ un luogo davvero suggestivo. Una visita serale al santuario del santo sufi Nizamuddin Chisti e’ un viaggio nel passato mistico dell’Islam delle origini. Il mausoleo di Humayun e’ senza dubbio una delle meraviglie architettoniche dell’impero Moghul, e vale davvero una visita, soprattutto nel tardo pomeriggio quando l’arenaria rossa si incendia sotto i raggi del sole al tramonto. Da non perdere un pollo tandoori dal mitico Mikky, a pochi passi dalla stazione di New Delhi, i cui kebab sono in assoluto i più succulenti mai provati.
DORMIRE:
Amax Inn Hotel – 650 Rp camera doppia con bagno – appena fuori dalla caotica Paharganj, l’hotel dispone di camere da tutti i prezzi. Per essere la più economica offe un buon rapporto qualità prezzo. Piccola, ma pulita e con TV via cavo. Terrazzo e ristorante sul tetto per sfuggire dal caos cittadino.

AGRA – UTTAR PRADESH
DA FARE:
Per caro ed estremamente turistico che sia, il Taj Mahal e’ il monumento iconico dell’India. Ed e’ semplicemente meraviglioso.
DORMIRE:
Saniya Palace Inn – 500 Rp camera doppia con bagno – la miglior vista sul Taj Mahal di tutta la città e’ quella che si gode dal ristorante sul tetto di questa guesthouse che però ne approfitta sui prezzi. Le camere sono molto nuove e pulite, ma nello stesso vicolo se ne possono trovare di equivalenti ad una cifra inferiore.

PUSHKAR -RAJASTAN
DA FARE:
Esistono due Pushkar. Una per due settimane all’anno coincidenti con l’arcifamosa Camel Fair, quando la cittadina si riempie di cammelli, turisti indiani e stranieri, giocolieri, mercanti e pellegrini. Il circo che si viene a creare intorno a questo evento merita di essere visto una volta nella vita. La seconda Pushkar e’ quella del resto dell’anno. Un posto tranquillo che specchia placidamente le proprie case bianche e azzurre nelle acque del lago. L’atmosfera è molto hippie style, con negozietti che vendono di tutto, dal l’abbigliamento new age ai libri in tutte le lingue.
DORMIRE:
Rajguru Guesthouse – 350 Rp camera doppia con bagno, 800 Rp durante la Camel Fair – la guesthouse si affaccia su un fresco giardino interno e offre camere semplici ma pulitissime, pavimenti lucidi e nemmeno una ragnatela. Il proprietario e’ una persona molto precisa, cortese ed affidabile.

JODHPUR – RAJASTAN
DA FARE:
Il forte che domina la città e’ uno dei più suggestivi ed imponenti del Rajasthan. Ma la magia del posto si coglie al meglio nei vicoli del centro, la cosiddetta città blu, dove girovagare e perdersi fa parte del piacere.
DORMIRE:
Sunshine Guesthouse – 400 Rp camera doppia con bagno – guesthouse di nuova apertura situata proprio sotto le mura del forte. Il terrazzo sul tetto ha una delle migliori viste sulla città blu e la torre dell’orologio. Il proprietario abita al pian terreno ed è molto disponibile oltre che pieno di suggerimenti ed iniziative.

NOTE:
Cambio ottobre/novembre 2013: 1 euro = 84 Rp circa.