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Hello Mister! – L’Indonesia dalla A alla Z

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Giorno 368.

AUTOBUS – Il mezzo di trasporto nazional popolare completamente gestito da scellerate compagnie private. Quasi sempre si tratta di scassoni arrugginiti, dove si finisce stipati come sardine in sedili da cinque persone per fila, tre più due. Gli orari sono solo indicativi, non si parte fino a quando tutti i posti sono occupati. L’autista avidamente attende l’arrivo di nuovi compagni viaggiatori, col motore rigorosamente acceso, sotto il sole tropicale che cuoce i passeggeri attraverso il tetto di lamiera, con un effetto vaporiera. Altre volte si parte subito per un giro di ricognizione nei quartieri periferici, a caccia di clienti. Il bigliettaio urlatore non smette di segnalare la destinazione finale e, non si sa come, ma molti si convincono a salire, così su due piedi. Dopo diverse fermate porta a porta, si ritorna in stazione. E’ già passata un’ora e si è ancora al punto di partenza. Poi bisogna sempre preventivare almeno due ore extra di viaggio, rispetto a quanto riportato al momento dell’acquisto del biglietto. Contrattare e’ d’obbligo, ma si finirà comunque per pagare più degli altri passeggeri, che sanno il prezzo e non si fanno infinocchiare. La guida e’ atroce ed il clacson non smette mai di suonare, che fa sempre molto Asia. Su questo tipo di trasporti ci si ferma solo per mangiare, solo nei ristoranti convenzionati e sempre agli orari più inverosimili. Per il resto del tempo e’ l’autogrill a salire sull’autobus sotto forma di venditori ambulanti che saltano da una linea all’altra, affollando i corridoi con cibi, odori e oggetti di ogni genere, dal set di coltelli alle cinture. I mendicanti non mancano mai, sia nella versione tradizionale che quelli camuffati sotto le vesti di cantante o musicista. Poi ci sono quelli col sacchetto, soprattutto donne, che patiscono e vomitano a ripetizione, senza battere ciglio, senza osare nemmeno chiedere una sosta. Si liberano lo stomaco nel loro inseparabile sacchettino con una sonorità di conati rumorosi e violenti. Ma nonostante tutto, i passeggeri in questione non rinunceranno a bere o magiare qualsiasi tipo di schifezza, continuando inesorabilmente a peggiorare la propria situazione.

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BAHASA INDONESIA – Forse la lingua più facile del mondo, senza tempi, plurale, genere…basta imparare le parole e metterle insieme per intavolare semplici discorsi con la gente del posto. E’ stata inventata dopo l’indipendenza, mixando qualche dialetto locale con un po’ di inglese e olandese, rendendo possibile l’unificazione culturale, oltre che politica, di un arcipelago piuttosto eterogeneo. Dopo cinque mesi mastichiamo qualche parola, il necessario per viaggiare e avere un punto di contatto con la popolazione locale, che quasi sempre ignora l’inglese completamente. Quando ci sentono bofonchiare nella loro lingua ridono come matti e, sopravvalutando le nostre conoscenze, iniziano spesso a parlarci a raffica, dando per scontato che comprenderemo ogni singola parola.

CALCIO – Tutti pazzi per il football, ogni bambino e’ Messi, Rooney, Cristiano Ronaldo o Vucinic. Agevolati anche dai prezzi bassissimi delle magliette, tutte rigorosamente taroccate. No global inside…

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DRAGHO DI KOMODO e DUGONGO – Vincono sicuramente il premio per gli animali più bislacchi incontrati in questo viaggio. Il primo e’ un lucertolone di tre metri e ottanta chili, con la saliva infetta che può uccidere un bufalo in pochi giorni (e a maggior ragione un uomo…), che vive solo su due o tre isolotti nel mare di Flores. Il secondo e’ un pacifico ed innocuo animale mitologico metà delfino e metà leone marino, che incontriamo inaspettato l’ultimo giorno in Indonesia. DANZA DELLE MANTE GIGANTI – sempre restando in tema di animali, lo spettacolo in assoluto più grandioso ci è stato offerto da un gruppo di questi pesci fluttuanti, simili ad astronavi marine, che a pochi metri da noi ha inscenato un ballo subacqueo di incredibile grazia e bellezza.

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ESTENSIONE DEL VISTO – E’ possibile, ma per noi si rivela una vera odissea. Intanto non dipende da una legge chiara, precisa e uguale per tutti. Le regole cambiano da un ufficio immigrazione all’altro, e più spesso all’interno dello stesso ufficio da persona a persona. E’ questione di fortuna, basta capitare dall’impiegato giusto, nell’ufficio giusto. Uno Sponsor e’ quasi sempre richiesto, ma in Indonesia un perfetto sconosciuto, al prezzo di poche rupie, si trasforma nel tuo migliore amico e ti accompagna in ufficio a firmare. Noi finiamo respinti più volte, nonostante l’amico indonesiano che reclutiamo addirittura gratis. Dopo essere venuti a male parole e quasi alle mani con un funzionario frustrato, decidiamo di abbandonare il paese per un po’ e farci fare un nuovo visto a Timor Leste. Scelta rivelatasi in seguito piuttosto infelice, ma così e’ andata…

FANCAZZISTI DA SPIAGGIA – Strani personaggi dai lineamenti malesi, coi capelli tinti per metà in una tonalità biondo/arancio innaturale, si aggirano per le spiagge, reinventandosi istruttori di surf o di diving. In realtà il vero obiettivo e’ quello di portarsi a letto qualche turista occidentale. L’avvenenza della preda e’ un optional, il rispetto per il detto “basta che respiri” e’ massimo. Contenti loro…

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GATTI SENZA CODA – All’inizio pensavamo che qualcuno si prendesse la briga di andare in giro a mozzar la coda alle povere bestiole. Poi abbiamo scoperto che un oscuro percorso evolutivo ha fatto si che in Indonesia, ed in Asia in generale, si sviluppasse una genia di gatti dalle code tozze, storte e quasi sempre spelacchiate.

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HEEEELLLLOOOOO MISSSSSTERRRRR – Questa frase risuona da ogni bocca di bambino, uomo o donna che si incontra per strada. Vale indifferentemente per maschi e femmine, basta che si abbia la pelle chiara. Colonna sonora del viaggio.

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IMMERSIONI – La rivelazione del viaggio. Vinti i primi timori, abbiamo iniziato famelicamente ad esplorare i fondali indonesiani, che sono tra i più belli e ricchi di vita del globo. Una nuova malattia.

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LIQUORE DI PALMA – L’Arak e’ la bevanda preferita dall’uomo che non deve chiedere mai. Si tracanna in grandi quantità, e non solo durante i festival. I bicchieri tradizionalmente si ricavano tagliando a pezzi una canna di bambù. Le percentuali alcoliche sono molto variabili, dai 3-4 gradi per il modello base, ai 60-70 per quello più raffinato. Solo per veri duri.

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MANDI – Gli idraulici indonesiani non conoscono la doccia, il bidet e neppure lo sciacquone del wc. Forse perché questo tipo di rubinetteria altamente tecnologica non ha mai raggiunto l’arcipelago, o forse perché nel paese sopravvive un amore diffuso verso un sistema manuale di vaschette con secchiello, noto come mandi per l’appunto. Così ogni bagno dispone di rubinetto sempre aperto per riempire una piccola vasca in muratura, o un grosso secchio in plastica a seconda dei casi, in cui galleggia un padellino con cui attingere l’acqua da usare indistintamente per il gabinetto, la doccia o il bidet. In quest’ultimo caso e’ bene ricordare che nella tradizione non è previsto l’ausilio di carta igienica, né di posate per mangiare. Ne consegue una rigida separazione nell’uso delle mani: quella destra e’ destinata al cibo, quella sinistra si usa per il c….o. MASTURI MAHUDING – Per gli amici Uri, e’ stata la prima persona che abbiamo incontrato in Indonesia, appena sbarcati a Tarakan, in Borneo. Ha invitato noi e Greg a casa propria, ospitandoci per tre giorni e insegnandoci le prime parole in Bahasa Indonesia. Siamo rimasti in contatto, ed incredibilmente e’ stata anche l’ultima persona da noi incontrata in questi mesi: ci siamo infatti rivisti a Makassar, a Sulawesi, un paio d’ore prima della nostra partenza per un ultimo pranzo insieme. Improbabile, ma vero.

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NASI – Il riso. Gli indonesiani vivono di questo, ne mangiano a quintali, come accompagnamento a pietanze piccantissime o più semplicemente come piatto vero e proprio. Economico ed alla portata di tutti, il riso può essere goreng (saltato), putih (bianco), kuning (giallo) o in mille altre varianti. Assolutamente imprescindibile.

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ORANG – Uomo in Bahasa Indonesia. Con l’aggiunta di qualche specificativo, può voler dire qualsiasi cosa: da pazzo (ORANG FANATIC), a uomo della foresta (ORANG UTAN, da cui il nome dello scimmione rossastro, tipico di queste parti), a straniero (ORANG PUTIH O BULE). Facile no?

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PLASTICA – Il ciclo della plastica porta dritto verso il mare. Il lancio libero e’ lo sport nazionale e senza nemmeno un briciolo di vergogna purtroppo. Manca proprio la cultura ambientale. Intanto perché si consumano una quantità esorbitante di imballaggi e contenitori anche quando non servirebbero. Poi ci sono gli onnipresenti sacchetti. Se al supermercato compri un pacchetto di caramelle te le infilano in un sacchetto. Il tutto viene scaricato nelle acque dei fiumi o direttamente in mare. Quando ciò non è possibile si verificano ingegnosi episodi di inceneritori domestici. La sera nei cortili delle case si accendono piccoli falò di immondizia, per bruciare i rifiuti della giornata e in certi casi ci si cucina pure sopra.

QUATTRO IN MOTORINO – Sembra di essere a Napoli, con la differenza che qui e’ legale. Non sono molte le famiglie che si possono permettere una macchina, così il problema trasporto viene risolto architettando complicate configurazioni in cui il padre e’ alla guida, il figlio più piccolo viene schiacciato tra i due genitori, mentre quello più grande prende posizione appollaiandosi in piedi, tra la sella ed il manubrio. Poco sicuro forse, ma lo fanno davvero tutti.

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RAMADAN – Il mese islamico del digiuno viene rispettato da molti, anche se non da tutti. La tolleranza e la pazienza verso gli infedeli mangioni sono comunque garantiti. Verso le sei, quando il muezzin da’ il via libera, si scatena la corsa la cibo, con le città che si riempiono di bancarelle improvvisate e di avventori famelici. Interessante da vedere per noi, immaginando quanto possa essere difficile rispettare la tradizione di non mangiare e soprattutto di non bere, quando le temperature superano costantemente i trenta gradi.

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SPIAGGE – In un paese di diciassettemila isole se ne trovano per tutti i gusti. Da quelle nere vulcaniche che scottano i piedi, a quelle aperte sull’oceano con onde da surfisti, alle idilliache lagune di sabbia bianchissima. Salgono sul nostro personale podio: i bianchi atolli di Derawan, le sconfinate spiagge ventose di Kuta Lombok ed i colori accecanti di Palembak Besar, nelle remote Isole Banyak. I tramonti invece sono sempre tutti perfetti…. SUCCO DI AVOCADO – Al primo assaggio, colpo di fulmine. L’avocado shakerato con ghiaccio, cioccolato e latte condensato e’ diventato la mia bevanda d’eccezione in Indonesia, dove gli alcolici sono resi offlimts dall’Islam e dai prezzi elevati che ne conseguono.

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TSUNAMI – Quello del 24 dicembre 2004 e’ ancora ben vivo nella memoria della gente, per la devastazione epocale che ha portato all’isola di Sumatra. L’unica cosa positiva, ha contribuito alla fine della guerra nella provincia di Aceh. TRIBÙ – L’indonesiano tipico non esiste. La popolazione e’ suddivisa in una miriade di tribù, etnie, minoranze, a seconda del luogo d’origine. Oltre ai famosissimi Dani di Papua, che non abbiamo visitato, le più colorite sono senz’altro i Dayak del Borneo per i tatuaggi e gli orecchini, i Toraja di Sulawesi per i complicati rituali funebri, i Batak di Sumatra per le case a barca e l’ospitalità e gli Ngada di Flores per i villaggi senza tempo.

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UNIFORME SCOLASTICA – E’ bello vedere i ragazzi e le ragazze, dalle elementari alle superiori, andare a scuola tutti vestiti uguali, con l’uniforme del proprio istituto. Almeno così non si enfatizzano le differenza di classe sociale già da bambini, ed i genitori non devono dilapidare interi stipendi per gli abiti alla moda dei pargoli. I have a dream…

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VULCANI – L’Indonesia e’ un ridente arcipelago che se ne sta tranquillamente appollaiato sulla cosiddetta “cintura di fuoco”, cioè l’area a più alta attività sismica del pianeta. Non sorprende quindi la presenza di centinaia di vulcani attivi, che ogni tanto si ricordano della propria funzione, eruttando fuoco e lava intorno ad essi. Distruzione si’, ma anche fertilità che consente più raccolti all’anno. In posti come Java, la terra e’ così ricca e grassa che il riso si raccoglie fino a tre volte in dodici mesi.

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ZOLFO – Come in una novella di Verga, i minatori del vulcano Kawa Ijen si spezzano la schiena ed i polmoni portando in spalla decine di chili del prezioso minerale. La paga non e’ delle migliori, 10 centesimi al chilo, ma se sei forte come una bestia da soma, ne puoi tirare su anche 160 in un giorno. Sono 16 euro, che da queste parti non sono da buttare. E contrariamente a quello che si può pensare, la vita di questi minatori dell’inferno non e’ più breve della media nazionale. Ci manca ancora che scoprano che le esalazioni fanno bene.

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Sulawesi – Informazioni pratiche

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MAKASSAR
DA FARE:
Una scorpacciata di noodels da Sentosa, in pieno lungomare. Un paio di foto al tramonto dal porto e poco altro.
DORMIRE:
Wisma City Inn – 170.000 Rp camera doppia senza finestra + AC e colazione inclusa – stupendo, camere nuovissime, letti immacolati, TV, aria condizionata. C’è lo possiamo permettere solo grazie al fatto che, avendo aperto due mesi fa, applica sconti su tutte le camere. Colazione semplice a base di toast e caffè.

RANTEPAO
DA FARE:
Affittare un motorino e girovagare nei villaggi circostanti per immergersi nella cultura Toraja, tra abitazioni tradizionali, antiche sepolture e sfarzosi funerali. I villaggi più famosi applicano un biglietto di ingresso di 20.000 Rp a persona, che non è poco se si considera che se ne visitano cinque o sei in una giornata. La maggior parte delle cerimonie si svolge in agosto, il difficile e’ scoprire dove. Il mercato delle escursioni funebri e’ nelle mani di un manipolo di guide che costringono all’omertà persino gli impiegati dell’ufficio del turismo. DORMIRE:
Pison Hotel – 150.000 Rp camera doppia – situato fuori città ad appena dieci minuti a piedi dal centro, e’ una sistemazione tranquilla. Offre camere economiche semplici e pulite in un piccolo giardinetto interno. Le camere più costose hanno anche una terrazzo con vista sulle montagne. Il ristorante serve una buona cucina, ma il personale e’ un po’ confusionario. La gestione familiare a volte scorda le prenotazioni o commette gravi errori di calcolo quando è ora di saldare il conto, per fortuna quasi sempre a proprio danno.

BATUTUMONGA
DA FARE:
Dislocato sulle montagne intorno a Rantepao, il villaggio e’ un buon punto di partenza per camminate tra le risaie ed escursioni ai villaggi. La zona e’ un po’ meno turistica, ma altrettanto affascinante, soprattutto grazie agli scorci panoramici mozzafiato sulla pianura sottostante. Girovagando lungo i sentieri non è difficile imbattersi in cerimonie funebri senza la necessità di affidarsi ad una guida turistica per trovarle, ma come sempre dipende un po’ dalla fortuna.
DORMIRE:
Betania Homestay, nota a tutti come “Mama Rina” – 150.000 Rp a persona in camera doppia + colazione e cena incluse – in un grazioso giardinetto con vista panoramica, si dorme in minuscole stanze ricavate in alcune vecchie case tradizionali Toraja. L’arredamento e’ minimale, ma non mancano zanzariere e lenzuola pulite. I bagni sono in comune al pian terreno di ogni edificio e le docce gelate, ma sembra di vivere in una favola. Le cene a base di pollo cotto nel bambù sono eccezionali, come tutto ciò che offre la cucina del resto.

TENTENA
DA FARE:
La cittadina, che sorge sul lato nord dell’omonimo lago, e’ considerata appena un luogo di transito per chi si sposta tra Rantepao e le Togian. Noi ci fermiamo un paio di giorni, affittiamo un motorino e scopriamo una spiaggia dorata dove ci si può bagnare come al mare, visto che le acque del lago sono pulitissime, una serie di cascate tra le più belle che abbiamo visitato fino ad ora ed alcuni ristorantini lungo il fiume dove si possono provare specialità locali come anguille grigliate, pipistrelli piccanti o fritto di pitone.
DORMIRE:
Tandolala Cottages – 150.000 Rp bungalow con doccia, ma senza wc + colazione inclusa e free pick up dalla stazione degli autobus – un posto paradisiaco, con bungalow a palafitta sull’acqua, ristorante con vista panoramica sul lago e sui suoi splendidi tramonti. Le camere sono pulitissime, con zanzariere e biancheria nuova di zecca. Le colazioni sono abbondanti, a base di gustosi pancakes, e la gestione familiare d’avvero ospitale. Simon parla un ottimo inglese, noleggia motorini, offre escursioni nella giungla per avvistare scimmie e tarsi, organizza cene a base di pitone a casa di una famiglia di cinesi suoi amici specializzati in rettili.

AMPANA
DA FARE:
Nulla, una tappa obbligata aspettando il traghetto per le Togian, però può essere un utile punto di rifornimento prima di imbarcarsi, visto che le isole sono davvero molto isolate. Meglio procurarsi qui tutto ciò che occorre in fatto di creme solari, repellenti anti zanzare, carta igienica, eccetera.
DORMIRE:
Oasis Hotel – 120.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – le camere non sono neanche male, ma la quantità di zanzare che invadono l’albergo e tutta la città in generale, insieme ad un karaoke bar a tutto volume, proprio dentro la struttura, rendono la nottata davvero poco riposante. La dislocazione però è ottima, cinque minuti a piedi dal porto.

ISOLE TOGIAN
DA FARE:
Il servizio di traghetti che collega le varie isole con la terraferma funziona a giorni alterni, seguendo rotte diversificate. Quindi è necessario reperire informazioni precise in proposito e programmare con anticipo i vari spostamenti, oltre che la partenza, per evitare di essere costretti a noleggiare barche private dai costi esorbitanti. Molte isole sono davvero piccolissime, con spiagge bianche ma minuscole. Non proprio l’ideale per gente irrequieta come me, anche perché le numerose escursioni, organizzate dai vari resort, oltre che il diving, hanno prezzi davvero eccessivi. E’ possibile anche visitare alcuni villaggi Bajo, gli zingari del mare. Un insediamento molto suggestivo si trova nei pressi di Malenge, oppure si possono organizzare trekking notturni per avvistare i rari granchi delle noci di cocco.
DORMIRE:
MALENGE – Malenge Indah – 135.000 Rp per persona in bungalow economico + tutti i pasti inclusi e free pick up dal porto di Malenge – la spiaggia e’ bellissima, il posto molto isolato. La struttura ha appena cinque bungalow, alcuni più spartani, altri più lussuosi. I pasti in comune sono un po’ tirati per gente davvero affamata, soprattutto le colazioni, ma la cucina e’ discreta e non manca mai la frutta. Il gestore e’ un tipo strambo, ma innocuo.
KADIDIRI – Pondok Lestari – 200.000 Rp in bungalow senza bagno + tutti i pasti inclusi – il posto e’ più vivace e frequentato, oltre ad avere accanto due diving center per gli appassionati di immersioni. La spiaggia e’ meno bella che a Malenge, ma la cucina migliore e la gestione simpatica.

BUNAKEN
DA FARE:
Diving, diving e ancora diving, ma anche lo snorkeling può dare grandi soddisfazioni. L’isola e’ piccolissima, si può attraversare a piedi in meno di un’ora e raggiungere i vari siti per conto proprio, senza l’ausilio di barche. Per chi non si dedica all’esplorazione con pinne e boccaglio il posto offre pochi altri svaghi, le spiagge sono piuttosto sporche e non delle migliori. Un posto per fanatici del sub insomma, ma attenzione al mal d’orecchio…L’acqua è’ molto calda e brulica di microrganismi portatori di brutte infezioni. Munirsi di acqua borica, se possibile!
DORMIRE:
Panorama Resort – 150.000 Rp per persona in bungalow + tutti i pasti inclusi – posto splendido, terrazzo panoramico, graziosi bungalow vista mare con accesso diretto alla spiaggia. Pasti in comune sempre a base di pesce ed in porzioni abbondanti. Personale simpatico, soprattutto i ragazzi del diving center. L’attrezzatura da sub è di buona qualità, le barche comode. Ogni giorno si organizzano fino a tre uscite, due al mattino ed una al pomeriggio. I prezzi sono tra i più competitivi dell’isola: 320.000 Rp per immersione, barca inclusa, con pacchetti scontati per chi ne acquista più di cinque o dieci.

NOTE:
Cambio agosto 2013: 1 euro = 13.500 Rp circa.

365 Giorni di Animeprave

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Giorno 366.

Gli ingredienti ci sono tutti: bungalow economici con stupenda vista sulla baia, pesce a pranzo e a cena ed in porzioni abbondanti, servito sulla terrazza dove si mangia tutti insieme, mare cristallino pieno di bestie strane e staff simpatico. I proprietari della sezione backpackers sono una famiglia originaria dell’isola, mentre la sezione lusso e’ di un’olandese troppo loquace, trasferitosi a Bunaken trent’anni fa, al tempo dei falò sulla spiaggia, quando farsi un canna di fronte al mare non ti conduceva ancora di fronte al plotone d’esecuzione.

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La compagnia e’ di quelle giuste, con una combriccola di spagnoli rumorosi composta da Ana e Manuel di Burgos, i catalani Emanuel e Jordi, e i baschi Gabriel e Amaya, poi c’è Mathilde, franco-canadese che vive in Australia, in viaggio di nozze senza il marito, che sta surfando a Lombok in questo momento, Sven il primo tedesco auto ironico che abbiamo incontrato e Martin ex modello danese in cerca di se stesso dopo un passato turbolento. Nell’aria si crea subito un clima frizzante da subacquei in erba. A parte Mathilde, che si immergeva già a nove anni, con le nostre 20 immersioni sul logbook e la preparazione trasmessaci da Alberto, per una volta, siamo tra i più esperti.

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I giorni passano veloci avvistando pesci al ritmo di due immersioni al giorno, le serate altrettanto commentando quello che si e’ visto durante le uscite in barca, oppure divertendosi a terrorizzare Sven, che ha l’incubo di essere attaccato da un triggerfish. Roba da fanatici, ma quando si e’ principianti di un’attività entusiasmante come il Diving, un po’ di fanatismo è d’obbligo. A Bunaken si vede di tutto: squali, tartarughe, tonni, cavallucci marini pigmei, pipefish, serpenti marini, granchi pelosi, nudibranchie fluorescenti e gamberetti dalle mille forme e colori. Il tutto grazie a Steven, la nostra guida subacquea locale, senza brevetto, ma con alle spalle più di mille immersioni nelle acque dell’isola. Trova tutto, anche l’invisibile.

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Festeggiamo l’anniversario di matrimonio sott’acqua, con una foto scattata da Mathilde che ancora non abbiamo, ma prima o poi arriverà. Ripensiamo a quanto successo un anno fa, con la sbornia post party, i saluti agli amici, gli zaini che non si chiudono, l’impazienza di partire ma anche il magone nel vedere la faccia triste di mio padre, il viaggio verso l’aeroporto, gli ultimi abbracci e poi finalmente l’Asia. Ci facciamo prendere un po’ dalla nostalgia per i nostri primi giorni, Hong Kong da Fabienne, la Cina, il Tibet…per quella felicità di essere appena partiti che già ci manca…

Poi dopo una settimana e’ già ora di partire, un’altra volta. Abbiamo il volo in serata e non possiamo immergerci, per cui optiamo a malincuore per un’ultima sessione di snorkeling, gelosi dei nostri amici. Giro un po’ annoiato negli anfratti del reef, pensando al Giappone e con la sensazione addosso di aver già avuto tutto il possibile dall’Indonesia, quando ho una visione. Alla mia sinistra, con la coda dell’occhio vedo avvicinarsi una sagoma enorme, una bestia di due metri che all’inizio scambio per uno squalo e mi blocca quasi il fiato. Mi servono alcuni secondi per riprendermi dallo shock e capire di cosa si tratta. Mi sono imbattuto nel timido dugongo, animale mitologico, meta’ delfino meta’ leone marino, che con il suo nasone rastrella il fondale alla ricerca di cibo. Inizio a dimenarmi e ad urlare sott’acqua per richiamare l’attenzione di Giulia, che vaga altrove distrattamente. Deve assolutamente vederlo anche lei, altrimenti crederò che non sia stato reale. Quando finalmente se ne accorge, partiamo insieme all’inseguimento del raro bestione. Ce lo godiamo per qualche minuto, poi il suo essere cetaceo prevale sulla nostra natura umana, e stremati ci lasciamo seminare.

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Quando risaliamo sulla barca e lo raccontiamo agli altri, sono loro ad essere invidiosi. L’Indonesia ci saluta così, ce ne andiamo con le lacrime agli occhi. Ma domani è un altro paese, un’altra avventura, un’altra storia. Domani è Giappone.

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In famiglia

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Giorno 359.

“Ma tu l’hai mai visto un lion fish? E i barracuda quanto sono lunghi? Qual’e’ il tuo nudibranchie favorito? Quanto tempo puoi stare sott’acqua con bombole? Perché si chiama Pipe Fish?” E così via per ore ed ore, con l’infaticabile tenacia che solo un bambino può sostenere… Mai avevo visto una passione così viscerale in una creatura sotto i dieci anni. Eppure non sono passati nemmeno tre mesi da quando i piccoli Mario e Chiara Menneas hanno lasciato il cuore della Sardegna, insieme a mamma Rosa e al suo compagno Leonardo, per intraprendere la grande avventura di un lungo viaggio attraverso l’Asia. Una rivoluzione rispetto alla solita routine casa-scuola di Orgosolo, con momenti anche difficili a volte. La nostalgia degli amici, delle abitudini, senza i propri giochi, nemmeno la TV, alle prese ogni giorno con lunghi e faticosi spostamenti, con cibo strano e quasi sempre troppo piccante, scoprendo sulla propria pelle cosa vuol dire “clima equatoriale e monsonico” delle lunghe estati indiane. Ma dall’allegria contagiosa, dagli occhi curiosi e vispi, dall’impazienza di vivere di questi viaggiatori in erba, si comprende davvero come nulla abbia potuto arrestare il crescente senso di libertà ed il valore di un’esperienza così unica ed indimenticabile da condividere con la propria famiglia. E pensare che quando sono partiti non sapevano nemmeno nuotare, mi racconta mamma Rosa. Oggi sembrano una coppia di pesci senza lische.

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Mario, nove anni tutti pelle e ossa. Va per la quarta elementare ma a volte parla come un adulto. Davanti a se un brillante futuro da biologo marino. Leonardo gli ha comprato un libro sui pesci tropicali e da allora sono inseparabili. Una curiosità insaziabile lo spinge a volerne sapere sempre di più, quando già adesso e’ in grado di riconoscere più specie di molti istruttori di sub che abbiamo incontrato. Cataloga su un quaderno tutti i suoi avvistamenti, arricchendoli di note e piccole descrizioni, a volte anche in sardo.
Chiara, sette anni e un caschetto di capelli neri sempre in movimento. Va per la seconda elementare e dimostra un talento inaspettato per i tuffi dai pontili. Lei i pesci preferisce disegnarli. Album e matite sottobraccio, si cimenta in variopinti fondali marini e deliziosi ritratti che a turno ci regala. Adotta un cucciolo di Labrador meticcio, grasso e peloso, che si aggira coi suoi fratelli sulla spiaggia. Lo bacia, lo strizza e lo veste con le sue magliette, come fosse una bambola. Lui è troppo pigro per ribattere.

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Mamma Rosa e’ tra le donne più coraggiose che abbia mai conosciuto. Una storia dolorosa alle spalle e la forza di andare comunque avanti. Originaria di Orgosolo, nel cuore della Barbagia, una terra aspra e selvaggia, terra di banditi, di Graziano Mesina, Grazianeddu per gli amici. Un posto dove lo stato e’ spesso assente, e la forza delle tradizioni e’ ancora ben radicata. Ma quando quel mondo le diventa troppo stretto, decide di lasciare la Sardegna con i figli piccoli, e provare a spezzare le catene da cui si sente intrappolata.
Leonardo e’ un dottore viaggiatore. Acuto, paziente, sempre interessato ai vari aspetti delle cose. Grande amante del mare, di pesca subacquea e di mille altre cose. Ci parla della Sardegna con l’orgoglio ed l’obiettività necessaria per raccontare una terra dalla cultura antica, ma allo stesso tempo chiusa su stessa. Ci insegna come fare il formaggio, come allevare le api, ma soprattutto ci inizia ai segreti dell’orto sinergico, una vera rivoluzione nella produzione di verdura fai da te, in cui non vediamo l’ora di cimentarci.
Mauro di Trieste, trentanove anni, gli ultimi venti passati a fare il cuoco giramondo. Non fa parte della famiglia, ma sono sei mesi che si trova qui a Kadidiri, per svernare sulla spiaggia del Lestari. Un uomo tenace, testa calda a volte, ma con una sua precisa e rigorosa morale. Ci svela i segreti del pane fatto in casa e ci coinvolge in una interessante giornata di pesca, dai risultati incredibili. Si baccaglia Penelope, graziosa greca in viaggio con la catalana Mireia. A sua volta cerca di sfuggire alle avances piuttosto esplicite di una trichecona belga che lavora nel resort accanto e che ogni sera si aggira speranzosa intorno al suo bungalow. I misteri della caccia…

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La giornata di pesca organizzata da Mauro nei pressi dell’isola vulcano di Una Una e’ un’esperienza memorabile. Come sempre, non sono un’appassionata di pesci morti, li preferisco vedere già grigliati, ma devo ammettere che la tecnica di caccia in cui si cimentano Aka e Mauro e’ davvero affascinante. Scendono in apnea, anche fino a venti metri di profondità, armati di fucili ad elastico a dir poco primitivi, si arpionano al fondale con piedi prensili che sfidano il principio di Archimede, e nascosti dietro una roccia in prossimità della parete che scende verticale, aspettano le prede passare. In pochi minuti la barca si riempie di cadaveri lucenti. Il più grande sfiora i venti chili ed è decisamente più in carne di Chiara. Leonardo all’inizio fatica a stare al loro ritmo, ma e’ dura competere con un nativo Bajo ed un triestino professionista. Noi gli nuotiamo intorno curiosi, e fastidiosi, osservando ogni loro mossa o più spesso intralciandole. Quando finalmente anche Leo infilza il suo pesce, l’orgoglio di Mario e Chiara esplode con una gioia contagiosa. E finalmente il pranzo e’ servito…

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L’incontro con questi nuovi amici e’ stata senza dubbio la parte migliore dei dieci giorni passati alle Togian Islands, una manciata di isole vulcaniche sparse nell’enorme golfo di Tomini, a nord est di Sulawesi, l’antica isola di Celebes. Un luogo ancora oggi difficilmente raggiungibile, con poche strutture turistiche, dove si possono avvistare i rarissimi Coconut Crab, i granchi da cocco, e i pittoreschi villaggi galleggianti dei Bajo, gli zingari del mare, oggi più dediti al turismo, che alla tradizionale pesca di ostriche e cetrioli di mare. Ma nonostante i colori impeccabili, il verde lussureggiante della giungla, le minuscole spiagge bianche, l’azzurro cristallino del mare ed i tramonti infuocati, questo arcipelago non entrerà di diritto nella nostra top five delle isole da sogno… Purtroppo e’ così, ma è risaputo che a furia di girare si diventa pretenziosi…

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L’uomo dei tarsi

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Giorno 351.

L’uomo dei tarsi si chiama Simon Songgo. Ci viene a prendere che e’ già mezzanotte alla stazione dei bus di Tentena, cittadina appollaiata sulla riva nord del Danau Poso, il lago di Poso. Siamo distrutti da quindici ore di autobus, sballottati da una curva all’altra sui due sedili sfigati, quelli in fondo a destra, incastrati tra l’abitacolo ed il portabagagli, schiena dritta perché dietro c’è il lunotto. Simon ci porta ai suoi bungalow, direttamente sull’acqua con tanto di terrazzino privato vista lago. Cadiamo addormentati in un sonno profondo, cullati dal suono dell’acqua.

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L’uomo dei tarsi e’ un professore d’inglese, ex guida di trekking nella zona, che ha dovuto abbandonare l’insegnamento perché non si poteva permettere di pagare la tangente al pezzo grosso di turno, 4000 dollari una tantum, per garantirsi un lavoro ed il futuro. Ma ora che il fratello e’ entrato in politica, spera di farsi dare una mano, la classica logica dell’aiutino che fa tanto casa. Italiani e indonesiani, una fazza, una razza.

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Simon ha tre figli: Robin, il primogenito, ha lasciato la scuola per dedicarsi agli scacchi ed alla baldoria notturna. Ed e’ la sua disperazione. Helen, 12 anni ed un sorriso timido. Lei e’ la sua grande speranza. Studiosa, educata, passa le serate a ripassare lezioni d’inglese e si diverte ad accompagnare gli ospiti in giro per il villaggio. Poi c’è il più piccolo, Dede, il flagello di sua madre. Corre e urla tutto il giorno ed è’ un sollievo per la povera donna quando può scaricare l’indemoniato per qualche ora agli ignari turisti, come noi.

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L’uomo dei tarsi ci affitta il motorino, ci consiglia il trekking alle cascate e la gita alla spiaggia, e la sera ci accompagna da un cinese suo amico che ci prepara una cena a base di pitone, fritto e in zuppa, roba per intenditori.

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Ma l’uomo dei tarsi non si chiama così per caso. Al tramonto ci accompagna nel bosco dietro casa, per incontrare queste piccole scimmiette con la testa rotante a 360 gradi, che hanno deciso di stabilirsi proprio li’, per godersi anch’esse un po’ della profondissima quiete del lungolago. Nella semioscurità della sera, per noi i tarsi sono solo ombre saltellanti da un ramo all’altro. Potrebbero essere qualsiasi cosa, topi o alieni. Giulia sostiene che sono lontani cugini di un certo pupazzo Furbi, di cui ignoravo l’esistenza. Ma l’uomo dei tarsi giura che sono proprio loro, ne riconosce la voce, il canto. E noi non discutiamo.

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