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Trekking dell’Annapurna (Parte prima) – Tutto quello che c’è da sapere prima di partire

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Questo articolo, insieme ai tre che seguiranno, vuole essere una breve guida per chi come noi e’ interessato ad intraprendere questo percorso in maniera indipendente. Vista la difficoltà che abbiamo incontrato nel reperire informazioni su internet, soprattutto in italiano, abbiamo deciso di condividere la nostra esperienza, sperando che sia di qualche utilità per altri trekkers. 

In questo primo post abbiamo inserito tutte le informazioni pratiche utili da acquisire prima di partire, seguiranno altri tre articoli in cui riassumeremo brevemente ognuno dei 31 giorni di trekking affrontati, con informazioni dettagliate sul percorso seguito, le tempistiche, le Tea House, i paesaggi ed anche le difficoltà che abbiamo incontrato. In particolare saranno così suddivisi:
– Annapurna Circuit, da Besisahar a Muktinath in 10 giorni: la via per la salita al passo del Thorong La.
– Annapurna Circuit, da Muktinath a Tatopani in 12 giorni: la discesa attraverso la valle del Lower Mustang e Poon Hill.
– Annapurna Sanctuary, da Tadopani a Pokhara in 9 giorni: andata e ritorno per l’Annapurna Base Camp.

IL PERCORSO
L’Annapurna ha tradizionalmente due percorsi.
Il più lungo e’ l’ANNAPURNA CIRCUIT, gira intorno al maestoso complesso dell’Annapurna e regala viste mozzafiato su altri ottomila come il Manaslu ed il Daulagiri. Il circuito, per ragioni logistiche e di acclimatazione, si affronta preferibilmente in senso antiorario, risalendo la valle che parte da Besisahar e, attraverso il passo del Torongh La (5416 metri), scende nella valle del Lower Mustang, fino ad arrivare a Nayapul, passando per il belvedere di Poon Hill.
Tradizionalmente e’ considerato uno dei trekking più belli al mondo, per le sue viste e la natura imponente. Un percorso accessibile a molti grazie alla presenza delle Tea Houses, l’equivalente di pensioncine locali, originariamente al servizio dei viaggiatori nepalesi, che offrivano vitto e alloggio durante i lunghi spostamenti per raggiungere i remoti villaggi disseminati nella valle. Negli anni, le Tea House si sono evolute in Lodges più o meno basici al servizio dei turisti.
Oggi una strada sterrata percorre quasi tutto il circuito, con jeep che strombazzano dietro ogni curva e ricoprono gli escursionisti di polvere. Nonostante le perplessità di molti, il progetto va tuttora avanti, fortemente voluto dai villaggi più isolati e probabilmente finanziato coi proventi dei permessi pagati dai turisti. Solo dopo la sua realizzazione i nepalesi si sono accorti che il mercato del turismo ha iniziato a subire un calo. Per non perdere la magia di questo trekking alcuni volontari hanno ridisegnato il percorso tracciando nuovi sentieri, alternativi alla strada. È nato così il NATT, il New Annapurna Trekking Trail, un sentiero segnalato col sistema europeo delle bandierine colorate che, con un pizzico di fatica in più, permette di evitare quasi completamente la strada, lasciando la sensazione di aver affrontato un percorso ancora abbastanza incontaminato. Il sentiero principale e’ ben tracciato, ad ogni bivio o ponte, con segnaletica bianca e rossa, mentre le bandierine bianche e blu indicano i percorsi alternativi o secondari.
Il secondo percorso classico e’ quello dell’ANNAPURNA SANCTUARY. Con partenza e arrivo variabili da diversi villaggi, a seconda del tempo a disposizione, consente di entrare nel cuore del circuito fino al campo base dell’Annapurna I (4130 metri) e ritornare indietro lungo lo stesso percorso dell’andata, o apportando alcune variazioni ma solo nella parte più a valle. Questo trekking, che è molto più breve del Circuit e fisicamente meno impegnativo, e’ anche decisamente più turistico, cosa per noi assolutamente negativa. Il vantaggio è che non è stato quasi toccato dalla costruzione delle strade, anche perché da un certo punto in avanti non ci sono veri villaggi da collegare, ma solo agglomerati stagionali di Tea House, nati ad uso e consumo esclusivo dei trekkers, che si svuotano al termine della stagione.
Noi abbiamo lasciato una splendida Kathmandu pre-terremoto, con un progetto ambizioso, quello di percorre entrambi i trekking, senza barare, cioè completamente a piedi, partendo da Besisahar e finendo direttamente a Pokhara, ignorando per quanto possibile la strada. Ci sono voluti 31 giorni di cammino, incluso qualche giorno di riposo qua e là, ma pochi, ed un paio di giorni in cui siamo rimasti bloccati dal maltempo. La sfida più dura e’ stata quella di seguire interamente il NATT, intenzione che per diverse ragioni non siamo riusciti a mantenere completamente, ma che si è rivelata un ottimo allenamento fisico in vista della parte più dura del percorso, l’ascesa al Thorong La, e soprattutto fonte di grosse soddisfazioni organizzative nonché motivo di grande orgoglio.

LA STAGIONE DEL TREKKING
Il percorso in teoria è fattibile durante tutto l’anno, anche se i periodi di alta stagione sono l’autunno e la primavera:
Da metà dicembre a febbraio fa molto freddo con temperature che possono scendere anche oltre i venti gradi sotto zero in alta montagna ed è pertanto necessaria un’ottima attrezzatura tecnica. Inoltre c’è il rischio che il passo sia bloccato dalla neve per giorni e giorni.
Da marzo a giugno e’ il periodo delle fioriture. Il tempo e’ generalmente limpido al mattino, mentre si annuvola e può piovere nel pomeriggio.
Da luglio a inizio ottobre, durante la stagione dei monsoni, piove molto e le montagne sono praticamente sempre coperte dalle nuvole.
Da metà ottobre a metà dicembre il clima e’ generalmente secco e le viste sulle montagne sono le migliori in assoluto, pertanto il circuito e’ molto frequentato. Ovviamente le temperature si abbassano man mano che si avanza con la stagione.

I PERMESSI
I permessi sono due:
– l’ACAP, o Annapurna Conservation Area Project, con cui si paga l’accesso vero e proprio al parco. Costa 2000 Rupie, circa 20 $.
– il TIMS, pagato all’associazione delle agenzie di trekking che in caso di necessità collaborano nelle operazioni di ricerca degli escursionisti dispersi. Costa altri 20 $.
Vanno acquistati preventivamente negli appositi uffici di Kathmandu (in centro, vicino a Ratna Park) o di Pokhara (in Damside, poco lontano dalla stazione turistica degli autobus). Esiste anche la possibilità di sbrigare le pratiche alla partenza di Besisahar, ma a prezzo maggiorato. Oppure in alternativa ci si può rivolgere ad un’agenzia, ma sempre pagando un sovrapprezzo.
I permessi sono nominativi e per ottenerli sono necessarie due fototessera e la compilazione di alcuni moduli forniti in loco. Code a parte, il tutto viene rilasciato sul momento. La validità e’ di un anno dalla data di emissione, ma una volta timbrato l’ingresso non si possono riutilizzare. Lungo il percorso ci sono numerosi check post obbligatori dove i permessi vengono controllati e timbrati. A noi non hanno mai chiesto un documento d’identità ma è meglio avere con sé almeno una fotocopia del passaporto.
Per il Circuit ed il Sanctuary e’ sufficiente un unico permesso a condizione che si eseguano i due percorsi consecutivamente, cioè senza mai uscire dall’area. Più precisamente, in senso antiorario prima il Circuit poi il Sanctuary, in senso orario all’opposto.

IL TRASPORTO
La partenza del circuito era tradizionalmente fissata dalla cittadina di Besisahar, ma ogig, grazie alla nuova strada, alcuni autobus locali raggiungono regolarmente anche i successivi villaggi di Bulbhule e Ngadi Bazaar. Da qui in avanti, in teoria, la strada continua, completa fino a Manang, ma è stretta, pericolosa e percorribile solo a bordo di fuoristrada.
Per raggiungere Besisahar da Kathmandu o Pokhara, esistono alcuni autobus diretti, da prenotare rigorosamente con un giorno d’anticipo in qualsiasi albergo o agenzia. In alternativa si può salire anche all’ultimo minuto su qualsiasi mezzo della tratta Katmandu/Pokhara, o viceversa, e scendere a Dumre, un villaggio circa a metà strada, da cui partono diverse corse al giorno in direzione Besisahar.
Il trasporto verso l’Annapurna Area, per quanto si parta presto, può richiedere anche tutto il giorno e spesso si arriva a destinazione spossati dalle lunghe attese e da un estenuante viaggio su autobus sconquassati, quindi difficilmente sarà possibile iniziare il trekking lo stesso giorno.

LE TEA HOUSES
Lungo il percorso c’è solo l’imbarazzo della scelta, soprattutto nel Circuit sembrano esserci più accomodations che turisti, al di fuori del picco stagionale metà ottobre/metà novembre. La maggior parte dei Lodge di solito si concentra nei villaggi, ma a quasi ogni ora di cammino si trovano sistemazioni per la notte dove ci si può fermare, il che rende più facile affrontate gli imprevisti di percorso come maltempo o stanchezza.
Le strutture sono rustiche, in legno o in pietra, ed hanno sempre una stanza comune che funge da ristorante. Di solito garantiscono una doccia calda grazie a piccoli impianti solari, ma in alcuni casi e’ a pagamento. L’elettricità stranamente non manca mai, ma anche la ricarica delle batterie ogni tanto si paga a parte, soprattutto lungo il Sanctuary. Le camere sono basiche, più o meno pulite e sempre senza riscaldamento. Per le coperte extra basta chiedere, sono abbastanza puzzolenti, ma non mancano mai.
Il prezzo delle stanze è praticamente nullo, da zero a qualche centinaio di Rupie, a seconda della capacità di contrattazione. I prezzi indicati successivamente in queste pagine sono soggettivi, a seconda della stagione, della quantità di turisti, dell’umore del proprietario o dalla nostra voglia di contrattare.
Di solito la regola impone di mangiare dove si dorme, almeno cena e colazione, mentre per il pranzo ci si ferma a piacimento lungo il cammino. I prezzi dei pasti sono talmente alti rispetto alla media nepalese, che quasi sempre si può spuntare anche una camera gratuita, o quasi, sopratutto lungo il Circuit. Nel Sanctuary, invece, le Tea House sono numericamente ridotte e spesso sovraffollate dalla massa di gruppi e di agenzie che prenotano in anticipo, quindi i viaggiatori indipendenti faticano a trovare posto, figuriamoci ad ottenere uno sconto.

MANGIARE E BERE
Il circuito e’ talmente turistico che i ristoranti si sono ingegnati per venire incontro a qualsiasi esigenza, basta pagare. Dagli spaghetti alla torta di mele si può trovare di tutto, ma più si sale più i prezzi si avvicinano all’Europa, ed anzi nel caso della birra addirittura la superano. I menù si assomigliano tutti, spaziando dalla cucina tradizionale, ai piatti tibetani, alla pizza e, mentre la qualità può cambiare, generalmente i prezzi restano uguali all’interno dello stesso villaggio. I tempi di preparazione possono essere epocali, perciò soprattutto a pranzo, se non si vuole stare fermi delle ore, e’ meglio scegliere qualcosa di veloce.
Il piatto tipico e’ il Dal Bhat, non costa molto ed è abbondate visto che viene ricaricato a volontà. Consiste in un insieme di più portate, servite contemporaneamente, a base di zuppa di lenticchie, curry di verdura, riso bianco, pappadam (un foglio sottile di pane fritto), pickels (verdure fermentate) e salsa piccante a piacimento. Per colazione si trova di tutto, dalle uova ai pancakes, dal muesli alle torte al cioccolato. Mentre la frutta e’ rara, eccetto le mele in stagione di raccolta, birre, bibite, te e caffè si trovano a volontà ed in alcuni posti si può provare un succo a base di sciroppo di seabuck, una bacca locale che ricorda vagamente l’albicocca.
L’acqua del rubinetto non è sicura, ma si può purificare con i filtri e le pastiglie. In giro si trovano anche le bottiglie confezionate, ma sono sconsigliabili, non solo per i prezzi esorbitanti ma sopratutto per evitare di produrre rifiuti, che nei lodges generalmente vengono smaltiti gettandoli direttamente nel fiume. Lungo il percorso si trovano anche alcune, poche a dire il vero, Safe Water Drinking Station, postazioni dove è possibile ricaricare la propria borraccia a pagamento, ma le pastiglie restano la soluzione più pratica ed economica.
Vale sempre la regola di mangiare dove si dorme, se non si vuole pagare un sovrapprezzo sulla camera anche pari a dieci volte il suo valore. In ogni caso la montagna non offre molte opzioni, generalmente i villaggi non sono altro che agglomerati di lodges ad uso e consumo dei turisti, e a meno che non si voglia andare a mangiare in un altra Tea House, cosa che non avrebbe molto senso, tanto vale fare tutto nello stesso posto.
Noi per scongiurare il rischio di intossicazioni alimentari abbiamo scelto un regime vegetariano, prevalentemente a base di Dal Bhat che a dire il vero abbiamo mangiato fino alla nausea. Per risparmiare, raramente abbiamo ceduto alla tentazione di concederci tutto quello che ci passava sotto gli occhi, ad esempio, niente birra e pochi dolci, eccetto quelli che ci eravamo portati. Spesso abbiamo pranzato al sacco comprando pane, uova, formaggio o pomodori nei negozietti lungo la strada, risparmiando così tempo e denaro. Anche il tè ce lo siamo quasi sempre fatto per conto nostro, portandoci le bustine e comprando solo l’acqua calda.
Prezzi indicativi:
1 porzione di Dal Bhat, tra 350 e 550 Rupie
1 pancake col miele o le mele, tra 200 e 300 Rupie
1 tazza di tè, tra 30 e 80 Rupie, con picchi da 150/200/250 Rupie salendo in cima al Thorong La.

EXTRA
Carta igienica, saponette, pile di ricambio, cioccolata, sigarette… nei Lodges si trova tutto quello che può servire, anche se noi per risparmiare abbiamo cercato di essere autosufficienti o in caso di rifornirci nei negozietti lungo il percorso o nei centri più grandi e vicini alla strada dove i prezzi erano più bassi. In alcuni villaggi, tipo Manang, si può anche acquistare materiale da trekking di ricambio come guanti, giacche, ghette o racchette, e souvenir di ogni tipo.

SOLDI
È fondamentale avere con se tutto il denaro necessario per la durata del trekking, rigorosamente in contanti, perché non ci sono ATM lungo il percorso, eccetto uno a Jomsom, che però pare funzionare col singhiozzo. Si paga tutto in Rupie nepalesi, quindi è obbligatorio cambiare o prelevare prima di lasciare Pokhara o Kathmandu. Lungo il percorso non abbiamo mai visto accettare dollari o euro, anche se pare ci sia un cambiavalute sempre a Jomsom.

SPESA TOTALE
È stata una delle valutazioni più difficili da fare prima di partire, visto che bisognava avere con se tutto in contanti. Nessuno sapeva darci informazioni utili e cercando su internet, abbiamo calcolato un budget di 30 $ al giorno in due, ma con l’intenzione, se possibile, di spendere meno. E stando attenti in effetti ce l’abbiamo fatta, abbiamo speso 79862 Rs per due persone, in 31 giorni di trekking. L’equivalente di 26 $ al giorno per due persone, tutto incluso (con un cambio indicativo pari a 100 Rp = 1 $). Naturalmente, se non si sta un po’ attenti a quel che si mangia o si beve, e’ un attimo arrivare a 25/30 $ per persona!
In dettaglio:
– Trasporto: 750 Rs, il costo di due biglietti d’autobus non turistico da Kathmandu a Besisahar, con cambio a Dumre.
– Permessi: 8042 Rs, per due persone per entrambi i permessi.
– Dormire 3650 Rs. È la voce più economica, grazie ad una buona dose di contrattazione ed anche perché abbiamo sempre mangiato dove dormivamo.
– Mangiare 66355 Rs. La cifra include tutto, colazione, pranzo e cena in abbondanza, ma sempre con un occhio al portafoglio.
– Extra 1065 Rs. Carta igienica, sapone, dentifricio, quelle cose li insomma.

ALTITUDINE E ACCLIMATIZZAZIONE
Il trekking dell’Annapurna raggiunge altezze considerevoli che costringono il corpo umano ad uno sforzo di adattamento che può richiedere alcuni giorni. Quando si sale troppo in fretta si corre il rischio di non lasciare al corpo il tempo sufficiente per questi adattamenti fisiologici, dovuti alla carenza di ossigeno e di anidride carbonica. Generalmente a partire dai 3500 metri in su si possono iniziare ad accusare sintomi come: mal di testa, nausea, confusione, mancanza di sonno, inappetenza, stanchezza. Si tratta di un campanello d’allarme da non sottovalutare, perché le conseguenze possono essere molto gravi ed in alcuni casi mortali.
Per limitare la probabilità d’insorgenza del mal di montagna e’ importante rispettare alcune semplici precauzioni.
– Innanzitutto non è vero che le persone molto allenate corrono meno rischi delle altre, anzi è più probabile il contrario. La prima regola da seguire prevede di procedere sempre ad un’andatura leggermente inferiore a quella che le proprie gambe consentirebbero per evitare di sovraffaticassi. Le persone molto allenate ed abituate alla fatica corrono il rischio di salire troppo in fretta senza rendersene conto.
– In secondo luogo non è detto che se in passato non si abbiano avuto problemi di acclimatizzazione, non si possano avere in futuro. Non esiste un modo di abituare il corpo all’altitudine, a meno che non si viva in pianta stabile in alta montagna. Quindi bisogna tener presente che ogni persona è diversa e che ogni volta che si affronta un trekking in altura il corpo può reagire diversamente.
– In caso di malessere, vale sempre la regola del non cercare scuse: un leggero mal di testa non deve preoccupare troppo, l’importante è non confonderne le cause, difficilmente sara’ per via del sole, la stanchezza o chissà che altro, bisogna sempre tener presente che è il mal di montagna ad affliggerci ed agire di conseguenza. Se il dolore persiste o aumenta e’ necessario fermarsi, bere molta acqua e prendere una compressa di paracetamolo. Se non si hanno miglioramenti, si deve assolutamente scendere di quota, anche poco può bastare, e riprovare il giorno dopo. Mai e poi mai andare avanti se ci si sente male.
– L’uso del Diamox può aiutare a prevenire l’insorgenza dei sintomi. Noi di solito lo prendiamo e ci siamo sempre trovati bene. Il dosaggio che seguiamo e’ di due compresse al giorno, mattino e sera, per cinque giorni. L’importante è iniziare almeno due sere prima di passare la prima notte intorno ai 3500 metri, altrimenti se ne vanificano gli effetti preventivi.
– L’altezza critica di solito parte dai 3000 metri in su, perciò da qui in avanti si consiglia di dormire ad un’altezza non superiore di 500 metri, rispetto alla sera precedente. Inoltre e’ fondamentale salire lentamente, ascoltando il proprio corpo, bevendo molto e cercando di stare al caldo quando ci si ferma.
– Nel caso dell’Annapurna Circuit, per scongiurare l’insorgere della malattia e’ fondamentale passare almeno due notti intorno a 3500 metri prima di proseguire a salire. L’ideale è fermarsi nella zona di Manang, un villaggio più grande dove si può sostare per un giorno di riposo o allenarsi con uno dei trekking laterali al percorso principale.
– Dopo Manang, si devono trascorrere almeno altre due notti prima di affrontare il passo, una nella zona di Yak Karka ed una al campo base del Thorong La. Noi abbiamo scelto di non dormire all’High Camp perché l’abbiamo considerato troppo alto e troppo freddo, ed abbiamo preferito affrontare l’ascesa al passo tutta nello stesso giorno, partendo all’alba e confidando in un buon allenamento fisico.
– Durante l’Annapurna Sanctuary abbiamo incontrato meno problemi di acclimatizzazione, un po’ perche eravamo gia stati a lungo in altura, ma soprattutto perche abbiamo scelto di non dormire al Campo Base (4130), ma al Machapuchre Base Camp (3700), dove la mattina all’alba abbiamo lasciato gli zaini per salire fino alla cima e tornare in mattinata.

L’ATTREZZATURA
Escluse le scarpe da trekking, noi non avevamo assolutamente nulla di valore, niente attrezzatura supertecnica o di goretex che costa un occhio della testa. Tutto quello che ci mancava, come i pantaloni da trekking, le ghette e le racchette, l’abbiamo comprato nei negozi di tarocchi di Thamel ed è stato più che sufficiente.
Segue un elenco dettagliato.

INDUMENTI
Preferibilmente caldi ma leggeri, meglio se poco voluminosi ed in materiali ad asciugatura rapida.
– Giacca impermeabile medio peso (qualcuno utilizzava un piumino corto, abbinato alla giacca di goretex leggera, per noi un solo pezzo intermedio fra i due e’ stato sufficiente, ma avendo molto tempo a disposizione abbiamo potuto scegliere di non camminare sotto la neve o la pioggia, cosa che altri sono stati costretti a fare)
– Pile (per me 2, uno leggero ed uno pesante, ma sono molto freddolosa)
– 2 pantaloni tecnici (uno per camminare ed uno di riserva o da indossare la sera dopo la doccia, per tornare ad essere persone civili almeno per qualche ora)
– 2 T-shirt manica corta da sport
– 2 T-shirt manica lunga da sport (con zip sul collo meglio) o in alternativa 1 T-shirt e 1 camicia tecnica, leggera ma ideale contro il vento.
– Paracollo, cuffia, guanti (fondamentali)
– Pantalone e maglia termica (da indossare sotto gli abiti in alta montagna)
– Qualcosa per dormire (nel mio caso tuta in micro pile)

MATERIALE TECNICO
– Zaino con cover (noi ne abbiamo utilizzato uno da 50 litri ed uno da 36, il resto del bagaglio l’abbiamo lasciato in deposito nella Guesthouse di Kathmandu)
– Sacco a pelo leggero (il nostro pesa meno di un chilo, e’ poco voluminoso e molto pratico da trasportare. Ovviamente non resiste alle basse temperature, ma nelle Tea House si possono facilmente reperire coperte extra, anche due o tre a testa in alta montagna. L’importante se si ha questa esigenza è specificarlo subito al momento della contrattazione della stanza, pena il rischio di rimanere senza. In ogni caso e’ meglio scegliere una sistemazione poco frequentata da agenzie e gruppi per limitare la concorrenza, visto che anche le guide e soprattutto i porter usano le coperte)
– Scarpe da trekking basse in goretex ( le scarpe sono fondamentali, perché ogni piede ha le sue esigenze e quindi sono state l’unico oggetto di valore che abbiamo scelto con cura prima di partire. Nel nostro caso un paio di Salomon Gtx con suola da trekking, ma basse alla caviglia, sono state più che sufficienti, più pratiche e leggere del classico scarponcino alto)
– Ghette per la neve (in base alla stagione possono essere utili, sopratutto se si utilizzano scarpe basse. Per noi sono state fondamentali a causa delle abbondanti nevicate fuori stagione)
– Racchette (io non le usavo, ma dopo pochi giorni le ho comprate, preoccupata soprattutto dalla neve e dalla ripida discesa che segue il Thorong La, e devo dire che per me si è rivelata un’ottima scelta. Fede non ne ha avuto bisogno, ma lui ha gambe forti…)
– Infradito o ciabatte (per fare la doccia o rilassare un po’ il piede dopo una giornata di cammino)
– Torcia frontale con pile di ricambio (solitamente nelle camere non manca mai la luce, ma è servita spesso per raggiungere il bagno di notte, e soprattutto per la traversata del Torong La con partenza prima dell’alba. Da ricordare che in alta montagna e’ consigliabile dormire con la torcia e le pile dentro il sacco a pelo, perché il freddo della notte scarica rapidamente le batterie)
– Kindle (per leggere un buon libro senza doversi portare dietro un peso eccessivo)
– Macchina fotografica
– Caricabatterie (da usare con parsimonia perché in molte Tea House la ricarica e’ a pagamento)
– Coltellino svizzero
– Borraccia da un litro
– Filtro o pillole per potabilizzare l’acqua (per quanto sembra incredibile l’acqua non è del tutto sicura ed il costo delle bottiglie più si sale, più diventa esorbitante, oltre che ecologicamente insostenibile)
– Bicchiere pieghevole in silicone (e’ servito a noi che per risparmiare ci facevamo il tè per conto nostro, visto che spesso il costo di una tazza di tè raggiungeva livelli europei, mentre un litro di acqua bollente ci consentiva di berne tre tazze a testa ad una cifra modesta)
– Mappa (se ne trovano diverse tipologie. Senza una guida la scala deve essere almeno 1:100.000, per identificare meglio i sentieri e le deviazioni. E’ consigliabile trovarne una che indichi anche il NATT, il sentiero alternativo alla strada, sperando che sia la versione più aggiornata possibile, visti i continui cambiamenti che intervengono sui percorsi nella valle, tipo frane o dighe in costruzione)
– Agendina e biro (per appuntare percorsi, spese, pensieri)
– Mini kit da cucito
– Un paio di metri di cordino sottile da scalata (sottile, ma abbastanza robusto da essere utilizzato come stringa di ricambio in caso di necessità, o più semplicemente per stendere la biancheria o legare qualcosa)
– Rotolo di nastro adesivo da elettricista (importantissimo in un trekking di lunga durata, può servire per riparare una scarpa da ginnastica, un buco nel sacco a pelo o nella cover dello zaino, come per chiudere in emergenza una ferita)
– Asciugamano in micro fibra
– Occhiali da sole (fondamentali)
– Crema solare protezione 50
– Burro cacao
– Spazzolino e dentifricio
– Carta igienica (1 rotolo per iniziare)
– Shampoo monouso (4/5 bustine)
– Deodorante (secondo Fede e’ inutile, ma io l’ho portato di nascosto)
– Saponetta bio (da usare anche per il bucato)
– Assorbenti
– Salviette umide (per l’igiene intima o per darsi una rinfrescata quando la doccia e’ troppo fredda o troppo cara)

BIANCHERIA
In abbondanza, perché lavare in alta montagna, tra l’acqua fredda e la stanchezza, a volte non è davvero possibile, oltre al fatto che ad asciugare la roba ci mette un secolo. E se si può usare senza problemi la stessa maglietta per una settimana di seguito, lo stesso non vale per le mutande o le calze. Per cui:
6 paia di mutande
1 paio di calze di lana (calde ma che non stringano, da usare per dormire)
1 paio di calze tecniche tipo sci (da usare in alta montagna)
2 paia calze lunghe da trekking
1 paio calze corte da trekking ( da usare in basso dove fa caldo)
1 canottiera di lana e 1 di cotone (da usare per dormire o in alta montagna)
2 reggiseni da sport

MEDICINALI
Tutti acquistabili in loco a prezzi ridicoli rispetto all’Italia:
– Diamox per almeno 5 giorni (attenzione: aiuta a prevenire il mal di montagna, non lo cura! Si trova facilmente in tutte le farmacie nepalesi senza bisogno di ricetta, il dosaggio che seguiamo di solito prevede una compressa al mattino ed una alla sera per cinque giorni, iniziando almeno due sere prima di dormire ad un’altitudine di 3500 metri circa)
– Paracetamolo 1000 mg (non solo in caso di febbre, ma soprattutto contro il mal di testa, il principale sintomo del mal di montagna. Alcune guide consigliano, in caso di mal di testa forte, di non proseguire, fermarsi, prendere una compressa e bere almeno un litro d’acqua, se nel giro di poco il dolore non diminuisce e’ preferibile scendere leggermente di quota e ritentare il giorno dopo)
– Antibiotico intestinale (la prima causa di abbandono del trekking sono le intossicazioni alimentari, quindi prestare molta attenzione alla disinfezione dell’acqua e preferibilmente mangiare solo vegetariano, viste le tecniche non proprio ortodosse di conservazione dei cibi e soprattutto della carne)
– Imodium
– Cortisone in crema (come disinfettante in caso di ferite o contro rash cutanei da bed bugs)
– Cerotti per vesciche
– Bende e cerotti
– Muscoril in crema (contro strappi o irrigidimenti muscolari)

EXTRA
Facoltativi, perché lungo il percorso ci sono infiniti negozi e ristoranti che vendono ogni genere di alimento, ovviamente i prezzi possono salire anche fino a sei volte quelli normali. Noi viaggiamo in economia e per risparmiare abbiamo deciso di caricarci di tutto il possibile, accettando che ogni chilo in più nello zaino lo devi portare sulla schiena.
Nel dettaglio:
– 1 Kg di formaggio (in due ci è durato una decina di giorni. Lo usavamo come base per il pranzo al sacco insieme a ciò che giorno per giorno riuscivamo a comprare: pane fresco o in cassetta, uova sode, pomodori. Il picnic si è rivelato un modo veloce ed economico di pranzare che ci consentiva la libertà di fermarci dove e quando volevamo, inoltre il formaggio e’ una buona fonte alternativa di proteine se si sceglie di seguire un regime vegetariano durante il trekking)
– 1 Kg di cioccolato in barrette o snack (soprattutto questo è facoltativo, perché mentre il formaggio non è sempre facile da trovare, il cioccolato si trova dappertutto, sempre se si è disposti a pagare)
– Te in bustina (inizialmente abbiamo preso anche lo zucchero, 1/2 chilo, ma lo abbiamo abbandonato quasi subito, perché si trova quasi sempre gratuitamente su tutti i tavoli dei ristoranti)
– 1 sacchetto di noccioline o frutta secca

CONTINUA…..

  

Colombia – Informazioni pratiche 

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BOGOTA’

DA FARE: 

Non lo sappiamo. Ci fermiamo solo una notte nella capitale durante una lunga sosta tra un volo e l’altro.

DORMIRE:

A Mi Refujio Casa y Hospedaje – 18.000 a persona in dormitorio da sei con bagno in comune e colazione inclusa – il posto è bello, a metà strada tra il centro e l’aeroporto, in una via tranquilla di una zona abbastanza residenziale. Camere pulite, arredamento moderno e colorato. Personale gentile.

CARTAGENA

DA FARE:

La città vecchia all’interno delle mura e’ uno dei gioielli meglio conservati di tutto il Sudamerica. Ben restaurato, il centro brulica di caffè all’aperto, ristoranti, gelaterie, scorci caratteristici, palazzi vecchi e negozi alla moda. L’ambiente sembra quasi europeo, ma l’atmosfera è tutta Tricolor. Intorno alle zone più turistiche si trovano ancora vicoli abitati dalla gente comune, giovani seduti per strada che giocano a carte, vecchi appisolati all’ombra dei cortili, murales, qualche barbone. Unico neo, il caldo allucinante che ci consente di uscire solo la mattina presto e la sera verso il tramonto.

DORMIRE:

Casa Viena – 20.000 a persona in dormitorio da otto con aria condizionata e bagno in comune – l’ostello e’ centrale, ben organizzato, con una pratica cucina sul terrazzo. L’aria condizionata e’ fondamentale per sopravvivere alla calura. Le camerate sono spaziose e luminose, mentre all’interno del cortile si trovano anche diverse camere private più piccole, sempre con il bagno in comune. Il personale e’ molto disponibile ed utile per reperire ogni genere di informazione.

PLAYA BLANCA

DA FARE:

Un paradiso caraibico pieno di turisti. La spiaggia e il colore del mare sono davvero all’altezza delle migliori in Indonesia, ideale per nuotare o passeggiare. Per lo snorkeling invece bisogna acquistare un tour in barca alle Isole circostanti, perché in questo tratto la costa e’ molto sabbiosa e c’è poco da vedere. Le accomodation sono tantissime, tutte strutturate con capanne di paglia a palafitta a pochi metri dalla riva, oppure con più economici chinchorros, tettoie munite di amache direttamente sulla spiaggia. Di notte non c’è luce e spesso manca l’acqua dolce, ma i ristorantini a lume di candela coi tavoli sulla sabbia sono una vera delizia. L’unica pecca è che si tratta di una meta molto frequentata, trovandosi ad appena un paio d’ore da Cartagena ed essendo facilmente raggiungibile in barca o coi mezzi pubblici. Dalle dieci del mattino alle quattro del pomeriggio la spiaggia e’ un formicaio di colombiani in gita di giornata, ma dal tramonto all’alba si svuota e l’atmosfera e’ davvero suggestiva.

DORMIRE:

Hostal Any – 20.000 in cabaña sulla spiaggia con bagno in comune – le capanne a palafitta sono molto spartane, materasso appoggiato a terra con zanzariera sopra, che è fondamentale vista la quantità di zanzare notturne. Al piano inferiore si trovano le amache e sul retro i bagni. Il problema è il proprietario, che nel periodo in cui siamo stati lì non si è mai visto, poco male, se non fosse che non rifornendo i bidoni d’acqua e stato impossibile fare una doccia o anche solo lavarsi la faccia per diversi giorni.

Cabaña El Nary – 50.000 in cabaña sulla spiaggia con bagno in comune e cene incluse – le capanne sono sopra il ristorante, che offre una cucina semplice ma abbondante e generalmente a base di pesce. L’arredamento e’ sempre basico ma in questo caso c’è un vero letto oltre ad un tavolino ed all’immancabile zanzariera. Un secchio d’acqua dolce, a testa, al giorno, garantisce la possibilità di lavarsi il sale di dosso. Televisione sempre accesa per non perdersi neanche una partita dei mondiali, buona cucina e personale gentile. 

SANTA MARTA

DA FARE:

Città turistica e piuttosto grande, ideale come base di partenza per un viaggio nella remota regione della Guajira. Nei dintorni si trovano alcune riserve naturali con spiagge degne di nota, come il Parco di Tayrona, che però non abbiamo visitato. Noi siamo arrivati in Colombia in piene vacanze estive, quindi abbiamo cercato di evitare le più affollate mete turistiche nei pressi della città.

DORMIRE:

Hostal Miramar – 30.000 in camera doppia con bagno privato – a due passi dal lungomare, l’ostello e’ strutturato intorno ad un ampio cortile interno munito di ristorante. Le camere economiche sono piccole e calde nonostante il ventilatore, ma estremamente pulite. Quelle con aria condizionata sono più costose. Il personale e’ gentile ed abbiamo potuto lasciare in deposito i bagagli che non ci servivano prima di muoverci verso la Guajira.

CABO DE LA VELA

DA FARE:

Paradiso per il Kite Surf, la spiaggia e’ immersa in un paesaggio desertico e selvaggio davvero suggestivo. Il vento da terra soffia senza sosta, rinfrescando l’aria e appiattendo il mare che diventa perfetto per appassionati e principianti di questo impressionante sport. Il paese è poco più che una fila di case organizzatesi per accogliere i turisti. Una scuola di Kite Surf offre corsi a prezzi quasi europei, ma la location e’ davvero favorevole ed unica nel suo genere. Le spiagge più belle si trovano a qualche chilometro di distanza, intorno a Ojo del Agua e Playa del Pilon, raggiungibili anche a piedi o affittando un passaggio in motorino, ma da quella lato il mare e’ aperto e molto più agitato.

DORMIRE:

Rancheria Japira – 10.000 per amaca sulla spiaggia – e’ l’ultima in fondo al villaggio. Il padrone Rodrigo gestisce un buon ristorante dove serve piatti a base di pesce. Non ci sono camere, ma solo servizi igienici e chinchorros chiusi su tre lati direttamente sulla spiaggia, ideali per campeggiare o appendere amache. A proposito ce ne sono di diverse taglie e misure, a seconda del prezzo. Di notte fa fresco e grazie al vento non ci sono quasi zanzare.

PUNTA GALLINAS

DA FARE:

Quando il mare incontra il deserto si creano paesaggi suggestivi come quelli di Punta Gallinas. Non ci sono mezzi pubblici per raggiungere questo remoto tavolato che si trova sulla punta estrema del paese, ma solo jeep private che si posso organizzare da Cabo de la Vela. Già solo il viaggio attraverso il deserto punteggiato di cespugli e pozze di fango e’ davvero interessante. Spesso si ha la fortuna di incontrare qualche nomade che si muove a dorso di mulo o gruppi di donne che raccolgono acqua alle sorgenti. A destinazione non c’è un vero villaggio, ma solo alcune fattorie disseminate nel nulla, che si affacciano su un articolato golfo interno. Sulla punta si trova una suggestiva spiaggia costituita da una gigantesca d’una che dal tavolato si tuffa nel mare aperto. Uno dei posti più isolati e selvaggi che abbiamo visitato.

DORMIRE:

Rancheria Alexandra – 12.500 per amaca – e’ una delle fattorie che si trovano nei pressi del capo e forse l’unica attrezzata ad ospitare turisti. Ovviamente è meglio prenotare da Cabo della Vela, non tanto per la carenza di spazio, ma quanto meno per palesare il proprio arrivo. Offre ristorante, tettoia per le tende o le amache, bagni e docce con abbondante acqua dolce, che non è poco da queste parti.

BARRANQUILLA 

DA FARE:

Una grande città sul mare in cui ci fermiamo per una notte in attesa del volo l’indomani mattina presto. Guardiamo la partita e facciamo il pieno di frutta e verdura in uno dei grandi supermercati cittadini.

DORMIRE:

Hostel Mami Dorme – 46.000 in camera doppia con aria condizionata e bagno in comune – ricavato in una porzione di villetta in un elegante quartiere residenziale, lontano dal traffico centro, offre camere semplici e pulite, salotto con tv, ampia cucina perfettamente attrezzata e servizio lavanderia fai da te.

Perù – Informazioni pratiche

Standard

PUNO
DA FARE:
La città e’ nota come base di partenza per escursioni sul lato peruviano del lago Titicaca. Noi la sconsigliamo. Le isole galleggianti sono una pacchianata ad uso e consumo di turistoni americani. E poi sul lato boliviano tutto costa la metà.
DORMIRE:
Maison D’Lago – 40 S camera doppia con bagno privato e colazione inclusa – un hotel in stile locale situato in centro, con camere pulite e spaziose, dotato di wifi e tv satellitare. Niente di speciale, ma per una notte di passaggio si adatta allo scopo.

AREQUIPA
DA FARE:
La città era un antico centro coloniale e ne mantiene viva la memoria grazie ad un’architettura piacevole e molto ben conservata. Chiese spagnole, piazze porticate e antichi monasteri. E’ la base di partenza per il trekking al Canyon del Colca, ma diffidate delle agenzie, non sono assolutamente necessarie. Dalla stazione degli autobus tutti i giorni partono diversi mezzi in direzione Cabanaconde. Raccomandato partire sul presto.
DORMIRE:
Posada del Virrey – 40 S camera doppia senza bagno – offre camere spaziose ricavate in una vecchia casa coloniale, un terrazzo con gazebo e divanetti, una piccola cucina per gli ospiti e la gestione e’ davvero gentile e simpatica. Un ottimo posto.

CABANACONDE
DA FARE:
Raggiungibile da Arequipa con almeno sei ore di viaggio mozzafiato, e’ l’ultimo avamposto in cui è possibile rifornirsi di acqua e cibo a prezzi ragionevoli prima di intraprendere il trekking. Da non perdere l’alba al Mirador Cruz del Condor per assistere al risveglio di questi dominatori del cielo.
DORMIRE:
Hostel Villa Pastor – 12 S a persona in camera doppia con bagno privato – le stanze all’ultimo piano sono gelide, perché completamente vetrate. Quelle ai piani inferiori invece lasciano un po’ a desiderare e mostrano i segni di una pulizia un po’ approssimativa. In ogni caso e’ una delle soluzioni più economiche in paese.

CAÑÓN COLCA
DA FARE:
Optiamo per un trekking di tre giorni, due notti, senza tour e senza guida. I gruppi che scendono quaggiù accompagnati sono ridicoli, perché la strada e’ a prova di imbecille. Il primo giorno ci alziamo all’alba, prendiamo un autobus locale per andare al Mirador Cruz del Condor e rientrare in paese un paio d’ore dopo. Quindi scendiamo nel Canyon dal lato di San Juan, dove passiamo la prima notte. Il secondo giorno ci spostiamo all’oasi e ci godiamo un rilassante pomeriggio in piscina. L’ultimo giorno e’ il più duro, ci alziamo presto per affrontare la salita all’ombra. Si possono anche noleggiare degli asinelli, ma il percorso davvero è fattibile. Copriamo un dislivello di milleduecento metri in pochi chilometri di ascesa. In realtà ce la caviamo in poco più di due ore e arriviamo in tempo per l’autobus delle undici che rientra ad Arequipa.
DORMIRE:
San Juan – Posada Gloria – 10 S a persona in camera doppia senza bagno – belle camere in un bel giardino. Bagno esterno con doccia calda. La gestione e’ un po’ aggressiva ed i prezzi del ristorante un furto, ma purtroppo ci sono poche altre opzioni.
Oasis Sangalle – Oasis Las Palmeras – 15 S a persona in camera doppia senza bagno – un posto da sogno sul fondo del canyon. Giardini fioriti, piscina termale, piccoli bungalow in legno di cactus. Delizioso.

CUZCO
DA FARE:
La città e’ molto bella e sicuramente merita un giorno per girovagare tra le piazze ed i palazzi coloniali. Da qui si parte per raggiungere Aguas Calientes e Macchu Picchu, in treno se si è pigri e spendaccioni, in autobus e a piedi se lo si è un po’ meno. Dal Terminal Santiago si prende un autobus in direzione Quillabamba. Scesi a Santa Marìa, si prosegue con alcuni mezzi locali verso Santa Teresa e l’Idroelettrica, dove finisce la strada. Da li sono meno di tre ore di camminata in pianura, seguendo i binari del treno fino ad Aguas Calientes.
DORMIRE:
Atawkama Hostel – 54 S in camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – l’ostello e’ molto bello e ben attrezzato. Camere nuove, bagni sempre puliti, cucina funzionale, uno spazioso cortile interno arredato con piante e tavoli. Il wifi però e’ lentissimo.
Pakari Hostal – 15 S a persona in dormitorio da due con bagno in comune – la differenza di prezzo sicuramente si sente, ma credo sia uno dei posti più economici in città. E’ un posto più ruspante ma comunque pulito. La cucina ha di tutto, basta solo trovarlo. La gestione e’ particolare, ma e’ sufficiente entrare in sintonia con lo spirito del luogo.

AGUAS CALIENTES
DA FARE:
La città capolinea del treno alle porte del Macchu Picchu. E’ una moderna località turistica nel bel mezzo della Cordillera adatta ad ogni genere di portafoglio. Cercando si possono ancora trovare camere economiche e consumare pasti semplici e abbondanti nel mercato locale. In paese si trova una biglietteria per accedere al parco ed un servizio navetta che a cifre esorbitanti conduce fino al cancello d’ingresso. Altrimenti la salita a piedi prevede quarantacinque minuti di scale spaccapolpacci.
DORMIRE:
Hostal Puñuy Huasi – 40 S in camera doppia con bagno privato – la camera sembra ottima, purtroppo dal lato strada la luce dei lampioni passa dalle finestre ed illumina a giorno la stanza per tutta la notte. Dal lato fiume il rumore del torrente e’ tanto forte che non si riesce quasi a dormire. Una notte in bianco ci spinge a non tornare.
Hostal El Mirador – 30 S in camera doppia con bagno privato – la stanza e’ senza finestra e per questo un po’ umida. A parte questo e’ pulita e tranquilla. Buona la connessione internet.

AYACUCHO
DA FARE:
E’ considerata la capitale peruviana dell’artigianato, oltre ad essere un vivace centro universitario. L’architettura coloniale e’ interessante, anche se meno sfarzosa di Cuzco o Arequipa. Però non e’ assolutamente commercializzata, e per questo più autentica. Vale la pena fermarsi un paio di giorni.
DORMIRE:
Hostal Ayacuchano – 25 S in camera doppia con bagno privato – guesthouse molto basica, ci fermiamo solo una sera perché l’acqua, anche quella fredda, funziona solo a sprazzi.
Hostal 3 Mascaras – 42 S in camera doppia con bagno in comune – ostello molto più accogliente del precedente. La titolare e’ un’anziana signora che si prende cura molto attentamente dei propri ospiti, del patio con giardino, dei cagnetti e dei pappagalli che ci vivono.

HUANCAYO
DA FARE:
E’ una delle città più’ grandi della Cordillera, anche se l’interesse dal punto di vista turistico e’ quasi nullo. Ci va bene perché ci imbattiamo in una sfilata di costumi tipici per una non ben specificata festività, così passiamo una bella giornata girovagando nel colorito mercato, provando creativi piatti locali e ciarlando con i locali, curiosi di vedere due stranieri in città.
DORMIRE:
Hotel Confort – 20 S a persona in camera doppia con bagno privato – Albergo di medio livello ma a prezzi economici, con camere enormi. Va benissimo per una notte o due.

LA MERCED
DA FARE:
Per noi e’ un punto di transito verso la parte più selvaggia dell’Amazzonia. Niente di speciale, ma qualche buon ceviche ed un clima piacevole ci convincono a restare in città un paio di giorni, anche se uno sarebbe più che sufficiente.
DORMIRE:
Hospedaje Santa Rosa – 30 S in camera doppia con bagno privato – la guesthouse e’ carina, anche se la gestione e’ un po’ taciturna. Serve allo scopo.

PUERTO BERMUDEZ
DA FARE:
Da qui inizia la selva. Si possono organizzare trekking sulle montagne circostanti alla scoperta di cascate e villaggi, con la speranza di osservare qualche animale selvatico, ma quando ci arriviamo noi la piogge non sono ancora del tutto passate e ci viene sconsigliato di metterci in marcia. Ci consoliamo con una gita in barca ad un villaggio degli indigeni Ashaninka, due ore più a monte.
Ma l’attrazione più grande del paesino e’ senza dubbio Jesus, il nostro scorbutico ospite basco.
DORMIRE:
Albergue Humbold – 18 S a persona in camera doppia con bagno in comune – di gran lunga il migliore ostello del paese, per non dire dell’intera Amazzonia, probabilmente. Jesus ti tratta come un vecchio zio brontolone, ma a modo suo e’ molto simpatico ed e’ una fonte eccezionale di informazioni sulla zona circostante. Vale la pena venire fino a qui per conoscerlo!

PUCALLPA
DA FARE:
E’ la nostra base di partenza per la discesa in battello lungo il fiume Ucayali, fino a Iquitos. Ci sono diverse compagnie che offrono il servizio, ma le barche non partono tutti i giorni. Aspettano di riempire la stiva. Il viaggio ha una durata variabile da cinque a sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e di eventuali guasti. Sconsigliata la cabina, perché trattasi di piccoli forni crematori disposti sul tetto in pieno sole e con poca aria. Molto meglio l’amaca. E’ necessario munirsi di repellente super potente e di frutta o altri generi alimentari per variare la dieta monotona offerta dalla mensa. I bagni comuni sono sorprendentemente abbastanza puliti e dotati di docce che però utilizzano l’acqua fangosa del fiume. In città contattiamo Cesar, guida che ci organizza una permanenza di alcuni giorni nella foresta amazzonica, a metà strada tra Pucallpa e Iquitos. Ottimo servizio a prezzo economico. Per maggiori info visitarne http://www.viajeselvaperu.com.
DORMIRE:
Hospedaje Richard – 50 S in camera doppia con bagno privato e colazione inclusa – un alberghetto locale vicino al centro, comodo e pulito.

IQUITOS
DA FARE:
La città e’ immensa e fa impressione il pensiero che non ci siano strade a collegarla con il resto del Perù. Da non perdere una passeggiata mattutina nello stravagante mercato di Belem, ma occhio alle borse!
DORMIRE:
Casa del Frances – 45 S in camera doppia con bagno privato – sistemazione economica e centrale. Le camere non sono eccezionali ma pulite, ed almeno non ci sono molte zanzare. La cucina nel patio e’ uno spettacolo.

CICLAYO
DA FARE:
Nei pressi della città sono state rivenute alcune piramidi tombali ricche di tesori, risalenti ad una civiltà preincaica. Il museo archeologico dedicato al signore di Sipan e’ uno splendore. Ma e’ consigliabile affrontarlo con una guida per comprendere meglio la ricchezza dei ritrovamenti. Da non perdere un ceviche mixto al ristorante El Pescador.
DORMIRE:
Piramide Real Hotel – 55 S in camera doppia con bagno privato – situato a due passi dal centro, offre camere piccole ma ben curate con bagno e tv satellitare. Offre anche un’ariosa terrazza sul tetto.

PUNTA SAL
DA FARE:
Lunghe passeggiate sulla chilometrica spiaggia oceanica. Rilassarsi e poco più.
DORMIRE:
Hospedaje Las Terrassas – 60 S in camera doppia con bagno privato – gestito da un’emigrante inglese trasferitasi in Perù da oltre trent’anni, il posto e’ molto bello. Camere confortevoli, cucina a disposizione ed una stupenda terrazza per leggere e rilassarsi. Tramonti da paura.

LIMA
DA FARE:
Purtroppo ci fermiamo nella capitale peruviano solo un giorno, il tempo di fare due compere e prendere l’aereo per la Colombia.
DORMIRE:
Hostel Pay Purix – 21 S a persona in dormitorio da 12 con bagno privato – carino e soprattutto vicino all’aeroporto, e’ perfetto per chi abbia un volo presto o arrivi tardi in città. Il personale e’ molto gentile e simpatico.

La città delle nuvole

Standard

Giorno 629.

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora degli esseri che il terrestre
non potè celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Pablo Neruda, Le alture di Machu Picchu

Forse siamo arrivati fino qui con troppe aspettative. Ora, sarà la pioggia, la cappa di nuvole che ci avvolge come nebbia bassa in Valpadana, la sveglia tragica delle quattro del mattino, i duemilacinquecento gradini nel buio, il sudore che si mescola all’umidità, e nonostante tutto ciò il fiume di turisti che spinge contro i cancelli per entrare, ma questa giornata al Machu Picchu rischia di meritare di diritto il podio fra le peggiori di tutto il viaggio. Davanti ad una tazza di te caldo, pagata la modica cifra di quattro dollari, Fede borbotta come una pentola di fagioli, imprecando indistintamente contro il tempo, l’ignara barista, il governo peruviano, gli stessi Inca per aver scelto la vetta più nebbiosa di tutto il Sudamerica e costruirci sopra la loro città sacra. Seguono senza pietà invettive contro la bigliettaia dei cessi, le guide turistiche che si aggirano sul piazzale come iene in cerca di carcasse, i venditori di souvenir, gli americani vecchi e grassi che scendono comodamente dalle navette turistiche ed ancor di più quelli giovani e forti che hanno pigramente scelto la via più comoda e costosa per raggiungere la cima. Spontaneamente mi sacrifico a farmi ridere in faccia dall’impiegata dell’amministrazione nel vano tentativo di disdire il nostro ingresso al parco, prenotato per oggi quasi una settimana prima. Ma a questo punto farei qualunque cosa pur di risolvere la situazione. Ovviamente non si accettano cambi, quindi per non sprecare soldi e la fatica di due giorni di viaggio per cercare di spenderne meno, costringo un Avidano ormai ostile verso il mondo, ad entrare ugualmente e a confidare in un po’ di fortuna.

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Una barella con un giapponese in crisi d’ossigeno si fa largo tra la folla che accalca ogni mattonella di questo gioiello di città perduta. Controllori armati di fischietto richiamano all’ordine sciami di turisti che calpestano, scalano, saltano o si siedono dove non dovrebbero. Sembrano più solenni e indaffarati di un team di arbitri ai mondiali. La cittadella e’ avvolta da una pioggerella umida, odore di erba appena tagliata ed una rigogliosa giungla che l’abbraccia tutto intorno e che spinge per tornare ad inghiottirla. Nuvole di vapori salgono dal fondovalle, mentre la nebbia cancella il resto del mondo ed attutisce ogni rumore. Forse siamo su un’isola. Se non fosse per la sovrappopolazione in bermuda, k-way e macchina fotografica, questo clima surreale renderebbe ancor più affascinante la scoperta delle rovine, come quando i primi esploratori le riportarono alla luce. Ma questo e’ meglio che lo tenga per me adesso. Scaliamo la cima più alta e seduti su una roccia aspettiamo che la giornata ed i turisti ci scorrano davanti. La pioggia diventa nebbia, il sole fa capolino tra le nuvole, un arcobaleno ci scavalca, i gruppi passano, fotografano e scendono. Il Machu Picchu e’ sempre li, disteso sotto i nostri occhi. Alle tre del pomeriggio rimaniamo praticamente soli davanti al tramonto più incantevole della nostra vita. E mio marito finalmente tace.

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NOTE PER I VIAGGIATORI:
Dieci suggerimenti per visitare il Machu Picchu senza dover vendere un rene:

1. Punto di partenza. La città di Cuzco, dove vi troverete disorientati e disorganizzati in balia di spregiudicate agenzie di viaggio che a tutti i costi vi vorranno scortare nella visita alle rovine. Davvero non è necessario. Trovate un buon ostello dove poter lasciare in deposito il bagaglio e preparatevi uno zainetto con il necessario per passare due notti fuori.
2. Il biglietto. Essendo il numero giornaliero di visitatori limitato, in alta stagione e’ necessario prenotare con qualche giorno di anticipo l’ingresso al Macchu Picchu. Per non incorrere in costi aggiuntivi, recatevi di persona presso la “Direccion de Cultura Machu Picchu”, in Av. De la Cultura, ben consapevoli che in caso di necessità la data della visita si può modificare solamente negli stessi uffici centrali di Cuzco. In alternativa si può acquistare l’ingresso direttamente il giorno prima o il giorno stesso della visita, presso la biglietteria di Aguas Calientes, in città e non all’ingresso, ricordatevelo prima di scalare la montagna. (costo biglietto 126 Soles)
3. Il viaggio. Dalla città di Cuzco prendete un autobus al Terminal Santiago in direzione Quillabamba, precisando al bigliettaio che intendete scendere a Santa Marìa. E’ necessario non partire più tardi delle sette del mattino se si vuole raggiungere Aguas Calientes in giornata. Dopo sei ore di curve a gomito e tornati, verrete scaricati frettolosamente ad un villaggio di quattro case in mezzo alla selva, che più che altro e’ un crocevia. Non sarete ancora scesi dall’autobus che numerosi tassisti vi staranno aspettando ansiosi di trasportarvi per un’altra ora e mezza di strada adrenalinica fino al villaggio di Santa Teresa. Rassegnatevi, e’ l’unica opzione. Se e’ troppo tardi meglio fermarsi a dormire in paese, ci sono sistemazioni economiche e terme piuttosto invitanti, altrimenti da qui, cambiate mezzo ed in altri trenta minuti raggiungete la centrale idroelettrica, dove la strada finisce. (costo trasporti 15 + 10 + 5 Soles)
4. La camminata. Quindici chilometri di sentiero in leggera salita collegano la centrale idroelettrica con la cittadina di Aguas Calientes. Sono circa tre ore a piedi seguendo i binari del treno, perciò tranquilli e’ impossibile perdersi.
5. La città. Arrivati a destinazione sudati e sporchi di fango, non crederete ai vostri occhi: Aguas Calientes è un moderno complesso di lussuosi alberghi, ristoranti per turisti e negozietti per tutti i gusti. Passeggiando per le vie del centro vi chiederete più di una volta se non avete sbagliato posto. Guardate ma non toccate, tutto è’ in vendita e a cifre esorbitanti, ma cercando bene si può trovare una camera umida e senza finestre ad una cifra accettabile, variabile a seconda della stagione, ed un pasto economico al piano superiore del mercato centrale, dove potrete fare scorta d’acqua e frutta per la scalata del giorno seguente. (costo camera 15 Soles a persona + 8 Soles per un piatto completo al mercato centrale)
6. L’alba tragica. Quasi due anni di viaggio dovrebbero averci insegnato qualcosa, mai dare retta alla Lonely Planet. Invece come suggerito sulla guida partiamo alle quattro del mattino per vedere un’alba che non c’è, a causa della nebbia, e per evitare il grosso della folla. Peccato però che anche gli altri leggano le stesse informazioni e, credendosi altrettanto furbi, vogliano essere tra i primi ad arrivare, comodamente seduti in navetta ed alle sei del mattino. Così mentre voi avrete già scalato una montagna intera al buio, vi troverete comunque in coda con altre centinaia di persone. Ricordate, il vantaggio che avete su tutti questi personaggi e’ che la vostra giornata al Machu Picchu non è scandita dal conto alla rovescia del treno che parte alle tre del pomeriggio. Orario in cui la cittadella ritorna ad essere un luogo quasi deserto e pieno di fascino.
7. La scalata. Da Aguas Calientes bisogna ritornare indietro sui propri passi, in direzione idroelettrica, ma questa volta lungo la strada che costeggia il fiume. Dopo aver superato il campeggio, un ponte ed un cancello controllato da guardie segnalano che siete arrivati alla base del sentiero che si sviluppa sulla destra, fronte alla montagna, dei tornanti carrozzabili. Sono circa 500 m di dislivello per 2km di sviluppo su migliaia di scalini accidentati per raggiungere l’ingresso vero e proprio. Circa un’ora di cammino.
8. Il pranzo. Una volta usciti dal villaggio vi sarete giocati l’ultima opportunità di procurarvi acqua e cibo ad un prezzo ragionevole. All’ingresso del Machu Picchu si trovano bagni a pagamento, un bar ed un ristorante a cifre equiparabili a quelli di Piazza San Marco a Venezia. Perciò caricatevi di tutto ciò che potete trasportare e nascondetelo per bene nello zaino. Già perché all’ingresso un cartello a caratteri cubitali tenterà di intimorirvi e dissuadervi dall’idea di portare il vostro pranzo al sacco all’interno delle rovine, per costringervi a consumare al bar convenzionato. Per fortuna, nessuno controlla. Ovviamente non scordate di rimuove i vostri rifiuti ed evitate di inquinare il paesaggio.
9. La guida. Fuori dall’ingresso si trovano numerose guide ufficiali in attesa di un ingaggio da parte dei turisti. I prezzi non sono nemmeno esorbitanti per circa due ore di visita guidata e se incontrate altri visitatori interessati potete dividere la spesa. Noi ci accontentiamo della Lonely Planet e di alcune informazioni scaricate da internet, visto i costi già sostenuti, inoltre come non fa che ripetermi Avidano, quelle delle guide sono tutte supposizioni perché in realtà sul Machu Picchu si sa davo poco.
10. Il ritorno. Il sito chiude poco prima del tramonto, tra le quattro e le cinque. Se ci si vuole fermare fino alla fine, cosa che consigliamo per chi davvero vuole respirare un attimo di magia tra le rovine deserte, e’ meglio trascorre una seconda notte in Aguas Calientes e partire l’indomani mattina, sempre sul presto, per percorrere a ritroso lo stesso percorso dell’andata.

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Bolivia – Informazioni pratiche

Standard

TUPIZA
DA FARE:
Per noi e’ la base di partenza per la visita del Salar. Preferiamo partire da qui piuttosto che dalla caotica Uyuni, per diverse ragioni. Intanto è di strada per chi come noi proviene dalla frontiera Argentina, in secondo luogo e’ una località meno turistica e si dice che le agenzie siano più economiche ed affidabili. Scegliamo un tour di cinque giorni, quattro notti, per un totale el di 1400 Bs a persona, tutto incluso, a parte il biglietto di ingresso al parco,150 Bs, all’isola Incahuasi, 30 Bs, ed alle terme, 10 Bs. Optiamo per un giro più lungo del consueto, per passare più tempo nel salar e scalare il vulcano Thunupa con una vista mozzafiato sul deserto di sale. L’agenzia cui ci affidiamo si chiama Torre e ci riteniamo molto soddisfatti della scelta. L’autista e’ preciso e preparato, il cibo buono e ben cucinato, le sistemazioni sono molto basiche, spesso senza docce o corrente elettrica, ma essendo le stesse per tutti i tour, la sera ci si ritrova in albergo con decine di membri di alti gruppi.
DORMIRE:
Hostel Tupiza – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune – le camere sono piccole ed alcune poco luminose. Però la struttura e’ ricavata all’interno di un tranquillo cortile dove cresce un’enorme albero di fichi. Una piccola cucina poco attrezzata e’ a disposizione degli ospiti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.
Gran Hostal Girasol – 35 Bs a persona in camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – un alberghetto pulito e appena restaurato. Letti grandi e abbastanza comodi, camere spaziose e bagni puliti. L’acqua calda e’ in realtà appena tiepida.

POTOSI
DA FARE:
La visita delle miniere e’ un’esperienza all’inferno con in mano un biglietto di andata e ritorno. In centro ci sono diverse agenzie che organizzano tour alcune gestite da ex minatori. Solo per coraggiosi.
DORMIRE:
Hostal Maria Victoria – 70 Bs camera doppia con bagno privato – ricavata all’interno di una vecchia casa coloniale con un ampio cortile imbiancato di bianco. Le stanze migliori sono quelle superiori, meno fredde e meno umide. L’unico difetto e’ che il luogo pare quasi abbandonato, gestito da un giovane che vive solo da qualche parte all’interno della grande casa e che e’ quasi sempre assente.

SUCRE
DA FARE:
Un giorno per fare due passi nel bel centro storico coloniale della città e’ più che sufficiente. Da non perdere un centrifugato alla frutta nel colorato mercato centrale.
DORMIRE:
Residencial Bolivia – 90 Bs camera doppia senza bagno, con colazione inclusa – ottima sistemazione all’interno di un collegio restaurato. Le numerose camere si affacciano su tre diversi cortili interni, attrezzate con piante e poltroncine. I bagni sono puliti, l’acqua e’ discretamente calda, le stanze sono molto pulite.

TORO TORO
DA FARE:
Una passeggiata fra le orme di dinosauro richiede appena una mezza giornata. Ma per chi percorre tanta strada per raggiungere questo villaggio sperduto tra le montagne, non sono da perdere l’ascesa nella grotta ed una passeggiata nel suggestivo canyon. Il tutto obbligatoriamente accompagnati da una guida locale fornita dall’associazione guide della città.
DORMIRE:
Hostal Charcas – 60 Bs camera doppia con bagno in comune – camere semplici ma pulite, all’interno di uno spazioso cortile. Con un piccolo extra la signora che lo gestisce mette a disposizione la cucina.

LA PAZ
DA FARE:
La città e’ grande, ma meno caotica di quanto ci aspettassimo. La stazione degli autobus consigliata per arrivare e’ quella chiamata comunemente “basso”, più vicina al centro e più sicura. Un paio di giorni sono più che sufficienti per visitare il colorato mercato della frutta, quello delle stregonerie ed il Mercado negro che invadono le strade del centro. Da non perdere assolutamente la vista panoramica dal Mirador Killi Killi, uno dei belvedere più suggestivi della città.
DORMIRE:
La Perla Negra Hostal – 120 Bs camera doppia senza bagno, colazione inclusa – situato a duecento metri dalla stazione degli autobus, l’ostello e’ completamente restaurato. Offre camere confortevoli, con letti e biancheria nuovi di zecca. Tv satellitare, acqua calda ed uno splendido terrazzo panoramico con ping pong e bigliardo dove vengono servite le colazioni.

COPACAPANA
DA FARE:
La cittadina si affaccia sul lago Titicaca ed e’ la base di partenza per lance e traghetti che conduco alle isole del sole e della luna. Da non perdere una visita alla cattedrale che sembra in realtà una moschea ed un’escursione al vicino Cerro Calvario, per godere dello spettacolo del sole che tramonta sul lago. La città e’ piuttosto turistica, offre bar, ristoranti e negozi di souvenir a prezzi molto più economici che il vicino Perù. Alcuni chioschi cucinano deliziosi piatti a base di pesce fresco lungo la banchina del porto. Affittando una bicicletta si può anche dedicare una giornata all’escursioni dei dintorni ed alla visita della costa e delle spiagge circostanti.
DORMIRE:
Hostal Sonia – 80 Bs camera doppia con bagno privato – situato a pochi passi dalla cattedrale in una struttura spaziosa e ben tenuta, offre buone camere con TV ed acqua calda, ed una cucina ben attrezzata a disposizione di clienti.

YUMANI – ISLA DEL SOL
DA FARE:
Alcuni sentieri ben tracciati attraversano l’isola e le diverse comunità che la popolano. Qua e’ la si trovano alcune rovine di templi e resti di civiltà precolombiane, ma la parte migliore sono i paesaggi mozzafiato sul lago navigabile più alto del mondo.
DORMIRE:
Hostal Willka Wat’a – 60 Bs camera doppia senza bagno – situato alla cima della tortuosa scalinata che dal porto conduce al villaggio, offre camere molto semplici, ma economiche. Vanta la miglior terrazza con vista sull’alba di tutto il villaggio, che va però in ombra presto nel pomeriggio. Chi preferisse vedere il tramonto deve superare il crinale ed alloggiare in un hostel dal lato opposto del villaggio.