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Quasi la fine del mondo

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Giorno 110.

È il 21 dicembre 2012, la fine del mondo secondo i Maya si abbatterà su di noi entro il calar del sole. Decidiamo senza appello che e’ giunto il momento di esorcizzare la temuta escursione in motorino. In fondo oggi o mai più. La nostra inabilità come centauri e’ nota ai più, ma dopo aver provato a visitare uno dei siti della Piana delle Giare con una gazzella senza cambio, siamo costretti a capitolare. Stamattina concordiamo il prezzo di uno scooter automatico, perché dover pure imparare a cambiare marcia al primo tentativo ci sembra anche troppo. Scegliamo tra tutti quello rosa, lo stilosissimo motorino di Barbie.

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Dopo la prova in kayak, e’ giunto il momento di un nuovo battesimo del fuoco: Fede parte da solo per un giro di ricognizione, sotto gli occhi preoccupati del titolare che deve aver capito che qualcosa non quadra. Forse il fatto di non esser riuscito nemmeno a metterlo in moto, deve aver rappresentato per lui un chiaro segno dell’inesperienza del pilota. Dopo mezz’ora torna a prendermi, illeso. Mi allaccio il casco e mi siedo dietro, pronta al mio destino come un tacchino a Natale. Abbiamo qualche incertezza in fase di decollo, Fede striscia i piedi parecchio prima di sollevarli, ma una volta partiti riusciamo a stare in sella.

Geograficamente simile al buco di una ciambella, parole testuali della guida, la Piana delle Giare e’ uno dei siti archeologici preistorici più importanti di tutto il sud est asiatico. In una prateria circondata da montagne, giacciono centinaia di questi monoliti, sparpagliati in piccoli gruppetti, scavati in massi di granito dalle dimensioni impressionanti, le cui origini restano tutt’oggi avvolte nel mistero. Secondo il mito, le giare erano usate come anfore dai leggendari giganti guerrieri che popolavano la piana. In esse veniva conservato una specie di liquore casereccio, ancora oggi largamente diffuso tra i locali che amano considerarsi i loro discendenti. In pratica erano degli enormi boccali di birra: storia alquanto affascinante, se non fosse che i laotiani vincono il premio come popolo più basso di statura in tutta l’Asia… Più realisticamente, secondo gli archeologi si tratta di antiche urne funerarie in cui si tumulavano le ceneri delle famiglie altolocate nell’età del ferro.

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La strada che conduce ai vari siti e’ molto peggio del previsto. Percorriamo una pista di terra rossa a dir poco dissestata che mette a dura prova i nervi saldi del pilota. Io gli sto attaccata alla schiena come una cozza al suo scoglio, ma piano piano inizio a rilassarmi e quando raggiungiamo la meta siamo quasi dispiaciuti di esser già arrivati. Passeggiamo tra le anfore spezzate in ossequioso silenzio, attenti a non uscire dai sentieri tracciati e mettere un piede sopra una mina vagante. Fede fa pure una pennica, deve recuperare le forze per il ritorno, mentre io mi infilo in una giara come fosse una tinozza. Il paesaggio e’ davvero suggestivo, si respira un’atmosfera magica, quasi apocalittica. Forse i Maya avevano davvero ragione e tra poco apparirà un’astronave aliena di ritorno sulla terra per riprendersi le giare, dimenticate qui migliaia di anni fa…

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Più che un paese, uno stato d’animo…

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Giorno 108.

Lasciamo il Vietnam con un ultima sfuriata. Ora, tutti sanno che non sono certo un tipo litigioso, ne’ scontroso, ma quando su un autobus pubblico mi fai pagare lo stesso tragitto più caro del mio vicino, e poi mi prendi pure per il culo dicendomi che non andiamo nello stesso posto, quando invece so benissimo che non è vero, allora mi incazzo, e te lo faccio sapere. Ne nasce una discussione tra me, la controllora e l’autista, che non porta da nessuna parte perché alla fine pago comunque la sovrattassa da straniero, ma almeno faccio fare loro una figura di cacca davanti agli altri passeggeri. In Indocina “perdere la faccia” e’ considerato molto disdicevole, e mi fa piacere pensare di avergli causato almeno un po’ di mal di pancia, anche se nostri soldi li hanno intascati lo stesso. Continuiamo a reputare il Vietnam un paese bellissimo, che merita senza dubbio di essere visitato, ma se non ci sarà un’inversione di tendenza in questo senso, probabilmente ne pagherà le conseguenze in un futuro neanche troppo lontano. Comunque arriviamo a destinazione, 12 ore dopo, a Phonsavan, nella Piana delle Giare.

Lontano dalla frenesia dei suoi vicini, si dice che il Laos non sia un paese, ma piuttosto uno stato d’animo. E mai come in questo caso attraversare un confine ti fa davvero entrare in un altro mondo. I laotiani sono pochi, circa 6 milioni e mezzo distribuiti su un territorio grande quasi come l’Italia, per cui non hanno certo problemi di sovrappopolazione. Il paesaggio e’ lussureggiante, con insediamenti urbani di piccole dimensioni dove le case, di due piani al massimo, non sono mai agglomerate, ma sparpagliate nel verde, non dando mai la sensazione di trovarsi davvero in città. Il traffico inesistente e’ costituito principalmente da vecchi motorini, qualche auto ed uno stormo di pick up afflitti da corrosione in stadio avanzato, adattati al trasporto passeggeri. Questi ultimi sostituiscono gli autobus, anch’essi piuttosto malandati, lungo i tragitti meno battuti. La gente e’ cordiale, sorridente, ti saluta in continuazione senza provare a venderti qualsiasi cosa. I bambini non indossano le scarpe, ma ovunque ti corrono incontro, ti prendono per mano e non ti chiedono oboli per la loro amicizia. In pratica, ti senti un ospite benvoluto e soprattutto, che è molto più importante, un essere umano piuttosto che un bancomat ambulante. Il Laos e’ ancora un paese comunista, forse uno degli ultimi al mondo, e le bandiere rosse con falce e martello, specie in via d’estinzione, sventolano agli angoli delle strade, proprio accanto a quelle laotiane.

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Ci sistemiamo in una guesthouse poco fuori dal centro, in un bungalow di legno all’interno di un bel giardino curato. Purtroppo durante la notte scopriamo a nostre spese di non essere i soli abitanti dell’amena stanzetta. Due topastri di campagna hanno ricavato la loro tana in una trave di legno, proprio sotto il tetto, e non mancano di farci sentire il loro disappunto per l’invasione improvvisa del proprio spazio vitale. In poche parole, si divorano la nostra scorta di semi di girasole e si succhiano il mio preziosissimo succo al mango direttamente dal tetrapack, oltre ad un tentativo non riuscito di fregarci i cicles, salvati in extremins dalla confezione di plastica troppo dura per i piccoli roditori. Insomma non ci lasciano dormire tutta la notte con le loro scorrerie alimentari. Il mattino seguente, nel tentativo di farci cambiare bungalow, apprendiamo quanto sia estroso il proprietario: ci risponde sorridente che siamo in campagna e tutte le stanze sono infestate, ma lui che ci può fare? Per indorare la pillola, mette a disposizione della clientela una bella cima di marijuana sul tavolo all’ingresso, affinché si dimentichi della presenza dei roditori. Decidiamo di fermarci li’ in ogni caso.

La statistica afferma che il Laos e’ il paese al mondo che ha subito i peggiori bombardamenti della storia, con un numero di tonnellate di bombe pro capite superiore a qualsiasi altro, sganciate dagli aerei USA come “operazione collaterale” durante la guerra in Vietnam (Per che volesse saperne di piu’, consiglio il bellissimo libro “Asce di guerra”, del collettivo Wu Ming…apre gli occhi sulla storia dell’Italia del dopoguerra e sulle due guerre d’Indocina…). Si calcola che circa il 30 per cento di questi ordigni giaccia inesploso da qualche parte, in attesa di far saltare le gambe a qualche contadino “imprudente”. Il paesaggio e’ punteggiato di crateri, a perenne ricordo di quanto sia fetido il sogno americano. Resti di bombe disinnescate sono esposti in bella vista in ogni guesthouse o ristorante che si rispetti, utilizzate a mo’ di fioriere, bracieri per il fuoco, decorazioni varie, per la serie non si butta via niente. Il nostro giardino e’ letteralmente costellato da questa ferraglia, bombe a mano come soprammobili, mitra arrugginiti all’ingresso e missili di due metri inseriti nella staccionata. Alcune organizzazioni non governative si stanno occupando del problema, ma pare che, dato il numero enorme di ordigni in questione, ci vorranno ancora almeno cento anni prima di bonificare del tutto il paese, un dato sconfortante se si considera che molta gente continua a morire o a rimanere mutilata a causa loro.

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Nel nostro giardino, sul fondo di un missile svuotato, alla sera si organizza il falò ed il barbecue a base d’anatra. Intorno ad esso si ritrovano curiosi caratteri: oltre a noi due, non manca mai il proprietario stesso, che cerca di batterla a qualche ragazzina del posto di quindici anni più giovane di lui, il fratello che suona la chitarra da dio, un ragazzo stagionato della Repubblica Ceca ed un altro inglese, che chiamare ragazzo sarebbe un eufemismo, perché la stagionatura l’ha superata già da un pezzo. L’arzillo settantenne ci racconta che si sta godendo la rendita di un traffico di 80 kg di hashish di prima scelta, trasportato personalmente dal Marocco alla Svizzera, giusto per “mettermi a posto quei dieci anni che ancora mi restano”, testuali parole… Dice anche di aver lasciato la Costa del Sol, dove risiedeva ultimamente, per evitare una morte prematura causata dall’uso smodato di cocaina, e di aver così abbandonato quella sostanza per dedicarsi anima e corpo al consumo di droghe leggere. Racconta storie bizzarre ed inverosimili, oltre ad essere uno strano mix tra Raimondo Vianello con i capelli lunghi ed il cantante anziano di Love Actually, che si esibiva mezzo nudo in “Christmas is all around me”… Tra l’altro canta benissimo, ed improvvisa una versione memorabile di Hotel California, con tanto di lacrime finali. Per quanto si capisca subito che le sue parole non siano da prendere per oro colato, e’ un personaggio piuttosto acuto, che alterna osservazioni intelligenti a discorsi nebulosi, spesso inconcludenti…segno incontrovertibile che i neuroni lo stanno abbandonando.

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Questo insomma è stata l’accoglienza che ci ha riservato il Laos, e non poteva davvero essere più bizzarra. In città ci imbattiamo nell’ennesimo capodanno strampalato del nostro viaggio, con tanto di spiazzo tipo parcheggio adibito per la circostanza. Questa volta a festeggiare e’ l’etnia Hmong, che popola i villaggi dei dintorni. Pare che per l’occasione le ragazze nubili, a caccia di mariti, indossino abiti tradizionali sopra un bel paio di calze a rete, si piazzino un trucco pesante sul viso e, addobbate di campanelle come le renne di Babbo Natale, si lancino col padre al centro della festa in cerca del miglior partito. Il festival ha tutto quello che deve avere una sagra che si rispetti: bancarelle gastronomiche, tiro a segno, persino gli autoscontri…ed in più un gioco tradizionalissimo di cui non abbiamo capito bene lo scopo, ma che e’ senz’altro uno dei passatempi meno adrenalinici cui ci sia capitato di assistere. Ragazzi e ragazze, disposti su due file parallele, si scambiano una pallina da tennis a gruppi di quattro. E vanno avanti così, per ore…speriamo almeno che sia qualche forma arcaica di corteggiamento e che il tutto si concluda con una grandiosa orgia finale, perché il senso di tutto ciò, davvero ci sfugge…

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