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Perù – Informazioni pratiche

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PUNO
DA FARE:
La città e’ nota come base di partenza per escursioni sul lato peruviano del lago Titicaca. Noi la sconsigliamo. Le isole galleggianti sono una pacchianata ad uso e consumo di turistoni americani. E poi sul lato boliviano tutto costa la metà.
DORMIRE:
Maison D’Lago – 40 S camera doppia con bagno privato e colazione inclusa – un hotel in stile locale situato in centro, con camere pulite e spaziose, dotato di wifi e tv satellitare. Niente di speciale, ma per una notte di passaggio si adatta allo scopo.

AREQUIPA
DA FARE:
La città era un antico centro coloniale e ne mantiene viva la memoria grazie ad un’architettura piacevole e molto ben conservata. Chiese spagnole, piazze porticate e antichi monasteri. E’ la base di partenza per il trekking al Canyon del Colca, ma diffidate delle agenzie, non sono assolutamente necessarie. Dalla stazione degli autobus tutti i giorni partono diversi mezzi in direzione Cabanaconde. Raccomandato partire sul presto.
DORMIRE:
Posada del Virrey – 40 S camera doppia senza bagno – offre camere spaziose ricavate in una vecchia casa coloniale, un terrazzo con gazebo e divanetti, una piccola cucina per gli ospiti e la gestione e’ davvero gentile e simpatica. Un ottimo posto.

CABANACONDE
DA FARE:
Raggiungibile da Arequipa con almeno sei ore di viaggio mozzafiato, e’ l’ultimo avamposto in cui è possibile rifornirsi di acqua e cibo a prezzi ragionevoli prima di intraprendere il trekking. Da non perdere l’alba al Mirador Cruz del Condor per assistere al risveglio di questi dominatori del cielo.
DORMIRE:
Hostel Villa Pastor – 12 S a persona in camera doppia con bagno privato – le stanze all’ultimo piano sono gelide, perché completamente vetrate. Quelle ai piani inferiori invece lasciano un po’ a desiderare e mostrano i segni di una pulizia un po’ approssimativa. In ogni caso e’ una delle soluzioni più economiche in paese.

CAÑÓN COLCA
DA FARE:
Optiamo per un trekking di tre giorni, due notti, senza tour e senza guida. I gruppi che scendono quaggiù accompagnati sono ridicoli, perché la strada e’ a prova di imbecille. Il primo giorno ci alziamo all’alba, prendiamo un autobus locale per andare al Mirador Cruz del Condor e rientrare in paese un paio d’ore dopo. Quindi scendiamo nel Canyon dal lato di San Juan, dove passiamo la prima notte. Il secondo giorno ci spostiamo all’oasi e ci godiamo un rilassante pomeriggio in piscina. L’ultimo giorno e’ il più duro, ci alziamo presto per affrontare la salita all’ombra. Si possono anche noleggiare degli asinelli, ma il percorso davvero è fattibile. Copriamo un dislivello di milleduecento metri in pochi chilometri di ascesa. In realtà ce la caviamo in poco più di due ore e arriviamo in tempo per l’autobus delle undici che rientra ad Arequipa.
DORMIRE:
San Juan – Posada Gloria – 10 S a persona in camera doppia senza bagno – belle camere in un bel giardino. Bagno esterno con doccia calda. La gestione e’ un po’ aggressiva ed i prezzi del ristorante un furto, ma purtroppo ci sono poche altre opzioni.
Oasis Sangalle – Oasis Las Palmeras – 15 S a persona in camera doppia senza bagno – un posto da sogno sul fondo del canyon. Giardini fioriti, piscina termale, piccoli bungalow in legno di cactus. Delizioso.

CUZCO
DA FARE:
La città e’ molto bella e sicuramente merita un giorno per girovagare tra le piazze ed i palazzi coloniali. Da qui si parte per raggiungere Aguas Calientes e Macchu Picchu, in treno se si è pigri e spendaccioni, in autobus e a piedi se lo si è un po’ meno. Dal Terminal Santiago si prende un autobus in direzione Quillabamba. Scesi a Santa Marìa, si prosegue con alcuni mezzi locali verso Santa Teresa e l’Idroelettrica, dove finisce la strada. Da li sono meno di tre ore di camminata in pianura, seguendo i binari del treno fino ad Aguas Calientes.
DORMIRE:
Atawkama Hostel – 54 S in camera doppia con bagno in comune e colazione inclusa – l’ostello e’ molto bello e ben attrezzato. Camere nuove, bagni sempre puliti, cucina funzionale, uno spazioso cortile interno arredato con piante e tavoli. Il wifi però e’ lentissimo.
Pakari Hostal – 15 S a persona in dormitorio da due con bagno in comune – la differenza di prezzo sicuramente si sente, ma credo sia uno dei posti più economici in città. E’ un posto più ruspante ma comunque pulito. La cucina ha di tutto, basta solo trovarlo. La gestione e’ particolare, ma e’ sufficiente entrare in sintonia con lo spirito del luogo.

AGUAS CALIENTES
DA FARE:
La città capolinea del treno alle porte del Macchu Picchu. E’ una moderna località turistica nel bel mezzo della Cordillera adatta ad ogni genere di portafoglio. Cercando si possono ancora trovare camere economiche e consumare pasti semplici e abbondanti nel mercato locale. In paese si trova una biglietteria per accedere al parco ed un servizio navetta che a cifre esorbitanti conduce fino al cancello d’ingresso. Altrimenti la salita a piedi prevede quarantacinque minuti di scale spaccapolpacci.
DORMIRE:
Hostal Puñuy Huasi – 40 S in camera doppia con bagno privato – la camera sembra ottima, purtroppo dal lato strada la luce dei lampioni passa dalle finestre ed illumina a giorno la stanza per tutta la notte. Dal lato fiume il rumore del torrente e’ tanto forte che non si riesce quasi a dormire. Una notte in bianco ci spinge a non tornare.
Hostal El Mirador – 30 S in camera doppia con bagno privato – la stanza e’ senza finestra e per questo un po’ umida. A parte questo e’ pulita e tranquilla. Buona la connessione internet.

AYACUCHO
DA FARE:
E’ considerata la capitale peruviana dell’artigianato, oltre ad essere un vivace centro universitario. L’architettura coloniale e’ interessante, anche se meno sfarzosa di Cuzco o Arequipa. Però non e’ assolutamente commercializzata, e per questo più autentica. Vale la pena fermarsi un paio di giorni.
DORMIRE:
Hostal Ayacuchano – 25 S in camera doppia con bagno privato – guesthouse molto basica, ci fermiamo solo una sera perché l’acqua, anche quella fredda, funziona solo a sprazzi.
Hostal 3 Mascaras – 42 S in camera doppia con bagno in comune – ostello molto più accogliente del precedente. La titolare e’ un’anziana signora che si prende cura molto attentamente dei propri ospiti, del patio con giardino, dei cagnetti e dei pappagalli che ci vivono.

HUANCAYO
DA FARE:
E’ una delle città più’ grandi della Cordillera, anche se l’interesse dal punto di vista turistico e’ quasi nullo. Ci va bene perché ci imbattiamo in una sfilata di costumi tipici per una non ben specificata festività, così passiamo una bella giornata girovagando nel colorito mercato, provando creativi piatti locali e ciarlando con i locali, curiosi di vedere due stranieri in città.
DORMIRE:
Hotel Confort – 20 S a persona in camera doppia con bagno privato – Albergo di medio livello ma a prezzi economici, con camere enormi. Va benissimo per una notte o due.

LA MERCED
DA FARE:
Per noi e’ un punto di transito verso la parte più selvaggia dell’Amazzonia. Niente di speciale, ma qualche buon ceviche ed un clima piacevole ci convincono a restare in città un paio di giorni, anche se uno sarebbe più che sufficiente.
DORMIRE:
Hospedaje Santa Rosa – 30 S in camera doppia con bagno privato – la guesthouse e’ carina, anche se la gestione e’ un po’ taciturna. Serve allo scopo.

PUERTO BERMUDEZ
DA FARE:
Da qui inizia la selva. Si possono organizzare trekking sulle montagne circostanti alla scoperta di cascate e villaggi, con la speranza di osservare qualche animale selvatico, ma quando ci arriviamo noi la piogge non sono ancora del tutto passate e ci viene sconsigliato di metterci in marcia. Ci consoliamo con una gita in barca ad un villaggio degli indigeni Ashaninka, due ore più a monte.
Ma l’attrazione più grande del paesino e’ senza dubbio Jesus, il nostro scorbutico ospite basco.
DORMIRE:
Albergue Humbold – 18 S a persona in camera doppia con bagno in comune – di gran lunga il migliore ostello del paese, per non dire dell’intera Amazzonia, probabilmente. Jesus ti tratta come un vecchio zio brontolone, ma a modo suo e’ molto simpatico ed e’ una fonte eccezionale di informazioni sulla zona circostante. Vale la pena venire fino a qui per conoscerlo!

PUCALLPA
DA FARE:
E’ la nostra base di partenza per la discesa in battello lungo il fiume Ucayali, fino a Iquitos. Ci sono diverse compagnie che offrono il servizio, ma le barche non partono tutti i giorni. Aspettano di riempire la stiva. Il viaggio ha una durata variabile da cinque a sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e di eventuali guasti. Sconsigliata la cabina, perché trattasi di piccoli forni crematori disposti sul tetto in pieno sole e con poca aria. Molto meglio l’amaca. E’ necessario munirsi di repellente super potente e di frutta o altri generi alimentari per variare la dieta monotona offerta dalla mensa. I bagni comuni sono sorprendentemente abbastanza puliti e dotati di docce che però utilizzano l’acqua fangosa del fiume. In città contattiamo Cesar, guida che ci organizza una permanenza di alcuni giorni nella foresta amazzonica, a metà strada tra Pucallpa e Iquitos. Ottimo servizio a prezzo economico. Per maggiori info visitarne http://www.viajeselvaperu.com.
DORMIRE:
Hospedaje Richard – 50 S in camera doppia con bagno privato e colazione inclusa – un alberghetto locale vicino al centro, comodo e pulito.

IQUITOS
DA FARE:
La città e’ immensa e fa impressione il pensiero che non ci siano strade a collegarla con il resto del Perù. Da non perdere una passeggiata mattutina nello stravagante mercato di Belem, ma occhio alle borse!
DORMIRE:
Casa del Frances – 45 S in camera doppia con bagno privato – sistemazione economica e centrale. Le camere non sono eccezionali ma pulite, ed almeno non ci sono molte zanzare. La cucina nel patio e’ uno spettacolo.

CICLAYO
DA FARE:
Nei pressi della città sono state rivenute alcune piramidi tombali ricche di tesori, risalenti ad una civiltà preincaica. Il museo archeologico dedicato al signore di Sipan e’ uno splendore. Ma e’ consigliabile affrontarlo con una guida per comprendere meglio la ricchezza dei ritrovamenti. Da non perdere un ceviche mixto al ristorante El Pescador.
DORMIRE:
Piramide Real Hotel – 55 S in camera doppia con bagno privato – situato a due passi dal centro, offre camere piccole ma ben curate con bagno e tv satellitare. Offre anche un’ariosa terrazza sul tetto.

PUNTA SAL
DA FARE:
Lunghe passeggiate sulla chilometrica spiaggia oceanica. Rilassarsi e poco più.
DORMIRE:
Hospedaje Las Terrassas – 60 S in camera doppia con bagno privato – gestito da un’emigrante inglese trasferitasi in Perù da oltre trent’anni, il posto e’ molto bello. Camere confortevoli, cucina a disposizione ed una stupenda terrazza per leggere e rilassarsi. Tramonti da paura.

LIMA
DA FARE:
Purtroppo ci fermiamo nella capitale peruviano solo un giorno, il tempo di fare due compere e prendere l’aereo per la Colombia.
DORMIRE:
Hostel Pay Purix – 21 S a persona in dormitorio da 12 con bagno privato – carino e soprattutto vicino all’aeroporto, e’ perfetto per chi abbia un volo presto o arrivi tardi in città. Il personale e’ molto gentile e simpatico.

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Lola corre

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Giorno 657.

Lola corre. E ogni tanto si volta per vedere dove siamo. La spiaggia di Punta Sal e’ immensa, un’autostrada di sabbia lambita dal pacifico, dove atterrano e decollano centinaia di fregate dalle zampe blu, pellicani grassi ed altri uccelli marini. Siamo alloggiati in un grazioso hotel a mezza costa, con terrazza panoramica e pergolato di bouganville dove la mattina presto svolazzano i colibrì in cerca di nettare. Però i tramonti sono fantastici. Ogni giorno percorriamo chilometri di costa deserta guardando il volo degli uccelli e respirando salsedine dal mare mosso che non invoglia a tuffarsi. Soprattuto cuciniamo cheviche e giochiamo coi cani. Lola sfida i raggi solari con la sue pelle chiara e piena di efelidi solo per il piacere di accompagnarci nella nostra passeggiata quotidiana. E sospetto anche per la gioia di molestare i vecchi esemplari di fregata che vanno a morire sulla spiaggia. E’ sempre attiva, anche se non vuole fare niente da sola. Ed io la capisco, perché e’ esattamente come me e per la prima volta sento un’affinità elettiva immediata con un altro animale.

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La mattina ci viene a svegliare impaziente, raspando contro la porta, e ci gironzola attorno in trepidante attesa durante le nostre interminabili colazioni. Le piace correre e non vede l’ora di scendere alla spiaggia. Mi chiedo perché non vada a bussare alla porta accanto, dai suoi padroni, per dare loro la sveglia all’alba. Poi mi ricordo che la signora Lindsey, emigrante inglese di mezz’età, saranno almeno trent’anni che non corre, la mole non glielo consente. Il suo compagno peruviano di vent’anni più giovane esce presto per lavorare e Seba, il figlio adolescente, la tratta un po’ come la tonta di casa, ma solo perché non ubbidisce alle esibizioni da circo che lui cerca di insegnarle. E’ incompresa perché fa solo ciò che vuole o forse non ascolta perché anche lei si e’ resa conto che il ragazzo è davvero troppo logorroico e dovrebbe andare in giro a cercarsi una fidanzata, anziché restare a casa con la mamma ad addestrare cani e molestare turisti con le sue sparate.

Se Lola ci regala affetto ed esuberanza, forse anche troppa, Ozzy, come tutti i maschi, dimostra un temperamento più solido ed indipendente. E’ nero come la notte, la pelle liscia come il talco. Li tratto già come i miei bambini. E pensare che la prima volta che li ho incontrati ho avuto un moto di repulsione, perché il cane nudo ha davvero qualcosa di diverso, a cui ti puoi abituare solo col tempo. Il suo aspetto completamente glabro, mi incuteva un certo timore all’inizio, forse perché ripensavo ai cani zombie di Resident Evil. Poi ho cominciato ad abituarmi e persino ad apprezzare quel contatto bollente, di pelle a pelle che ha qualcosa di quasi umano. Un Fede saputello non perde l’occasione di illustrarmi come il cane nudo fosse considerato magico dagli Inca grazie alle sue capacità curative, ed in effetti sembra di avere sempre accanto una borsa dell’acqua calda pronta all’uso. Così ho deciso, e’ come quando conosci una persona simpatica e per sempre ti piacerà il suo nome. Se mai ne avrò uno, sarà un cane nudo, una Lola senza pelo da portare a correre e che non mi ascolta se le insegno tonterie. E se avrà freddo nei lunghi inverni astigiani potrei sempre comprarle un grazioso cappottino di lana…

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Amazzonia

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Giorno 649.

Ecco, alla fine lo abbiamo ammazzato. Fede mi lancia un occhiata dicendo “E’ morto”. Guardo Cesar spuntare dalla fitta vegetazione che ricopre l’isla flotante. L’uomo corre, un ghigno diabolico dipinto sul volto. E’ scalzo, ricoperto di fango e formiche, un machete in una mano ed un laccio nell’altra. Quando sognavo di vedere un bradipo da vicino, non mi aspettavo che gli avremmo dato la caccia. Il povero animale, crollato a terra insieme all’albero su cui stava appollaiato, cerca ora di rialzarsi. Dimena le braccia nell’aria con movimenti di una lentezza esasperante. In un attimo Cesar lo afferra, lo lega per la vita e lo infila dentro la nostra canoa. Si mette al timone e io mi ritrovo con l’altro capo della corda tra le mani e l’ammonizione: “Occhio, perché sanno nuotare molto bene e cercherà di buttarsi fuoribordo”. Anche se gli scopi sono buoni, non posso fare a meno di sentire una certa violenza in tutto ciò. Erano giorni che lo cercavamo. Una femmina solitaria in attesa di compagnia sonnecchia dall’altro lato del fiume. Sono animali pigri, che hanno bisogno di un aiutino per incontrarsi. Una volta avvistato il giovane maschio, Cesar si e’ addentrato nella selva per catturarlo e l’unico modo si è rivelato abbattere l’albero a colpi di machete. Ne segue un crollo fragoroso, i rami più alti che sfiorano il bordo dell’imbarcazione da cui noi, spettatori ignari e allibiti, assistiamo alle operazioni di recupero del povero animale. Ora, a pochi centimetri da me, due occhi appannati mi guardano, come uno che si è calato un acido e poi gli e’ salito male. Ti capisco amico, davvero un pessimo viaggio per te. Speriamo almeno che le tue abilità di latin lover siano rimaste illese.

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Al villaggio di Puerto Miguel, a pochi chilometri dalla confluenza in cui il fiume Ucayali diventa Rio delle Amazzoni, siamo arrivati dopo cinque giorni di barca. Con Cesar, la nostra guida incontrata a Pucalpa, ci siamo imbarcati sul Bruno, il battello fluviale che scende fino a Iquitos, e che sembra aver visto tempi migliori. Manca solo la pala a vapore e sembra di navigare in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Lungo il viaggio, che invariabilmente può durare dai cinque ai sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e degli eventuali guasti, attracchiamo presso villaggi inghiottiti dalla giungla per scaricare persone, pollame, blocchi di ghiaccio e fare il pieno di banane. Alcune donne locali salgono urlando a squarciagola per guadagnare qualche spicciolo, offrendo frutta fresca e pesce grigliato ai viaggiatori stanchi di nutrirsi ad una mensa che ogni giorno distribuisce riso e pollo, pollo e riso. Inutile dire che fanno il tutto esaurito.

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A bordo si fa la doccia con l’acqua fangosa del fiume e si dorme tutti insieme, una fila di amache colorate che si sfiorano ondeggiando alla brezza notturna. Donne che allattano, bambini che scorrazzano, ubriachi notturni con radioline moleste sparate a tutto volume. Non c’è privacy, ma sembra che tutti ci siano abituati.

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La signora Dionisia, mia vicina di posto, può contarmi i nei sulle braccia o guardare nel mio piatto mentre mangio e lo fa senza alcun ritegno. Ha avuto nove figli e li ha partoriti tutti da sola. Solo cinque sono ancora in vita, ma nei villaggi gli incidenti e le malattie sono all’ordine del giorno e si accetta la vita con una buona dose di fatalità. La notte dormono in due, lei e il marito, nella stessa amaca. Due vecchietti stropicciati con le gambe intrecciate. Mi si stringe il cuore. La prima notte per sbaglio mi stendo in diagonale e infilo i piedi nella loro amaca. Non si lamentano anzi, l’ultimo giorno la signora finirà per rammendare i pantaloni sdruciti di Avidano e chiedermi una foto per mostrarla alle sue amiche del villaggio. Le regalo una fototessera vecchia di due anni con me coi capelli rossi e Avidano in versione Bin Laden. E’ tutto quello che ho, ma lei ne sembra entusiasta.

Poi ci sono i bambini, un gruppetto di coraggiosi che osa avvicinarsi agli stranieri e che finirà per monopolizzare le nostre giornate scandendone i ritmi tra un gioco e una canzone. Il piccolo Abhramcito, quattro anni di astuzia, chiamato “El Cholo” da sua sorella Esmeralda, simpatizza immediatamente per mio marito non mostrando alcun timore per la barba incolta che generalmente terrorizza i bambini locali. Li scoprirò dormire insieme nell’amaca, con il piccoletto che lo abbraccia e gioca con la sua barba ispida. Al momento di scendere un Avidano che trattiene a fatica il magone, si avvicinerà alla sua amaca per salutarlo. Da uomo a uomo.

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All’imbrunire sbarchiamo a Requena. Cesar ci carica sulla sua lancia, ma mancano ancora diverse ora di navigazione per raggiungere Puerto Miguel. Ci prepariamo ad una notte d’inferno, seduti sul fondo duro della barca, ma il nostro uomo non fa che sorprenderci. Stende un piccolo materasso ed in un attimo ci prepara un comodo giaciglio sotto le stelle. Scivoliamo nel fiume per tutta la notte. Ogni tanto Cesar spegne il motore ed abbandona la barca alla corrente per riposare qualche minuto. L’alba ci sorprende mentre galleggiamo in mezzo al fiume immenso, che sembra quasi un mare. Una famiglia di delfini rosati sguazza a pochi metri da noi.

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Il livello dell’acqua e’ ancora alto e allaga le terre circostanti creando un immenso pantano da cui spuntano isole galleggianti. La nostra casa-palafitta ci attende, con un milione di zanzare assetate di sangue e pesci grigliati a colazione. Deliziosi tra l’altro, perché si nutrono della frutta della selva che cade in acqua dagli alberi. Il padrone di casa, Raul, ci accoglie sulla porta con un coccodrillo appena catturato e legato come un salame. Per festeggiare il nostro arrivo, dice. Sua moglie Noemi lo prende in carico e ce lo servirà per cena, sapientemente affumicato.

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Passiamo le giornate tra i canali, sulla lancia di Cesar, per avvistare scimmie ed uccelli variopinti. La sera, armati di canne, andiamo a pesca nella boscaglia e tiriamo su qualche piranha per la cena. Anche se per i “sancudos”, le zanzare della selva, la cena siamo noi.

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La giungla e’ un posto da uomini. Le donne si sentono intimorite da tanta fitta umidità brulicante di vita. Loro invece tirano fuori qualche sopito istinto primordiale e si trovano immediatamente a loro agio nei panni del giovane esploratore. Cerco di adattarmi e farmi andar bene le tarantole che si aggirano in bagno, gli scarafaggi che infestano la lancia, e tutto il sottobosco di insetti che popola le rive del grande fiume e attenta alla mia quiete. Quando vengo trascinata nella nottata sotto le stelle da Cesar ed Avidano, piove a dirotto. Risaliamo il canale sotto il diluvio universale che disegna arcobaleni nell’aria. Campeggiamo sulla riva, un angolo umido e ombroso di mondo, dentro una foresta tanto fitta che le gocce di pioggia quasi non toccano il suolo. Un colibrì inzuppato si ripara nel suo nido sotto una foglia. Almeno lui si sente a casa. Cesar monta il campo e tende le reti immergendosi completamente nelle acque scure e ricche di sedimenti. Ma la pesca va male e consumiamo una cena frugale a base di zuppa di avena al cioccolato. La pioggia scrosciante ci toglie il piacere dei rumori della giungla, ma forse e’ meglio così. In compenso nella notte una strana resina rossastra cola dagli alberi sulla tenda, regalandoci un attimo di terrore al pensiero di qualche predatore affamato che sia aggira sopra le nostre teste. La mattina un cacciatore in canoa si unisce a noi per colazione. Sta risalendo il fiume, schioppetto in spalla, sulle tracce di una specie di tacchinella della selva. Fede, ormai vittima del richiamo della foresta, decide di accompagnarlo per un tratto. A me tocca sbaraccare il campo, avvolta in una nuvola di zanzare, con Cesar che impreca contro lo Shapshica, lo gnomo del bosco, che sembra aver fatto sparire il suo machete nella notte. E’ tutto molto primitivo, uomini a caccia, donne in cucina. Ma anche questa volta e’ andata, ora la casa palafitta mi sembra il miraggio di un hotel a cinque stelle.

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Riemergiamo alla civiltà dopo oltre dieci giorni di Amazzonia. Iquitos, una delle città più grandi del Perù, e’ piazzata sulla riva sinistra del Rio delle Amazzoni, in piena selva, quasi al confine col Brasile e la Colombia, ed e’ irraggiungibile via terra. Tutto si muove sull’acqua da queste parti, oppure in aereo. Il nostro volo per la costa ci attende, ma ci regaliamo un ultimo capitolo del libro della giungla visitando il mercato di Belem, una specie di Venezia amazzonica anche nota come il quartiere più malfamato della città. Definire il suo mercato colorito e’ un eufemismo. All’altezza dei più caotici e puzzolenti mercati asiatici, le bancarelle di Belem offrono un guazzabuglio di pesci esotici ricoperti di mosche, scimmie squartate, coccodrilli alla griglia, tartarughe strappate dai propri gusci con le uova e le interiora in bella mostra, larve fritte, cuori di palma, cortecce magiche e beveroni miracolosi. Fango dappertutto che risale sulle gambe e si mescola al ghiaccio che cola dagli scatoloni dove si conserva il pesce. Il machete e’ in assoluto l’oggetto più venduto. Normale, per chi deve aprirsi un varco nella foresta ogni volta che deve rientrare a casa. Una donna stende le sue frattaglie in bella mostra come una tendina, una bambina dorme sul bancone del macellaio e gli avvoltoi sui tetti attendono che scenda la sera per ripulire le carcasse. Per me e’ davvero ora di andare.

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Jesus (Cristo) si e’ fermato a Puerto Bermudez

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Giorno 638.

“In questo ostello non ci sono cucarachas!”…mi apostrofa così il proprietario della guesthouse, pretendendo una verifica della nostra stanza. E me lo ripete all’infinito. Tutto perché ho avuto la malaugurata idea di ironizzare sul fatto che ne abbiamo viste alcune, la sera prima, imperversare tra le nostre carote. Jesus, 67 anni, e’ quel genere di personaggio che sembra fuori dal mondo e dal tempo. Arcigno, burbero e scortese al limite della maleducazione, mi ricorda il mio amico Alex. Forse per questo inizio a volergli bene fin da subito. E mi sento ricambiato, a parte la questione degli scarafaggi certo…

Si e’ trasferito dai Paesi Baschi a Puerto Bermudez, un paesino sperduto sulle rive di un tributario del fiume Ucayali, che più a valle diventerà Rio delle Amazzoni, 15 anni fa, dopo una vita di viaggi e scalate. Non e’ sposato e vive da solo, conducendo la guesthouse con l’aiuto di una donna indigena che soffre di problemi di pressione, ed entrambi sono reduci da una settimana difficile a causa dell’esondazione del fiume. Fuori stagione, continua a brontolare Jesus…come del resto fa riguardo a tutto, dai peruviani che non hanno voglia di lavorare al governo che lo subissa di tasse perché “gringo”, fino agli americani che sono obesi perché mangiano fast food. Lui del resto mangia poco, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e si ingozza di aglio perché, dice, lo aiuta a contrastare gli effetti tossici del tabacco. Una situazione quasi degna di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Però l’ostello e’ gestito con perfezione quasi maniacale, come dimostrato dal caos venutosi a creare dopo la scoperta delle cucarachas. Credo che se vivi solo per tanto tempo, con pochi contatti con l’esterno, diventa quasi normale focalizzare tutto sulla tua quotidianità, che per lui e’ il suo rifugio per pellegrini e viaggiatori in un angolo remoto del Sudamerica, in piena foresta amazzonica.

Già arrivarci da Cuzco e’ stata un’odissea di alcuni giorni, che ci ha visto attraversare angoli sperduti della Cordillera, dala zona super turistica del Macchu Picchu, alle cittadine misconosciute di Abancay, Andahuaylas, Ayacucho, Hunacayo, La Merecd. Strade dissestate, fiere di paese, chiese coloniali, compagni di viaggio curiosi e blocchi stradali sono stati la nostra quotidianità. Il giorno della finale di Champions League, abbiamo dovuto aspettare che finissero i supplementari perché qualcuno si degnasse di riaprire il tratto di strada asfaltato di recente e lasciarci passare.

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Ma ce l’abbiamo fatta senza precipitare nei burroni che si spalancavano paurosamente a pochi centimetri dalle ruote dei nostri autobus, e’ così siamo finiti a passare alcuni giorni con Jesus. Gli altri ospiti sono due ragazze, anch’esse basche, che però se ne vanno quasi subito, ed un francese di Briancon, ed e’ il terzo che incontriamo in poche settimane, che ha intenzione di scendere il fiume in kayak fino a Iquitos, vicino al confine con il Brasile. Quasi un mese di viaggio e una grande avventura che però lo rende titubante. Qualcuno gli parlato di fantomatici pirati fluviali e trafficanti di organi…quando siamo partiti noi, era ancora li’, non sappiamo come se la sia cavata, se sia sopravvissuto o se un suo rene si trova ora nel corpo di qualche americano danaroso e probabilmente obeso…

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Un giorno Jesus ci organizza un’escursione gratuita ad un villaggio degli indigeni Ashaninka che vivono nella zona, con un suo amico incaricato dal governo di portare sementi e combustibili agli uomini della selva. Risaliamo il fiume, e veniamo sbalzati indietro nel tempo in un mondo senza elettricità, con donne che si lavano nude nel fiume, pescatori, bambini che non la smettono di saltarci intorno mettendo in mostra eccezionali doti da piccoli funamboli. Mangiamo a lume di candela, incredibilmente non ci sono zanzare, e veniamo sistemati a dormire in una capanna direttamente sul pavimento. La sera guardiamo le lucciole ed ascoltiamo storie e leggende raccontate dal capo villaggio, il nostro ospite, che parlano di coccodrilli ed anaconde giganti mimetizzate tra gli alberi, che ti attraggono direttamente nelle proprie fauci, usando l’ipnosi. Ed altre più recenti e sicuramente vere, sui guerriglieri di Sendero Luminoso, un gruppo rivoluzionario inizialmente di ispirazione Marxista, che però con il tempo ha finito col trasformasi in un’associazione a delinquere dedita al traffico di droga ed a terrorizzare gli indigeni, per convincerli ad unirsi ad una lotta che non gli appartiene. Per fortuna il nostro villaggio e’ stato risparmiato dalle atrocità, ma ad altri e’ andata un po’ meno bene, finendo nel fuoco incrociato tra governo corrotto e rivoluzionari deviati.

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Da Puerto Bermudez iniziamo la nostra odissea nella selva Amazzonica. Mia moglie inizia ad odiarmi.

La città delle nuvole

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Giorno 629.

Allora sulla scala della terra sono salito,
tra gli atroci meandri delle selve perdute,
fino a te, Machu Picchu.
Alta città di pietra scalinata,
dimora degli esseri che il terrestre
non potè celare nelle vesti assonnate.
In te, come due linee parallele,
la culla del tempo e quella dell’uomo
si dondolano in un vento di rovi.

Pablo Neruda, Le alture di Machu Picchu

Forse siamo arrivati fino qui con troppe aspettative. Ora, sarà la pioggia, la cappa di nuvole che ci avvolge come nebbia bassa in Valpadana, la sveglia tragica delle quattro del mattino, i duemilacinquecento gradini nel buio, il sudore che si mescola all’umidità, e nonostante tutto ciò il fiume di turisti che spinge contro i cancelli per entrare, ma questa giornata al Machu Picchu rischia di meritare di diritto il podio fra le peggiori di tutto il viaggio. Davanti ad una tazza di te caldo, pagata la modica cifra di quattro dollari, Fede borbotta come una pentola di fagioli, imprecando indistintamente contro il tempo, l’ignara barista, il governo peruviano, gli stessi Inca per aver scelto la vetta più nebbiosa di tutto il Sudamerica e costruirci sopra la loro città sacra. Seguono senza pietà invettive contro la bigliettaia dei cessi, le guide turistiche che si aggirano sul piazzale come iene in cerca di carcasse, i venditori di souvenir, gli americani vecchi e grassi che scendono comodamente dalle navette turistiche ed ancor di più quelli giovani e forti che hanno pigramente scelto la via più comoda e costosa per raggiungere la cima. Spontaneamente mi sacrifico a farmi ridere in faccia dall’impiegata dell’amministrazione nel vano tentativo di disdire il nostro ingresso al parco, prenotato per oggi quasi una settimana prima. Ma a questo punto farei qualunque cosa pur di risolvere la situazione. Ovviamente non si accettano cambi, quindi per non sprecare soldi e la fatica di due giorni di viaggio per cercare di spenderne meno, costringo un Avidano ormai ostile verso il mondo, ad entrare ugualmente e a confidare in un po’ di fortuna.

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Una barella con un giapponese in crisi d’ossigeno si fa largo tra la folla che accalca ogni mattonella di questo gioiello di città perduta. Controllori armati di fischietto richiamano all’ordine sciami di turisti che calpestano, scalano, saltano o si siedono dove non dovrebbero. Sembrano più solenni e indaffarati di un team di arbitri ai mondiali. La cittadella e’ avvolta da una pioggerella umida, odore di erba appena tagliata ed una rigogliosa giungla che l’abbraccia tutto intorno e che spinge per tornare ad inghiottirla. Nuvole di vapori salgono dal fondovalle, mentre la nebbia cancella il resto del mondo ed attutisce ogni rumore. Forse siamo su un’isola. Se non fosse per la sovrappopolazione in bermuda, k-way e macchina fotografica, questo clima surreale renderebbe ancor più affascinante la scoperta delle rovine, come quando i primi esploratori le riportarono alla luce. Ma questo e’ meglio che lo tenga per me adesso. Scaliamo la cima più alta e seduti su una roccia aspettiamo che la giornata ed i turisti ci scorrano davanti. La pioggia diventa nebbia, il sole fa capolino tra le nuvole, un arcobaleno ci scavalca, i gruppi passano, fotografano e scendono. Il Machu Picchu e’ sempre li, disteso sotto i nostri occhi. Alle tre del pomeriggio rimaniamo praticamente soli davanti al tramonto più incantevole della nostra vita. E mio marito finalmente tace.

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NOTE PER I VIAGGIATORI:
Dieci suggerimenti per visitare il Machu Picchu senza dover vendere un rene:

1. Punto di partenza. La città di Cuzco, dove vi troverete disorientati e disorganizzati in balia di spregiudicate agenzie di viaggio che a tutti i costi vi vorranno scortare nella visita alle rovine. Davvero non è necessario. Trovate un buon ostello dove poter lasciare in deposito il bagaglio e preparatevi uno zainetto con il necessario per passare due notti fuori.
2. Il biglietto. Essendo il numero giornaliero di visitatori limitato, in alta stagione e’ necessario prenotare con qualche giorno di anticipo l’ingresso al Macchu Picchu. Per non incorrere in costi aggiuntivi, recatevi di persona presso la “Direccion de Cultura Machu Picchu”, in Av. De la Cultura, ben consapevoli che in caso di necessità la data della visita si può modificare solamente negli stessi uffici centrali di Cuzco. In alternativa si può acquistare l’ingresso direttamente il giorno prima o il giorno stesso della visita, presso la biglietteria di Aguas Calientes, in città e non all’ingresso, ricordatevelo prima di scalare la montagna. (costo biglietto 126 Soles)
3. Il viaggio. Dalla città di Cuzco prendete un autobus al Terminal Santiago in direzione Quillabamba, precisando al bigliettaio che intendete scendere a Santa Marìa. E’ necessario non partire più tardi delle sette del mattino se si vuole raggiungere Aguas Calientes in giornata. Dopo sei ore di curve a gomito e tornati, verrete scaricati frettolosamente ad un villaggio di quattro case in mezzo alla selva, che più che altro e’ un crocevia. Non sarete ancora scesi dall’autobus che numerosi tassisti vi staranno aspettando ansiosi di trasportarvi per un’altra ora e mezza di strada adrenalinica fino al villaggio di Santa Teresa. Rassegnatevi, e’ l’unica opzione. Se e’ troppo tardi meglio fermarsi a dormire in paese, ci sono sistemazioni economiche e terme piuttosto invitanti, altrimenti da qui, cambiate mezzo ed in altri trenta minuti raggiungete la centrale idroelettrica, dove la strada finisce. (costo trasporti 15 + 10 + 5 Soles)
4. La camminata. Quindici chilometri di sentiero in leggera salita collegano la centrale idroelettrica con la cittadina di Aguas Calientes. Sono circa tre ore a piedi seguendo i binari del treno, perciò tranquilli e’ impossibile perdersi.
5. La città. Arrivati a destinazione sudati e sporchi di fango, non crederete ai vostri occhi: Aguas Calientes è un moderno complesso di lussuosi alberghi, ristoranti per turisti e negozietti per tutti i gusti. Passeggiando per le vie del centro vi chiederete più di una volta se non avete sbagliato posto. Guardate ma non toccate, tutto è’ in vendita e a cifre esorbitanti, ma cercando bene si può trovare una camera umida e senza finestre ad una cifra accettabile, variabile a seconda della stagione, ed un pasto economico al piano superiore del mercato centrale, dove potrete fare scorta d’acqua e frutta per la scalata del giorno seguente. (costo camera 15 Soles a persona + 8 Soles per un piatto completo al mercato centrale)
6. L’alba tragica. Quasi due anni di viaggio dovrebbero averci insegnato qualcosa, mai dare retta alla Lonely Planet. Invece come suggerito sulla guida partiamo alle quattro del mattino per vedere un’alba che non c’è, a causa della nebbia, e per evitare il grosso della folla. Peccato però che anche gli altri leggano le stesse informazioni e, credendosi altrettanto furbi, vogliano essere tra i primi ad arrivare, comodamente seduti in navetta ed alle sei del mattino. Così mentre voi avrete già scalato una montagna intera al buio, vi troverete comunque in coda con altre centinaia di persone. Ricordate, il vantaggio che avete su tutti questi personaggi e’ che la vostra giornata al Machu Picchu non è scandita dal conto alla rovescia del treno che parte alle tre del pomeriggio. Orario in cui la cittadella ritorna ad essere un luogo quasi deserto e pieno di fascino.
7. La scalata. Da Aguas Calientes bisogna ritornare indietro sui propri passi, in direzione idroelettrica, ma questa volta lungo la strada che costeggia il fiume. Dopo aver superato il campeggio, un ponte ed un cancello controllato da guardie segnalano che siete arrivati alla base del sentiero che si sviluppa sulla destra, fronte alla montagna, dei tornanti carrozzabili. Sono circa 500 m di dislivello per 2km di sviluppo su migliaia di scalini accidentati per raggiungere l’ingresso vero e proprio. Circa un’ora di cammino.
8. Il pranzo. Una volta usciti dal villaggio vi sarete giocati l’ultima opportunità di procurarvi acqua e cibo ad un prezzo ragionevole. All’ingresso del Machu Picchu si trovano bagni a pagamento, un bar ed un ristorante a cifre equiparabili a quelli di Piazza San Marco a Venezia. Perciò caricatevi di tutto ciò che potete trasportare e nascondetelo per bene nello zaino. Già perché all’ingresso un cartello a caratteri cubitali tenterà di intimorirvi e dissuadervi dall’idea di portare il vostro pranzo al sacco all’interno delle rovine, per costringervi a consumare al bar convenzionato. Per fortuna, nessuno controlla. Ovviamente non scordate di rimuove i vostri rifiuti ed evitate di inquinare il paesaggio.
9. La guida. Fuori dall’ingresso si trovano numerose guide ufficiali in attesa di un ingaggio da parte dei turisti. I prezzi non sono nemmeno esorbitanti per circa due ore di visita guidata e se incontrate altri visitatori interessati potete dividere la spesa. Noi ci accontentiamo della Lonely Planet e di alcune informazioni scaricate da internet, visto i costi già sostenuti, inoltre come non fa che ripetermi Avidano, quelle delle guide sono tutte supposizioni perché in realtà sul Machu Picchu si sa davo poco.
10. Il ritorno. Il sito chiude poco prima del tramonto, tra le quattro e le cinque. Se ci si vuole fermare fino alla fine, cosa che consigliamo per chi davvero vuole respirare un attimo di magia tra le rovine deserte, e’ meglio trascorre una seconda notte in Aguas Calientes e partire l’indomani mattina, sempre sul presto, per percorrere a ritroso lo stesso percorso dell’andata.

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