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Thailandia – Informazioni pratiche

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BANGKOK
DA FARE:
tutto e niente. Imperdibile la visita del Palazzo Reale, del mercato della domenica a Chatuchak, del grande Buddha coricato e dei quartieri a luci rosse…
DORMIRE:
Bamboo Guesthouse – 300 Baht doppia senza bagno – posto pulito e ben organizzato. La migliore stanza che abbiamo mai avuto a Bangkok, situata in un quartiere tranquillo a pochi passi da Khaosan, in una vecchia casa di legno.

KO PHANGAN
DA FARE:
Il Full Moon Party e’ un’esperienza mitica. Affittare un motorino per girare le spiagge dell’isola può essere molto pericoloso se non si è piloti esperti di motocross..
DORMIRE:
Mai Pen Rai Bungalows – 500 Baht bungalow con bagno e terrazza vista mare – sulla spiaggia di Hat Sadet, un luogo tranquillo sulla costa orientale.

SURAT THANI
DA FARE:
farsi ricoverare all’ospedale Thaksin, molto pulito e ben organizzato. Infermiere mozzafiato.
DORMIRE:
Thairungruang Hotel – 320 Baht doppia con bagno – camere immacolate e nuovissime, internet veloce. Unico neo, si trova nel bel mezzo del quartiere a luci rosse..

NOTE:
– CAMBIO – gennaio 2013: 1 euro = 40 Baht circa.

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Mai Pen Rai – La Thailandia dalla A alla Z

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Giorno 154.

ALTARINI. Se ne trovano ad ogni angolo, nelle case, nei negozi, dedicati agli antenati o per la raccolta delle offerte per sfamare i gatti randagi. Sono sempre li, incredibilmente kitsch, a testimoniare la grande religiosità dei Thai.

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BANGKOK. Il Grande Mango non ha davvero nulla da invidiare alla Grande Mela…d’altronde anche qui il 7-Eleven e’ ormai la catena più diffusa…

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CALCIO TENNIS, altrimenti detto “Takraw”. Davidino, il più forte che conosco a calcio tennis, avrebbe molto da imparare da questi Thailandesi super elastici che palleggiano con una sfera di rattan e fanno schiacciate con i piedi ad altezze impensabili ed improbabili per noi rigidi occidentali.

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DENGUE. Pensi sempre che capiti agli altri, quando poi ti tocca da vicino ti spaventi un bel po’, perché non la conosci…ma alla fine e’ solo febbre.

ESCORIAZIONI E FERITE. Mai visti tanti contusi come sull’isola di Koh Phangan…sarà che le strade sono bruttissime e il tasso alcolico perennemente elevato, fatto sta che il numero delle fasciature tra i turisti e’ probabilmente il più alto del mondo.

FRUIT SHAKE. Un delirio di frutta tropicale in multicolor…

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GELATI SCONGELATI. Dato che la corrente elettrica va e viene, il gelato mezzo sciolto e’ sempre in agguato…così come le tue conseguenti evacuazioni dello stesso tipo…

HAT SADET. Come sabbia e mare aveva ragione Mirko, Hat Salad e’ probabilmente la migliore. Ma come posizione e tranquillità, i nostri bungalow su questa spiaggia della costa orientale sono imbattibili. Ecco cosa si vedeva dalla nostra terrazza…

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INSALATA DI PAPAYA VERDE. Con gamberetti ed arachidi, aromatizzata alla salsa di pesce e piccantissima, e’ uno dei nostri piatti preferiti.

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KHAOSAN ROAD. Il Grande Circo Asiatico si concentra in questa via di Bangkok. Purtroppo ha perso parte del proprio fascino perché scorrazzano in lungo e in largo i turisti da una botta e via che non hanno più quello spirito autenticamente backpackers per cui è stata famosa in passato. Comunque resta sempre un gran posto per comprare magliette divertenti e osservare da vicino i tamarri in canottiera…

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LUNA PIENA. Il Full Moon Party di Ko Phangan e’ sicuramente la piu’ festa bella che ricordi..migliaia di persone a ballare tutta la notte su di una spiaggia idilliaca, con musica stupenda e vibrazioni positive, nonostante l’altissimo tasso alcolico.

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MERCATI NOTTURNI. Un paradiso culinario, ci trovi di tutto e di più, a prezzi stracciati e con una qualità spesso superiore a quella dei ristoranti veri e propri. Imbattibili.

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NOCI DI COCCO. Muoiono più turisti ogni anno per una noce di cocco caduta sulla testa che per morsi di squali, cadute in motorino o malattie tropicali varie…pensateci quando starete per prenotare il vostro prossimo idillio tropicale!

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OSPEDALE THAKSIN. Nonostante porti il nome del Berlusconi thailandese, questo ospedale rimarrà sempre un ricordo positivo per l’ottima accoglienza che ci ha riservato durante l’attacco di dengue di Giulia. Mezzo voto in più per l’avvenenza delle infermiere, quelle vecchie e brutte non le assumono proprio. A pensarci bene, non è’ che anche qui c’è lo zampino del Berlusca?

PAD THAI. Non esiste un viaggio in Thailandia senza aver provato almeno un volta questi famosissimi noodels. Quando sono cucinati a dovere, non ne esistono al mondo di migliori. Delizia.

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QUANTI TAMARRI IN CANOTTIERA CI SONO IN GIRO? Anche Fede ne voleva una, ma alla fine non l’ha comprata, per mia fortuna…

RISERVATO AI MONACI. Dentro le stazioni, alcune file in sala d’attesa sono riservate ai monaci…ma almeno loro vivono in povertà, non come altri religiosi nostrani…

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SHOPPING MALL. Un ossessione per tutti gli asiatici, a Bangkok ce ne sono davvero di tutti i tipi. Noi siamo impazziti per quelli dedicati alla fotografia, inseguendo un’offerta speciale per una Nikon V1 nera diventata introvabile. Alla fine ci siamo dovuti accontentare di quella bianca…bella, anche se un po’ troppo posh per i nostri gusti..ma era davvero conveniente!

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THAI MASSAGE. Procaci signorine propongono un massaggio Thai all’olio dalla soglia di ambigui centri benessere. Avrei tanto voluto provarne uno, ma mia moglie e’ stata irremovibile! Che spreco…

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UNA QUANTITÀ INCREDIBILE DI DOLCETTI fantastici dei quali non sappiamo il nome, ma di cui lasciamo qualche foto…

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VERDE ACQUA il colore del mare tropicale…

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WAT ARUN. Il tempio dell’alba di Bangkok, uno dei più belli e venerati della città. Il nome ricorda un caro amico, e inoltre fa molto ridere per l’assonanza altri due nostri amici, vero Marco e Mirko? Non possiamo fare a meno di adorarlo…

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ZUPPE AL CURRY. Un altro dei nostri alimenti preferiti. I curry Thai sono decisamente più freschi di quelli indiani, anche se ugualmente piccanti e deliziosi. Particolarmente infuocato quello verde, tanto che in alcuni ristoranti locali risulta quasi immangiabile per quanto ti fa sudare. Provare per credere.

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È solo febbre…

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Giorni dal 148 al 153.

Primo giorno.

I fatti. Rientriamo la sera dopo una giornata intensa di escursioni in motorino sulle spiagge occidentali dell’isola. Fede si è pure rovinato un gomito scivolando, sanguina copiosamente, ma non sembra niente di grave. Mi sento rossa e pesante. Quando arrivo in camera, scopro di aver 39 di febbre.
I pensieri. Perfetto, mi sono presa un bel colpo di calore.

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Secondo giorno.

I fatti. Passo la notte a tremare in preda al delirio della febbre, che non sembra rispondere agli antipiretici. Sono sempre più rossa, il mal di testa non mi da tregua ed inizio ad avere dolori articolari alle caviglie e ai polsi. Rimango tutto il giorno a letto sperando di migliorare. Eva mi passa sottobanco alcune medicine tedesche per sostituire il mio paracetamolo Made in Vietnam di dubbia efficacia.
I pensieri. Questo colpo di calore mi sembra sempre più strano. Oddio, forse mi sono beccata la malaria. Fede come al solito mi sgrida.

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Terzo giorno.

I fatti. 38 e mezzo e’ il mio numero preferito, ma ormai ho superato il limite. Oggi è il terzo giorno di febbre senza miglioramenti, devo fare dei controlli. Trovo la forza di alzarmi, fare lo zaino, prendere un taxi, aspettare due ore, poi salire su una barca, un autobus con aria condizionata e arrivare all’ospedale di Surat Thani, sulla terraferma. Dormo ovunque ed in continuazione, sulle sedie della sala d’aspetto, sul sedile della nave, addosso a Fede lungo il tragitto in autobus… Lo vedo sudare come un porco, visto che sono calda come un forno, ma ormai non dice una parola. È troppo preoccupato. All’ospedale Thaksin sono tutti sorridenti e calmi, le infermiere gironzolano magrissime nelle loro divise bianche, con elaborate acconciature nei capelli. Sembra di stare in una fiction. Adesso ho sfondato il muro dei 39, ora si che l’infermiera mi prende sul serio. Mi fanno subito l’esame del sangue. Aspettiamo un’ora per il responso: “Signorina, forse ha la dengue, ma non sembra emorragica, ancora no”, così ci dice il dottore. “Se vuole la ricovero, altrimenti torni qui domani.”
I pensieri. Merda, merda, merda!!! Devo prendere un aereo e tornare subito a casa..

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Quarto giorno.

I fatti. Non ho mai smesso di mangiare, ma il male alle giunture non mi da’ tregua. Persino stare sdraiata sul materasso mi provoca dolore. Ora capisco perché la chiamano febbre spaccaossa. Quando mi alzo credo di camminare, ma in realtà sono così lenta che quasi non mi muovo. Mia nonna di novantacinque anni mi supererebbe in salita. Fede ormai e’ il mio servo. Invecchiato di dieci anni, ha passato la notte a leggere articoli su internet tanto che ora potrebbe scrivere una tesi di laurea sulla dengue. In ospedale mi succhiano altro sangue, ma non ci sono variazioni significative. Chiedo insistentemente se ho la febbre emorragica, che è’ poi l’unica vera cosa che mi importi. Mi danno sempre la stessa risposta: “No, per ora, ma cerchi di non farsi male, perché le sue piastrine sono basse”. Devo ritornare tra due giorni.
I pensieri. Entro a pie pari nella fase di terrore da taglio. Tutto ciò che mi circonda e’ un pericolo per le mie piastrine deboli. Immagino tutto il peggio che può succedermi: cadere in un tombino, essere investita da un tuk tuk, sbattere la testa nello stipite di una porta, ah no questo l’ho già fatto, tagliarmi una mano mentre sbuccio un mango, schiacciarmi un dito in una porta, precipitare con l’ascensore… Il delirio da febbre aiuta le mie visioni apocalittiche.

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Quinto giorno.

I fatti. Dobbiamo decidere se partire o restare. Domani e’ l’ultimo giorno, poi ci scade il visto. Sarebbe meglio muoversi verso la Malesia e fare li domani l’ultimo esame. Sembro stare leggermente meglio: meno febbre e meno dolore, ma Fede, che ormai ne sa più del medico, mi dice di non farmi illusioni. Sono nella fase di finta remissione tipica intorno al quinto giorno. Probabilmente domani sarò di nuovo una vecchia di cent’anni. Ne approfittiamo per andare a mangiare al mercato notturno e levarmi un po’ da quella camera dove ho esaurito tutte le serie tv in streaming.
I pensieri. Mi sento così debole che ho paura a camminare per strada da sola. Basterebbe un soffio d’aria a farmi cadere.

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Sesto giorno.

I fatti. Mi torna di nuovo la febbre, ma più bassa questa volta. Fede come al solito aveva ragione. E’ domenica a Surat Thani e noi decidiamo di restare. In ospedale mi fanno le ultime analisi, con doppio prelievo di sangue per il gran finale. Grazie al cielo mi affidano alle cure di un nuovo medico, che sembra la copia di Hiro Nakamura, ma che almeno si spiega in un inglese più deciso. Finalmente risponde con soddisfazione a tutte le nostre domande e mi dimette, a mai più rivederci. Usciamo dall’ospedale frastornati, con papiri di esami sottobraccio e la nostra diagnosi stretta in mano: esito, Dengue Fever… E dico nostra perché e’ come se la dengue l’avessimo fatta in due..
I pensieri. Ora non ci resta che affrontare la frontiera, perché da mezzanotte saremo clandestini.

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Luna piena a Ko Phangan

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Giorno 146.

Una notte al mese, nel Golfo della Thailandia, giovani e non provenienti da ogni parte del mondo, si riuniscono nella piccola isola di Koh Phangan, sulla grande spiaggia di Haad Rin, dando vita all’evento più folle e trasgressivo che abbia mai visto. Perché il Full Moon Party finche non si vive, non si può credere. La festa inizia al tramonto, quando gli ultimi raggi del sole cedono alla notte e i contorni del golfo iniziano a sfumare, cambiando forma e colore sotto la luce di una luna enorme e perfetta che si riflette nell’acqua scintillante. È allora che lo spettacolo si rivela, lasciando letteralmente sbalorditi.

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Dieci, forse ventimila persone iniziano ad affluire su taxi di fortuna. Una mandria di carne umana, unta ed abbronzata, che rilascia feromoni e fa pipì sul bagnasciuga. La spiaggia si trasforma in un’insalata russa di etnie e lingue differenti: australiani, svedesi, russi, thailandesi, uomini, donne, lady-boy, gogo-boy, tutti in coda dentro al tunnel del divertimento. Le “party people” sfoggiano canotta e infradito, bikini e collanine, corpi variopinti da vernici fluorescenti e facce, tante facce, dipinte o in preda a fantastiche espressioni. Ognuno se ne va a spasso barcollando col suo secchiello sottobraccio, ma senza paletta e formine, perché nel celebre “bucket” thailandese ( il comodo catino da party completamente equipaggiato di manico, cannucce e ghiaccio) l’alcol scorre a fiumi nel suo mix più letale: whisky, coca e redbull. E quando e’ vuoto semplicemente lo ricarichi. In questo sovraffollamento da svago, si festeggia fino all’alba tra migliaia di lampadine che si accendono, fiaccole che vorticano in scie luminose e incandescenti, giocolieri e spuntafuoco, serpenti e scimmiette, gare improvvisate di limbo, ballerini seminudi che danno bella mostra di se e del proprio perizoma leopardato, fuochi d’artificio sparati ad altezza d’uomo che ti sfiorano le orecchie e ti accendono come un fiammifero se non stai più che attento a chinarti quando senti arrivare il fischio…

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Io sono emozionata come una bambina e ubriaca come ogni adolescente che si rispetti al terzo secchiello alcolico. I nostri compagni di avventura sono Eva e Seb, Tobi e Sebastian, quattro ragazzi tedeschi all’incirca della nostra età che stanno sulla nostra stessa spiaggia e paiono entusiasti quanto noi. Ci facciamo il bodipainting e qualche secchiello per riscaldare l’atmosfera, poi ci buttiamo in spiaggia, che alle nove e mezza e’ già nel pieno del delirio. Ci accoglie un chilometro di sabbia bianca pulsante di vita propria sotto una luna gigantesca, una folla immensa ondeggia come un serpente sinuoso al ritmo di decine di musiche diverse. Balliamo tutta la notte, Avidano compreso, mai vista una cosa simile. Intorno a noi si materializzano scene oniriche al limite tra sogno e realtà. Mi sento come Alice nel Paese delle Meraviglie: uomini diavolo insidiano ragazzone travesiste da farfalle, puffi blu alti due metri o poco più, un uomo va a spasso con un jeko rasato sulla testa, non manca il cappellaio matto nella moderna versione punkabbestia, poi c’e’ gente che ride, gente che canta, qualcuno ci prova, mentre altri più fortunati amoreggiano già sul bagnasciuga mezzi svestiti e senza tabù. Niente fighetti, niente musi lunghi che si danno quel tono tipico da noi in Italia del “sono qui, ma sono troppo sostenuto per lasciarmi andare davvero”. Sento intorno a me il divertimento allo stato puro, la voglia di partecipare, di essere liberi di esprimersi senza paura, con quel pizzico di autoironia che solo i nordici trasmettono. Mi sembra incredibile, ma dopo la Spagna non mi era mai piu capitato di trovarmi in una situazione di questo genere, insieme a ventimila persone cui importa solo esserci, qui ed ora, ognuno a divorare il momento, senza dover sembrare per forza meglio degli altri, perché tutto questo voler apparire in fin dei conti non è poi così interessante…

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The Big Mango

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Giorno 143.

Con Bangkok e’ stato amore a prima vista, nell’estate del 2004. Era la prima volta in Asia, anzi la prima volta fuori dall’Europa, e non ci poteva essere approdo migliore. Il Grande Mango ti accoglie con un esplosione di colori, suoni, odori, caos che rischia di travolgerti… come un grande amore, appunto. Quello che ci lega a questa città e a questo stupendo continente in generale.

Bangkok non tradisce chi cerca l’esotico, perché è stata in grado di rinnovarsi pur mantenendo intatta la propria anima. La Thailandia di oggi e’ proiettata verso il futuro, con masse di turisti che ne invadono le spiagge e le foreste, con il risultato di aver perso quasi del tutto la propria identità. Bangkok no, in questo senso e’ uno dei luoghi più “Thai” del paese. In essa riescono a convivere, e a fondersi in un mix inebriante, i grattacieli più moderni e le antiche case di legno, gli skytrain che bucano il cielo sopra centri commerciali addobbati con megaschermi al plasma e un esercito di tuk tuk scoppiettanti o di taxi in multicolor. Gli alberghi più lussuosi d’Asia si specchiano nello stesso fiume in cui si riflette il Wat Arun, il tempio dell’Alba, uno dei luoghi più venerati della città. I ristoranti di lusso si trovano fianco a fianco delle bancarelle gastronomiche. Fusion e’ la parola che mi viene in mente quando penso a questa città. Il business la fa da padrone, ma ogni mattina per le strade si compie il vecchio rituale del saluto al re.

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Il bello di Bangkok e’ che accoglie tutti, senza distinzioni. Dagli pseudo hippie del ghetto turistico di Khao San Road ai fanatici dello shopping, dagli uomini d’affari ai puttanieri più incalliti. Ognuno libero di manifestare se’ stesso nel modo che ritiene più opportuno, perché Bangkok non ti giudica, ma ti accetta e ti tollera senza riserve. Certo, negli ultimi anni la tipologia dei turisti e’ cambiata, sono aumentati in numero esponenziale i russi ed i cinesi (ancora loro….) ed i turisti europei del tipo “package tour”, e Khao San Road e’ piena di tamarri abbronzati in canottiera, dediti al consumo di birra più che di ganjia. Ma questo non è colpa di Bangkok, la città osserva queste nuove masse, paziente come sempre.

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Noi che l’abbiamo già visitata, siamo immuni alle visite d’obbligo ai luoghi più frequentati, che restano pur sempre di grande interesse, come il palazzo reale, il Buddha sdraiato, Chinatown o i mercati galleggianti…. per cui abbiamo tempo di esplorare un po’ più a fondo la vita locale, restandone affascinati una volta di più. Scopriamo un quartiere fatto di case basse in legno, a pochi passi dal centro, dove ci sistemiamo nella guesthouse di una famiglia Thai che fa di tutto per ricordare agli ospiti che il paese di cui tanti occidentali si sono innamorati era un po’ diverso da come si presenta oggi. Ce ne andiamo a zonzo per centri commerciali fuori mano, dove i grattacieli si alternano a spazi di degrado urbano in cui ragazzi locali giocano al Takraw, la versione thailandese del calcio-tennis. Siamo in cerca di un buon affare, che per noi si concretizza nell’acquisto di una Nikon V1 bianca come il latte, perché ormai nera e’ introvabile. Alla sera riusciamo anche a fare un giro in uno dei distretti a luci rosse, naturalmente non quello iper-commercializzato di Patpong, ma in quello decisamente più hard-core del Nana Plaza, dove la maggior parte della gente non va per sbirciare, ma per consumare davvero. Giulia mi trascina via proprio sul più bello, quando sto per entrare in un night club per gustarmi uno show dal vivo, attirato nella rete da un orda di bellezze locali che vorrebbero fare del mio corpo uno strumento di lussuria… Ma non temere, città del vizio, sarà per la prossima volta!!!

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