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Largo de Lecidere

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Giorno 308.

Ogni viaggio, come ogni faccia, ha i suoi punti neri. Le ultime due settimane passate a Timor Est sono sicuramente state le peggiori da quando siamo partiti. Anzi, sono state le uniche che non ci siamo veramente goduti. Non abbiamo fatto praticamente niente, tranne che crogiolarci a letto malati. Non abbiamo visto niente di interessante, non abbiamo nemmeno una bella foto. Neanche le immersioni e lo snorkeling sono stati all’altezza delle nostre aspettative. Il panorama più gradito si e’ rivelato il tramonto dal terrazzo del nostro bilocale, con la scritta LARGO DE LECIDERE, illuminata in caratteri cubitali. Ci sediamo sul balcone come due vecchi che cercano una boccata d’aria, poi subito a letto con una febbre da cavallo…

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Sicuramente star male quando si e’ in giro non aiuta, come non ha aiutato il fatto di esserci scontrati ripetutamente con la burocrazia. In più stare a Dili per 17 giorni non e’ il massimo della vita, probabilmente se avessimo potuto girare un po’ il resto del paese, le nostre impressioni ora sarebbero diverse. Resta il fatto che ci siamo trovati di fronte una realtà triste, un paese appena uscito da una guerra d’indipendenza particolarmente cruenta, poverissimo, totalmente dipendente dagli aiuti esterni. Credo che come al solito qualcuno ci stia marciando sopra, in questo caso le aziende petrolifere australiane che sembra abbiano ottenuto condizioni particolarmente vantaggiose, per se’ stesse, nello sfruttamento dei ricchi giacimenti di petrolio e gas che si trovano nel mare di Timor. Con una popolazione alla fame e infrastrutture assenti, stride parecchio vedere gli impiegati delle ONG e delle Nazioni Unite, con tanto di famiglie al seguito, girare su macchinoni con autista e vetri oscurati, oppure abbuffarsi di bisteccone al sangue australiane in costosi ristoranti per soli occidentali. Come abbiamo avuto modo di osservare anche altrove, tipo Cambogia o Birmania, anche in questo caso emerge il lato oscuro dell’industria degli aiuti umanitari, in cui gran parte del budget se ne va in stipendi e benefit per il personale straniero, oppure viene intascato da pochi caporioni locali senza scrupoli che svendono le risorse del proprio paese alle multinazionali straniere. Anzi, secondo quello che ci e’ stato detto dall’altra parte del confine, a Timor Ovest, in Indonesia, proprio i grandi interessi occidentali nell’area hanno contribuito ad esacerbare gli animi e a scatenare la violenza. Io non so come sia andata, ma per esperienza so che queste storie puzzano sempre parecchio.

Comunque, per quanto ci riguarda, tornare in Indonesia ci ha fatto piacere, se non altro su un piano puramente emotivo, anche se abbiamo avuto qualche problema con i trasporti, che sono particolarmente inaffidabili da queste parti. Avremmo infatti dovuto prendere il traghetto settimanale da Atapupu ad Alor, mecca ancora poco conosciuta delle immersioni, nostra nuova passione, ma la barca e’ risultata essere rotta ed inagibile da mesi, per cui siamo stati costretti a rinunciare, ripiegando diretti su Kupang, il capoluogo, per poterci allontanare finalmente da quest’isola, per noi, maledetta. Unica cosa positiva, sul bus abbiamo conosciamo Sam e Seb, coppia sino-americana-tedesca, con cui abbiamo avuto feeling immediato e con cui ci accingiamo a prendere uno dei mitici traghetti della compagnia di bandiera Pelni fino all’isola di Flores…si dice che un viaggio in Indonesia non sia davvero completo senza aver provato l’ebbrezza di solcare l’oceano su questi mezzi, per cui un posto in classe economica ci aspetta per il giorno dopo, e siamo già eccitati…

La casa

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Giorni 293-305.

L’aeroporto internazionale di Dili e’ di quelli brutti davvero. Piccolo e sgangherato, ci preannuncia la povertà della capitale e del paese in generale. Da brava ex colonia portoghese ha conservato la lingua della madrepatria, cosa che ci fa un po’ sorridere…notiamo anche tante facce europee fuori dall’aeroporto. Due di loro, quelle di David e Sara, si offrono di darci un passaggio in centro, mentre ci raccontano in quattro parole la loro storia. Sono portoghesi, da un anno hanno aperto una panetteria in città. Io e Giulia ci guardiamo con aria interrogativa, ci sembra difficile che possa funzionare e poi questa città sembra un posto così triste per vivere. Invece a quanto pare lavorano parecchio e sono in compagnia. Veniamo a sapere, infatti, che a Timor Leste ci sono un sacco di “expats” in gran parte portoghesi emigrati per business, per ragioni governative o di supporto alla neonata repubblica, e tantissimi australiani, spesso assoldati da qualche ONG impegnata in loco, oppure personale delle nazioni unite di varia provenienza.

Scopriamo con preoccupazione che proprio la presenza di tutto questo circo di personaggi contribuisce a mantenere i prezzi degli alloggi e dei ristoranti a livelli assurdi per uno dei paesi più poveri dell’Asia e forse del mondo. Trovare una stanza a meno di 45-50 dollari e’ quasi impossibile, uno shock per noi abituati a spenderne un decimo in Indonesia…l’unico posto economico, e’ naturalmente pieno per settimane. Ci sentiamo quasi male mentre, sotto una pioggia inclemente, visitiamo camere scadenti a prezzi europei. Ma non era la stagione secca questa? In giro ci dicono che erano vent’anni che non pioveva così a luglio… Poi finalmente una botta di culo, perché chiedendo qua e la, un ragazzo con un piede spappolato da una mina ci accompagna in un bar che forse ha stanze in affitto. Con grande sorpresa scopriamo che si tratta di un vero e proprio appartamento, con cucina, salotto e terrazzo vistamare…costa “solo” 35 dollari a notte, ma è molto carino e poi possiamo sempre risparmiare sui pasti cucinando in casa…non ci pensiamo due volte e lo prendiamo al volo. Dopo 10 mesi di viaggio, abbiamo di nuovo una casa, una sensazione strana ma anche piacevole…e poi dovendo aspettate una settimana le pratiche per il visto, siamo contenti di avere un posto confortevole in cui trascorrere le giornate di attesa, dato che la città e’ tutto, fuorché bella…

Il lunedì mattina ci presentiamo ben vestiti e profumati al consolato indonesiano, che ormai sappiamo come funzione, facciamo la coda e quando e’ il nostro turno la signora faccia di culo ci dice che le nostre foto non vanno bene: per qualche arcano motivo vogliono che le nostre belle faccine vengano stampate su sfondo rosso. Ma rosso? Questa e’ davvero nuova… La tensione sale. Un gentile personaggio si offre di accompagnarci nell’unico posto in città che fa questo tipo di foto, naturalmente dalla parte opposta. Ok, facciamo le foto, prendiamo un taxi e siamo di ritorno al consolato. Rifacciamo la coda, e quando e’ di nuovo il nostro turno, nonostante manchi quasi un’ora alla chiusura, la stessa signora chiude la serranda dicendoci che per quel giorno avevano già troppe richieste. Per me stavolta e’ davvero troppo, sono una bomba ad orologeria pronta ad esplodere definitivamente. Per fortuna Giulia legge bene la situazione e mi trascina fuori prima che possa fare danni…sono furioso e passo il pomeriggio a sbollire la rabbia. Il mattino dopo torniamo alla carica, stavolta sembra tutto in regola, e veniamo ammessi allo sportello vero e proprio. In teoria i visti dovrebbero durare 60 giorni, ma quando e’ il nostro turno l’ufficiale ci dice di tornare dopo due giorni a ritirare il nostro visto di 30 giorni. Credo di non aver capito bene, e lo correggo dicendo “60 giorni”, e lui “no, no solo 30″…cazzo ma allora ce l’avete con noi!! Insisto che per legge il visto DEVE essere di 60 giorni, lui ribatte che da loro e’ di 30 e di togliermi in fretta dai piedi, perché o così o niente. Ripasso mentalmente tutte le principali bestemmie conosciute, vorrei spaccare tutto, ma ancora una volta Giulia mi salva tirandomi via a forza…

Dedichiamo i giorni seguenti al relax, alla spiaggia e ad un paio di costose immersioni. In una di queste la sfiga si accanisce ancora contro di me, infatti riesco a rompere il boccaglio dell’erogatore mentre siamo in piena immersione. Passo in fretta a quello di riserva, come da manuale, ma anche quello non funziona, perché ad ogni respiro mi ritrovo la bocca piena d’acqua… A 20 metri di profondità non e’ facile comunicare con l’istruttrice, la quale in mancanza di alternative mi propone lo scambio dell’attrezzatura sott’acqua…e’ una manovra difficile, da sub esperti, ed io ho 8 immersioni alle spalle…eppure in qualche modo me la cavo, mi contorco come un’aguglia tra tubi e spallacci, Giulia mi da una mano, e alla fine riusciamo a continuare.

Il giorno dopo torniamo in consolato a ritirare i nostri visti e scopriamo con stupore che inspiegabilmente ci hanno dato 60 giorni…non ne capiamo il motivo, ma va bene così, voglio smettere di cercare di capire questi figli di una burocrazia folle. Torniamo a casa felici, ci compriamo una bistecca di sottofiletto per festeggiare e finalmente siamo pronti a ripartire…o almeno lo crediamo, perché il giorno seguente mi sveglio con la febbre a 38 e la sensazione di essere passato sotto un treno…ripenso e maledico il tassista di due giorni prima che era palesemente influenzato, talmente mal ridotto che sul momento ho addirittura pensato che fosse strafatto di crack…comunque sono KO, non possiamo muoverci perché passo 4 giorni a letto in condizioni miserevoli. Quando mi riprendo, naturalmente tocca a Giulia…4 o 5 giorni di morte apparente anche per lei…e in totale fanno ben 17 giorni inchiodati a Timor Leste…e mentre scrivo siamo ancora qui, anche se domani dovrebbe essere la volta buona…meno male che almeno avevamo una casa…

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