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Lola corre

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Giorno 657.

Lola corre. E ogni tanto si volta per vedere dove siamo. La spiaggia di Punta Sal e’ immensa, un’autostrada di sabbia lambita dal pacifico, dove atterrano e decollano centinaia di fregate dalle zampe blu, pellicani grassi ed altri uccelli marini. Siamo alloggiati in un grazioso hotel a mezza costa, con terrazza panoramica e pergolato di bouganville dove la mattina presto svolazzano i colibrì in cerca di nettare. Però i tramonti sono fantastici. Ogni giorno percorriamo chilometri di costa deserta guardando il volo degli uccelli e respirando salsedine dal mare mosso che non invoglia a tuffarsi. Soprattuto cuciniamo cheviche e giochiamo coi cani. Lola sfida i raggi solari con la sue pelle chiara e piena di efelidi solo per il piacere di accompagnarci nella nostra passeggiata quotidiana. E sospetto anche per la gioia di molestare i vecchi esemplari di fregata che vanno a morire sulla spiaggia. E’ sempre attiva, anche se non vuole fare niente da sola. Ed io la capisco, perché e’ esattamente come me e per la prima volta sento un’affinità elettiva immediata con un altro animale.

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La mattina ci viene a svegliare impaziente, raspando contro la porta, e ci gironzola attorno in trepidante attesa durante le nostre interminabili colazioni. Le piace correre e non vede l’ora di scendere alla spiaggia. Mi chiedo perché non vada a bussare alla porta accanto, dai suoi padroni, per dare loro la sveglia all’alba. Poi mi ricordo che la signora Lindsey, emigrante inglese di mezz’età, saranno almeno trent’anni che non corre, la mole non glielo consente. Il suo compagno peruviano di vent’anni più giovane esce presto per lavorare e Seba, il figlio adolescente, la tratta un po’ come la tonta di casa, ma solo perché non ubbidisce alle esibizioni da circo che lui cerca di insegnarle. E’ incompresa perché fa solo ciò che vuole o forse non ascolta perché anche lei si e’ resa conto che il ragazzo è davvero troppo logorroico e dovrebbe andare in giro a cercarsi una fidanzata, anziché restare a casa con la mamma ad addestrare cani e molestare turisti con le sue sparate.

Se Lola ci regala affetto ed esuberanza, forse anche troppa, Ozzy, come tutti i maschi, dimostra un temperamento più solido ed indipendente. E’ nero come la notte, la pelle liscia come il talco. Li tratto già come i miei bambini. E pensare che la prima volta che li ho incontrati ho avuto un moto di repulsione, perché il cane nudo ha davvero qualcosa di diverso, a cui ti puoi abituare solo col tempo. Il suo aspetto completamente glabro, mi incuteva un certo timore all’inizio, forse perché ripensavo ai cani zombie di Resident Evil. Poi ho cominciato ad abituarmi e persino ad apprezzare quel contatto bollente, di pelle a pelle che ha qualcosa di quasi umano. Un Fede saputello non perde l’occasione di illustrarmi come il cane nudo fosse considerato magico dagli Inca grazie alle sue capacità curative, ed in effetti sembra di avere sempre accanto una borsa dell’acqua calda pronta all’uso. Così ho deciso, e’ come quando conosci una persona simpatica e per sempre ti piacerà il suo nome. Se mai ne avrò uno, sarà un cane nudo, una Lola senza pelo da portare a correre e che non mi ascolta se le insegno tonterie. E se avrà freddo nei lunghi inverni astigiani potrei sempre comprarle un grazioso cappottino di lana…

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Amazzonia

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Giorno 649.

Ecco, alla fine lo abbiamo ammazzato. Fede mi lancia un occhiata dicendo “E’ morto”. Guardo Cesar spuntare dalla fitta vegetazione che ricopre l’isla flotante. L’uomo corre, un ghigno diabolico dipinto sul volto. E’ scalzo, ricoperto di fango e formiche, un machete in una mano ed un laccio nell’altra. Quando sognavo di vedere un bradipo da vicino, non mi aspettavo che gli avremmo dato la caccia. Il povero animale, crollato a terra insieme all’albero su cui stava appollaiato, cerca ora di rialzarsi. Dimena le braccia nell’aria con movimenti di una lentezza esasperante. In un attimo Cesar lo afferra, lo lega per la vita e lo infila dentro la nostra canoa. Si mette al timone e io mi ritrovo con l’altro capo della corda tra le mani e l’ammonizione: “Occhio, perché sanno nuotare molto bene e cercherà di buttarsi fuoribordo”. Anche se gli scopi sono buoni, non posso fare a meno di sentire una certa violenza in tutto ciò. Erano giorni che lo cercavamo. Una femmina solitaria in attesa di compagnia sonnecchia dall’altro lato del fiume. Sono animali pigri, che hanno bisogno di un aiutino per incontrarsi. Una volta avvistato il giovane maschio, Cesar si e’ addentrato nella selva per catturarlo e l’unico modo si è rivelato abbattere l’albero a colpi di machete. Ne segue un crollo fragoroso, i rami più alti che sfiorano il bordo dell’imbarcazione da cui noi, spettatori ignari e allibiti, assistiamo alle operazioni di recupero del povero animale. Ora, a pochi centimetri da me, due occhi appannati mi guardano, come uno che si è calato un acido e poi gli e’ salito male. Ti capisco amico, davvero un pessimo viaggio per te. Speriamo almeno che le tue abilità di latin lover siano rimaste illese.

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Al villaggio di Puerto Miguel, a pochi chilometri dalla confluenza in cui il fiume Ucayali diventa Rio delle Amazzoni, siamo arrivati dopo cinque giorni di barca. Con Cesar, la nostra guida incontrata a Pucalpa, ci siamo imbarcati sul Bruno, il battello fluviale che scende fino a Iquitos, e che sembra aver visto tempi migliori. Manca solo la pala a vapore e sembra di navigare in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Lungo il viaggio, che invariabilmente può durare dai cinque ai sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e degli eventuali guasti, attracchiamo presso villaggi inghiottiti dalla giungla per scaricare persone, pollame, blocchi di ghiaccio e fare il pieno di banane. Alcune donne locali salgono urlando a squarciagola per guadagnare qualche spicciolo, offrendo frutta fresca e pesce grigliato ai viaggiatori stanchi di nutrirsi ad una mensa che ogni giorno distribuisce riso e pollo, pollo e riso. Inutile dire che fanno il tutto esaurito.

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A bordo si fa la doccia con l’acqua fangosa del fiume e si dorme tutti insieme, una fila di amache colorate che si sfiorano ondeggiando alla brezza notturna. Donne che allattano, bambini che scorrazzano, ubriachi notturni con radioline moleste sparate a tutto volume. Non c’è privacy, ma sembra che tutti ci siano abituati.

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La signora Dionisia, mia vicina di posto, può contarmi i nei sulle braccia o guardare nel mio piatto mentre mangio e lo fa senza alcun ritegno. Ha avuto nove figli e li ha partoriti tutti da sola. Solo cinque sono ancora in vita, ma nei villaggi gli incidenti e le malattie sono all’ordine del giorno e si accetta la vita con una buona dose di fatalità. La notte dormono in due, lei e il marito, nella stessa amaca. Due vecchietti stropicciati con le gambe intrecciate. Mi si stringe il cuore. La prima notte per sbaglio mi stendo in diagonale e infilo i piedi nella loro amaca. Non si lamentano anzi, l’ultimo giorno la signora finirà per rammendare i pantaloni sdruciti di Avidano e chiedermi una foto per mostrarla alle sue amiche del villaggio. Le regalo una fototessera vecchia di due anni con me coi capelli rossi e Avidano in versione Bin Laden. E’ tutto quello che ho, ma lei ne sembra entusiasta.

Poi ci sono i bambini, un gruppetto di coraggiosi che osa avvicinarsi agli stranieri e che finirà per monopolizzare le nostre giornate scandendone i ritmi tra un gioco e una canzone. Il piccolo Abhramcito, quattro anni di astuzia, chiamato “El Cholo” da sua sorella Esmeralda, simpatizza immediatamente per mio marito non mostrando alcun timore per la barba incolta che generalmente terrorizza i bambini locali. Li scoprirò dormire insieme nell’amaca, con il piccoletto che lo abbraccia e gioca con la sua barba ispida. Al momento di scendere un Avidano che trattiene a fatica il magone, si avvicinerà alla sua amaca per salutarlo. Da uomo a uomo.

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All’imbrunire sbarchiamo a Requena. Cesar ci carica sulla sua lancia, ma mancano ancora diverse ora di navigazione per raggiungere Puerto Miguel. Ci prepariamo ad una notte d’inferno, seduti sul fondo duro della barca, ma il nostro uomo non fa che sorprenderci. Stende un piccolo materasso ed in un attimo ci prepara un comodo giaciglio sotto le stelle. Scivoliamo nel fiume per tutta la notte. Ogni tanto Cesar spegne il motore ed abbandona la barca alla corrente per riposare qualche minuto. L’alba ci sorprende mentre galleggiamo in mezzo al fiume immenso, che sembra quasi un mare. Una famiglia di delfini rosati sguazza a pochi metri da noi.

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Il livello dell’acqua e’ ancora alto e allaga le terre circostanti creando un immenso pantano da cui spuntano isole galleggianti. La nostra casa-palafitta ci attende, con un milione di zanzare assetate di sangue e pesci grigliati a colazione. Deliziosi tra l’altro, perché si nutrono della frutta della selva che cade in acqua dagli alberi. Il padrone di casa, Raul, ci accoglie sulla porta con un coccodrillo appena catturato e legato come un salame. Per festeggiare il nostro arrivo, dice. Sua moglie Noemi lo prende in carico e ce lo servirà per cena, sapientemente affumicato.

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Passiamo le giornate tra i canali, sulla lancia di Cesar, per avvistare scimmie ed uccelli variopinti. La sera, armati di canne, andiamo a pesca nella boscaglia e tiriamo su qualche piranha per la cena. Anche se per i “sancudos”, le zanzare della selva, la cena siamo noi.

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La giungla e’ un posto da uomini. Le donne si sentono intimorite da tanta fitta umidità brulicante di vita. Loro invece tirano fuori qualche sopito istinto primordiale e si trovano immediatamente a loro agio nei panni del giovane esploratore. Cerco di adattarmi e farmi andar bene le tarantole che si aggirano in bagno, gli scarafaggi che infestano la lancia, e tutto il sottobosco di insetti che popola le rive del grande fiume e attenta alla mia quiete. Quando vengo trascinata nella nottata sotto le stelle da Cesar ed Avidano, piove a dirotto. Risaliamo il canale sotto il diluvio universale che disegna arcobaleni nell’aria. Campeggiamo sulla riva, un angolo umido e ombroso di mondo, dentro una foresta tanto fitta che le gocce di pioggia quasi non toccano il suolo. Un colibrì inzuppato si ripara nel suo nido sotto una foglia. Almeno lui si sente a casa. Cesar monta il campo e tende le reti immergendosi completamente nelle acque scure e ricche di sedimenti. Ma la pesca va male e consumiamo una cena frugale a base di zuppa di avena al cioccolato. La pioggia scrosciante ci toglie il piacere dei rumori della giungla, ma forse e’ meglio così. In compenso nella notte una strana resina rossastra cola dagli alberi sulla tenda, regalandoci un attimo di terrore al pensiero di qualche predatore affamato che sia aggira sopra le nostre teste. La mattina un cacciatore in canoa si unisce a noi per colazione. Sta risalendo il fiume, schioppetto in spalla, sulle tracce di una specie di tacchinella della selva. Fede, ormai vittima del richiamo della foresta, decide di accompagnarlo per un tratto. A me tocca sbaraccare il campo, avvolta in una nuvola di zanzare, con Cesar che impreca contro lo Shapshica, lo gnomo del bosco, che sembra aver fatto sparire il suo machete nella notte. E’ tutto molto primitivo, uomini a caccia, donne in cucina. Ma anche questa volta e’ andata, ora la casa palafitta mi sembra il miraggio di un hotel a cinque stelle.

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Riemergiamo alla civiltà dopo oltre dieci giorni di Amazzonia. Iquitos, una delle città più grandi del Perù, e’ piazzata sulla riva sinistra del Rio delle Amazzoni, in piena selva, quasi al confine col Brasile e la Colombia, ed e’ irraggiungibile via terra. Tutto si muove sull’acqua da queste parti, oppure in aereo. Il nostro volo per la costa ci attende, ma ci regaliamo un ultimo capitolo del libro della giungla visitando il mercato di Belem, una specie di Venezia amazzonica anche nota come il quartiere più malfamato della città. Definire il suo mercato colorito e’ un eufemismo. All’altezza dei più caotici e puzzolenti mercati asiatici, le bancarelle di Belem offrono un guazzabuglio di pesci esotici ricoperti di mosche, scimmie squartate, coccodrilli alla griglia, tartarughe strappate dai propri gusci con le uova e le interiora in bella mostra, larve fritte, cuori di palma, cortecce magiche e beveroni miracolosi. Fango dappertutto che risale sulle gambe e si mescola al ghiaccio che cola dagli scatoloni dove si conserva il pesce. Il machete e’ in assoluto l’oggetto più venduto. Normale, per chi deve aprirsi un varco nella foresta ogni volta che deve rientrare a casa. Una donna stende le sue frattaglie in bella mostra come una tendina, una bambina dorme sul bancone del macellaio e gli avvoltoi sui tetti attendono che scenda la sera per ripulire le carcasse. Per me e’ davvero ora di andare.

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La marcia dei pinguini

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Giorno 507.

Vogliamo andare a Punta Arenas, in Cile, a comprare una giacca ed altre cose per il trekking, dato che li’ c’è una zona franca dove la scelta e i prezzi sono decisamente migliori che in quest’Argentina oberata dalle tasse sulle importazioni. Non ci sono bus fino a sera che uniscano Rio Gallegos, nella ventosa e desolata, seppur ricca, Patagonia costiera alla città cilena, ai piedi delle montagne, per cui la nostra prima volta avviene quasi per caso. Ci metto un po’ a convincere Giulia a mettersi a bordo strada, in mezzo alla landa desolata, e a fermare le macchine in transito con uno sbiadito cartello, ma alla fine ci ritroviamo, anche noi, autostoppisti nel vento.

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Per un bel pezzo non solo non ci caricano, ma non si ferma nessuno. Siamo palesemente nella posizione sbagliata, così caracolliamo con il nostro fardello fino all’incrocio fortunato. Passano cinque minuti e un ragazzo ci carica sul suo furgone da elettricista. Pochi chilometri, non va oltre, ma ci lascia ad un posto di blocco della polizia. Gli agenti sono gentili, abituati a gente che viaggia “a dedo” e ci aiutano a trovare un passaggio, su un camion, fino al confine, dove veniamo accuratamente perquisiti dai doganieri. In Cile non può entrare nessun prodotto vegetale, ne’ animale di origine aliena. Noi ci pappiamo tutto in fretta, così attraversiamo puliti lo scanner con la pancia piena di frutta e di insaccati. Da li’ un altro camion ci porta a destinazione. E’ andata, e ci abbiamo preso gusto.

In una Punta Arenas gelida come l’inverno, anche se e’ estate, scopriamo una città scrostata dalla salsedine dove le case sembrano costruite con stecche di gelato color pastello, in tinta con aiuole piene di fiori che non si sa come facciano a vivere a queste temperature. Alloggiamo nell’ostello di Eduardo, uno di quei personaggi naïf che fanno la gioia dei viaggiatori. Da lui, colazioni abbondanti ed un’atmosfera rilassata e piacevole. Facciamo scorta e ripartiamo, per la Terra del Fuoco.

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Ci traghettiamo a Porvenir, desolato avamposto cileno in quest’isola brulla, fredda, dai paesaggi quasi feroci. Pochi animali, tra cui i guanaco, simili ai lama, alcuni struzzi nani, qualche volpe. Ancora meno esseri umani, gente abituata al vento ed al freddo polare, sparpagliati per paesini di case basse di legno e lamiera colorata.

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E non possono mancare i pinguini, che incontriamo in una mattina dall’aria quasi antartica, in una piccola riserva che ne custodisce una colonia di circa duecento. Sono pinguini re, gli unici di grandi dimensioni che si possano vedere al di fuori dell’Antartide. Ci accolgono mezzi addormentati, alcuni ancora goffamente sdraiati sulla pancia, in una posizione ridicola, come ridicoli sono i loro spostamenti, goffi ed impacciati fuori dall’acqua. Salvo poi trasformarsi in siluri una volta ammollo nel proprio ambiente naturale. Strani uccelli, che non volano, quasi non camminano, ma che nuotano come pesci. Alcuni tra le gambe hanno un uovo, che coveranno ancora per un paio di settimane. Fanno tenerezza, così al freddo, quasi immobili, che si parlano con grida incomprensibili. Li guardiamo, ci guardano. Un piccolo torrente ci separa. Alcuni si tuffano, incuranti del gelo. A poco a poco ci accorgiamo che in quel gelo, quelli goffi, infagottati, fuori posto, siamo noi. I pinguini siamo noi.

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Camel Fair

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Giorno 444.

Pushkar e’ una delle città più antiche e sacre di tutta l’India ed anche uno tra i luoghi più incantevoli e suggestivi che abbia mai visto. Letteralmente significa “nata da un fiore” e la leggenda narra che quando il mondo era ancora una palla deserta, Brahma il Creatore staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e lo lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago di Pushkar, la prima acqua del mondo, un lago sacro senza fondo che oggi lambisce questa perla del Rajasthan ai margini del deserto.

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A Pushkar si trova l’unico tempio al mondo dedicato al culto di Brahma, che insieme a Shiva e Vishnu, incarna la trinità più venerata di tutto il vasto pantheon indù. Un po’ come il Buono, il Brutto e il Cattivo per i fanatici di Sergio Leone. E gli indiani, che sono grandi amanti dei record, non fanno a meno di ripeterlo ai visitatori in continuazione. Noi, per dispetto, il tempio non lo visitiamo, intanto la città e’ praticamente un santuario a cielo aperto. Ma la storia del povero Brahma e’ più o meno questa. Un giorno Brahma si preparava a celebrare un sacrificio in pompa magna sulle rive del lago, con una cerimonia alla quale avrebbe dovuto presenziare anche una donna. Per questo ruolo scelse la moglie, Savitri, che però in quell’occasione pensò bene di prendersela comoda, finché Brahma, stufo di aspettare, decise candidamente di risolvere l’impiccio scegliendo come nuova moglie Gayatri, una ragazza del villaggio. L’avventato consorte pago’ a caro prezzo le sue scelte lussuriose, perché quando la moglie lo scopri’ con le braghe calate, la solita scusa del “cara, non è quello che sembra” non basto’ a placare le sue ire. Savitri lo maledisse e giuro’ che il suo culto non si sarebbe mai praticato in nessun’altra parte dell’India, perché chiunque avesse costruito un tempio in suo onore sarebbe morto tra atroci sofferenze. Fu’ così che il creatore venne condannato all’oblio, con l’unica eccezione di Pushkar.

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Questa sua unicità fa si che ancora oggi tutto il villaggio sia considerato assolutamente sacro: ogni singola pietra, ogni angolo, soprattutto l’acqua torbida del lago senza fondo con i suoi 54 gradini. Un cartello ammonisce il visitatore affinché non si avvicini a meno di dieci metri dallo specchio con le scarpe ai piedi, paventando pene orribili nella prossima reincarnazione. I Bramini e i loro guardiani vegliano perennemente a caccia di miscredenti e turisti in contravvenzione cui finalmente possono gridare ogni sorta di improperi. Con una punta di compiacimento aggiungerei… Ci tocca girare con un metro. Anche il regime alimentare in paese risente della spiritualità del luogo. Il menù e’ rigidamente vegano, niente droghe, niente alcool, persino le uova sono bandite, e i ristoranti si ingegnano a venire incontro ai gusti dei turisti con croissant che sanno di pane e torte al cioccolato che si disfano solo a guardarle.

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In realtà noi a Pushkar c’eravamo già stati, e l’atmosfera magica e tranquilla dei ghat e dei palazzi bianchi che si specchiano nel lago era uno dei ricordi più intensi dell’India di dieci anni fa. Ma questa volta decidiamo di vivere un’esperienza completamente diversa, perché ogni anno, la settimana prima del plenilunio di Kartika, l’ottavo mese del calendario lunare Hindu, che cade di solito tra ottobre-novembre, si tiene la Pushkar ka Mela o Fiera di Pushkar, un avvenimento tra il sacro e il profano per rendere omaggio al Dio Brahma, con processioni, canti e manifestazioni folkloristiche, durante il quale si svolge una delle fiere del bestiame più famose del mondo. La città si trasforma in un tripudio di colori e vivacità, un caleidoscopio di danze vorticose, campi tendati e cammelli agghindanti a festa. Migliaia di pellegrini, mercanti e allevatori provengono fin qui dal Rajasthan e da tutta l’India del nord per assistere alla fiera e partecipare ai festeggiamenti che culminano con il bagno finale di purificazione nel lago sacro, nel giorno di Kartik Purnima, la notte del plenilunio.

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Il turbinio delle giostre che scricchiolano instabili come mulini di ferro oscura il profilo della collina di Savitri, la venerata e cornuta moglie di Brahma. Le strette strade polverose vengono invase da una miriade di persone cui si mescolano musicisti, saltimbanchi, acrobati e l’intera città si trasforma in un’enorme mercato affollato dove gli ambulanti espongono ogni genere di chincaglieria: padelle, tappeti, chillum, finimenti per cammelli, prodotti artigianali di ogni tipo, braccialetti, monili intarsiati e tessuti stampati indossati dalle donne indiane che tra le bancarelle scambiano o vendono davvero di tutto. Truffatori, accattoni e ladruncoli si mescolano alla folla in cerca di buoni affari e noi, da buoni clienti, ci facciamo subito borseggiare a dovere. Poi ci sono i contorsionisti, i funamboli, gli addomesticatori di cavalli, di scimmie, gli incantatori di serpenti. Un microcosmo di personaggi che sembra uscito da una delle avventure di Willy Fog e che solo l’India può ancora raccontare.

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Una scia di donne scalze coi bracciali alle caviglia e i bagagli sulla testa si avvicina a piedi alla città. La maggior parte di loro dormirà sulle gradinate che circondano il lago o sotto le tettoie della grande arena che di giorno ospita i giochi e le competizioni. La gente dei villaggi non può certo permettersi gli alberghi, che con i prezzi esorbitanti della fiera sono ad esclusiva disposizione dei turisti occidentali e degli ancora più ricchi turisti indiani.

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I cammellieri con le loro carovane di tende, donne e bambini si sistemano sulle dune alle porte di Pushkar, accanto alle grandi vasche che indistintamente soddisfano le esigenze idriche di uomini e bestie. Gli accampamenti si stendono a perdita d’occhio, fra migliaia di cammelli, i veri e indiscussi protagonisti della fiera. Gli animali vengono lavati e splendidamente ornati con tatuaggi, decori, nastri e treccine, campanelli d’argento e piercing al naso, oppure truccati con pesanti strati di kajal. Alberi di Natale con la gobba pronti a competere al concorso di bellezza per ruminanti del deserto.

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All’ombra delle tende gli uomini contrattano, litigano, fumano e bevono di nascosto, mentre le donne operose cucinano, attingono l’acqua, lavano i figli e passano tutto il loro tempo libero a raccogliere meticolosamente polpette di sterco di cammello. Perché nel deserto non si trova legna da ardere e niente va sprecato.

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La vera tratta del cammello si svolge nei primi giorni della fiera, quando migliaia di esemplari cambiano proprietario dopo feroci trattative. Man mano che i giorni passano e gli affari si concludono, gli accampamento si svuotano, le carovane di acquirenti più o meno soddisfatti si allontano nel deserto, pronti ad affrontare la lunga marcia verso casa attraverso piste polverose. Seguono i bambini coi carretti e le donne con le solite ceste, sempre a caccia di sterco.

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Alla fiera si affianca il grande festival di spettacoli, gare e saltimbanco. Ogni giorno nella grande arena assolata si svolgono le competizioni più curiose e stravaganti che si possano immaginare. Sotto un sole cocente sfilano cammelli e cavalli ballerini, si freme per la super attesa gara di baffi e quella di turbanti, stranieri contro locali. Poi c’è il tiro alla fune, la palla avvelenata senza palla, la piramide umana e la corsa con le giare sulla testa. Vince una certa “Mary from France”, complici due braccia da camionista e una clamorosa falsa partenza.

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Un giorno per strada raccattiamo un francese sulla settantina che vaga come un bimbo sperduto in cerca del suo gruppo e della guida da cui è rimasto separato. E’ affamato e impaurito come uno spettatore al circo che per sbaglio è finito nel recinto del leone. Non parla inglese, non sa dove alloggia, e nemmeno dove si trova il suo autobus. Allora io mi dico, ma resta a casa tua se sei preso così. Però mi ricorda Franchino, così lo scortiamo fino alla tenda della polizia e diamo l’allarme al microfono, sperando che qualcuno lo venga a reclamare.

Il festival si conclude con la grande Puja finale, sulle rive del lago, nella notte di plenilunio. Migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del lago, al fine di cercare la salvezza ed invocare benedizioni. Si dice che le sua acque non lavino via solo i peccati, ma curino anche le malattie della pelle. Sinceramente ne dubito. Però a questo punto si verifica uno degli eventi più inaspettati cui si possa assistere nella conservativa società India. Pudiche donne di ogni età, normalmente sepolte sotto strati di veli e di paillettes, si spogliano a seno nudo e si tuffano a mollo sotto lo sguardo consenziente di mariti e parenti. In una società tanto repressa, dove ancora sopravvive il regime del matrimonio combinato ed il sesso e’ un tabù, un evento come questo genera scompiglio nei maschilisti cervelli degli uomini indiani. Sorveglianti in divisa armati di bacchetta minacciano punizioni corporali a chiunque si azzardi a tirar fuori dalla borsa una macchina fotografica. Proteggono la virtù delle loro donne da turisti ficcanaso pronti a diffondere foto osé in rete. E a dir la verità non mancano i guardoni del caso, però non sono affatto stranieri, ma indiani repressi ed arrapati, che sotto gli occhiali da sole sbirciano rotonde matrone in topless che potrebbero avere l’età delle loro madri o delle loro nonne. Se uno di loro venisse catapultato per sbaglio su una qualsiasi delle nostre spiagge, finirebbe arrestato per molestie in meno di un’ora.

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Nell’ultimo giorno di festival l’affluenza di viandanti e pellegrini aumenta in modo quasi insopportabile. La città sembra scoppiare come un melograno maturo. Di giorno non riusciamo quasi a camminare, ogni quattro metri qualcuno ci ferma per la foto di rito e le domande sempre uguali, da dove vieni, come ti chiami, ma siete sposati? Mi chiedo, ma se non lo fossimo qualcuno ci proverebbe con me sul posto? La risposta arriva quando un tizio mi allunga una mano e mi invita a seguirlo nel vicolo. Chiaramente si aspetta che io ci stia così su due piedi, per una sveltina dietro l’angolo. La notte e’ in mano a mandrie di ragazzetti ubriachi che scorrazzano per le strade e vomitano sulle giostre. Evitiamo il centro e la sera con Pino e Luca ci arrampichiamo a guardare il tramonto dalla collina di Gayatri, la venerata amante di Brama che di mestiere faceva la lattaia, e ci facciamo delle gran pizze al sicuro dalla folla, sul tetto del solito ristorante vista lago. Più l’atmosfera diventa vibrante, più ci teniamo lontani dall’entusiasmo collettivo. Anche Avidano deve capitolare, perché solo un vero indiano può reggere a tanto.

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L’uomo dei tarsi

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Giorno 351.

L’uomo dei tarsi si chiama Simon Songgo. Ci viene a prendere che e’ già mezzanotte alla stazione dei bus di Tentena, cittadina appollaiata sulla riva nord del Danau Poso, il lago di Poso. Siamo distrutti da quindici ore di autobus, sballottati da una curva all’altra sui due sedili sfigati, quelli in fondo a destra, incastrati tra l’abitacolo ed il portabagagli, schiena dritta perché dietro c’è il lunotto. Simon ci porta ai suoi bungalow, direttamente sull’acqua con tanto di terrazzino privato vista lago. Cadiamo addormentati in un sonno profondo, cullati dal suono dell’acqua.

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L’uomo dei tarsi e’ un professore d’inglese, ex guida di trekking nella zona, che ha dovuto abbandonare l’insegnamento perché non si poteva permettere di pagare la tangente al pezzo grosso di turno, 4000 dollari una tantum, per garantirsi un lavoro ed il futuro. Ma ora che il fratello e’ entrato in politica, spera di farsi dare una mano, la classica logica dell’aiutino che fa tanto casa. Italiani e indonesiani, una fazza, una razza.

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Simon ha tre figli: Robin, il primogenito, ha lasciato la scuola per dedicarsi agli scacchi ed alla baldoria notturna. Ed e’ la sua disperazione. Helen, 12 anni ed un sorriso timido. Lei e’ la sua grande speranza. Studiosa, educata, passa le serate a ripassare lezioni d’inglese e si diverte ad accompagnare gli ospiti in giro per il villaggio. Poi c’è il più piccolo, Dede, il flagello di sua madre. Corre e urla tutto il giorno ed è’ un sollievo per la povera donna quando può scaricare l’indemoniato per qualche ora agli ignari turisti, come noi.

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L’uomo dei tarsi ci affitta il motorino, ci consiglia il trekking alle cascate e la gita alla spiaggia, e la sera ci accompagna da un cinese suo amico che ci prepara una cena a base di pitone, fritto e in zuppa, roba per intenditori.

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Ma l’uomo dei tarsi non si chiama così per caso. Al tramonto ci accompagna nel bosco dietro casa, per incontrare queste piccole scimmiette con la testa rotante a 360 gradi, che hanno deciso di stabilirsi proprio li’, per godersi anch’esse un po’ della profondissima quiete del lungolago. Nella semioscurità della sera, per noi i tarsi sono solo ombre saltellanti da un ramo all’altro. Potrebbero essere qualsiasi cosa, topi o alieni. Giulia sostiene che sono lontani cugini di un certo pupazzo Furbi, di cui ignoravo l’esistenza. Ma l’uomo dei tarsi giura che sono proprio loro, ne riconosce la voce, il canto. E noi non discutiamo.

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