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Komodo National Park

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Giorno 327.

Stringo forte Sam in un addio veloce, i ragazzi dell’agenzia di viaggi si sono dimenticati di noi e la nostra barca e’ in partenza. Ho un nodo alla gola, non riesco a smettere di pensare che probabilmente non ci rivedremo mai più e per la seconda volta in questo anno sento che mi mancheranno davvero questi due ragazzi che conosco appena, con cui si è condiviso tanto in così poco tempo. Ma il viaggio e’ così, vite lontanissime si uniscono a sorpresa saldandosi in legami di irresistibile empatia, e altrettanto in fretta si separano, ognuno assorbito dalla propria orbita.

Sulla barca Matej ci accoglie offrendoci un cicchettino di liquore sloveno. Quasi quasi me lo faccio così mi tiro su il morale. Quando la scena si ripete alle sette ogni mattina, prima di colazione, capisco che sono troppo vecchia per queste cose, gli sloveni invece no, sono degli autentici sballoni. La crociera di quattro giorni da Flores a Lombok, attraverso il Komodo National Park, prospetta un ambiente molto diverso dalla terribile Wilis. L’imbarcazione e’ un piccolo peschereccio riadattato al turismo, e poi siamo solo in otto, oltre ai membri dell’equipaggio. Si dorme tutti insieme in una specie di mansarda ricavata sul tetto della barca, non ci sono docce o rubinetti a bordo, solo il mare per lavarsi, ma la cucina e’ varia ed i materassini per dormire in abbondanza per tutti. La compagnia e’ composta da quattro ragazzi sloveni in vacanza capeggiati dall’alcolico Matej, e da Bek e Holly, coppia saffica e ultrasportiva Made in New Zeland, da cui Fede e’ piuttosto intimorito.

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Zigzaghiamo per quattro giorni fra le isole del parco in un paesaggio bruciato dal sole dove il clima e’ tanto secco da sembrare quasi fuori luogo a queste latitudini. Un fitto manto d’erba alta e gialla tutto ricopre come carta da parati. Non ci sono palme e atolli in vista, solo aspre isole vulcaniche con un sorriso di spiaggia bianca che si tuffano nel mare blu. Le correnti nei canali sono fortissime. Si nuota a fatica, soprattutto senza pinne. Spesso stentiamo a rientrare in barca, in alcuni casi viene addirittura calata una corda di sicurezza cui aggrapparsi per non essere trascinati via. Sostiamo qua e la in suggestive calette per dedicarci ad uno snorkeling faticoso, mentre gli sloveni si esibiscono in tuffi acrobatici dal ponte della barca. Speriamo che non cadano in coma etilico. Passeggiamo su una spiaggia rosa e nuotiamo in un lago salatissimo dove si galleggia quasi come sul Mar Morto. La mattina del terzo giorno finalmente ci laviamo il sale di dosso nelle pozze naturali di una cascata…anche se ormai Fede mi ha ribattezzato Claudia, capelli di paglia.

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Ma l’incontro coi draghi e’ il pezzo forte della crociera. Come sempre la prospettiva di avvicinare volontariamente animali pericolosi e selvaggi mi inquieta. Tutti i miei sensi sono all’erta spinti da un innato senso di autoconservazione. I celebri draghi di Komodo sono lucertoloni squamati di tre metri per settanta chili, con lingua biforcuta e bocca tempestata da una fila di sessanta denti aguzzi, ben serrati tra loro. La saliva e’ un’arma micidiale, terreno ideale per la coltura di batteri patogeni fatali al primo morso. Ovviamente carnivori, grazie alle loro dimensioni, dominano l’ecosistema dell’isola, nutrendosi di cervi, bufali, maiali selvatici e, occasionalmente, di sprovveduti turisti che si avventurano in trekking solitari. Sono animali infidi, che cacciano con un sistema di imboscate e possono anche correre piuttosto velocemente toccando punte di venti chilometri orari. I rangers che ci accompagnano nel trekking imbracciano lunghi bastoni biforcuti per sventare eventuali attacchi. Ne vorrei tanto avere uno anch’io, così per sicurezza, anche se dubito che saprei come usarlo. Quando finalmente scoviamo le bestiole, però, ci sembrano piuttosto tranquille, forse anche troppo. Le osserviamo per un tempo infinito, mentre sbadigliano pigramente stese al sole, crogiolandosi nel calore del mattino. Forse hanno appena fatto colazione con uno di quei porcelli di scogliera che si vedevano razzolare dalla barca e adesso fanno un pisolino. Fede come sempre si avvicina troppo, li incita, vorrebbe vederli attaccare qualche rubiconda turista francese. Ma i draghi non sembrano troppo interessati all’entrecote stagionata, in compenso, prima di andarmene, giurerei di averne visto uno che mi faceva l’occhiolino.

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Le notti sono tanto limpide che quando guardi il cielo ti sembra di cadere. O forse e’ solo la barca che oscilla vistosamente. Avanziamo scricchiolando sotto una volta di stelle, mentre dietro di noi una scia di plancton fluorescente lentamente si disperde, come uno sciame di lucciole. Percorriamo rotte invisibili attraverso isolotti deserti che si stagliano neri sullo sfondo del cielo. Poi il mare si gonfia tanto che sembra volerci inghiottire. Ci rotoliamo dentro sonni agitati, ognuno aggrappato al suo materassino. Solo gli sloveni non si accorgono di aver vinto un biglietto omaggio per le montagne russe, ma il merito e’ del liquore. Così scendiamo sul ponte e dalla prua della nave giochiamo a cavalcare la notte. Stiamo li’ in piedi per un tempo irreale, assecondando il rollio delle onde, come se davvero si potesse domare il mare. Il vento ci sferza la faccia, mentre la spuma ci inzuppa i vestiti. Il sale brucia sulla pelle e nei capelli di paglia. E’ il momento Titanic, in un attimo spunterà Celine Dion e canterà tra gli scogli, vestita da sirena…. ma non stiamo naufragando e il nostro cuore andrà avanti, fortunatamente, anche senza di lei.

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Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang…

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Giorno 287.

Il bello di un viaggio dis-organizzato e’ che se perdi un volo puoi sempre aspettare quello dopo. Così quando ci presentiamo belli freschi il venerdì sera all’aeroporto di Medan in cerca di un passaggio per Jakarta senza uno straccio di prenotazione e scopriamo che gli unici posti acquistabili ad un prezzo decente non sono disponibili prima di lunedì sera, decidiamo su due piedi di fuggire dal caos della città e trascorre tre giorni nella natura (quasi) incontaminata di Bukit Lawang. Il suo nome vuol dire “porta verso le colline” ed in effetti il villaggio più amato dalle scimmie sorge sul limitare della giungla tra terreni ripidi e pendii scivolosi. Ospita un centro di recupero e reinserimento in natura di orangutan. Questo, in aggiunta alla vicinanza con Medan, lo rende uno dei luoghi più famosi in Indonesia per l’avvistamento dei primati che, una volta rilasciati nella foresta, restano nei dintorni del centro, dove vengono nutriti due volte al giorno a beneficio loro e dei turisti che pagano il biglietto. Se si e’ in cerca di un’esperienza più autentica si può anche organizzare un trekking “in the Jungle”, dove gli animali vivono in uno stato semiselvaggio: sono inseriti nel loro ambiente naturale, e non in uno zoo, ma sono abituati alla presenza dell’uomo e non scappano alla vista del lontano cugino.

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L’unico problema, come al solito, e’ la massiccia presenza di turisti che sognano di tornare bambini e credono di trovarsi in un documentario di SuperQuark. Ogni giorno il sentiero di un paio di chilometri che conduce all’ingresso del parco e’ affollato da un via vai di escursionisti determinati, armati di teleobiettivi e pronti alla caccia, che fanno quasi sorridere, dato che gli avvistamenti sono di una certezza praticamente matematica. Non è raro incappare in numerose comitive, soprattutto di locali, decise a vedere gli animali, ma nient’affatto desiderose di vivere la giungla. Una volta saziati dalla vista degli oranghi, passano le giornate scorrazzando sul fiume dentro grosse camere d’aria, dilettandosi nella pratica di quello che in inglese e’ chiamato tubing, però condito con un chiasso infernale. E la presenza di un numero spropositato di guide più o meno ufficiali, e più o meno insistenti, la dice lunga su quello che è il principale business del posto. Insomma un’esperienza molto diversa da quella che noi abbiamo già fatto a Ketambe…

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E per fortuna, perché questo non mi costringe a partecipare all’ennesimo trekking nel fango della giungla, in preda alle sanguisughe, mentre nelle stesso momento un altro centinaio di persone si trova a scorrazzare sugli stessi sentieri nella stessa zona del parco. Insomma non è esattamente un party per pochi intimi e Fede non desidera partecipare, complice anche un brutto raffreddore che lo mette ko per due giorni. Così cerchiamo di estraniarci dal ciclone turistico che gravita intorno alla visita degli oranghi. Passiamo le giornate lungo il fiume leggendo all’ombra di un pergolato, Fede starnutisce, mentre io mi faccio qualche bagno evitando il traffico di novizi della pagaia che scivolano come relitti umani alla deriva.

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Ma il soggiorno vale comunque la pena. La foresta è bella, il paese è pervaso da un’atmosfera festaiola e i locali sono allegri e gentili. Il business degli oranghi ha portato lavoro e benessere nel villaggio. Pare inoltre che le donne occidentali impazziscano per questi Mowgli in carne ed ossa, dai capelli lunghi, il fisico asciutto e la pelle scura. E questo accresce in qualche modo il buonumore generale. Una canzone rimbomba nell’aria a ciclo continuo, come un disco rotto. E’ la colonna sonora del villaggio, praticamente la versione casalinga di uno spot pubblicitario, sulle note di “Jingle Bells”:
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the birds, see orangutan.
Eh! Eh!
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the Mina, everybody run….
Dove Mina, che è anche il soprannome di mia nonna, e’ un feroce esemplare di orango che se ne frega della buona educazione e del rispetto che dovrebbe dimostrare verso i turisti curiosi che sponsorizzano i suoi spuntini, e che più di una volta ha deciso di attaccare e mettere in funga interi gruppi di escursionisti…

Into the wild

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Giorno 259.

A cento metri dalla guesthouse, formiche grosse come il mio dito mignolo ci tagliano incuranti la strada in formazione da battaglia. Sono enormi, rosse ed aggressive. E sono solo formiche, cioè gli essere più innocui che mi appresto ad incontrare in questo trekking di due giorni al Parco di Gunung Leuser. Mi sto già chiedendo chi me l’ha fatto fare. Gli stramaledetti oranghi si potevano comodamente vedere al centro di reinserimento di Bukit Lawang, dove due volte al giorno vengono sfamati con frutta fresca, a beneficio loro e dei turisti che pagano per assistere alla scena. Ma Fede ci tiene troppo all’esperienza into the wild e, vista la mia reticenza, si è anche offerto di andare da solo, proponendomi l’opzione di aspettarlo per due giorni al villaggio di Ketambe, graziosamente alloggiata in un bungalow con terrazzino vista fiume, in compagnia di blatte invadenti che accampano un diritto di precedenza sull’uso del bagno. Ma il mio orgoglio non avrebbe mai potuto tollerare l’idea. Così eccomi qui, con le mie ghette anti sanguisughe ben annodate sopra i pantaloni, tanto strette da bloccarmi la circolazione al punto che presto avrò le gambe in cancrena, zainetto in spalla pieno di cortisonici e spray repellente, coltellino svizzero in tasca, perché da piccola ero fan di Mc. Giver e non posso fare a meno di credere che un coltellino può sempre salvarti la vita.

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La nostra guida lascia la strada principale e ci indica di seguirla attraverso un sentiero che non e’ affatto un sentiero, perché un sentiero dovrebbe prevedere almeno un agile passaggio a chi deve per forza percorrerlo, mentre questo si potrebbe definire al massimo un passaggio invaso dalla giungla, dove la vegetazione cresce appena un po più rada. La foresta e’ tanto fitta che anche il cielo sembra verde e non si riesce a vedere che a pochi metri di distanza. Ci inerpichiamo su per la montagna e dopo dieci metri siamo già completamente marci. Vedo il sudore evaporare dalle nostre magliette in nuvole di fumo. L’umidità e’ del duecento per cento e l’aria ti assale con quell’odore di humus e foglie morte che ricorda un po’ l’autunno nei boschi, ma molto più selvatico. La guida ha un bel passo da stambecco e ogni tanto si ferma per lasciarci respirare. Ne approfitto per liberarmi dalle sanguisughe che inesorabilmente stanno risalendo sopra le ghette, lungo i pantaloni, alla ricerca di uno spicchio di pelle nuda cui attaccarsi. Fede le guarda con stupita curiosità e quasi vorrebbe sperimentarne il morso, ma ovviamente non sarà lui il fortunato.

L’incontro con gli oranghi si rivela un’emozione in grado di dissipare ogni tensione residua. La guida sa dove cercare e ci imbattiamo in mamme con i cuccioli, giovani esemplari che giocano e si inseguono, maschioni dalla faccia larga che ci scrutano dall’alto. Passiamo la giornata ad inseguire intere famigliole che si spostano agili tra le fronde, sempre in cerca di cibo. Spesso per non perderli ci mettiamo a correre tra le felci, scavalcando radici o usando tronchi caduti come ponti improvvisati. Li vediamo prepararsi il nido per la notte ed assistiamo anche ad una scena di accoppiamento con ululati degni di un film porno. L’emozione più grande la proviamo quando un grosso maschio, spezzatosi il ramo cui era aggrappato, atterra a pochi metri da noi. Solo in quel momento, mentre lui ci squadra indeciso, comprendiamo le sue dimensioni impressionanti. La guida ci fa segno di stare indietro e dopo un lungo minuto passato a fissarci, l’organo si allontana nella giungla.

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Raggiungiamo il campo affamati e sporchi. Fede come al solito e’ scivolato diverse volte ed e’ una maschera di fango, come Shpalmen. In fretta ci infiliamo i costumi pronti per un bagno rigenerante nelle acque fresche del torrente. Solo allora scopro con orrore una grossa sanguisuga golosamente attaccata alla mia chiappa destra, dove si sta evidentemente nutrendo da diverse ore viste le notevoli dimensioni. Mi riesce impossibile mantenere il controllo ed evitare la patetica scena della straniera in bikini che saltella sulla riva del fiume, strillando al marito di occuparsi della faccenda. Nel frattempo le guide si godono divertite lo spettacolo.

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La tenda e’ un colabrodo piena di buchi, peggio di uno scolapasta. Una certa apprensione mi assale al pensiero di tutti gli ospiti indesiderati che questa notte potrebbero strisciarci attraverso. Mi infilo dentro il saccapelo chiudendo tutte le cerniere e in un attimo divento un insaccato, il classico prosciutto all’italiana. Se ci fosse una serratura le darei pure un giro a doppia mandata, ma sarebbe comunque inutile, perché non sono i ladri che vorrei tenere lontani… Il saccapelo e’ umido ed emana un’aroma di muffa mai lavata, che va a mescolarsi all’odore di tutti gli escursionisti che ci hanno già dormito dentro. Estorco a Fede la promessa di accompagnarmi se nel cuore della notte dovesse scapparmi la pipi, ma per azzerare il rischio cerco comunque di non assumere liquidi. La notte passa scomoda sul fondo duro della tenda, immersi nei rumori nuovi della giungla.

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Cominciamo la giornata con banane fritte a colazione, ci laviamo i denti nel ruscello e mi becco un’altra bella sanguisuga tra le dita dei piedi, ma me ne accorgo quasi subito questa volta. Fede sembra quasi geloso. Poi si parte per un nuovo giro esplorativo. Rientriamo nel pomeriggio al villaggio, entusiasti degli avvistamenti fatti e personalmente sollevata per aver sfangato anche questa, il fatidico trekking nella giungla, rivelatosi alla fine meno spaventoso del previsto. Perché il vero pericolo alla fine ti aspetta in agguato quando meno te lo aspetti, mentre stai comodamente seduto al tavolino di un ristorante e ti senti perfettamente al sicuro. Allora per esempio, uno scorpione agguerrito potrebbe sbucare dal pavimento della cucina, comparendo all’improvviso a pochi passi dai tuoi piedi nudi. E mentre tu stai li fermo a guardarlo ipnotizzato e non riesci a muovere neanche un muscolo, la signora del ristorante si gira anche lei, lo vede e, con la massima disinvoltura, lo abbatte a colpi di padella. Dopodiché torna a cucinare, come se niente fosse, e te lo lascia li spiaccicato sul pavimento. Non ci diciamo una parola, Fede ed io, ma contemporaneamente alziamo i piedi e li incrociamo sotto il culo, al sicuro, sulla sedia…

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Un naso da far invidia

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Giorno 230.

La loro sfortuna più grande, forse, è di essere meno famose degli oranghi, decisamente più brutte, e lontanissime da raggiungere. Nel Sabah occidentale, stato malese che occupa la fascia nord del Borneo, vivono ancora alcune migliaia di esemplari di Nasiche, una rarissima specie, splendidamente orrida, quasi sconosciuta in Europa. Ma le grandi scimmie proboscidate sono davvero tra le creature più insolite e curiose che si possano incontrare. Impossibili da vedere in uno zoo occidentale a causa di un apparato digerente dal delicatissimo equilibrio che consente loro di nutrirsi esclusivamente di semi e foglie autoctone, questi unici primati dall’incredibile naso a penzoloni possono vivere solo qui, in Borneo, e noi non vogliamo perdercerle.

Le incontriamo all’alba di una luminosa giornata di sole, lungo il fiume Kinabatangan. Scivoliamo controcorrente su acque di un bel color caffellatte, tanto fangose da sembrar quasi dense. Continuo a pensare che non ci farei il bagno dentro per tutto l’oro del mondo e intanto, nella mia fervida immaginazione sempre a caccia di pericoli, si susseguono immagini di coccodrilli pazientemente in agguato, che pregano affinché il nostro fragile barcotto si inabissi come il Titanic, urtando contro qualche insidioso tronco galleggiante. In ogni caso il fondo si sta già riempendo d’acqua, non ci sarà mica un buco li sotto da qualche parte? Fede ignora le mie domande e si concentra sul panorama. Mi spiega che siamo circondati da una sottile striscia di foresta primaria, una delle piccole oasi incontaminate che resistono nell’era delle piantagioni, da quando la palma da olio e’ diventata il nuovo oro liquido malese.

Come una bambina richiamata all’ordine, cerco di rilassarmi, di ignorare i piedi bagnati nell’acqua che inesorabilmente sale, e di godermi la foresta. Mi concentro sul canto degli uccelli, un frastuono rilassante e quasi surreale nell’immane silenzio del mattino. Intorno a noi solo verde che si arrampica su altro verde, un groviglio inestricabile di piante e rampicanti che tentano di sfiorare il cielo nella fame di luce. Purtroppo non ci sono elefanti in vista, ma splendide varietà di uccelli sconosciuti e un solo innocente coccodrillo che fugge al nostro arrivo.

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Poi finalmente incontriamo le vere star. Intere famiglie di proboscis monkeys che si rincorrono fra le piante, giocano, mangiano o si spulciano a vicenda. Le femmine sono delle vere Genoveffe, col naso affilato rivolto all’insù. Indispettite si girano di schiena, celando i piccoli stretti al ventre. I maschi, invece, sono giganteschi, dalle dimensioni quasi umane, con grasse pance rigonfie di pelo, come barilotti avvolti nel gilet. Controllano i nostri movimenti con occhi vigili, dietro mastodontici nasoni molli che, mi dispiace dirlo, li rendono davvero brutti. Le chiamano scimmie con la proboscide, ma non posso fare a meno di puntualizzare che, più realisticamente, sembra un grosso fallo appiccicato in piena faccia. Sembrano uscite da uno spot pubblicitario di una marca di preservativi. Un’idea che potrebbe far invidia a Rocco Siffredi…

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Nessuno scrive al colonnello

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Giorno 215.

Dato che ormai siamo diventati centauri provetti, anche a Bantayan affittiamo un super scooter per girovagare l’isola in cerca di qualche baia deserta da cartolina. Dopo una deludente serie di spiagge infestate da immondizia, delle vere e proprie discariche a cielo aperto, ne troviamo un paio veramente belle, Paradise Beach e Sugar Beach. Scatto qualche foto tipo catalogo alla mia felicissima sposa e poi via di nuovo ad imperversare sulle polverose strade locali.

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Le sbagliamo tutte, ed invece di fare il giro lungo la costa e goderci il panorama, ci ritroviamo a vagabondare nell’interno, scansando bambini, cani, maiali e galli ad ogni curva. Poi l’illuminazione. Alle Filippine il combattimento tra i suddetti galli e’ molto popolare, ogni paesino ha la sua fiesta in cui i pennuti si sfidano in lotte all’ultimo sangue. Sembra sadico, ma mi vengono in mente il Pablo di De Gregori, con il suo gallo da battaglia, ed il Colonnello di Gabriel García Marquez, che faceva la fame pur di non dover mangiare il proprio, di gallo, perché l’illusione non si mangia, si alimenta…
Decido pertanto che non possiamo lasciare l’arcipelago senza averne visto almeno uno.

Casualmente ci imbattiamo in una di queste arene improvvisate lungo il percorso, chiediamo informazioni circa l’orario di inizio della contesa alla gente che si appresta ad accalcarsi con bancarelle e gabbie piene di pennuti. Bene, sarà il nostro battesimo del fuoco. Vinco le resistenze di Giulia, che sembra molto contrariata di fronte a questa prospettiva e continua a chiedermi con insistenza se i galli muoiono, se poi quelli feriti li curano, eccetera. Certo, come no, esiste un ospedale attrezzato per gli animali vittime dei combattimenti illegali…povera illusa…la scruto con uno sguardo di compassione per la sua ingenuita’ e purezza di sentimenti e le dico che io ci vado, con lei o senza.

Verso le sei arriviamo all’arena, traboccante di gente eccitata e di uccelli impazienti di entrare in azione. Capiamo al volo il perché delle espressioni “fare il galletto” oppure “non mettere due galli nello stesso pollaio”. Anche l’oroscopo cinese indica i nati sotto il segno del gallo come vanitosi ed aggressivi. La ragione e’ ovvia non appena si osservano le bestiole in attesa, legati sotto le palme, col piumaggio rigonfio che si puntano in cagnesco anche a distanza. Per favorire il divertimento, attorno all’evento si crea un circolo di scommesse incomprensibile, con persone che urlano ed alzano le mani sotto la moderazione di un caporione che sta nel mezzo dell’arena tra i due contendenti ed i loro allevatori/allenatori. E come se non bastasse, ogni pennuto e’ dotato di una lama affilata, lunga centimetri, legata alla zampa. Giulia mi guarda inorridita…non sarà una cosa soft, ma ormai ci siamo le dico…

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Prima di ogni competizione si da il via e tutti iniziano ad urlare contemporaneamente. La logistica con cui si svolgono le scommesse francamente ci rimane oscura, sembra di essere in borsa. Tutti gridano indicando cifre con le dita a destra e a sinistra, come si capiscano tra loro e’ un mistero, ma sembra funzionare. Dopo alcuni minuti cala il silenzio e i galli vengono liberati. In meno di trenta secondi tutto e’ concluso. Il perdente viene portato via dal padrone, gettato insieme agli altri sotto un albero in attesa di finire direttamente sulla griglia. In ogni caso tutti sembrano soddisfatti, tranne Giulia che, ormai incastrata tra la folla e le transenne, non può sfuggire allo spettacolo e finge di guardare. Io stesso provo pena per i poveri galli, e devo ammettere che quando ce ne andiamo mi sento sollevato.

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La sera stessa, tornati alla guesthouse troviamo una sorpresa. Due gattini molto piccoli, abbandonati da mamma gatta al proprio destino ci aspettano miagolanti e semiciechi davanti alla porta del bungalow. Giulia decide di prendersene cura, nutrendoli e pulendogli gli occhi per tre giorni. All’inizio sembra che non ce la possano fare, ma pian piano si riprendono e si ringalluzziscono. Quando per noi e’ ora di andare, si apre la tragedia: il visto sta scadendo e abbiamo di fronte un lungo trasferimento di 5 o 6 giorni per arrivare a Manila, cosa fare dei gatti? Giulia piange disperata e cerca di affibiarli ad una coppia di francesi stagionati, che si fermerà sull’isola per una ventina di giorni. Ma i due non vogliono sentire ragioni, mentre Giulia li insulta in italiano chiamandoli vecchi, acidi e rinsecchiti. Portarli con noi e’ impossibile, non avrebbe senso toglierli da un ambiente tutto sommato tranquillo per poi abbandonarli comunque nel centro della capitale filippina. Ma lei e’ inconsolabile e si affanna alla ricerca di altre soluzioni. Per farla sentire meglio strappo al custode della guesthouse una promessa, non so quanto sentita, di prendersene cura. Considerando lo scarso amore verso gli animali, randagi o allevati che siano, che si riscontra in Asia in generale, stento a credergli.

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Finisce con noi che saliamo sul traghetto e Giulia in lacrime. Per fortuna veniamo deliziati da un karaoke improvvisato che coinvolge una decina di passeggeri locals. Cantano con dedizione commovente canzoni molto tristi, in cui spesso il padre, la madre o il marito muoiono tragicamente. Trattengo mia moglie a stento quando già si sta apprestando a farla finita gettandosi tra le onde…

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