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Arrivederci, amore ciao

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Giorno 448.

Circondati dal blu delle case, nei vicoli della città vecchia di Jodhpur, cerchiamo di curarci dalla schifezza intestinale che ci siamo beccati bevendo canna da zucchero e limone con ghiaccio di dubbia provenienza. L’India ti da’ molto, anche cose che non vorresti, come parassiti indistruttibili e apparentemente resistenti agli antibiotici. Il forte Merengharh domina dall’alto questo oceano urbano, costruito ai tempi dei Maharaja in un colore che difendesse dal caldo e dalle zanzare. Fuori dalle stradine del centro e’ la solita città indiana, con il caos, i clacson ed i palazzi che sembrano aspettare solo la spinta decisiva prima di collassare sulla strada sottostante. L’impermanenza che caratterizza la religione indù si riflette perfettamente nell’architettura delle città, dove niente sembra finito, tutto è in divenire e i tondini di ferro spuntano dai tetti di cemento, pronti a sostenere un nuovo piano superiore, quando ci saranno i soldi per costruirlo. Quelli, e non i permessi urbanistici sono il problema. Credo che in India per costruire qualcosa, o aggiungere qualcosa all’esistente, serva solo la volontà.

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Siamo alloggiati, unici ospiti con un trio di monache coreane, in una guesthouse sotto le mura del forte. Alla sera, nella speranza di cacciare i parassiti, tracanno intrugli di ginger, limone e the, ma i rimedi naturali in questo caso servono a poco. Per la prima volta nella mia vita, non ho appetito, ed anche gli spiedoni dei kebab più succulenti mi passano sotto il naso senza smuovermi. Ho perso diversi chili, sono tornato magro. Giulia sta meglio, e la invidio. Faccio fatica a sopportare i tremila bambini che ad ogni angolo saltano fuori da dietro i muretti azzurri per chiederci l’ennesima fotografia. Sono quei momenti in cui l’India non fa prigionieri, te la senti tutta sulle spalle e vorresti un arma automatica, un kalashnikov o un lanciafiamme per incenerire i tuoi carnefici.

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Così una mattina ci svegliamo, e mentre facciamo colazione in terrazza, io con uno striminzito pancake al limone e Giulia ingozzandosi di qualsiasi cosa, ci guardiamo negli occhi e capiamo che è il momento di cambiare. Ci sentiamo quasi in colpa, come se stessimo tradendo il nostro grande amore. Ma la verità’ e’ che dopo quindici mesi on the road, al quinto viaggio nel subcontinente, ci accorgiamo che quello che le prime volte ci divertiva adesso ci disturba. Che l’invadenza degli indiani di cui ci siamo innamorati dopo un po’ diventa molesta. E così d’impulso compriamo due biglietti di sola andata per il Brasile, per il dopodomani. Un autobus notturno la sera stessa ci riporta a Delhi. Lasciamo la madre India, e ci vengono le lacrime agli occhi. Basta con i clacson impazziti, basta con lo sporco sotto le unghie, basta con le mille foto come le star di Hollywood o i calciatori del Napoli.

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All’aeroporto, come se la nostra amante tradita volesse trattenerci, il destino rischia di materializzarsi sotto forma di uno zelante funzionario della compagnia aerea, che si ostina a chiederci un volo di uscita dal Brasile, secondo lui necessario per ottenere il visto all’arrivo in quel paese. Mando Giulia a trattare, di solito e’ più calma di me in queste situazioni. Ma da lontano osservo la situazione lentamente precipitare dai loro gesti, l’uomo che si spazientisce e fa “no” con le braccia, Giulia che si spazientisce anche lei e non ci vuole un genio per capire che serve un’intervento risolutore. Mi avvicino, parlo con l’uomo, dico che mia moglie non capisce un cazzo, che lui ha sicuramente ragione su tutta la linea, ma che noi vogliamo partire e siamo pronti a firmare una dichiarazione che sollevi la compagnia aerea da tutte le responsabilità nel caso venissimo rifiutati all’aeroporto di Sao Paulo. Naturalmente so che non sarà così, ma con gli indiani e’ l’unico modo di trattare. Così partiamo. Domani, e’ Samba.

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La casa

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Giorni 293-305.

L’aeroporto internazionale di Dili e’ di quelli brutti davvero. Piccolo e sgangherato, ci preannuncia la povertà della capitale e del paese in generale. Da brava ex colonia portoghese ha conservato la lingua della madrepatria, cosa che ci fa un po’ sorridere…notiamo anche tante facce europee fuori dall’aeroporto. Due di loro, quelle di David e Sara, si offrono di darci un passaggio in centro, mentre ci raccontano in quattro parole la loro storia. Sono portoghesi, da un anno hanno aperto una panetteria in città. Io e Giulia ci guardiamo con aria interrogativa, ci sembra difficile che possa funzionare e poi questa città sembra un posto così triste per vivere. Invece a quanto pare lavorano parecchio e sono in compagnia. Veniamo a sapere, infatti, che a Timor Leste ci sono un sacco di “expats” in gran parte portoghesi emigrati per business, per ragioni governative o di supporto alla neonata repubblica, e tantissimi australiani, spesso assoldati da qualche ONG impegnata in loco, oppure personale delle nazioni unite di varia provenienza.

Scopriamo con preoccupazione che proprio la presenza di tutto questo circo di personaggi contribuisce a mantenere i prezzi degli alloggi e dei ristoranti a livelli assurdi per uno dei paesi più poveri dell’Asia e forse del mondo. Trovare una stanza a meno di 45-50 dollari e’ quasi impossibile, uno shock per noi abituati a spenderne un decimo in Indonesia…l’unico posto economico, e’ naturalmente pieno per settimane. Ci sentiamo quasi male mentre, sotto una pioggia inclemente, visitiamo camere scadenti a prezzi europei. Ma non era la stagione secca questa? In giro ci dicono che erano vent’anni che non pioveva così a luglio… Poi finalmente una botta di culo, perché chiedendo qua e la, un ragazzo con un piede spappolato da una mina ci accompagna in un bar che forse ha stanze in affitto. Con grande sorpresa scopriamo che si tratta di un vero e proprio appartamento, con cucina, salotto e terrazzo vistamare…costa “solo” 35 dollari a notte, ma è molto carino e poi possiamo sempre risparmiare sui pasti cucinando in casa…non ci pensiamo due volte e lo prendiamo al volo. Dopo 10 mesi di viaggio, abbiamo di nuovo una casa, una sensazione strana ma anche piacevole…e poi dovendo aspettate una settimana le pratiche per il visto, siamo contenti di avere un posto confortevole in cui trascorrere le giornate di attesa, dato che la città e’ tutto, fuorché bella…

Il lunedì mattina ci presentiamo ben vestiti e profumati al consolato indonesiano, che ormai sappiamo come funzione, facciamo la coda e quando e’ il nostro turno la signora faccia di culo ci dice che le nostre foto non vanno bene: per qualche arcano motivo vogliono che le nostre belle faccine vengano stampate su sfondo rosso. Ma rosso? Questa e’ davvero nuova… La tensione sale. Un gentile personaggio si offre di accompagnarci nell’unico posto in città che fa questo tipo di foto, naturalmente dalla parte opposta. Ok, facciamo le foto, prendiamo un taxi e siamo di ritorno al consolato. Rifacciamo la coda, e quando e’ di nuovo il nostro turno, nonostante manchi quasi un’ora alla chiusura, la stessa signora chiude la serranda dicendoci che per quel giorno avevano già troppe richieste. Per me stavolta e’ davvero troppo, sono una bomba ad orologeria pronta ad esplodere definitivamente. Per fortuna Giulia legge bene la situazione e mi trascina fuori prima che possa fare danni…sono furioso e passo il pomeriggio a sbollire la rabbia. Il mattino dopo torniamo alla carica, stavolta sembra tutto in regola, e veniamo ammessi allo sportello vero e proprio. In teoria i visti dovrebbero durare 60 giorni, ma quando e’ il nostro turno l’ufficiale ci dice di tornare dopo due giorni a ritirare il nostro visto di 30 giorni. Credo di non aver capito bene, e lo correggo dicendo “60 giorni”, e lui “no, no solo 30″…cazzo ma allora ce l’avete con noi!! Insisto che per legge il visto DEVE essere di 60 giorni, lui ribatte che da loro e’ di 30 e di togliermi in fretta dai piedi, perché o così o niente. Ripasso mentalmente tutte le principali bestemmie conosciute, vorrei spaccare tutto, ma ancora una volta Giulia mi salva tirandomi via a forza…

Dedichiamo i giorni seguenti al relax, alla spiaggia e ad un paio di costose immersioni. In una di queste la sfiga si accanisce ancora contro di me, infatti riesco a rompere il boccaglio dell’erogatore mentre siamo in piena immersione. Passo in fretta a quello di riserva, come da manuale, ma anche quello non funziona, perché ad ogni respiro mi ritrovo la bocca piena d’acqua… A 20 metri di profondità non e’ facile comunicare con l’istruttrice, la quale in mancanza di alternative mi propone lo scambio dell’attrezzatura sott’acqua…e’ una manovra difficile, da sub esperti, ed io ho 8 immersioni alle spalle…eppure in qualche modo me la cavo, mi contorco come un’aguglia tra tubi e spallacci, Giulia mi da una mano, e alla fine riusciamo a continuare.

Il giorno dopo torniamo in consolato a ritirare i nostri visti e scopriamo con stupore che inspiegabilmente ci hanno dato 60 giorni…non ne capiamo il motivo, ma va bene così, voglio smettere di cercare di capire questi figli di una burocrazia folle. Torniamo a casa felici, ci compriamo una bistecca di sottofiletto per festeggiare e finalmente siamo pronti a ripartire…o almeno lo crediamo, perché il giorno seguente mi sveglio con la febbre a 38 e la sensazione di essere passato sotto un treno…ripenso e maledico il tassista di due giorni prima che era palesemente influenzato, talmente mal ridotto che sul momento ho addirittura pensato che fosse strafatto di crack…comunque sono KO, non possiamo muoverci perché passo 4 giorni a letto in condizioni miserevoli. Quando mi riprendo, naturalmente tocca a Giulia…4 o 5 giorni di morte apparente anche per lei…e in totale fanno ben 17 giorni inchiodati a Timor Leste…e mentre scrivo siamo ancora qui, anche se domani dovrebbe essere la volta buona…meno male che almeno avevamo una casa…

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Lo Sponsor

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Giorni 288-292.

Lasciamo Bukit Lawang sorridenti e fiduciosi, direzione Medan dove ci aspetta un aereo per Jakarta. Abbiamo ancora alcuni giorni sul visto, per cui non ci preoccupiamo. Siccome il volo e’ in tarda serata, decidiamo di prenotare per tempo una camera in città. Scegliamo un ostello tranquillo appena fuori dal centro. Ancora non sappiamo che starà per iniziare una spirale perversa di inconvenienti, incomprensioni ed errori che ci porterà a vivere una settimana piuttosto movimentata. Appena arrivati in ostello infatti scopriamo con orrore di non essere attesi. Spiacenti, fully booked. Pare che una dipendente stordita abbia cannato la data della nostra prenotazione, quindi non vedendoci arrivare hanno dato via la nostra camera. Usciamo inviperiti nella notte, sbattendo rumorosamente il cancello. Perfetto, sono quasi le due del mattino, siamo in una delle megalopoli più grandi dell’Asia e non sappiamo dove andare a dormire. Prendiamo un taxi e ci facciamo portare nella via delle guesthouse economiche…siamo fortunati a trovare un posto decente, anche se ci sono dei lombrichi in camera, e la zona non e’ granché, con locali loschi e centri massaggio aperti fino a tarda notte…ci siamo capiti…

Il giorno seguente lo dedichiamo alla visita dello studio di Durga, un tatuatore locale piuttosto famoso da cui vorremmo farci decorare un po’ il corpo, ma purtroppo in questi giorni non ha posto ed inoltre e’ parecchio più caro di quello che ci aspettavamo…meglio pensarci sopra ancora un attimo, casomai ci si ritorna. Ma e’ mentre passeggiamo senza meta lungo il bazar delle cianfrusaglie pseudo-antiche, che il mio cervello viene attraversato da un fulmine che mi fa sudare freddo….cazzo il visto!! Mi sono appena reso conto che il tempo stringe, la burocrazia per queste cose può essere lenta e complicata ed il weekend si avvicina…così dopo un attimo di panico decidiamo di correre all’ufficio immigrazione più vicino per avere informazioni. E’ chiuso, ma riapre alle due…quando ci presentiamo alla reception veniamo gentilmente rimbalzati, non si entra con pantaloni corti ed infradito, e poi Giulia ha addirittura le spalle scoperte, orrore!! Inizio a sentire qualcosa nello stomaco che mi dice che le cose saranno più complicate del previsto. Tornare a cambiarci e’ escluso, dovremmo attraversare mezza città e l’ufficio chiude alle quattro, troppo poco tempo…così iniziamo a chiedere alle signore che cucinano il nasi goreng sulle bancarelle fuori dall’ufficio se hanno una maglietta da prestare a Giulia, perlomeno lei potrà entrare…alla fine ce ne procurano una, dietro piccolo compenso ovviamente, così dopo aver aspettato mezz’ora sotto un sole cocente, riusciamo a superare i controlli, ed almeno uno di noi e’ dentro…

Le brutte notizie non tardano ad arrivare, perché rinnovare il visto e’ facile, ma si deve avere uno sponsor…avevo letto qualcosa su internet, ma da quello che avevo capito dipende un po’ dagli uffici, non esiste una legge chiara che valga per tutti. Comunque, in questo ufficio niente da fare, senza qualche amico indonesiano che garantisca per noi non ci estendono il soggiorno. Perfetto. Torniamo in ostello e mi dedico ad una ricerca approfondita su internet. La questione dello sponsor emerge in tutta la sua assurdità su vari forum di viaggio: in alcuni uffici non e’ richiesto, in altri basta presentarsi con il primo pirla preso per strada che sia disposto a firmare due carte per te, in altri uffici addirittura non sono disposti a rinnovare il visto nemmeno se ti presenti con Maometto in persona a farti da garante…e non solo, nello stesso ufficio a volte il trattamento dipende dall’ufficiale in carica in quel momento. Una vera roulette russa insomma… Comunque Jakarta, secondo le esperienze di altri viaggiatori, non sembra il posto migliore in cui cercare fortuna…leggo in giro che alcuni ci sono riusciti senza inconvenienti nella città di Solo…e’ nel nostro itinerario, ma a dodici ore di bus…oppure 50 minuti di aereo, se riesci a trovarne uno economico per il giorno successivo…in questo caso siamo fortunati, ed il mattino dopo siamo in volo…un po’ preoccupati perché e’ mercoledì ed il visto ci scade sabato, ma siamo ancora fiduciosi.

Appena sbarchiamo a Solo ci fiondiamo all’ufficio immigrazione, con zaini e tutto…le cose sembrano mettersi bene, un ragazzo gentile ci spiega che ci vuole si’ uno sponsor, ma che va bene chiunque, anche un dipendente della nostra guesthouse. Ci dice quindi di tornare nel pomeriggio appena ci siamo sistemati, di portare con noi il nostro nuovo amico, ed in due giorni la pratica e’ archiviata…bene, le cose si mettono bene. Ci sistemiamo in un alberghetto del centro, convinciamo il proprietario a farci da garante, lui si lava si cambia e si profuma, perché sa come funzionano gli uffici governativi nel suo paese, ed alle due in punto siamo di nuovo in pista con tutti i nostri documenti, pronti ad affrontare nuovamente il leviatano. Ci accorgiamo che l’ufficiale in carica e’ cambiato, adesso c’è un cicciotto piuttosto giovane con la faccia da leccaculo…in fronte ha scritto a caratteri cubitali PIANTAGRANE… Lo stronzetto inizia a tirare fuori ogni genere di scusa malsana, che il nostro visto non e’ estendibile, che il nostro sponsor non va bene, che non siamo nel database e balle varie…io inizio ad indispettirmi, perché ho studiato come funziona e capisco di trovarmi di fronte al classico burocrate ottuso che vuole far bella figura con il capo per la propria inflessibilità. Contro ogni logica ed ogni regola, respinge la nostra richiesta e ci invita poco cortesemente a lasciare l’ufficio. Non mi faccio allontanare dalla security prima di aver espresso chiaramente cosa penso di lui, cioè che e’ un idiota che non sa le regole e che non sa fare il proprio lavoro… Giulia e lo “sponsor” mi guardano terrorizzati, già mi vedono sbattuto in qualche cella indonesiana…per fortuna non succede, e vengo solo allontanato in malo modo.

Sono incazzato nero. Ma il tempo stringe, urge trovare una soluzione. Ormai non possiamo più rinnovare in tempo, con il maledetto weekend che incombe, per cui siamo costretti a lasciare il paese. Tornare di nuovo a Kuala Lumpur o Singapore non ci garba, e poi quei voli costano un occhio..ad un certo punto ho un’illuminazione: Timor Est. E’ da qualche anno uno stato separato dall’Indonesia, e scopro che ci sono voli economici da Bali…solo che dobbiamo raggiungere Bali e sforare il visto di un giorno…pagando una tassa questo non dovrebbe essere un problema, per cui prenotiamo un bus notturno ed il pomeriggio seguente siamo in viaggio per l’isola del surf. Qui passiamo un pomeriggio in spiaggia a farci massaggiare dalle mani sapienti di una signora, ed il mattino dopo siamo di nuovo in ballo, destinazione Dili, la capitale della neonata Repubblica di Timor Leste.

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Paghiamo 20 profumati dollari di multa per l’overstay, e ci sistemiamo in aereo, dai che forse e’ andata. Ma ci sbagliamo. Mentre siamo in volo il tempo volge al peggio, una tempesta tropicale in piena stagione secca ha investito la regione, l’aeroporto di Dili e’ inagibile per cui siamo costretti ad una sosta d’emergenza a Kupang, nella parte indonesiana dell’isola di Timor. Giulia e’ terrea, già in volo alle prime turbolenze mi supplicava di farla scendere, come se fosse facile. Quando atterriamo e’ finita, si impunta e inizia a dire che lei su quell’aereo non avrebbe rimesso più piede e via dicendo…le ricordo che siamo in uno spazio internazionale senza visto, un po’ come Edward Snowden, e che in qualche modo siamo obbligati a risalire. Quando finalmente il tempo sembra migliorare, mi sembra ragionevolmente rassegnata… Si riparte, la spingo sulle scale mentre chiedo lumi a un attendente. Questo mi dice che non dovrebbero esserci problemi, di regola la visibilità minima richiesta e’ di 10 km, al momento siamo solo a 6 km, ma il pilota si sente coraggioso… evito di comunicare a Giulia questo piccolo dettaglio…..

Per un pugno di dollari

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Giorno 126.

L’uomo sbatte forte i pugni sul tavolo e con occhi spiritati mi urla “scio”, manco fossi un cane o un animale randagio. Cerco di mantenere il controllo di me stessa e di manifestare tutta la mia determinazione. Gli faccio segno di no, con un dito, sperando che non ne veda il tremolio. Le mani mi tremano quando sono arrabbiata, e’ una cosa che detesto, da sempre. Per l’ennesima volta gli spingo sotto il naso il passaporto, speriamo di non aver tirato troppo la corda. Siamo incappati in uno degli innumerevoli episodi di corruzione, che per piccola o grande che sia, rode come un tarlo i governi di mezzo mondo. La polizia di frontiera tra Laos e Cambogia esige due dollari per timbrare i passaporti agli stranieri. Senza uno straccio di ricevuta ovviamente, ne tantomeno una mini circolare appesa al muro della baracca che segna il confine, anche con un timbro falso, anche solo due righe scritte a mano, niente che renda la menzogna più credibile. L’uomo li prende e li infila nel cassetto, a fine giornata divide coi colleghi. Il nostro senso di giustizia emerge con violenza, sappiamo già che finiremo col pagare, ma venderemo cara la pelle. Ci rifiutiamo con ostinazione, invocando la ricevuta, la circolare, i nostri diritti, l’ambasciata, un avvocato. La conversazione si scalda, mentre guardiamo con sdegno i quaranta occidentali davanti a noi che hanno pagato senza battere ciglio, alimentando allegramente l’ignobile mercato. Intasiamo la coda, dietro di noi qualcun altro inizia a sollevare la medesima protesta. Ora siamo in sei, l’uomo dei passaporti si fa sempre più paonazzo, benché non ci rivolga più la parola e faccia finta di ignorarci, mentre cerchiamo di convincerlo a fare il suo lavoro. Il porco dell’agenzia di viaggi, che gestisce come un monopolio tutte le linee verso la Cambogia, si avvicina e con candore ci chiede perché non vogliamo pagare la modica cifra di due dollari e levarci il problema. Bisognerebbe prendere uno per picchiare l’altro, il ladro che difende l’usuraio. La sua agenzia si è fatta pagare 24 dollari a testa per un tragitto che avrebbe dovuto costare al massimo la metà. Facile fare i furbi quando non ci sono altri mezzi di trasporto, a parte l’autostop. Continuiamo ad insistere finché l’uomo esplode ed inizia a gridarmi contro, ovviamente con me osa perché sono una donna. I nostri compagni di lotta a due a due ci abbandonano, versando l’obolo. Rimaniamo soli mentre l’autobus minaccia di partire senza di noi. L’uomo sfoglia le pagine dei nostri documenti alla ricerca della più piccola imperfezione che possa incastrarci. Si appunta i nostri numeri su un foglio. Perfetto forse ora ci arresterà, così apriamo il portafoglio e rinsaldiamo l’amicizia a suon di bigliettoni. Bisogna saper perdere. Mentre attraverso la frontiera, non posso fare a meno di pensare a come sarebbero andate le cose se tutti i nostri compagni di viaggio si fossero impuntati. Il bus non avrebbe certo potuto lasciarci tutti qui, non dopo aver pagato 24 dollari. Ma invece eccoli la, seduti all’ombra di in un chioschetto intenti a bersi una cocacolina fresca. Osservo la lenta trasformazione del turista in bancomat umano e temo che se la meriti.

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Risse a Capodanno

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Giorno 119.

Te li vedi davanti, aperti a metà e privati delle viscere, legati ad uno stecco di legno e ben arrostiti, sventolati da uno sciame di donne che assalgono gli autobus ed i pick-up ad ogni fermata. Il topo di foresta allo spiedo e’ indubbiamente una delle prelibatezze del Laos. Non ci siamo ancora decisi ad assaggiarlo, Giulia lo trova rivoltante ed io non sono riuscito a vincere le resistenze culturali radicate nella mia mente. Saranno le zanne ancora in vista, o le zampine con tanto di unghie, o la coda, ma c’e’ qualcosa che non mi convince…I locals, invece, sembrano trovarlo delizioso: li tastano con le mani per selezionare i migliori esemplari in vendita, e spesso ne fanno scorta per il viaggio o come regalo alle famiglie impazienti. Io non posso nascondere una certa soddisfazione, nel vedere come coloro che hanno rosicchiato il mio preziosissimo succo al mango siano caduti vittime di questa ecatombe di roditori. Meno esotici e spettacolari, ma altrettanto diffusi per alleviare gli scomodi trasporti lungo le strade del Laos meridionale, sono i polli e gli uccelletti alla griglia, oltre ai manghi verdi speziati e alle baguette modello francese farcite con burro dolce.

Dopo le grotte di Khonglor, su uno di questi mezzi scalcagnati abbiamo raggiunto la principale città del sud, Pakse. Qui abbiamo deciso di affittare una motoretta per quattro giorni, questa volta con le marce perché ormai sono un pilota professionista, e farci un giro per l’altopiano di Bolaven, tra cascate, templi e piantagioni di caffè. Scorrazziamo su strade di terra rossa e foriamo due volte. Il nostro obiettivo finale e’ il gruppo di cascate collettivamente chiamate Tad Lo. Nel vicino villaggio ci sono alcune guesthouse economiche dove potremo trovare un po’ di gente con cui trascorrere il Capodanno, per non essere solo io-e-te, tu-ed-io… Facciamo amicizia con Tracey e Chris, una coppia sudafricana piu’ o meno della nostra eta’ in procinto di trasferirsi in Nuova Zelanda, oltre che con Ben e Kiani, una quasi coppia di ragazzini australiani, lui sveglio ed intelligente, lei dolcissima ma con una forte tendenza alla deriva verso i luoghi più oscuri della mente. Con loro organizziamo la serata più attesa dell’anno, anche se non da noi: una cena al ristorante della Mama, che serve cibo a cinque stelle a prezzi da bancarella e pancake grossi come pizze.

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Trascorriamo l’ultimo giorno dell’anno dedicandoci ad un trekking intenso lungo il fiume per risalire le tre suggestive cascate ed assistere alla scene di vita quotidiana nei villaggi che le costeggiano. Il sentiero non e’ ben tracciato, e finiamo per perderci almeno quattro volte, anche se alla fine il senso dell’orientamento di Giulia riesce a condurci comunque a destinazione. Arranchiamo affaticati come bestie in mezzo a campi arsi dal sole che ci ricordano la savana. Cespugli di spine ci graffiano le gambe e vengo pure attaccato da un esercito di formiche rosse, mi spoglio nudo e urlante, mentre Giulia cerca di scacciarle dalla mia schiena. Siamo partiti senza nemmeno una bottiglia d’acqua, sotto il sole cocente del mezzogiorno. Al primo villaggio siamo già in preda alla calura, al secondo, cadiamo vittime di allucinazioni da sete, ma niente, non si vende acqua in bottiglia da queste parti. I locali bevono nel fiume, ma hanno anticorpi grossi come pantegane loro, per noi occidentali dallo stomaco delicato vorrebbe dire cagarella assicurata e per questo viaggio ho già dato, così cerchiamo di resistere. L’ascesa all’ultima cascata si rivela un’arrampicata quasi verticale che ci stronca le gambe, troviamo in cima due francesine con la puzza sotto il naso, comodamente giunte a cavallo del loro motorino…anche noi abbiamo un motorino parcheggiato in guesthouse, ma siamo più tosti ragazze, ce la siamo fatta a piedi, verrebbe da dire…. Mendichiamo loro un po’ d’acqua, le ragazze ci squadrano come se avessimo la lebbra, ma alla fine non ci lasciano morir di sete, seppure a malincuore.

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Piu’ tardi, gli effetti della festa e dall’alcool si fanno sentire anche a queste latitudini: il nostro vicino di tavolo laotiano, che ha iniziato a bere whiskey alle 6 e mezza di pomeriggio, inizia a perdere paurosamente aderenza, collassando addormentato sulla sedia. Anche la Mama e’ alticcia, e barcolla tra i tavoli e la cucina senza capire una mazza delle ordinazioni…per fortuna qualcuna delle sue duecento figlie non ha bevuto e riusciamo a cenare alla grande. Alle otto e trenta la situazione degenera, il Lao Lao (whiskey di riso, per i non iniziati…) inizia a produrre gli effetti più deleteri, ed in mezzo alla strada si scatena la prima rissa della serata, tra alcuni locals ubriachi. Per stroncarla deve intervenire nientepopodimeno che la rediviva Mama, la quale fa uso per riuscirci della propria influenza senile, da queste parti ancora piuttosto rispettata. Nessun ferito comunque, i laotiani non picchiano troppo duro, a quanto sembra, nonostante siano appassionati di Thai box. Per continuare la serata ci troviamo a dover scegliere tra una festa locale, dove tre sbandate danzatrici occidentali piuttosto stagionate sculettano tra laotiani lussuriosi, ed un più tranquillo falò nel cortile di una coppia mista ispano-laotiana ed i loro ospiti. Scegliamo quest’ultima ipotesi, più consona alle nostre aspirazioni. Forse sbagliando, perché proprio qui ha luogo la seconda (quasi) rissa della serata che mi vede, mio malgrado, involontario protagonista. È mezzanotte meno cinque quando, per motivi non ancora precisati, un ragazzo spagnolo molto stupido e molto ubriaco inizia a prendersela con me, che naturalmente non sto zitto e quindi veniamo quasi a contatto. Mi sento forte perché lui barcolla e basterebbe una spintarella per buttarlo nel fuoco, e poi il mio nuovo amico Chris e’ un sudafricano di uno e novanta per novanta chili. Per fortuna riesco a mantenere il mio proverbiale sangue freddo e con l’aiuto degli altri ragazzi, quasi tutti nordici e piuttosto sconcertati da tanto fervore mediterraneo, riusciamo a riportare il pazzo a più miti consigli, salvando così in extremins la serata. Nonostante l’imprevisto, la festa e’ divertente, brindiamo a Beerlao ed all’una ce ne andiamo tranquillamente a nanna, stanchi per il trekking, ma soprattutto contenti di aver sfangato un altro Capodanno. Questa volta, almeno, non faceva freddo.

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