Archivi tag: Autostop

Hotel California

Standard

Giorno 530.

Mauro, “El Pajarero” di Santiago fa l’osservatore di uccelli a Villa O’Higgins, alla fine della strada. La Carretera Austral termina qui, dopo 1200 chilometri di sterrato attraverso la Patagonia cilena. Dopo, la terra si sgretola in centinaia di isole, fiordi, laghi e montagne. Mauro ci accoglie nel suo eco-camping in cui tutto è riciclato e riciclabile, compresa la cacca. Il suo orgoglio e’ il bagno secco, che tramite un imbuto separa i rifiuti liquidi da quelli solidi, e dove invece di tirare l’acqua, riversi nel wc un paio di manciate di corteccia tritata. Incredibilmente, non puzza. In paese, i gauchos lo chiamano “El Pajarero”, letteralmente l’uccelliere, dato che di passione, più che di professione, e’ ornitologo. Non credo che lo capiscano davvero, ma gli vogliono bene, si vede da come lo salutano e da come gli parlano. E’ il loro compaesano naïf, quello che in un certo senso ha rotto la monotonia e l’isolamento del villaggio, che parla in radio e che ha addirittura una fidanzata straniera.

20140329-200203.jpg20140329-200237.jpg

Solidarizziamo immediatamente sul tema NoTav. Conosce la questione perché un paio di anni fa sono stati qui alcuni attivisti piemontesi per scambiare informazioni e metodi di lotta. Infatti in Patagonia e’ in fase di sviluppo un progetto di dighe con tanto di enormi cavi dell’alta tensione per portare energia elettrica nel nord del paese, ad alimentare l’impressionante industria mineraria che fa del Cile il paese più ricco del Sudamerica. Tutto questo attraverso un territorio vergine e per lo più incontaminato. Per fortuna il progetto ha incontrato l’opposizione di un gruppo di attivisti, che si stanno battendo contro lo sfruttamento incontrollato della zona e la prevaricazione del governo e delle autorità locali sul volere degli abitanti. Naturalmente anche qui ci sono sindaci e amministratori contro o a favore, a seconda di come tiri il vento politico e di come vengano spartiti i guadagni. Tutto già visto e sentito. Per inciso, il sindaco di Villa O’Higgins e’ a favore. Il paesino appare spaccato, ci sono persino due radio che sostengono interessi contrapposti. Naturalmente Mauro ed i suoi amici raccolgono la nostra immediata solidarietà, mi compro una spilletta “Patagonia sin Represas” per sostenere, anche finanziariamente, la causa. E spero di incontrare il sindaco durante l’imminente festa del paese….

20140329-200458.jpg20140329-200549.jpg

L’estate in tutto il mondo e’ la stagione dei festival, e la Patagonia non fa eccezione. Arrivano i cowboys dai paesi vicini, anche dall’Argentina, il piccolo campo da calcio si trasforma in un’arena, con intorno gli spillatori di birra e soprattutto le braci con gli agnelli impalati su spiedoni a croce. E’ l’evento dell’anno, il paese chiude e per due giorni dominano i cavalli, i cantastorie improvvisati che cantano di tradizioni in lento ma inesorabile abbandono e soprattutto i cavalieri ed il rodeo, retaggio di un tempo in cui l’essere uomo dipendeva da quanto tempo si riusciva a restare in sella ad un equino renitente. Noi pochi stranieri siamo un’attrazione, tra gli inviti ad una birra ed un’occhiata di troppo alle nostre donne. Ma il clima e’ di festa, gli animali (tranne gli agnelli…) non si fanno male e sono anzi i fantini ad avere spesso la peggio. L’ambulanza arriva due volte, qualche caviglia si contorce un po’ troppo, ma nulla può turbare la rustica sacralità dell’evento.

20140329-202219.jpg20140329-202229.jpg

20140329-202253.jpg20140329-202257.jpg

20140329-202317.jpg20140329-202323.jpg

20140329-202359.jpg20140329-202403.jpg20140329-202408.jpg

Ritardiamo la partenza, un po’ perché nel pueblo si sta bene, un po’ perché i trasporti quasi del tutto assenti ci impediscono di allontanarci. Villa O’Higgins diventa il nostro Hotel California, perché come nella canzone degli Eagles, puoi decidere di partire quando vuoi, ma non puoi davvero andartene… Nei giorni della festa osserviamo altri stranieri aspettare per ore sul ciglio della strada nella speranza di un passaggio che non arriva. Siamo ottimisti, ma quando tocca a noi, alle 8 del mattino, ci sono già sei persone in coda, e zero macchine. Passa uno sfortunato motociclista tedesco con la moto in panne. Lo spingiamo fino al meccanico, che è chiuso e che comunque non avrebbe i pezzi di ricambio per il suo KTM nuovo fiammante. Che sfiga, amigo… Quando raggiungiamo quota quindici autostoppisti disperati iniziamo a pattugliare il paese, in cerca di un pulmino da affittare ma niente, tutti dormono o sono ancora ubriachi per la festa. Dopo un’ora di peregrinazioni ed improperi, riusciamo finalmente a svegliare un tizio che tra gli sbadigli si dice disponibile. Naturalmente il prezzo per portarci al paese successivo, Caleta Tortel, e’ quasi da rapina…ma tant’è…l’alternativa e’ rivolgersi al sindaco, per noleggiare lo scuolabus…e non credo che vedendo la mia spilla si dimostrerebbe molto disponibile, perché io non me la tolgo di sicuro…
;

Autostop per la fine del mondo

Standard

Giorno 510.

Lasciamo l’aria desolata di Porvenir, nuovamente in autostop. In questa zona i trasporti pubblici sono scarsi, per cui e’ quasi d’obbligo muoversi in questo modo. In un attimo, troviamo due passaggi e siamo a Rio Grande, nella parte Argentina della Terra del Fuoco. Qui le strade tornano asfaltate, le città sono più grandi. L’atmosfera da fine del mondo di Porvenir sembra lontana anni luce, tra pozzi petroliferi ed espansione industriale. Rimaniamo bloccati per qualche ora, finché veniamo caricati de Jorge e Sandro, due bizzarri personaggi, quarantenni in fuga da mogli ossessive e camionate di figli. Da queste parti le notti, in inverno, sono lunghe, per cui il tasso di natalità si impenna. Scappano a Ushuaia, la grande città, ma non sanno, o non vogliono dirci, per quanto tempo, ne’ a fare cosa. Sospettiamo puttane o case da gioco. Ma sono simpatici, vulcanici, ci scorrazzano anche fuori dalla rotta principale, per vedere da vicino il lago Fagnano e mangiare calafate, una bacca che una volta assaggiata assicura il tuo ritorno in Patagonia.

20140303-195937.jpg20140303-201614.jpg

Il campeggio dove dormiamo e’ ricavato alla base di una pista da sci, La Pista dell’Andino si chiama. E’ umido, piovoso e niente affatto in piano. Per andare ai bagni bisogna attraversare lo ski-lift, però il panorama sulla città in basso non è niente male. I personaggi che lo frequentano sono svariati, rincontriamo i nostri nemici-amici belgici, che si riempiono di arie con una tenda super tecnica che ci fa morire dall’invidia. Poi c’è Azzurra, così soprannominata per via del colore del piumino che non si toglie mai. Fa ginnastica tutto il giorno fra le tende, spesso piegata a novanta, mettendo in mostra intensamente il culo, evidentemente in cerca di attenzioni. Un giovane danese si prepara per un trekking in solitaria fino alla punta più estrema dell’isola. Sotto lo sguardo ammirato di Giulia, allinea sul tavolo con ordine decine di pacchetti di cibo ben catalogato per i venti giorni di cammino che lo aspettano. Non sembra abbastanza vecchio per essere un vero hard core trekker, però si appresta ad affrontare un percorso senza sentieri, senza tenda (pare che abbia un sacco a pelo impermeabile dove dormire), solo col suo zaino carico di cibo e un maltempo quasi cronico. Tutt’oggi non sappiamo se sia riuscito nell’impresa o se sia sfortunatamente rientrato nell’elenco dei dispersi. Quando conosciamo Ettore e Luca, fratelli vicentini, scopriamo per la prima volta che in giro c’è qualche italiano che si arrabbiata con materiale ben più sgangherato del nostro. Con la massima naturalezza dormono in un tendino praticamente da spiaggia, su cui Luca ha montato un nylon costruendo una specie di copritetto artigianale, legato con spago e bastoncini. Condividono un sacco a pelo in due ed una coperta. La notte che piove temo di trovarli ibernati il mattino seguente, pero al risveglio li rincontriamo umidi ma vivi. Ci regalano la prima partita a carte da quando siamo partiti.

20140303-195637.jpg20140303-195641.jpg

20140303-195756.jpg20140303-195800.jpg

Ushuaia e’ pubblicizzata in tutta l’Argentina come la città più meridionale del mondo, la “Fin del Mundo”. Anche se non è vero, perché l’insediamento più a sud e’ Puerto Williams, in Cile, sulla dirimpettaia Isla Navarino. Ma gli argentini sono boriosi, si sa, e se se ne fregano beatamente, continuando a fregiarsi del titolo, ad uso e consumo delle migliaia di turisti che ogni giorno arrivano fin qui per poter segnare con uno spillo la propria mappa. Anche noi arriviamo a questa fine del mondo fasulla, e subito ce ne chiediamo il motivo. E’ una città moderna, che non ha nulla della desolazione carica di fascino di Porvenir, assediata com’è dalla navi da crociera e dalle agenzie di viaggio che vendono tour sopravvalutati, dai ristoranti con menù turistici e dai negozi di cioccolato e souvenir. Il tempo ha tre varianti, brutto, molto brutto e terribile. Decidiamo che questo circo non fa per noi, e dopo due giorni torniamo da dove siamo venuti.

20140303-195849.jpg20140303-195853.jpg

Sulla strada facciamo incontri interessanti: prima ci carica un’anziana coppia di ex viaggiatori autostoppisti, poi alcuni ragazzi di ritorno da una gita al lago. Dopodiché e’ la volta di uomo mal in arnese, sulla sessantina, che ci racconta la sua bizzarra storia: caduto da un’impalcatura, si è ritrovato senza lavoro e con svariate placche in testa e nel braccio sinistro. Ci carica perché nel tempo libero, e ne ha molto, va a pescare vicino al confine. Per diversi anni la multinazionale per cui lavorava, non ne ha voluto sapere di pagargli alcuna forma di indennizzo. Gli chiedo come faccia per sopravvivere e se non abbia mai pensato di fare causa. L’uomo ci sorride, scrolla la testa, prima di scendere ci dice che la causa si è conclusa da poco. Ed ha vinto. Un milione di dollari lo aspettano a marzo. Siamo appena stati caricati dall’uomo da un milione di dollari.

Dal confine in poi e’ la volta di un poliziotto che va a Rio Gallegos per incontrare i genitori in vacanza. Ci molla alle undici di sera ad un incrocio, noi dobbiamo andare a sinistra, lui a destra ma tanto, dice, ci dovrebbe essere un posto per dormire. Sbagliato. Siamo in mezzo al nulla, al buio, con il vento che ci taglia la faccia e con pochissime speranze di essere raccolti a quest’ora, in questo posto, soprattutto perché non passano macchine. Siamo rassegnati a montare la tenda nel prato a bordo strada e farci spazzare da un vento a ottanta chilometri orari. Ma poi succede il miracolo, vedo due fari, mi metto in mezzo alla strada a fare segnalazioni con la torcia come un pazzo, e questi si fermano. Inteneriti dalla nostra situazione, fanno sedere un bambino in braccio all’altro e ci caricano. Arriviamo a Punta Arenas alle due e mezza di notte. Il nostro amico Eduardo e’ al completo, così ci sistemiamo in una pensione dall’aria equivoca. Sembrano camere a ore, e probabilmente lo sono. Ci addormentiamo con i suoni di un film porno in sottofondo, che penetrano i muri di cartone dalla stanza vicina. Ma per stanotte, va bene così.

La marcia dei pinguini

Standard

Giorno 507.

Vogliamo andare a Punta Arenas, in Cile, a comprare una giacca ed altre cose per il trekking, dato che li’ c’è una zona franca dove la scelta e i prezzi sono decisamente migliori che in quest’Argentina oberata dalle tasse sulle importazioni. Non ci sono bus fino a sera che uniscano Rio Gallegos, nella ventosa e desolata, seppur ricca, Patagonia costiera alla città cilena, ai piedi delle montagne, per cui la nostra prima volta avviene quasi per caso. Ci metto un po’ a convincere Giulia a mettersi a bordo strada, in mezzo alla landa desolata, e a fermare le macchine in transito con uno sbiadito cartello, ma alla fine ci ritroviamo, anche noi, autostoppisti nel vento.

20140303-165848.jpg

Per un bel pezzo non solo non ci caricano, ma non si ferma nessuno. Siamo palesemente nella posizione sbagliata, così caracolliamo con il nostro fardello fino all’incrocio fortunato. Passano cinque minuti e un ragazzo ci carica sul suo furgone da elettricista. Pochi chilometri, non va oltre, ma ci lascia ad un posto di blocco della polizia. Gli agenti sono gentili, abituati a gente che viaggia “a dedo” e ci aiutano a trovare un passaggio, su un camion, fino al confine, dove veniamo accuratamente perquisiti dai doganieri. In Cile non può entrare nessun prodotto vegetale, ne’ animale di origine aliena. Noi ci pappiamo tutto in fretta, così attraversiamo puliti lo scanner con la pancia piena di frutta e di insaccati. Da li’ un altro camion ci porta a destinazione. E’ andata, e ci abbiamo preso gusto.

In una Punta Arenas gelida come l’inverno, anche se e’ estate, scopriamo una città scrostata dalla salsedine dove le case sembrano costruite con stecche di gelato color pastello, in tinta con aiuole piene di fiori che non si sa come facciano a vivere a queste temperature. Alloggiamo nell’ostello di Eduardo, uno di quei personaggi naïf che fanno la gioia dei viaggiatori. Da lui, colazioni abbondanti ed un’atmosfera rilassata e piacevole. Facciamo scorta e ripartiamo, per la Terra del Fuoco.

20140303-170025.jpg

20140303-170116.jpg20140303-170120.jpg

Ci traghettiamo a Porvenir, desolato avamposto cileno in quest’isola brulla, fredda, dai paesaggi quasi feroci. Pochi animali, tra cui i guanaco, simili ai lama, alcuni struzzi nani, qualche volpe. Ancora meno esseri umani, gente abituata al vento ed al freddo polare, sparpagliati per paesini di case basse di legno e lamiera colorata.

20140303-170201.jpg20140303-170205.jpg

20140303-170220.jpg20140303-170346.jpg

E non possono mancare i pinguini, che incontriamo in una mattina dall’aria quasi antartica, in una piccola riserva che ne custodisce una colonia di circa duecento. Sono pinguini re, gli unici di grandi dimensioni che si possano vedere al di fuori dell’Antartide. Ci accolgono mezzi addormentati, alcuni ancora goffamente sdraiati sulla pancia, in una posizione ridicola, come ridicoli sono i loro spostamenti, goffi ed impacciati fuori dall’acqua. Salvo poi trasformarsi in siluri una volta ammollo nel proprio ambiente naturale. Strani uccelli, che non volano, quasi non camminano, ma che nuotano come pesci. Alcuni tra le gambe hanno un uovo, che coveranno ancora per un paio di settimane. Fanno tenerezza, così al freddo, quasi immobili, che si parlano con grida incomprensibili. Li guardiamo, ci guardano. Un piccolo torrente ci separa. Alcuni si tuffano, incuranti del gelo. A poco a poco ci accorgiamo che in quel gelo, quelli goffi, infagottati, fuori posto, siamo noi. I pinguini siamo noi.

20140303-170520.jpg20140303-171010.jpg
20140303-170441.jpg20140303-170445.jpg20140303-170500.jpg

20140303-170949.jpg