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Paragliding!!!

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Giorno 697.

La sensazione è quasi di pulizia, spazio, freschezza. Sarà l’aria mite della sera fra i capelli bagnati dopo una tanto desiderata doccia, l’assenza di auto strombazzanti o la novità di un paese sconosciuto, ma siamo pieni di aspettative. L’India e’ dietro l’angolo ma già lontanissima, nonostante i pochi chilometri che ci separano dal confine. La notte nepalese ci coccola dopo una lunga giornata di fatiche… Ma non fraintendiamo. L’India resta un paese meraviglioso, forse il più affascinante e sconvolgentemente interessante che esista al mondo. La sua squallida bellezza ti resta appiccicata addosso, per sempre, e sai che non te ne libererai mai completamente. Però, a volte, e’ semplicemente troppo.

Salutiamo una Varanasi ancora addormentata alle quattro del mattino. Il giapponese che è con noi si trascina dietro un trolley inquietante e fuori posto sui ghat stranamente deserti nella luce gialla dei lampioni. Il rumore delle rotelle si perde lungo l’ansa del fiume, un cane rovista tra i rifiuti e qualche baba dorme sui gradini come un mucchio di stracci dimenticati. Ci infiliamo in un vicolo del centro e ci dividiamo in cerca di un risciò a pedali che ci conduca trionfanti verso la stazione più trafficata del mondo. All’alba dell’ultimo giorno in questo paese dove si lotta per il diritto allo spazio vitale, ci accalchiamo sul binario numero tre con altri mille pellegrini, cullati dalla speranza di accaparrarci un posto in piedi su un treno stracolmo diretto verso nord. I più coraggiosi saltano al volo sui vagoni ancora in corsa, mentre uomini, donne e scatoloni spingono in ogni direzione. Il giapponese ce l’ha fatta nonostante il mostruoso bagaglio, lo vediamo sfilare da un finestrino, mentre noi, troppo educati e rassegnati per lottare, ci accodiamo tra gli ultimi a salire. Senza biglietto e con nessuna intenzione di pagarlo, perché contro l’India non puoi lottare ma certe volte almeno il film scorre gratis.

Un viaggio in piedi vicino ai cessi. Seguono due autobus ormai buoni solo da rottamare su cui attraversiamo le esalazioni della pianura che comincia a riscaldarsi sotto il sole di marzo. Compriamo frutta dal finestrino, contrattiamo un taxi per il confine che vaffanculo costa troppo e allora camminiamo. L’ultima fregatura ce la rifila l’ufficiale della frontiera: gentile turista devi cambiare qui tutte le rupie, come non lo sai? Gli agenti di cambio al di la’ del confine non accentano banconote tagli grossi (nel caso specifico mille rupie, l’equivalente di 15 euro). E noi ingenuamente lo seguiamo dall’amico cambiavalute che, complice sornione, alla fine gli rilascerà una lauta mancia. Ma va bene così, gli stringiamo pure la mano mentre ci beviamo anche questa. Forse abbiamo appena perso mezzo dollaro…Poi, dopo sedici ore di viaggio e di duecento dollari più leggeri (il costo di tre mesi di visto nepalesi), lasciamo il paese con un filo di sollievo. A due settimane dalla partenza, ci facciamo una birra. È la sera del mio compleanno.

Al mattino scopriamo a nostre spese che il Nepal e’ 15 minuti avanti rispetto all’India, e ingenuamente perdiamo l’autobus. Fortuna che in Asia ci sono sempre trasporti da ovunque per dovunque, così ne incastriamo due di seguito ed in poche ore siamo a destinazione. Tansen, che i locals chiamano anche Palpa, e’ un villaggio Newari piuttosto grande che se ne sta appollaiato sulla mezza montagna nepalese, in quella zona via di mezzo tra la pianura confinante con l’India e i piedi dell’Himalaya. Gente tranquilla, quasi timida in confronto alla sfrontatezza un po’ aggressiva dei vicini del sud. Ma si sa, la gente di montagna e’ di poche parole. Non così Man Mohan, il nostro ospite, un omino piuttosto anziano per il quale ogni scusa è buona per sfuggire alla moglie e rifugiarsi sul tetto a fumare sigarette e chiacchierare coi turisti, non troppi, che passano da queste parti. Ha addirittura fondato a sue spese un piccolo ufficio turistico gratuito, con tanto di mappe autoprodotte della zona e sentieri da lui stesso tracciati. Seguiamo i suoi consigli e il giorno dopo ci incamminiamo su un crinale per scoprire le montagne nepalesi coi nostri occhi. La giornata è tersa, all’orizzonte si staglia una grande fetta di Himalaya che riposa sotto la neve, scintillante ed imponente, nonostante la distanza che ancora ci separa. 

   

Due giorni di passeggiate e allenamento davanti allo scenario Himalayano e non stiamo più nella pelle. Decidiamo di avvicinarci alle montagne. Scendiamo a Pokara, la seconda città nepalese, che ci ingoia nel suo ghetto turistico spalmato sulla riva di un lago piuttosto melmoso, lontanissimo dal centro cittadino e dalla vita reale. Non comprendiamo a pieno tutto il potenziale di questa Gardaland ambita dai cinesi, che non vengono per camminare ma per comprare pashmine e cappellini nei centomila negozi di souvenir. Il lungolago trabocca di caffè, pasticcerie, ristoranti di ogni tipo ed etnia, centri benessere, agenzie di viaggi, kayak, paragliding, che snocciolano su lavagnette e cartelloni tutti i possibili percorsi Himalayani ed attività connesse. E ancora cinesi e neohippies reduci dal trekking che, dopo quattro giorni passati in montagna si atteggiano a sopravvissuti della traversata dell’artico a piedi…..Decidiamo di lasciare subito il posto, ma prima dobbiamo sbrigare le pratiche per entrare nella riserva dell’Annapurna.  

   L

L’ufficio che rilascia i permessi si rivela il più inutile della terra, non uno straccio di informazione, e solo dopo aver pagato la nostra quota, l’impiegato ci rivela che il Thorong La, il passo di 5400 metri che congiunge le due valli principali dell’Annapurna Circuit, e’ ancora chiuso per la neve, caduta abbondante quest’anno ed anche un po’ tardiva. Scusa perché non me l’hai detto subito? Lo sai che sono venuta qui già ieri e l’ufficio era chiuso mezz’ora prima dell’orario? Perché non mettete un cartellone fuori, come alle cabine degli ski-lift mettono il bollettino meteo della giornata? È l’unica informazione importante che dovreste indicare a caratteri cubitali e tu me lo dici dopo che ho pagato? Come fai a vendermi il biglietto di un circuito se a metà il percorso è tranciato? Inutili lamentele che rimbalzano contro un muro di gomma. Siamo gli unici in tutto l’ufficio a manifestare il nostro disappunto. 

Trattenuti gli istinti omicidi cambiamo programma, decidiamo di aspettare una decina di giorni e ci spostiamo verso Kathmandu. Lungo la strada ci fermiamo un paio di giorni a Bandipur, un villaggio ancora molto rustico, nonostante si stia aprendo al turismo, fatto di stradine ciottolate e case di legno tradizionali. Alloggiamo presso una famiglia in una stanza al secondo piano coi mattoni a vista, una scala di legno scuro ed un bagno lontanissimo, dall’altra parte del cortile. Girovaghiamo per il paesello e facciamo qualche escursione ai villaggi circostanti. L’atmosfera è ancora genuina, la gente ci guarda curiosa, i bambini piangono al nostro arrivo e le ragazzine ci regalano fiori senza pretendere caramelle in cambio. E tutti, ma proprio tutti, dalle vecchie di ottant’anni ai bambini di quattro, ci chiedono se siamo lì anche noi per il paragliding (quello che in Italia chiamiamo parapendio), il nuovo passatempo in cui si dilettano i turisti venuti in loco, attratti dalle ottime correnti d’aria prehimalayane e dalle viste grandiose. Dall’eccitazione che si vede in giro, capiamo che per i contadini nepalesi e’ un’attività del tutto sconvolgente, una magia di uomini e ali colorate che volano coi falchi, quasi come l’arrivo della televisione nelle case italiane del dopoguerra. Un bambino che avrà 3 anni, saltella sul tetto piatto di una casa, sventolando un sacchetto di plastica legato a un cordino a mo’ di paracadute e urlando a squarciagola il fantomatico anatema….. Paaaraaaagliiiidiiiing….. quasi abbiamo paura che si lanci di sotto, così a gesti cerchiamo di fermarlo, mentre una vecchia dalla casa di fronte ci guarda stupita….ma come, non lo fate anche voi Paaaaaraaaagliiiiiidiiiiing?  

   

  

    

 

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