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Komodo National Park

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Giorno 327.

Stringo forte Sam in un addio veloce, i ragazzi dell’agenzia di viaggi si sono dimenticati di noi e la nostra barca e’ in partenza. Ho un nodo alla gola, non riesco a smettere di pensare che probabilmente non ci rivedremo mai più e per la seconda volta in questo anno sento che mi mancheranno davvero questi due ragazzi che conosco appena, con cui si è condiviso tanto in così poco tempo. Ma il viaggio e’ così, vite lontanissime si uniscono a sorpresa saldandosi in legami di irresistibile empatia, e altrettanto in fretta si separano, ognuno assorbito dalla propria orbita.

Sulla barca Matej ci accoglie offrendoci un cicchettino di liquore sloveno. Quasi quasi me lo faccio così mi tiro su il morale. Quando la scena si ripete alle sette ogni mattina, prima di colazione, capisco che sono troppo vecchia per queste cose, gli sloveni invece no, sono degli autentici sballoni. La crociera di quattro giorni da Flores a Lombok, attraverso il Komodo National Park, prospetta un ambiente molto diverso dalla terribile Wilis. L’imbarcazione e’ un piccolo peschereccio riadattato al turismo, e poi siamo solo in otto, oltre ai membri dell’equipaggio. Si dorme tutti insieme in una specie di mansarda ricavata sul tetto della barca, non ci sono docce o rubinetti a bordo, solo il mare per lavarsi, ma la cucina e’ varia ed i materassini per dormire in abbondanza per tutti. La compagnia e’ composta da quattro ragazzi sloveni in vacanza capeggiati dall’alcolico Matej, e da Bek e Holly, coppia saffica e ultrasportiva Made in New Zeland, da cui Fede e’ piuttosto intimorito.

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Zigzaghiamo per quattro giorni fra le isole del parco in un paesaggio bruciato dal sole dove il clima e’ tanto secco da sembrare quasi fuori luogo a queste latitudini. Un fitto manto d’erba alta e gialla tutto ricopre come carta da parati. Non ci sono palme e atolli in vista, solo aspre isole vulcaniche con un sorriso di spiaggia bianca che si tuffano nel mare blu. Le correnti nei canali sono fortissime. Si nuota a fatica, soprattutto senza pinne. Spesso stentiamo a rientrare in barca, in alcuni casi viene addirittura calata una corda di sicurezza cui aggrapparsi per non essere trascinati via. Sostiamo qua e la in suggestive calette per dedicarci ad uno snorkeling faticoso, mentre gli sloveni si esibiscono in tuffi acrobatici dal ponte della barca. Speriamo che non cadano in coma etilico. Passeggiamo su una spiaggia rosa e nuotiamo in un lago salatissimo dove si galleggia quasi come sul Mar Morto. La mattina del terzo giorno finalmente ci laviamo il sale di dosso nelle pozze naturali di una cascata…anche se ormai Fede mi ha ribattezzato Claudia, capelli di paglia.

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Ma l’incontro coi draghi e’ il pezzo forte della crociera. Come sempre la prospettiva di avvicinare volontariamente animali pericolosi e selvaggi mi inquieta. Tutti i miei sensi sono all’erta spinti da un innato senso di autoconservazione. I celebri draghi di Komodo sono lucertoloni squamati di tre metri per settanta chili, con lingua biforcuta e bocca tempestata da una fila di sessanta denti aguzzi, ben serrati tra loro. La saliva e’ un’arma micidiale, terreno ideale per la coltura di batteri patogeni fatali al primo morso. Ovviamente carnivori, grazie alle loro dimensioni, dominano l’ecosistema dell’isola, nutrendosi di cervi, bufali, maiali selvatici e, occasionalmente, di sprovveduti turisti che si avventurano in trekking solitari. Sono animali infidi, che cacciano con un sistema di imboscate e possono anche correre piuttosto velocemente toccando punte di venti chilometri orari. I rangers che ci accompagnano nel trekking imbracciano lunghi bastoni biforcuti per sventare eventuali attacchi. Ne vorrei tanto avere uno anch’io, così per sicurezza, anche se dubito che saprei come usarlo. Quando finalmente scoviamo le bestiole, però, ci sembrano piuttosto tranquille, forse anche troppo. Le osserviamo per un tempo infinito, mentre sbadigliano pigramente stese al sole, crogiolandosi nel calore del mattino. Forse hanno appena fatto colazione con uno di quei porcelli di scogliera che si vedevano razzolare dalla barca e adesso fanno un pisolino. Fede come sempre si avvicina troppo, li incita, vorrebbe vederli attaccare qualche rubiconda turista francese. Ma i draghi non sembrano troppo interessati all’entrecote stagionata, in compenso, prima di andarmene, giurerei di averne visto uno che mi faceva l’occhiolino.

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Le notti sono tanto limpide che quando guardi il cielo ti sembra di cadere. O forse e’ solo la barca che oscilla vistosamente. Avanziamo scricchiolando sotto una volta di stelle, mentre dietro di noi una scia di plancton fluorescente lentamente si disperde, come uno sciame di lucciole. Percorriamo rotte invisibili attraverso isolotti deserti che si stagliano neri sullo sfondo del cielo. Poi il mare si gonfia tanto che sembra volerci inghiottire. Ci rotoliamo dentro sonni agitati, ognuno aggrappato al suo materassino. Solo gli sloveni non si accorgono di aver vinto un biglietto omaggio per le montagne russe, ma il merito e’ del liquore. Così scendiamo sul ponte e dalla prua della nave giochiamo a cavalcare la notte. Stiamo li’ in piedi per un tempo irreale, assecondando il rollio delle onde, come se davvero si potesse domare il mare. Il vento ci sferza la faccia, mentre la spuma ci inzuppa i vestiti. Il sale brucia sulla pelle e nei capelli di paglia. E’ il momento Titanic, in un attimo spunterà Celine Dion e canterà tra gli scogli, vestita da sirena…. ma non stiamo naufragando e il nostro cuore andrà avanti, fortunatamente, anche senza di lei.

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Love Boat

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Giorno 312.

“La prima classe costa mille lire,
la seconda cento, la terza dolore e spavento
e puzza di sudore nel boccaporto
e odore di mar morto…”
Titanic – Francesco De Gregori.

La barca dell’amore si chiama Wilis ed e’ la punta di diamante della Pelni Boat, la compagnia di bandiera che zigzaga sugli spicchi di mare tra le varie isole dell’arcipelago. Il servizio funziona a singhiozzo, nel senso che i traghetti sono vecchi rottami galleggianti e le tratte sono coperte con una certa imprevedibilità, visto che spesso le barche non partono o si rompono lungo il percorso. La nostra nave e’ attesa per le sei del pomeriggio, ma come tutte le grandi star farà la sua comparsa solo molto dopo mezzanotte.

Ci presentiamo puliti e puntuali al porto, insieme a Sam e Sebastian, ed un un altro migliaio di persone e scatoloni in partenza. Mostriamo il nostro biglietto, posto ponte ovviamente, perché cerchiamo sempre un po’ di risparmiare e una volta a bordo, ci hanno detto, si possono addirittura noleggiare dei comodi materassini per dormire dove capita. Nell’attesa finiamo stipati nel cortile di un grande edificio adiacente all’imbarco. Aspetteremo lì sei ore, seduti sull’asfalto, in una serata estiva di caldo e zanzare. Sembra come prima di un concerto, con la gente accucciata per terra e gli ambulanti che girano a vendere bibite e panini. Ci facciamo un riso al pollo piccante ed un paio di stuoie di paglia per stenderci sopra la gambe, e mai acquisto si rivelerà più azzeccato.

Quando l’altoparlante dà l’annuncio, tutti scattano ansiosamente sull’attenti. La nave non si vede ancora ed anziché aspettare comodamente seduti, la ressa inizia già a spingere fremendo sul cancello. Le madri prendono in braccio i bambini, mentre io faccio appena in tempo a raccogliere borsa e stuoia prima di essere travolta. Mi appiccico in coda agli altri con un po’ di mal di stomaco e prego di non svenire nel caldo umido di centinaia di corpi compressi come sardine in una scatola. Passeremo così in piedi come allocchi quasi un’altra ora. Noi con lo zaino in spalla, qualcuno con uno scatolone sulla testa, altri con una gabbia di polli sotto il braccio o un figlio attaccato sulla schiena. I beni di valore vengono sollevati in alto e si suda tutti insieme nello sforzo.

Quando il traghetto fantasma si avvicina nella notte, ogni speranza abbandona il mio corpo. La situazione si manifesta in tutta la sua drammaticità, mentre una folla sempre più feroce ci trascina verso la bocca della nave. E’ chiaro che siamo troppi, mi chiedo come faremo a salire tutti e soprattuto come faranno i comodi materassini ad essere abbastanza per una bolgia infernale come questa? Ma i commissari di bordo, Caronti che tutto sanno sulla transumanza di uomini e bestie, urlano e imprecano contro le anime perse, e spingono la fila di dannati lungo i ripidi pontili, come abili mandriani alle prese col bestiame.

Quando riusciamo a posare i piedi a bordo non c’è già più nemmeno un buco libero, altro che materassini. Scaliamo la cima, un ponte dopo l’altro come gli anelli del purgatorio, fino a trovare un po’ di spazio sul tetto della nave, proprio accanto alla sirena, là dove escono i fumi neri dello scarico e nessuno vuole stare. Ma chi non si adatta crepa e anche i più schizzinosi non possono dormire in piedi come cavalli, così nel giro di dieci minuti anche i posti con vista ciminiera vanno a ruba. I più intraprendenti scalano le scialuppe di salvataggio, occupandole per la notte come piccole dependance. Li guardo con un filo di invidia, se la nave affonda almeno loro sono già pronti.

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Finiamo incastrati in uno schema di Tetris, però noi siamo i pezzi in basso, quelli che sai già che non riuscirai mai a togliere dallo schermo. Ma ormai siamo in ballo e balliamo, anche se le prossime quindici ore si prospettano infernali. Ci buttiamo sulle nostre preziose stuoie, unico confine che ci separa da un pavimento blu a macchie nere luride. Ci schiacciamo vicini vicini sul tetto unto e duro, e attendiamo la partenza, come se ciò potesse migliorare la nostra situazione. Quasi non parliamo, siamo tutti un po’ shoccati dalle discutibili procedure d’imbarco in cui siamo stati coinvolti. Penso agli immigrati sui barconi alla TV, guardo il cielo stellato attraverso la nuvola di fumo dello scarico e intensamente prego che non piova.

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La barca dell’amore salpa alle due di notte, con sole otto ore di ritardo. Alle quattro del mattino ci scappa la pipi’ e cerco di raggiungere il bagno con Samantha. Ci impieghiamo venti minuti ad andare ed altrettanti a tornare. Dobbiamo scendere due ponti e affrontare il groviglio umano di corpi addormentati che tutto ricoprono come un tappeto di carne. Scavalchiamo i parapetti, aggrappandoci con mani e piedi alle ringhiere, mentre sotto di noi scrosciano le onde scure. I bagni sono qualcosa che non si può descrivere con parole umane, l’aria e’ irrespirabile, umida e odorosa. La gente orina negli angoli, l’acqua esce bollente. Raggiungiamo di nuovo i nostri posti che e’ quasi l’alba e appena mi ricorico, sento in agguato il mal di pancia. Al pensiero di tornare la sotto camminando sulla balconata mi metto a piangere come una fontana. Fede minaccia di rispedirmi a casa alle prime luci dell’alba, io singhiozzo inconsolabile e butto giù un Imodium per fare un po’ di tappo.

Alle sette del mattino il sole ci dà il buongiorno, battendoci alto sulla testa. La giornata già promette temperature infernali. Anche in mezzo al mare non soffia un filo d’aria, il pavimento in ferro sembra sciogliersi sotto il nostro peso e iniziamo a cuocere come petti di pollo su una piastra rovente. Non c’è ombra per nascondersi. Ripari di fortuna sbucano sul tetto come funghi, mentre cumuli di immondizia si uniscono alla corrente. Bottiglie piene di urina notturna giacciono abbandonate negli angoli della nave, i padroni almeno non hanno dovuto scalare due ponti nel cuore della notte appesi a una ringhiera. Il cibo e’ introvabile, le bibite esaurite, un unico rubinetto stilla un filo d’acqua calda per farsi una tazza di te o di caffè. Seguiamo la coda degli assetati nella pancia della nave, dove non gira nemmeno un filo d’aria condizionata e il sudore cola nei bicchieri alzati. Meglio affondare qui e subito, e almeno farla finita in fretta.

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Le macchie di grasso si incollano alla pelle e ai vestiti. Siamo neri e affumicati come una banda di spazzacamini in vacanza. Intorno a noi si vede solo acqua, ma intanto crepiamo di caldo. Cerchiamo di ingannare la mente per liberarci dalla calura. Pensiamo alla neve, al gelato, al ghiaccio. Io vorrei tanto avere un Calippo. Quando veniamo accontentati, un’acquazzone tropicale si rovescia sulle nostre teste. Annaffiati dalla pioggia, pranziamo a cracker e patatine, Fede scova una scatola di tonno. La mangiamo con l’olio e tutto, con le dita unte e sporche. E poi finalmente terra fu. Un’ora prima del tramonto la barca dell’amore fa il suo ingresso trionfale nell’agognato porto di Ende, sull’isola di Flores. Per noi turisti fai da te rimarrà un viaggio indimenticabile, attraverso tutti i sette inferi, altro che Costa Crociere…

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Nella Baia di Halong

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Giorno 102.

La Baia di Halong e’ uno di quei luoghi in cui il confine tra terra e mare si mescola in modo bizzarro e sorprendente nella sua perfezione. È un arcipelago di quasi duemila isole carsiche, sparse nel Golfo del Tonchino come montagne acquatiche che hanno smarrito la via di casa. Ricoperte da una lussureggiante vegetazione tropicale, sono abitate soprattutto da scimmie con la pelliccia rossa, intrappolate qui dal mare. Alcuni picchi sono completamente cavi e nascondo all’interno vaste grotte di straordinaria bellezza. All’ombra delle isole, nelle verdi insenature, sorgono interi villaggi galleggianti dove i pescatori hanno ancorato case, barche e scuole nelle acque quiete della baia, tutte rigorosamente verniciate in una brillante tonalità acquamarina.

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Noi ci facciamo un tour da 42 dollari, per due giorni e una notte di escursione nella baia. L’abbiamo acquistato dalla padrona della nostra guesthouse di Hanoi, perché ci sembrava uno dei più economici sul mercato. E va detto che quando qualcuno sulla barca ci rivela di aver speso oltre 100 dollari per lo stesso servizio, proviamo pure una certa soddisfazione. Eravamo già stati qui, quasi sei anni fa con Marco e Silvia, ma abbiamo deciso di ripetere l’esperienza magica di una notte in barca nella baia, sperando anche in un clima un po’ più mite dei quaranta gradi all’ombra che ci avevano trasfigurato l’ultima volta. E veniamo accontentati, perché dopo una settimana di nebbia e pioggia, si prospettano davanti a noi alcuni giorni di sole, un residuo di estate nell’inverno che avanza. Le barche sono ancora le stesse che ricordavo: tutte di legno, con le sdraio sul tetto ed una verandina con i tavoli dove si mangia, anche se una mano di vernice bianca mal passata ha ricoperto il legno scuro degli scafi, rovinandone l’estetica. Quando chiedo a Fede il perché, lui mi dice che questa primavera una nave e’ affondata nella baia e dodici persone sono annegate, così le compagnie di crociera hanno probabilmente deciso di dare una bella rinfrescata alla propria immagine. Corrugo la fronte e “speriamo che me la cavo”.

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L’escursione non delude, proprio come mi aspettavo. L’imbarcazione scivola silenziosa nelle articolate insenature, mentre gli immensi picchi boscosi proiettano la propria ombra sulle acque verde scuro della baia. Trovo che l’inquinamento sia molto aumentato e soprattutto che il livello del mare sia molto più basso di allora, tanto che in alcune lagune oggi in barca non si può più entrare, ma la guida ci spiega che dipende non solo dalle maree, ma anche dalle stagioni. La grotta che visitiamo e’ esattamente la stessa della volta scorsa, un’immensa cavità scavata dal mare, dove stalattiti e stalagmiti riproducono un paesaggio acquatico di conchiglie e alghe marine. E questa volta, a dire il vero, ce la godiamo ancor di più: ricordo quanto eravamo rimasti delusi, aspettandoci un’atmosfera meno artefatta, quando entrati ci ritrovammo a camminare su sentierini piastrellati, in un’illuminazione psichedelica tipo Gardaland. Questa volta, perlomeno, non è stata una sorpresa, e poi Fede stringe amicizia con un pinguino. Raggiunto il villaggio dei pescatori la guida ci comunica che fa freschetto per il bagno, quindi chi vuole girovagare tra le case galleggianti può farlo in kayak, tutto compreso nel prezzo. Fede mi sembra un po’ pigro, ma io insisto.

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E diventò il suo nuovo grande amore. Si sente il terzo fratello Abbagnale. Li chiamavano Carmine, Giuseppe e Federico. Indossiamo giubbotti galleggianti ammuffiti, ideati per americani obesi, perché di almeno dieci taglie superiori alla nostra. Ci ficcano in mano due remi di piombo, ricordandoci che se smarriti ci verrà addebitata la modica cifra di 25 dollari ciascuno, cioè un furto quando a quello di Fede manca già quasi tutta la pala destra. Lo metto dietro, dove in genere si siede chi comanda, ma dopo un metro comprendo che posso far conto solo sulla sua maggior potenza fisica, sempre che le sue spalle reggano. Non riusciamo neanche ad allontanarci dal molo galleggiante, senza rischiare di speronare il barcone che ci ha portato fino qui, che peraltro e’ cento volte più grosso di noi. Continuiamo a girare in tondo, perché Fede quando rema tira a sinistra e non c’è verso di controllare questa sua naturale inclinazione. Procediamo nella baia a zig zag: per fare tre metri in linea retta, noi ne remiamo sei, due a destra e quattro a sinistra. Penso a quello che direbbe quel vecchio lupo di mare di mio padre nel vederci brancolare nella baia come canoisti ubriachi. Cerco di attingere con la mente a qualche remoto ricordo su come gestire un remo e di dare qualche input a Fede che nel frattempo, emozionato come un bambino, rotea l’attrezzo in aria come una mazza da baseball. In fondo, meglio che mio padre non sia qui a vederci in questo momento.

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Passiamo la notte sul tetto della barca, a cacciare stelle cadenti. Siamo in compagnia di quattro israeliani rumorosi, reduci dal servizio militare, che a turno si baccagliano una svizzera, una svedese ed una tailandese poco più grandi di loro. Unico pesce fuor d’acqua, troppo arrapato per ammetterlo, e’ Beato, uno svizzero sulla sessantina che pensa di avere qualche chance con la tedesca tettona, che fa invece gli occhi dolci a Fede. La annego almeno dieci volte, col pensiero.

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