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Borneo – Informazioni pratiche

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KOTA KINABALU – MALAYSIA
DA FARE:
Città di passaggio per via dei voli economici che collegano l’isola alla Malesia continentale. Sul lungomare si trova un fornito mercato artigianale dove centinaia di bancarelle letteralmente traboccano di souvenir di ogni genere. Una cena a base di pesce al frequentato mercato notturno va provata, ma bisogna prepararsi a prezzi quasi europei.
DORMIRE:
Akinabalu Youth Hostel – 65 RM camera senza bagno, colazione inclusa – posto accogliente e frequentato da giovani viaggiatori, dispone di un’ampia ed ariosa sala comune, con WIFI e TV, camere e bagni semplici, ma molto puliti.

SUKAU – MALAYSIA
DA FARE:
Escursione all’alba sul Kinabatangan River per avvistare le buffe scimmie nasiche. Ogni Guesthouse organizza il giro in barca per i propri clienti. I prezzi sono ovunque gli stessi, per circa tre ore di navigazione si aggirano sui 30 RM a persona.
DORMIRE:
Sukau RB Lodge – 50 RM bungalow con bagno + colazione inclusa – e’ il primo posto che si incontra uscendo dal villaggio, seguendo il corso del fiume. Le camere sono un po’ umide per via delle abbondanti piogge e ci sono molte zanzare, ma se si vuole soggiornare sul lungo fiume non c’è via di scampo. Il padrone e’ molto ospitale e fornisce pasti solo su prenotazione. E’ importante ricordarsi di avvisarlo almeno due ore prima se non si vuole rimanere senza cibo, perché in tutto il villaggio non c’è un ristorante.

TAWAU – MALAYSIA
DA FARE:
Il consolato indonesiano di Tawau e’ il miglior posto in tutta l’Asia per ottenere in poche ore un visto turistico di due mesi. A differenza di Singapore e Kuala Lumpur, qui non è richiesto alcun volo d’uscita dal paese come requisito essenziale per il rilascio del visa. Unica raccomandazione, e’ necessario vestirsi adeguatamente per poter accedere agli uffici, niente gonne troppo corte o infradito per gli uomini.
DORMIRE:
North Borneo Hotel – 50 RM camera doppia con AC – hotel vecchio stile in via di restauro. Le camere sono spaziose e molto luminose, i letti puliti e di buona fattura, mentre la moquette ha visto giorni migliori. Peccato per gli scarafaggi.

TARAKAN – INDONESIA
DA FARE:
Una visita al parco cittadino dove sono protetti diversi esemplari di scimmie nasiche ed un’escursione fuori città per visitare la ricostruzione di un villaggio tradizionale. Per noi la cosa migliore e’ stato incontrare per caso Uri, l’unica couchsurfer della città, che ci ha introdotto tra i suoi amici con feste di battesimo e serate al karaoke.
DORMIRE:
A casa di Uri e della sua splendida famiglia.

DERAWAN – INDONESIA
DA FARE:
Per essere un’isola la cui circonferenza si percorre a piedi in meno di un’ora via spiaggia, Derawan offre davvero un sacco di esperienze indimenticabili. Una spiaggia incontaminata che, durante la bassa marea, si allunga in mare con un chilometrico banco di sabbia bianchissima. Decine di tartarughe che nuotano proprio sotto i bungalow e ogni notte vengono a riva per deporre le uova, sotto la vigile osservanza di un manipolo di rangers del WWF. Snorkeling eccezionale sulla vicina isola di Kakaban, dove è anche possibile fare il bagno in un lago salato popolato da migliaia di esemplari di meduse non urticanti. Non abbiamo visto le mante giganti, che si trovano numerose sulla vicina isola di Sangalaki, ma Derawan si classifica decisamente nella nostra top ten delle isole da sogno.
DORMIRE:
Pinades – 100.000 Rp camera doppia con balcone + colazione inclusa – Marsi e la sua famiglia gestiscono con grande ospitalità questa guesthouse composta da tre camere a palafitta sull’acqua, dall’arredamento semplice, ma pulitissime, proprio sul molo più lungo del villaggio ed anche il più panoramico. Donuts fatti in casa per colazione.

SAMARINDA – INDONESIA
DA FARE:
Base di partenza per l’escursione lungo il Mahakam River. La città vanta una bella moschea che si specchia sulle acque fangose del fiume.
DORMIRE:
Gelora Hotel – 121.000 Rp camera doppia + colazione inclusa – in assoluto vince il premio per la stanza più schifosa di tutto il viaggio (finora, perché non c’è mai limite al peggio). La Lonely Planet ci fa davvero un bel pacchetto suggerendoci questa sistemazione dalle “camere immacolate”, parole testuali della guida, che si rivelano ammuffite, scrostate e traballanti, in una struttura vecchia come Noè. Purtroppo in città gli alberghi sembrano essere tutti pieni, eccezion fatta per il Gelora Hotel e non è difficile capire il perché.

MAHAKAM RIVER – INDONESIA
DA FARE:
L’escursione lungo il fiume attraverso i tradizionali villaggi Dayak e’ davvero un tuffo nel passato. Fino al villaggio di Long Bagun si può risalire in economia grazie ad un efficiente servizio di battelli pubblici, oltre e’ necessario noleggiare piccole imbarcazioni veloci a prezzi decisamente meno abbordabili. Da qui si può organizzare la Transborneo, un trekking di diversi giorni nella giungla che conduce fino al Kapuas River e da li discendere nuovamente fino al mare. Ma e’ un’esperienza abbastanza estrema, per cui necessita tempo, denaro, guide affidabili e un buon allenamento fisico.
DORMIRE:
Sul battello pubblico e’ possibile noleggiare dei materassini per dormire. Il costo si aggira sulle 20.000/30.000 Rp da aggiungere all’importo del biglietto per la tratta che si vuole percorrere. A bordo si trovano toilettes spartane ed un discreto servizio ristorante.

MUARA MUNTAI – INDONESIA
DA FARE:
Il villaggio e’ una bomboniera di case sull’acqua collegate da strade di legno ricavate su passerelle rialzate. Bellissimi scorci di bambini che nuotano nei cortili allagati durante le piene del fiume.
DORMIRE:
Penginapan Srimuntai – 100.000 Rp camera doppia senza bagno + free coffee – ricavata in una grande casa azzurra, gestita da un’anziano signore, questa guesthouse offre camere semplici e pulite con bagni in comune ed acqua corrente.

LONG BAGUN – INDONESIA
DA FARE:
Alla ricerca delle vecchie donne Dayak che ancora sfoggiano i tradizionali tatuaggi su mani e piedi.
DORMIRE:
Losmen Polewali – 130.000 camera doppia senza bagno – il posto e’ carino, nuovo e ben ristrutturato. Le camere sono un po’ piccole per due, con letti da una piazza e mezza. Il vecchio proprietario non è proprio un signore simpatico e accomodante.

DATAH BILANG – INDONESIA
DA FARE:
Combinare un incontro con un’anziana dalle lunghe orecchie può costare tra le 100.000 e le 200.000 Rp. Contrattare e’ d’obbligo.
DORMIRE:
Tepian Losmen – 50.000 Rp camera doppia senza bagno – la pensione si trova proprio sull’imbarcadero dove attracca il battello. Le camere sono davvero molto spartane, i bagni un buco sull’acqua e la doccia si fa nel fiume, ma la famiglia che lo gestisce e’ veramente accogliente, il ristorantino serve buoni piatti economici ed il figlio maggiore Ojezz parla un buon inglese e si presta volentieri a fare da guida gratuita per i turisti di passaggio.

BALIKPAPAN – INDONESIA
DA FARE:
Assolutamente niente. Noi aspettiamo un volo per Jakarta.
DORMIRE:
Aiqo Hotel – 265.000 Rp camera doppia con AC + colazione inclusa – hotel nuovissimo e pulito, ma abbastanza caro per il livello delle camere.

NOTE:
Cambio aprile 2013 – Malaysia: 1 euro = 4 RM circa.
Cambio maggio 2013 – Indonesia: 1 euro = 12.500 Rp circa.

Alla ricerca di Kurtz… Parte seconda

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Giorno 249.

«Risalire quel fiume era come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi ne erano i signori… ». Joseph Conrad.

Oggi i grandi signori di legno vengono trasportati cento alla volta, sezionati alla radice, come giganti addormentati su enormi chiatte di ferro, che come Caronti implacabili li traghettano verso il mare… Bisogna fare posto alle grandi piantagioni di palma da olio, seguendo l’esempio dei ricchi cugini malesi, che si aggiudicano tutti gli appalti con le loro multinazionali, così la ricchezza lascia due volte il paese. Temo che anche qui tra dieci anni di foresta pluviale ne rimarrà ben poca…

Il Sungai Mahakam si insinua come una enorme ferita che spacca in due il cuore verde del Borneo. E visto dall’alto deve davvero sembrare un serpente gigantesco… La risalita e’ lenta e costante. Ogni tanto ci imbattiamo in un villaggio di pescatori dove le case resistono appollaiate su lunghi pali di legno a picco, in un gioco di stuzzicadenti dall’equilibrio precario. Ci si muove in canoa, a remi o a motore, e a seconda del livello del fiume anche le strade si allagano, tramutandosi in canali.

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A Long Bagun il tempo scorre lento, scandito dai piccoli e semplici gesti quotidiani. L’acqua è al centro della vita e della casa. Viene usata per l’igiene personale, la cucina, un paziente bucato, il divertimento dei bambini. E chissenefrega se tre metri più in la, in una toilette tradizionale, di quelle col buco sul pavimento già incontrate sul battello per intenderci, qualcuno si sta allegramente scaricano lo stomaco mentre ti godi un tuffo rinfrescante.

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Al villaggio visitiamo alcune tipiche longhouse, ornate di sculture e maschere tribali. Le donne si dedicano all’artigianato tessile o alla produzione di gioielli di perline. Alcune provano antiche danze tribali, in vista dell’imminente festival di fine mese che vedrà affluire al villaggio tutti i Dayak dei dintorni, nei loro costumi più belli. Ma non oggi: leggiadre signore svolazzano distrattamente col pigiamino di cotone, ondeggiando grossi ventagli di piume in fantasia zebrata.

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I giovani ormai scorrazzano in motorino cellulare alla mano, ma in giro, all’ombra dei porticati, si intravedono ancora i vecchi Dayak con i tatuaggi tradizionali che ricoprono completamente mani e piedi. Nella leggenda popolare, i tatuaggi avevano una finalità quasi religiosa, poiché quando una persona moriva servivano ad illuminarne il cammino verso l’aldilà. Incontriamo due anziane signore e, non so come, ci fermiamo con loro per oltre un’ora, chiacchierando sotto un’albero di papaya con le poche parole indonesiane che conosciamo e molti gesti. Entrambe non sanno dirci esattamente la propria età, sanno solo di essere ultra ottantenni, anno più anno meno… E poi non c’e’ mica l’anagrafe da queste parti.. Ancora oggi i loro tatuaggi sbiaditi dal tempo sono bellissimi, dei veri capolavori di pazienza che non hanno molto a che vedere con le brutte imitazioni sfoggiate oggi da muscolosi ragazzotti in canottiera, col fucile da caccia sottobraccio.

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A Muara Muntai scopriamo un popolo semplice che abita un villaggio di palafitte e viali ordinati. Anche le strade sono di legno, costruite su passerelle rialzate per evitare le piene del fiume, e sono tanto lucide e pulite che ci si potrebbe mangiare sopra. Ci ospita un vecchio signore sorprendentemente alto, che si aggira con passo instabile, gonnellino tradizionale a quadri bianchi e blu e canotta della salute. Non toglie mai lo zuccotto bianco, forse nemmeno per dormire.

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Il villaggio e’ davvero una delizia, una piccola Venezia di legno senza turisti. Surreali scorci di casette galleggianti e donne alle prese col bucato si susseguono ad ogni angolo. Una moschea color menta fresca si specchia nel campo da calcio allagato. I bambini sguazzano nelle pozze dentro canotti e paperelle gonfiabili, l’accessorio più venduto su ogni bancarella. Quando ci vedono impazziscono di gioia e si cimentano in tuffi e acrobazie per attirare la nostra attenzione.

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Incontriamo Ojezz, sul battello lungo la via di ritorno. Giovane, sorridente, piccolo imprenditore di se’ stesso, ci informa che sua madre ha una pensioncina galleggiante nel villaggio Dayak di Datah Bilang. Parla un buon inglese e si offre di aiutarci a combinare un incontro con una donna dalle lunghe orecchie, una delle pochissime rimaste. Questa pratica di bellezza ormai in disuso, prevedeva un lento e progressivo allungamento dei lobi delle orecchie attraverso l’applicazione di pendagli via via più pesanti, fino a raggiungere dimensioni impressionanti.

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La sistemazione e veramente spartana, un materasso buttato a terra, un buon ristorante locale al piano inferiore e un gruppo di vicini rumorosi, ma simpatici, che si dedicano alla vendita di orologi porta a porta, realizzando un discreto business nei villaggi circostanti (!?!). Supero ogni mia resistenza quando al terzo giorno puzzo ormai come una capra e sono costretta a lavarmi nelle acque marroni del fiume. Impariamo dai vicini la tecnica della doccia col padellino, perché la corrente cresce sempre di più, alimentata dalle cospicue piogge notturne, e non è pensabile tuffarcisi dentro.. Il livello del fiume aumenta di cinque metri in pochi giorni ed un bel mattino, al risveglio, scopriamo che la nostra casa galleggiante sta fluttuando più in alto del villaggio. La passerella di collegamento con la terra ferma si trasforma in una trappola scivolosa. Talvolta sembra inabissarsi nelle acque torbide del fiume e non riesci nemmeno a vedere su cosa stai camminando. Per attraversarla ho bisogno quasi sempre dell’aiuto di Ojezz e di un ombrello stile equilibrista. Fede preferisce più virilmente caderci dentro, tra le risate generali…

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Alla ricerca di Kurtz

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Giorno 246.

«Un fiume possente che sulla carta si snodava come un gigantesco serpente, con la testa nel mare, il corpo ripiegato su un immenso territorio, la coda perduta nel cuore del continente…..Il serpente che mi aveva incantato». Joseph Conrad.

Siamo nell’est Kalimantan. Ed è sulle torbide acque del Mahakam River, in un’atmosfera che sembra uscita da “Cuore di Tenebra”, che ha inizio il nostro viaggio alla scoperta di un fiume remoto, immerso in un paesaggio in gran parte incontaminato, sulle tracce di ciò che resta di un popolo antico, i Dayak tagliatori di teste, e di uno stile di vita da sempre indissolubilmente legato allo scorrere dell’acqua.

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Raggiungiamo in bus la cittadina di Kota Bangun e ciondoliamo sulla strada, sotto lo sguardo dei curiosi, in attesa del battello salpato stamattina presto da Samarinda, con cui risaliremo verso l’interno, fino al villaggio di Long Bangun, il punto massimo raggiungibile in questa stagione con il servizio pubblico. Sono approssimativamente trenta ore di navigazione, guasti permettendo, per percorrere oltre i due terzi di questo fiume dalle ampie curve, largo almeno cento metri, che come una vera e propria autostrada d’acqua rappresenta l’unica via per raggiungere i villaggi che stiamo cercando.

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Quando lo vedo aggirare l’ansa del fiume, la prima cosa cui penso e’ a un grosso scatolone di carta che galleggia a fatica, pronto a sciogliersi in qualunque momento. Il battello arranca lentamente come uno scarafaggio controcorrente. Solo l’imbarco si rivela più ostico del previsto, e non siamo ancora partiti. Una passerella larga dieci centimetri oscilla sotto il mio peso attraverso un’acqua fangosa, le cui profondità mi sfuggono.. Ci piazziamo sul terrazzo, sopra la cabina di pilotaggio, e ipnotizzati ascoltiamo il silenzio della massa d’acqua che scorre lenta, mentre il sole tramonta. Una schiera di personaggi dai volti segnati si raccoglie presto intorno a noi, e Fede stringe subito amicizia. Sono gli operai delle miniere di carbone che ritornano dalla licenza. Li scarichiamo di notte, sulla sponda del fiume, nei pressi di qualche stazione aggrappata al margine dell’ignoto….

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Sul battello si gira solo scalzi, come da buona educazione, così mi ritrovo a zigzagare tra gli avanzi di cibo sparsi un po ovunque sul pavimento. L’immondizia si lancia direttamente dal finestrino, senza separare nemmeno la carta dalla plastica. Ogni tanto si vedono vere e proprie maree di rifiuti che implacabilmente scendono verso valle, segno che un po’ di educazione ambientale non farebbe male da queste parti. Attraverso le cucine dove donne velate si adoperano a sfornare tutto sommato dei buoni pasti, scorgo un uomo lucido di sudore dormire in un cantuccio vicino al motore, in un frastuono infernale, ma e’ quando raggiungo il bagno che con infantile curiosità mi ritrovo ad osservare un foro quadrato praticato sulle assi di legno del pavimento, attraverso il quale vedo ribollire le acque allegre del fiume. Inutile chiedersi come si usi, impareremo presto che questo e’ lo stile Dayak.

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La sistemazione che ci attendere per la notte assomiglia alla terza classe del Titanic. Forse peggio. I passeggeri giacciono tutti insieme su una lunga fila di materassini ammuffiti, mai lavati dalla notte dei tempi. Alcuni hanno il lenzuolino della Juve e Fede si sente subito a casa. Il fumo libero rende l’ambiente nebbioso, mentre gli uomini organizzano una bisca e le madri cercano di ninnare bambini bercianti senza sonno, facendoli oscillare vorticosamente dentro culle improvvisate con pezzi di stoffa appesi ad un chiodo del soffitto. I finestrini spalancanti e le luci accese nel cuore della notte attirano all’interno ogni sorta di insetto, non che c’è ne sia bisogno, visto che gli scarafaggi già ci ronzano intorno e i topi rosicchiano avidamente la nostra colazione, ma questo lo scopriremo con gioia solo il mattino seguente. Mi avvolgo saldamente nella mia felpa col cappuccio, chiudo gli occhi e cerco di farmi cullare dalla corrente… Ancora ventisei ore e ci siamo…TO BE CONTINUED…

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Dieci anni del nostro tempo

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Giorno 241.

In questi otto mesi di viaggio, ogni volta che volevamo festeggiare una ricorrenza, ci siamo sempre ritrovati in posti più o meno sperduti, senza buoni ristoranti o alberghi anche solo un po’ più che decenti.

Il 2 maggio, sono dieci anni che stiamo insieme. In questo periodo ci e’ successo più o meno di tutto, abbiamo passato tempi molto felici ed altri meno, questi ultimi quasi sempre per colpa mia. Giulia dice che sono molto meno bravo di quello che sembro, e se lo dice lei che mi conosce bene, forse c’e’ da crederle…Per fortuna abbiamo saputo mantenere vivo l’amore e la passione che ci legano, oltre che il modo comune d’intendere la vita ed il sogno che stiamo vivendo. Ci siamo compenetrati a tal punto che spesso ci troviamo a ridere di quanto io sia diventato simile a lei, e lei a me. La convivenza ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, non ci ha stufato, anzi sta rendendo il nostro legame sempre più forte, tanto da farci chiedere se sarebbe ancora possibile trascorrere anche un solo giorno l’uno senza l’altra. Questa comunanza d’intenti e di pensiero, unita agli insegnamenti ed all’esperienza totalizzante del nostro viaggio, ci ha permesso di festeggiare questo decennio trascorso insieme dormendo in una stanza sudicia, rintanati sotto la zanzariera per evitare l’assalto degli scarafaggi, dopo una cena frugale in una delle tante bancarelle della città portuale di Samarinda, senza dispiacercene più di tanto. Quello di non dare più nessun peso all’etichetta ed alle forme e’ uno dei grandi benefici che ti deriva dal viaggiare senza meta e in economia, accettando tutto quello che succede con un’alzata di spalle o una risata. Così, entrare a piedi nudi in un bagno comune di dubbia pulizia, lavarsi con l’acqua del fiume, mangiare con stoviglie appena sciacquate, dormire su materassi di fortuna accanto a perfetti sconosciuti, diventano cose del tutto normali, come lo sono le facce asiatiche di cui siamo giornalmente circondati, o il mangiare riso piuttosto che pasta.

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Il fattore tempo e’ sicuramente fondamentale. Mai come quando ne hai in abbondanza, ti accorgi di come a casa, con il lavoro che preme per soddisfare il bisogni materiali e gli impegni mondani, il proprio tempo non sia mai abbastanza e ti ritrovi a vivere il poco che hai a disposizione di fretta, senza godertelo ed apprezzarlo veramente. Ti accorgi che esso e’ la principale ricchezza dell’uomo, che spesso lo ignora. In viaggio ti alzi quando ti pare, mangi quando hai fame, vai a dormire quando fa buio. Semplice e bellissimo. Capisci perfettamente quanto poco possa bastare per un vita felice: pochi soldi, un’anima gemella e soprattuto tanto tempo da trascorrere insieme. Non stupisce che nell’Asia dei villaggi, dove la vita scorre ancora al ritmo della natura, persone che vivono con poco abbiano negli occhi una serenità e rilassatezza che in occidente sono merce sempre più rara, tra sguardi sfuggenti e sorrisi contriti dalla frenesia della vita urbana. Queste persone hanno tempo da perdere standosene sedute ore a chiacchierare con i vicini sulla veranda di casa oppure, massimo del divertimento, partecipando tutti insieme, giovani e vecchi, uomini e donne, ad improvvisati tornei di pallavolo… mentre noi abbiamo tutto il superfluo ed anche di più, senza possedere la dote essenziale per godercelo: il tempo. Tempo per guardarsi intorno, per pensare, per leggere un libro di milleduecento pagine, per parlare. Ma soprattutto tempo per vivere, davvero.

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Lost

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Giorno 238.

Sull’isola che non c’è una donna dalla pelle scura di nome Marsi ride forte fra denti candidi. In un inglese stentato, parla di se stessa solo in terza persona, e gestisce una pensione di tre camere sull’acqua cui ha dato il nome composto delle tre figlie, Pinades, cioè Pini, più Nadia, più Destri. La sera tutta la famiglia scende in campo e gioca a volano contro il vicinato. Fanno da pubblico lunghi filari di pesce secco che, steso al sole, pazientemente osserva.

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Tutte le notti, un uomo di nome Udin aspetta in spiaggia, avvolto in abiti pesanti per sfuggire l’umidità dell’attesa. Va a caccia di tartarughe e le aiuta a partorire, in un travaglio di fatica strisciante e di buchi nella sabbia, sotto il peso di un guscio da cento chili. E poi nasconde le uova per mesi, fin quando la vita e’ pronta a schiudersi. Allora apre la strada a decine di piccoli esseri in corsa libera verso il mare. Vi assisto come a un privilegio e non resisto all’emozione di sfiorare una di quelle creature indifese, per scoprire una sorprendente forza vitale che si dibatte sul palmo della mia mano. Il richiamo istintivo dell’acqua.

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Sull’isola che non c’è nessuno capisce l’inglese, ma tutti chiacchierano con te volentieri dando per scontato che tu comunque intenderai quello che ti stanno dicendo. I bambini corrono nudi e scalzi sulla sabbia dell’unica strada che attraversa il villaggio. E ti chiamano, e ti salutano, mentre cuociono un pesciolino ancora vivo su una griglia improvvisata. Nell’afa del pomeriggio la gente si stende a pisolare all’ombra delle case, mentre in giro scorrazzano indisciplinate bande di marmocchi urlanti che si rincorrono liberi da ogni controllo e da qualsiasi pericolo. La sera si ritrovano, come a un evento, per guardare un film chiassosamente insieme. Qualcuno lo manda in videoproiezione sul muro d’una casa, peccato che sia in cinese con sottotitoli indonesiani, quando la metà di loro e’ troppo piccola per capire, figuriamoci per leggere.

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Al tramonto si consuma il rito del torneo di Beach Volley, dove uomini che si sentono donne, sfidano fra battute piccanti altri uomini che si credono uomini, e che per orgoglio maschile sentono di dover assolutamente vincere contro la squadra omosessuale del villaggio, ma che puntualmente escono sconfitti da una spudorata superiorità tecnica. Come sia accaduto non so, ma mi ritrovo in campo nella squadra dei gay, scelta a tutti i costi dal capitano Eki, un Mimi’ Ayuara indonesiano soprannominato la regina dell’isola. Crede di essersi appena aggiudicato una stella straniera, ma scoprirà presto di aver acquistato un biglietto scaduto, una penalty zoppicante che evita la sfera come se fosse infuocata. Persa in uno slancio di buona volontà, mi sbuccio a sangue un ginocchio e ripenso a tutto il tempo sprecato in corsi di pallavolo, nella speranza di acquisire una coordinazione che non padroneggerò mai nella vita.

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L’isola che non c’è e’ lontanissima da raggiungere, e quando ci arrivi piove tutte le sere, ma in una luce argentata che regala tramonti irreali e cascate arcobaleno. La luna piena rivela atolli di sabbia durante la bassa marea che di giorno si trasformano in lingue di spiaggia abbaglianti su cui passeggiare lontano, in mezzo all’oceano, e sentirsi un puntino nel mare, oppure Mose’ su una secca.

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Ogni giorno scopriamo un mondo sommerso che luccica nelle scaglie variopinte di migliaia di pesci, e ti rende facile capire e immaginare perché la vita sia iniziata proprio qui, da queste vastità liquide in continuo movimento. Decine di tartarughe giganti mangiano lattughe nel prato d’acqua proprio sotto il nostro bungalow, mentre noi praticamente ci dormiamo sopra. In un lago salato sull’isola accanto, le meduse proliferano a migliaia, ma senza pungere, e quando ci fai il bagno accanto solleticano il tuo corpo, regalandoti la morbidezza inattesa di un contatto che fin da bambino ritenevi proibito. Il rift sprofonda negli abissi con una ripida parete di coralli, un salto di duecento metri che si perde nel blu profondo, tanto intenso da far vertigine.

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E poi c’è un Greg entusiasta che parla con donne dal viso sbiancato perché vuole imparare la lingua. Fa un sacco di foto, ispeziona la spiaggia con la pila e aiuta a raccogliere uova di tartaruga. In un pomeriggio di bassa marea si mette a nuotare tutto intorno all’isola, come un satellite farebbe con il suo pianeta. Perché lui è il classico tipo che non può vivere senza aver provato tutto. Mentre John si fa tagliare i capelli da un Udin improvvisatosi barbiere, sale sulle palme in caccia di cocchi come farebbe un bambino del villaggio, e nel tentativo si scortica le braccia, ma non si lamenta perché parla poco e ama sperimentare la vita con una calma invidiabile per i suoi vent’anni. E la sera, coi russi Yulia e Vladimir, si cena tutti assieme da April, il ristorante più rustico dell’isola, dove un uomo accucciato usa un ventilatore per arieggiare la grigliata di pesce.

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Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e prendono posto prepotentemente nella tua mente. Pensieri felici circondati dall’acqua, dove solo l’orizzonte e il mare segnano un confine. Nell’oasi del mio cuore ci sono infinite facce, come i lati di un cerchio. Perché poi non esistono luoghi perfetti, ma solo persone e situazioni che li rendono tali. Se questo luogo esistesse davvero per me sarebbe l’isola di Derawan……

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