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Ascesa al Castello

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Giorno 543.

Se e’ vero che le Ande sono la spina dorsale del Cile, la regione dell’Aysen ne è il cuore. La Cordillera domina il paesaggio che lentamente, come un regalo, si spacchetta sotto i nostri occhi. Dalle steppe orientali, ai sinuosi fiordi che sfociano nell’oceano pacifico a ovest. Nel mezzo un susseguirsi di laghi abbaglianti, vette granitiche e praterie minimaliste. Ad una estancia ne segue un’altra. Alle pecore, che a volte sbarrano il cammino, succedono le mucche e qualche cavallino felicemente brado. È la terra dei gauchos, infinita, vuota. La capitale è lontana da qui e tutto è rarefatto. A Villa Castillo sembra di ritrovarsi tra i pionieri. Due strade di polvere si incrociano in un paese di “chapa”. Un solo negozietto, e pochi turisti che si fermano. La maggior parte prosegue guardando dal finestrino il maestoso profilo del Cerro Castillo, chiedendosi come si chiama. Noi domani lo scaliamo.

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Ci sistemiamo in una stanzetta patchwork poco più grande di un letto a due piazze. I muri sono un guazzabuglio di colori e materiali riciclati provenienti dalla vecchia scuola, incollati insieme alla meglio. Di notte scricchiolano al vento. Il posto però e’ pulito, e Doña Luna, la signora che lo gestisce, e’ una persona gioviale e piena di vita. Suo marito, il pacato Danilo Senior, cammina lentamente, guarda i suoi tre cani con amore e parla borbottando come una pentola di fagioli. Non capisco quasi nulla, ma sorrido ed annuisco. Mi sembra un vecchio nonno burbero e mi fa una certa tenerezza. Ancor di più quando passerà la notte a cercare con una lampada la scarpa da ginnastica di Fede che uno dei suoi adorati cani avrà deciso di usare come stuzzicadenti. Poi c’è la figlia, lavora con ragazzi portatori di handicap e, per punirla della sua pazienza, la sorte le ha inviato in dono un figlio terremoto e tempesta, chiamato per ossimoro Danilo Junior. Un piccolo e viziato spacca timpani, spacca coglioni, spacca tutto insomma.

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L’ombra del Castello incombe sul villaggio. Il percorso e’ difficile, forse il più duro che abbiamo affrontato fino ad ora. Lo sappiamo anche grazie alle recenti notizie di cronaca che riportano la morte di una ragazza israeliana avvenuta alcuni mesi fa su questo stesso sentiero. Doña Luna, che ha collaborato attivamente alle ricerche rifornendo i volontari di caffè caldo e coperte, non ci risparmia i dettagli. Così, con un briciolo di apprensione ed un occhio al tempo, ci prepariamo alla nostra Odissea. Ma la fortuna e’ dalla nostra ed il cielo stupendamente terso e limpido. Al primo accampamento troviamo due francesi nudisti che si lavano nel torrente. Baptiste e Teotine, cugini marsigliesi, affrontano la traversata con uno zaino da venticinque chili, una caffettiera italiana ed un’accetta per la legna. Perché nel bosco non si sa mai di cosa puoi aver bisogno. Cerchiamo di imitarli, ma l’acqua e’ così gelida che i denti sembrano spezzarsi quando li laviamo. Riusciamo a malapena a sciacquare qualche pezzo di corpo, un po’ come fare il bagno a rate. Ci asciughiamo accanto al fuoco e andiamo a dormire come gatti arruffati.

La mattina ci aspetta la tremenda scalata. Il sentiero, che non e’ nemmeno un sentiero, ma una pietraia nuda punteggiata da bandierine da seguire come mollichelle di pane, si inerpica sulla montagna puramente verticale. Fino alla cima non si incontra nemmeno una goccia d’acqua, ma noi compensiamo abbondantemente la carenza di liquidi mangiando bacche colorate lungo il cammino. Scaliamo rocce instabili su uno sfondo da vertigine, poi sprofondiamo nella ghiaia friabile. Sono necessari due passi in salita, per avanzare di mezzo. E’ come quando da bambino corri sulle scale mobili al contrario. Per ben due volte perdiamo le tracce del sentiero immaginario che ci condurrà verso il Castello dei cieli. Penso alla povera israeliana e non invidio i francesi che ci seguono molto più a valle con la pazienza di chi trasporta un fardello da cinquanta chili in due.

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In cima i condor volteggiano bassi nel vento, tanto vicini da scorgerne il profilo gibboso e l’anello di piume bianche intorno al collo. Assaporiamo il panorama della valle, mentre alle nostre spalle si staglia il massiccio granitico del Castello con la sua lingua di ghiaccio che si scioglie nella laguna sottostante. L’acqua e’ verde smeraldo e ha la forma di forma di goccia, come una pietra preziosa incastonata nella roccia. Il sangue pompa ancora forte nelle orecchie ed il cuore e’ un tamburo che rimbalza. Ma la fatica scompare in un istante, perché tutto ha un senso in questa vita.

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Ritornati in paese ci prendiamo un giorno di vacanza e facciamo un salto alla caverna delle mani, a tre chilometri dal paese. Non ne sapevamo nulla, ma Doña Luna ce ne parla con tanto entusiasmo, che decidiamo di andare a vedere. Al suo interno, sulle pareti, ci sono decine di piccole mani disegnate. Se non fosse che si tratta di un sito archeologico Patrimonio Mondiale dell’Unesco verrebbe da pensare che poco prima di noi sia passato un gruppo di ragazzini che si è divertito a usare stancil e bombolette, ma non è così. Le mani sono quelle degli indigeni vissuti in queste zone tra i dieci e i tredici mila anni fa. Gruppi di cacciatori nomadi che si sono spinti tanto a sud seguendo le migrazioni degli animali e che in questo piccolo canyon baciato dal sole hanno lasciato la loro traccia, forse come testimonianza di un rito di passaggio dall’età infantile a quella adulta. Il sole del pomeriggio rimbalza nella valle incendiando il colore rosso vecchio di secoli. C’è un silenzio totale in questo luogo. Probabilmente, all’epoca, la Patagonia non era molto diversa da com’è oggi.

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