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Benvenuti in Indonesia!

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Giorno 233.

Le operazioni di sbarco e imbarco al porto di Tawau si svolgono in un clima da bolgia dantesca. Sotto un sole cocente, uomini sudati come bestie spostano sacchi e scatole enormi come formiche impazzite, dal traghetto al molo, dal molo al traghetto, senza sosta. I passeggeri sono pochi, e’ più una transumanza di merci che di esseri umani. Le condizioni del barcone sono davvero poco rassicuranti, per cui ci prepariamo al peggio, infilando alla svelta tutte le nostre cose di valore nella borsa impermeabile… siamo pronti al naufragio.

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Dopo quattro ore di navigazione arriviamo sorprendentemente incolumi a Tarakan, la nostra prima tappa in Indonesia, provincia del Kalimantan Orientale. Isola del Borneo. Cerchiamo alloggio insieme a Greg, un ragazzo francese conosciuto in nave. Le sistemazioni economiche sono poche, e quelle poche sono occupate. Merda. Poi ci imbattiamo in Uri. Per nostra incredibile fortuna e’ una delle uniche due couchsurfers della città, e si offre di ospitarci a casa sua, dove vive con la sorella e il di lei marito, oltre ai nipoti, quattro bambini tra i tre ed i dodici anni. Il maggiore, nonché unico maschio, Fandy, e’ un ragazzino di un intelligenza e di una sensibilità artistica fuori dal comune. Parla fluentemente inglese, cosa piuttosto rara da queste parti, dipinge e suona il piano. Le due sorelle di mezzo, la contrario, sono vivacissime bestiole selvatiche, di una bellezza disarmante, che saltano gridano e corrono, mettendo a dura prova l’innata pazienza del fratello. Ma la più piccola, Amira, e’ un vero terremoto perenne, che ci disintegra le orecchie per due giorni con la sirena di un camion dei pompieri giocattolo. Greg ed io decidiamo una notte di sottrarle le batterie di nascosto, visto che la simpatica bimbetta ha il vizio di svegliarsi alle quattro di mattina e mettersi a giocare con il suddetto. Svegliando anche noi…

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Giulia condivide il materasso con Uri, mentre io e Greg ci spartiamo il pavimento della stanza in cui la sorella di Uri, ostetrica, riceve le donne incinte, con tanto di ferri del mestiere in bella vista. Praticamente, dormiamo in sala parto. Ci intrufoliamo nella vita quotidiana di questa famiglia stupenda ed ospitale. Decisamente un approccio poco convenzionale a questo nuovo paese, che fin dal primo momento si rivela essere di gran lunga il più accogliente di tutti quelli visitati fino ad ora, probabilmente anche in relazione al fatto che i turisti sono pochi e la gente mantiene una spontaneità che altrove e’ andata via via perdendosi. A Tarakan siamo gli unici stranieri in circolazione, e l’effetto bancomat umano e’ piacevolmente inesistente. La maggior parte dei turisti che si recano in Borneo, del resto, preferisce visitarne la parte malese, più organizzata in termini di trasporti e infrastrutture, ma decisamente meno interessante. Molti altri trascurano le aree periferiche dell’arcipelago indonesiano, a vantaggio delle regioni più famose in occidente, tipo Bali. Anche se dopo l’11 settembre e gli attentati di Bali stessa dell’anno successivo, il numero dei viaggiatori e’ drasticamente calato in tutto il paese. Non dimentichiamo che stiamo parlando del più grande e popolato stato musulmano del pianeta. Meglio per noi comunque, che possiamo godere dell’ospitalità disinteressata di questo magnifico popolo.

Con Uri e le sue amiche passiamo due giorni illuminanti per quanto riguarda la vita reale Indonesiana, tra una partita a Badminton nel cortile di casa, qui un passatempo superpopolare, e una passeggiata al parco locale dove vengono protetti alcuni esemplari di scimmie Nasiche. Ci dedichiamo anche al Karaoke, nel quale le ragazze eccellono. Io mi esibisco in una versione poco memorabile di My Way, mentre Greg osa addirittura cimentarsi in un pezzo indonesiano di cui ignora totalmente parole e musica. Giulia per l’ennesima volta tace, ma forse e’ meglio così…

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Il momento topico si rivela essere la festa per la nascita della figlia di amici, un battesimo casereccio, al quale naturalmente siamo invitati come ospiti d’onore. Pranziamo seduti sopra un tappeto al centro della sala, sotto lo sguardo curioso della nonna dell’infante, vestita completamente di nero che in terra d’Islam non è simbolo di lutto, ma di festa. Durante l’omaggio alla piccola neonata, ci si scambiano inchini e saluti, mentre le buste con le offerte scorrono di mano in mano, fino a scivolare elegantemente in una Louis Vuitton laccata di vernice rossa, sapientemente custodita dalla zia della piccola festeggiata. Intanto la musica, effetto party, rimbomba nel vicolo, ma non c’è traccia d’alcool, siamo tra muslim…

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Uri e sua cugina si presentano agli amici tutte velate e con abiti molto casti, salvo poi andarsi a cambiare per l’uscita pomeridiana. Anzi, la cugina, madre di due figli, ha addirittura atteggiamenti civettuoli nei confronti di un Greg meravigliato e compiaciuto, visto che la ragazza, senza velo e con gli shorts, e’ anche piuttosto carina. Ci chiediamo cosa ne penserebbe il marito, scherzando con il nostro amico sulle conseguenze tragiche che potrebbe avere un suo gesto audace…per sua fortuna la serata si conclude con un nulla di fatto, il gelosissimo marito non saprà mai nulla del sottile corteggiamento, ed il suo machete resterà nel fodero.

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Iniziamo anche a scoprire alcune prelibatezze locali, di cui la mia preferita e’ senza dubbio lo shake d’avocado con ghiaccio, latte condensato e sciroppo al cioccolato. Provare per credere. A Tarakan pianifichiamo la nostra prossima tappa, l’isola di Derawan, che sembra essere un posto paradisiaco…

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Capodanno in salsa Miao – Parte 2

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Giorno 87.

Il villaggio della nostra famiglia adottiva e’ disperso da qualche parte nelle montagne boscose intorno a Leishan. Qualche casa in tutto, per la maggior parte in legno vecchio, reso scuro ed umido dal tempo. C’è un gran fermento in giro, si sente l’elettricità nell’aria, quella prima delle feste. Le famiglie si preparano per le mangiate pantagrueliche e con cura predispongono fuori casa un arsenale di fuochi d’artificio, minacciosi e ben allineati. Nei cortili le donne si lavano i capelli nelle bacinelle, altre preparano focacce di colla di riso, battendole con un pesante martello di legno, quando la cucina diventa fatica. Sono tutti intenti a pelare, a spennare, mentre il buonumore dilaga. I parenti di Ley hanno comprato tre maiali per l’occasione e domani sara’ il gran giorno della macellazione, rigorosamente fatta in casa. Nonostante l’invito a fermarci, saremo già lontani, per mia fortuna.

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La casa e’ lontana dalla strada, un sentiero di cemento battuto scende in mezzo alle terrazze di riso per alcune decine di metri. Il marito di Ley sta costruendo una nuova abitazione per i genitori, proprio accanto a quella vecchia che cade letteralmente a pezzi e che a lavori ultimati verrà misericordiosamente abbattuta. I genitori sono contadini di una volta, producono da soli quasi tutto ciò che consumano, dal riso al tabacco, dalla legna da ardere al peperoncino, e sono decisamente orgogliosi del figlio, si vede: con immensi sacrifici devono averlo fatto studiare ed oggi è un architetto con una buona posizione ed una moglie Han. Il padre e’ un uomo di mezz’età dal sorriso ampio e la giacca rattoppata, che siede a disagio sul divano nuovo, ancora fresco di celofan, forse il primo della sua vita. La madre e’ minuscola, indossa una casacca turchese di velluto ricamato a mano e copre l’elaborata acconciatura tradizionale con un asciugamano da bidè, credo per non sporcarsi i capelli in cucina. Se lo sfila raramente e solo per farsi fotografare. Pranziamo nella vecchia casa, su minuscole panchette di legno, in una stanzetta buia ed annerita dal fumo, l’unica con il riscaldamento centralizzato, costituito da una grossa stufa a legna posta al centro che usiamo anche come tavolo. Zuppa di anatra, pollo con verdure e riso bianco, appesi alla pareti intorno a noi penzolano peperoncini e patate dolci. Il pranzo e’ gustoso anche se la carne e’ molto grassa, ma a loro sembra piacere così soprattutto la pelle che io invece trovo durissima e quasi immasticabile. Continuo a sorridere e ad inghiottire i bocconi interi.

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Hau Hau ha due anni, non parla e barcolla quando cammina, ma usa l’iPhone e ama la “danza”. Cerca sul cellulare di sua madre Ley un videoclip di musica tecno-cino, decisamente tamarra, e si diverte ad imitare i ballerini, mentre sgambettano sullo schermo in improbabili completini verde fosforescente e giallo limone. Alza il volume a stecca, saltella qua e la ad un ritmo incessante e psichedelico, batte le mani e si butta per terra quando anche i suoi beniamini lo fanno. Va avanti così per ore, copiando le mossette come un artista consumato, sempre e solo la stessa canzone che spacca i timpani (e le balle) a tutti quanti, familiari compresi. Poi, alla duecentesima volta che la scena si ripete, quando il cellulare ormai e’ scarico ed è pure ora di finirla perché il pranzo e’ servito, lui piange disperato. I nonni hanno appena preso un cucciolo di cane spelacchiato e puzzolente, e lui per consolarsi si mette a strapazzarlo senza pietà, come un uovo al tegamino. Lo seguo con lo sguardo, preoccupata perché credo che lo farà cadere nella stufa e ci toccherà mangiarlo a cena. Questo bambino e’ un toro. Un’ora prima, mentre suo zio lo sorvegliava, e’ caduto dal sentiero di cemento dietro casa e si è scorticato mezza faccia, ma non ha quasi versato una lacrima. Suo nonno, intento a spennare l’oca, e’ accorso fulmineo e con mano sapiente ha coperto la ferita con foglie di tabacco fresche, appena tritate. Incredibilmente ha smesso subito di sanguinare.

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Dopo pranzo vado a fare due passi dietro casa, dove trovo Hau Hau tutto solo nel luogo in cui poco prima si è spaccato la faccia, mentre grida ed indica agitato verso la cima del sentiero. Apprensiva, lo stringo per mano e lo accompagno su per la salita, per capire cosa sta cercando. Troviamo il suo cucciolo pancia all’aria, tra le zampe di un altro cane adulto e ringhiante. Hau Hau si dibatte dalla mia stretta, vuole salvare il suo amico! Cazzarola non so che fare: mentre cerco di afferrare il cagnetto, senza lasciare la mano del bambino per evitare che si butti di nuovo giù dalla scarpata e senza farmi mordere dall’altro cane, Hau Hau parte all’attacco vorticando calci e pugni al cattivone e riuscendo a fargli mollare la presa. Giustizia e’ stata fatta, sollevata e sbigottita della grinta dimostrata dal mio nuovo piccolo amico, trascino via entrambi prima che sopraggiunga qualcos’altro a guastarci il lieto fine. Hau Hau dal canto suo pare molto soddisfatto.

La nostra famiglia passa il pomeriggio a spadellare, affannata nei preparativi del grande party notturno. Tutti cucinano uomini compresi, mentre le donne a turno si preparano indossando gli abiti tradizionali di ciniglia blu e si acconciano le chiome in enormi pomodori, puntati sul capo con sgargianti fiori di plastica e pettinini d’argento. In realtà si aiutano con capelli finti, lunghe code di cavallo che incrementano i volumi, come una specie di push up. Noi ci leviamo di torno per lasciarli lavorare, seguiamo il padre di Ley nei boschi, alla ricerca di fantomatiche ghiande, un po’ nocciole un po’ castagne, che non riusciremo mai a trovare. Il vecchio sembra quasi intimorito dalla nostra presenza, dall’impossibilità di comunicare con noi, e quando gli spieghiamo a gesti che intendiamo tornare al villaggio, mi pare quasi sollevato. L’aria e’ satura di umidità, la nebbia inizia a salire dal fondovalle e fa sembrare la vegetazione ancora più folta, camminiamo su tappeti di foglie morte e ghiande cadute. Attraversiamo il villaggio e le risaie, passiamo accanto a una famiglia che sta macellano un capretto, cammino ad occhi bassi, non voglio vedere l’agonia della bestiola, mi basta il suo belato.

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Tradizionalmente la festa propiziatoria del nuovo anno coinvolgeva l’intero villaggio. Oggi ogni famiglia fa per conto suo, ma tutte con le stesse regole. Tre cose devono abbondare come buon auspicio per l’anno a venire: i fuochi d’artificio, il cibo e gli invitati. Al nostro party arrivano almeno cinquanta persone dalla città, tutti coi SUV, tutti troppo eleganti per finire stipati nel futuro salotto dell’edificio ancora in costruzione, coi divanetti di vimini appena usciti dal celofan. Le donne affondano nel fango sul loro tacco dodici e quando chiedono dov’è il bagno le immagino scarpinare nel buoi, in mezzo alle risaie ed alla merda di gallina, fino alla latrina. I petardi scoppiano senza sosta, nel nostro cortile, nei cortili delle altre case del villaggio, nei cortili di tutte le case di tutti i villaggi della valle. I fuochi di artificio brillano enormi sopra di noi, illuminando la campagna, a dimostrazione del fatto che questi cinesi con il kit del piccolo piromane sanno quello che fanno. Per oltre un’ora, sembra una gara o una guerra. I maiali impazziti, nell’ora dell’ultima cena, cercano di fuggire dalla porcilaia, senza risultati.

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Passiamo la serata tra giocatori incalliti di mahjong e vino bianco distillato in casa che la vecchia madre fa tracannare a tutti i convitati dalla stessa tazza sbeccata, mentre intona canti antichi. Nemmeno ora ha tolto il suo asciugamanino. Il cucciolo, terrorizzato dai boati, e’ stato rinchiuso in una gabbia, mentre Hau Hau spadroneggia tra gli ospiti. Fede seduto accanto al padre non riesce più a sganciarsi, il vecchio continua a farlo bere e brindare, mentre lui sfoggia un sorriso forzato, gridando “campai”. Lo vedo fingere quando può, ma l’uomo gli rabbocca in continuazione il bicchiere, temo per la sua incolumità. Poi la musica si spegne, gli amici se ne vanno, troviamo un passaggio per la città. Il padre ci accompagna fino alla strada, non vuole lasciarci andar via. Non la finisce più di abbracciarci, di salutarci, di ringraziarci, di cosa poi quando siamo noi ad essere commossi da tanta ospitalità. Aspetta con noi finché il mega SUV non viene a caricarci. Mentre saliamo in macchina il vecchio è ancora li, al buio, con la sua giacca scucita, alla cima del sentiero che ci saluta con la mano. Sta piangendo.

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Capodanno in salsa Miao – Parte 1

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Giorno 86.

Nonostante uno stato di forma precario, usciamo dall’albergo di buon mattino per un’allegra escursione di giornata. Il nostro piano e’ raggiungere Leishan, un villaggio a pochi chilometri da Kaili, per assistere ai grandi festeggiamenti in occasione del Capodanno Miao. Con nostra immensa gioia, cade proprio in questi giorni e, solo per quest’anno, assieme ad un’altra ricorrenza importante, che non abbiamo capito bene cos’è, sappiamo solo che si festeggia ogni tredici anni. Siamo in una zona di minoranze etniche, soprattutto Miao e Dong, e una delle “cose da fare” da queste parti e’ vagabondare tra remoti villaggi per incontrare da vicino una cultura che sta scomparendo. Essere qui in occasione del Capodanno e’ un colpo di fortuna, un po’ meno per il tempo, freddo e nuvoloso già da qualche giorno. Scopriamo il significato del termine metereologico inglese “drizzle”.

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Mentre ci barcameniamo come al solito per trovare il bus giusto, interrogando chiunque ci capiti a tiro, urlando il nome “Leishan” con fare interrogativo, veniamo aiutati da Ley, una ragazza con tacco dodici e piumino bianco, che parla un ottimo inglese. È di origine Han e non è di queste parti, ma ha sposato un ragazzo Miao. Viaggia con suo padre, appena arrivato da Chongqing, per unirsi alla famiglia del marito in occasione dei festeggiamenti. Pare che la festa sia una cosa seria da queste parti, con decine di ospiti tra amici e parenti, in onore al motto “piu’ si e’, piu’ fortuna si avrà durante l’anno venturo..” Probabilmente le siamo simpatici, perché ci invita a casa sua, ospiti a cena e per la notte. Pare che sfoggiare al party due invitati stranieri sarà per loro di buon auspicio. Siamo un po’ indecisi, sono ancora raffreddato marcio e sicuramente nel villaggio non ci sono tutti i confort che vorrei, soprattutto in termini di riscaldamento, ma decidiamo di accettare, in fondo quando ci ricapita… Prendiamo appuntamento per le cinque, così, mentre Li e suo padre fanno compere, abbiamo la possibilità di assistere alla parata, dove gruppi di uomini e donne dei vari villaggi sfilano per le vie della cittadina in abiti tradizionali.

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La manifestazione e’ organizzata tipo Palio o Sagre: una sfilata in costume che va a terminare in una specie di anfiteatro, con gradinate di legno stracolme di gente che spintona per salire e prendere posto, cui segue l’esibizione vera e propria da parte dei figuranti che intrattengono il pubblico con canti e danze. All’interno dello stadio si accede solo con regolare biglietto, che naturalmente noi non possediamo..non esiste una biglietteria e nessuno e’ in grado di dirci dove procurarcelo. Proviamo a fare un po’ di pressione all’ingresso, sperando di impietosire le guardie grazie alle nostre facce da laowai ma, a quanto sembra, i soldati dell’Esercito di Liberazione Popolare sono incorruttibili. Decidiamo quindi di fermarci a guardare l’arrivo del corteo lungo la strada, e poi vedere il da farsi. Mentre aspettiamo, il solito gruppo di cinesi inizia a scattarci duemila foto, costringendoci a pose tipo Brad Pitt e Angelina Jolie, in abiti da trekking, al Festival di Cannes…la bellezza, e la mia barba, hanno un prezzo. Hanno anche dei vantaggi, dato che i nostri nuovi amici, per sdebitarsi del servizio fotografico gratuito, ci procurano due biglietti per lo spettacolo. Arriva finalmente la sfilata in un’esplosione di colori, mentre milioni di campanellini tintinnano nel freddo cielo grigio-inverno. Donne cornute incedono nei loro abiti colorati, sotto pesanti corone intarsiate, uomini in turbante suonano tamburi e lunghi flauti ricavati in canne di bambù, mentre i bambini danzando a ritmo in mezzo alla colonna.

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Quando proviamo ad entrare per goderci lo spettacolo dai nostri preziosi posti in prima fila, arriva a sorpresa, il “china moment” del giorno: lo stadio e’ già pieno, sono stati fatti passare anche i “portoghesi” senza biglietto, e adesso la polizia non lascia più entrare nemmeno la luna, con o senza ticket. Aspettiamo un po’ all’ingresso, tra altre decine di cinesi muniti di regolare lasciapassare, incazzati come iene. Quando abbiamo quasi perso la speranza, le guardie decidono di mandare a quel paese le misure di sicurezza ed esaudire le nostre preghiere. Entriamo, e ci guardiamo lo show da sopra le teste dei nostri vicini, per fortuna i Miao non sono degli spilungoni…

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Si fanno le cinque e ci troviamo puntuali con Ley, che nel frattempo ha comprato due divani, un televisore al plasma, dieci scatole di fuochi d’artificio Made in China, quindi pericolosissimi, un fiume di casse di birra, due tavoli professionali per giocare a Mahjong. Insomma, tutto il necessario per un party in grande stile. Ma si e’ fatto tardi e i nostri amici decidono di fermarsi a dormire in paese. Ci sistemano per la notte nell’albergo di un amico, o almeno così dicono, per cui non si paga la camera, no problem. Alle nove del giorno dopo ci passeranno a prendere per andare al villaggio, puntuali che c’è da festeggiare, e non si può più perdere tempo…

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Beijing

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Giorno 14.

Pechino e’ separata dallo Hunan da circa 22 ore di treno. Sulle note immortali di “The dark side of the moon”, osserviamo il paesaggio cambiare: dalle montagne subtropicali verde intenso, alle pianure settentrionali che sembrano quasi casa, con i campi di granoturco intervallati dai pioppeti e dalle file dei salici. Prima di dormire, familiarizziamo con una famiglia cinese, con cui cerchiamo di intavolare una piccola lezione di lingua. Ci insegnano divertiti alcune parole in mandarino, ridendo ai nostri errori di pronuncia ed alle nostre feroci storpiature. Rompiamo il ghiaccio e forse con questi cinesi iniziamo a capirci…

Per non sentirci diversi da loro, azzardiamo per cena una gustosa, e salutare, zuppa istantanea proveniente dall’immenso mercato di cibi pronti e liofilizzati che affollano bancarelle e supermercati. Eccone brevemente la ricetta, così come l’abbiamo faticosamente appresa per emulazione dagli altri commensali: apri il barattolo di cartone, tipo popcorn, che contiene i noodels liofilizzati, la posata di plastica e tre misteriose bustine sottovuoto. Aggiungi il contenuto delle buste, rispettivamente: verdure liofilizzate che sembrano alghe, e va beh, mix di spezie più o meno piccanti a seconda del colore del barattolo scelto, e li va a culo perché non si capisce nulla a guardarli da fuori, ed infine il cuore della zuppa, contenuto nell’ultima bustina, il concentrato di pollo o di manzo, certamente preparato con le parti migliori del pollo e del manzo, anche se a spremerlo fuori dalla plastica non lo diresti. Copri il tutto con abbondante acqua calda, che non manca mai sul treno dove hanno dei veri e propri distributori, e dopo dieci minuti la zuppa e’ pronta da gustare in tutta la sua genuinità… Mentre affamata la divoro non posso fare a meno di pensare a quello che direbbe mia madre nel vedermi inghiottire questo agglomerato di carne e conservanti. Ma non c’e’ molta scelta e complice la fame non mi sembra neppure così male…

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Scendiamo dal treno in mezzo ad una cavalcata di valchirie tribali.

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A Pechino scopriamo una città immensa, moderna, con un sistema di trasporti molto efficiente. Considerando che la municipalità occupa un’area grande all’incirca come il Belgio, l’ora di metropolitana che ci separa dalla casa di Matteo e Jessica e’ pure poco. Abbiamo contattato questa coppia di ragazzi sardi su Couchsurfing (chi non lo conosce, visiti il sito http://www.couchsurfing.org), e saremo loro ospiti per cinque giorni. Si crea subito un ottimo feeling, Matteo e’ come me, un chiacchierone molto simpatico, mentre Jessica e’ sorridente e precisa, come Giulia. Abbiamo molto in comune con questi due coraggiosi ragazzi che si sono trasferiti a Pechino qualche anno fa per cercare la propria strada. Trascorriamo con loro un periodo molto piacevole, ci introducono nella vita notturna della capitale e nella fauna degli espatriati che la popolano. Ci raccontano come si vive da stranieri in questa smisurata città, i traslochi frequenti, la ricerca del lavoro, i matrimoni dei colleghi cinesi, le gite fuori porta…

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Quello che ci attrae maggiormente e’ come sempre la cucina (strano…), e quella pechinese e’ davvero di altissima qualità. Una sera ci concediamo una cena a base di peking duck, la tradizionale anatra laccata che si consuma avvolgendo le fettine di petto e di coscia in sottili crespelle, insieme al cetriolo e ai cipollotti tagliati a fiammifero, il tutto condito da una squisita salsina agrodolce che enfatizza i sapori. Poiché non si spreca nulla, la parte che resta attaccata alle ossa compone il secondo piatto tradizionale: la zuppa o il fritto, a scelta del cliente. Una vera prelibatezza che ci fa rincasare ebbri di cibo e sazi di felicita’. Procediamo nei giorni seguenti alla scoperta culinaria della città con scorpacciate di ravioli colorati, alla zucca ed alla barbabietola i migliori, ma non osiamo mai fino in fondo, perché in Cina si cucina davvero di tutto: dai serpenti ai bachi da seta, dai cani alle interiora di qualsiasi animale che popoli il pianeta, e in certi casi a dir la verità ci e’ mancato il coraggio… La birra e’ discreta e a buon mercato, anche se lascia un terribile mal di testa che ti ricorda il giorno dopo che tutto e’ finto in questo paese, forse anche il luppolo.

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In questa stagione il clima e’ gradevolissimo, il cielo e’ azzurro, il sole e’ caldo ma l’aria piacevolmente frizzante e le notti fresche. Tutt’altra cosa rispetto all’afa di Hong Kong e dalla pioggia di Zhangjiajie. Beijing ci appare bella ed anche sorprendentemente vivibile, in rapporto alle dimensioni. Piazza Tien’anmen e’ il centro del potere: a sud, il Mausoleo del Presidente Mao, ad ovest, l’imponente palazzo del Parlamento, da cui probabilmente in un futuro prossimo verranno lanciate le divisioni corazzate dell’Esercito di Liberazione Popolare alla conquista dell’universo, e a nord, le mura della Citta’ Proibita, antica residenza degli imperatori del regno di mezzo.

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In un limpido tramonto assistiamo affascinati all’ammaino della bandiera rossa con le 5 stelle. Intorno a noi una calca di cinesi emozionati armati di macchina fotografica e un bimbo che non ce la fa più, si accuccia in mezzo ai piedi degli adulti e fa pipi in piena cerimonia. Alle sette in punto veniamo cacciati dalla piazza, inaccessibile la notte, forse per paura che si possano verificare di nuovo situazioni come quella del 4 giugno 1989, con le manifestazioni di piazza e le contestazioni, ed il ragazzo in camicia bianca che ferma il carro armato. Anche qui, come nell’Unione Sovietica, il sogno di una società più giusta ed egalitaria si e’ schiantato contro le distorsioni del socialismo reale. Passeggiando per l’immensa spianata di Tien’anmen, non puoi fare a meno di pensare a quello che sarebbe potuto essere ma non e’ stato, ed all’eterna propensione dell’uomo ad immaginare un mondo migliore, che purtroppo fa spesso a pugni con la sua innata, ed altrettanto immutabile, incapacità di realizzarlo.

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Per quanto ci riguarda, bighelloniamo in giro per quattro giorni tra palazzi immersi nei giardini, torri ed antichi templi confuciani e buddisti. Ci perdiamo negli hutong, o in quello che ne resta, un dedalo di casette basse e tradizionali, costruite in mattoni grigi, perlopiù prive di servizi igienici, affacciate sui canali che costituivano il cuore dell’antica Beijing. Una volta meraviglia dell’Asia, quest’affascinante città fu ridotta per lunghi anni all’ombra di se’ stessa dagli zelanti bulldozer comunisti che, ansiosi di costruire una società nuova, hanno distrutto quella vecchia, cominciando dalle case e dai palazzi. Tra quello che si e’ salvato dalla furia delle Guardie Rosse, la Citta’ Proibita e’ la massima attrazione turistica di Pechino: chiusa dietro una cinta muraria imponente si snoda in un enorme complesso di padiglioni dai tetti d’oro e giardini rocciosi costruiti nell’arco di 600 anni. Fu la residenza degli imperatori delle dinastie Ming e Qing, nonché scenario degli intrighi di corte fino al 1925, anno in cui l’ultimo imperatore ne venne scacciato definitivamente.

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Ci consumiamo le suole e ci speliamo i piedi per godere appieno di ogni angolo e di ogni scorcio. In un ritmo di visita forsennato, copriamo distanze folli, camminiamo per ore ed ore senza mai sederci, spesso pranziamo in piedi davanti ad una bancarella di spiedini. Ormai Fede e’ coperto di cerotti antivesciche ed ha conquistato il soprannome di “piedi marci”, come un tizio incontrato anni fa alla frontiera del Laos, memorabile per i suoi piedi purulenti. Ma il momento topico di una visita a Pechino deve ancora arrivare e non c’e’ tregua per gli stanchi, nemmeno per i feriti, figuriamoci per i pigri… perché la scalata della Grande Muraglia ci attende.

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