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Così e’ la vita

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Giorno 586.

Fuori dal finestrino una coppia di binari morti invasa dalle erbacce corre impaziente verso nord e il miraggio dell’altopiano boliviano. Chissà quanto tempo e’ passato da quando l’ultimo treno ha cavalcato queste terre. La nostra esplorazione argentina si congeda qui, nel bel mezzo di un deserto rosso come Marte. In quasi tre mesi siamo scesi fino alla fine del mondo, scavalcando montagne, scivolando lungo laghi ghiacciati e, cinquemila chilometri più a nord da quella gelida ultima frontiera, e’ ancora lo stesso paese. Il verde muschioso dei boschi, i bianchi panorami delle montagne innevate, il vento freddo e le brinate dell’estate patagonica sono solo un ricordo, sostituito da cespugli rinsecchiti e distese di cactus che ricreano una scenografia brulla e quasi ipnotica. Non è cambiato invece il carattere degli argentini incontrati ad ogni latitudine di questo paese che pare non finire mai. Stesso temperamento, uguale gentilezza, ed un’esuberanza tutta latina, che finisce per renderli giusto un poco italiani. Ma la Bolivia e’ tutta un’altra storia.

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Varchiamo la frontiera del paese più povero di tutto il continente con una punta di apprensione, retaggio di racconti metropolitani, liberamente tratti dal manuale del viaggiatore, che parlano di poliziotti corrotti che rapinano o ricattano turisti sprovveduti in cambio di un timbro sul passaporto. Buttiamo via tutte le bustine di zucchero e di sale, giusto perché non si creino spiacevoli equivoci, e ci aggreghiamo come pecorelle ad un altro gruppetto di stranieri ancor più spaesati di noi, con una tacita, quanto inutile, promessa di reciproco aiuto in caso di necessità. Mi sento quasi delusa quando alla fine il doganiere ci degna appena di uno sguardo fugace.

Sotto nuvoloni stranamente gonfi di pioggia ci avviciniamo a Tupiza, cittadina alle porte del Salar di Uyuni, dodicimila metri quadrati per dieci miliardi di tonnellate di sale ed un terzo delle riserve di litio del pianeta. Il Salar e’ la seconda meta turistica del continente dopo il Macchu Picchu e l’unico motore economico della zona. La Bolivia e’ spaccata in due tra regione andina, poverissima, e quella amazzonica orientale, fertile, in pieno sviluppo e con tendenze autonomistiche che mirano a non farsi carico dei connazionali più sfortunati. Rigidi come il loro clima, orgogliosi di una vita dura e di una terra aspra, gli abitanti dell’altopiano sono un brusco risveglio dalla socievolezza cilena ed argentina. Ad una semplice domanda spesso rispondo con un solo cenno della mano, come a scacciar via una mosca fastidiosa. Nelle zone turistiche poi cercano di mungerti come una vacca da latte. Non facciamo in tempo ad uscire dalla stazione degli autobus che già una flotta di donne urlanti e floride, in gonnellone a pieghe ed elegante cappellino, cerca di venderci un biglietto per la prossima città. Come se quella che strilla più forte riuscisse a convincerci meglio. Fuggiamo alla rinfusa, ma mentre attraversiamo le quattro vie del centro in cerca di un ostello veniamo presi in ostaggio dalle agguerrite procacciatrici di almeno tre agenzie diverse. Si vede che da queste parti il business e’ un lavoro da donne. No grazie, per ora voglio solo svenire in un letto.

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La stagione delle vacanze non cala mai da queste parti ed ogni giorno orde barbariche di turisti si riversano a fiumi nella salina più grande e più alta del pianeta. E le agenzie ed i tour organizzati sono l’unico modo per attraversare i cinquecento chilometri di deserto che ci separano da qui ad Uyuni. L’alternativa sono un paio di biciclette cariche come carovane di acqua e viveri per non so quanto tempo, come per una coppia di ciclisti duri e puri che incontreremo lungo il percorso. Ma questa esperienza me la tengo per la prossima vita. Così eccoci qui, seduti sul sedile posteriore di un fuoristrada 4×4 con l’abitacolo invaso dalla polvere che entra da qualche maledetta fenditura sotto i sedili, in compagnia di tre francesi simpatici che parlano un ottimo spagnolo, diretti nel bel mezzo di quello che una volta era un mare che si estendeva fino al lago Titicaca.

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Il nostro Virgilio si chiama Nico ed e’ eseguito a ruota dall’inseparabile cuoco Hector. Entrambi accaniti masticatori di coca, ci iniziano al piacere ruminante delle foglie che pare siano miracolose contro stanchezza, fame e soprattutto sindrome di mal di montagna. Passiamo le giornate imbacuccati nelle giacche a vento, con una bolo di poltiglia amara e verde infilato nelle guance, come criceti golosi e congelati.

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Nei primi giorni di avvicinamento al Salar vero e proprio siamo costretti a sveglie tragiche e tappe forzate. La strada e’ lunga e presto si trasforma in una pista per carovane. Attraversiamo villaggi di fango, dove il numero dei lama supera di gran lunga quello delle persone. Tutti sono un po’ freddi ed ostili. I bambini si nascondo timidi contro i muri delle case, lanciano sguardi muti, e persino i lama ci sputano dai loro serragli e si voltano di schiena al nostro passaggio. Forse pensano che non guardandoci scompariremo da dove siamo venuti. Ed hanno ragione.

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I ruderi di un paese fantasma, distrutto da una pestilenza alcuni anni or sono e’ oggi la dimora di demoni sanguinari, almeno così dicono le leggende locali. Il superstizioso Nico pretende a tutti i costi di attraversarlo prima delle cinque di pomeriggio. Dopodiché non garantisce più per la nostra incolumità.

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Le lagune sono sono gemme colorate adagiate nella sabbia. Spiagge bianche, acque blu, turchesi, rosse. Sullo sfondo vulcani spruzzati di neve e centinaia di fenicotteri rosa a rendere il tutto ancora più magico.

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Gli unici alberi che incontriamo sono di pietra ed ognuno sembra uscito da una creazione di Dali’. La spianata dei geyser e’ punteggiata da crateri fumanti che palpitano fango bollente. Per scaldarci nuotiamo nella nebbia di vapori sulfurei che sale dalla profondità della terra.

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Davanti alla piatta vastità dell’altopiano che si srotola come un tappeto, il bianco e’ abbagliante. Nella stagione delle piogge si trasforma in uno specchio che come un miraggio riflette cielo e nuvole creando una sorta di smarrimento nello spettatore. Ma in questa stagione la crosta di sale e’ secca e dura, percorsa da forme esagonali che si incastrano perfettamente l’una nell’altra come le celle di un alveare. Altre volte si incontrano “coltivazioni” infinite di montagne di sale, pronte per il prossimo raccolto.

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Sparse qua e la piccole colline brulle, ricoperte di cactus, spuntano come isole in un mare di latte. In lontananza il profilo di un vulcano sembra una miniatura. Giochiamo con le prospettive, balliamo in un video che Nico gira per noi comandandoci con piglio da regista navigato, giochiamo ai paracadutisti, incontriamo dinosauri e ce la ridiamo da morire.

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Il vulcano si chiama Thunupa ed e’ la madre del Salar. La leggenda narra che un tempo i vulcani fossero esseri parlanti in grado di camminare, tutti di sesso maschile ad esclusione di Thunupa, che per ovvie ragioni rimase presto incinta. Non sapendo chi fosse il padre, i vulcani cominciarono a litigare tra loro, strapparono a Thunupa il figlio e lo portarono lontano, nella piana di Colchani. Gli dei si infuriarono e per punizione tolsero ai vulcani la mobilità e la parola. Così Thunupa, immobile come una roccia, non potendo più andare in cerca del figlio, pianse lacrime bianche che seccandosi generarono l’immenso distesa di sale. Dedichiamo un’intera mattinata alla sua scalata, attraverso piantagioni di quinoa, rossa e matura come la terra circostante, e risalendo pietraie variopinte. Dalla cima, a quattromila novecento metri ci fermiamo e respiriamo sole, freddo e sale.

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La notte e’ un luogo di silenzio e desolazione, pieno unicamente del sospiro del vento che accarezza ruvido le pareti di sale. Nella miriade di punti luminosi dispersi nel cielo nero del deserto, gialla tondeggiante e quasi intrigante, la luna si innalza spuntando dal costone del vulcano addormentato. La distesa di sale si trasforma in uno specchio d’argento e le bandiere volano nel vento.

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A tre km dal villaggio di Uyuni, nel bel mezzo del nulla, giace il cimitero dei treni. Come siano giunti a morire in questo luogo non è dato sapere. Certo è che i binari nascono e terminano nella sabbia dopo poche centinaia di metri, lo spazio minimo per contenere qualche decina di carrozze corrose ed un paio di locomotive arrugginite. I cimiteri incutono sempre un vago timore, misto ad un sentimento di rispetto e pietà, e la vista di questi grandi pachidermi di metallo destinati a dissolversi indisturbati nel silenzio, per reincarnarsi in nuove opere meccaniche, non fa certo eccezione. Le vecchie carcasse d’acciaio giacciono abbandonate a se stesse come i resti di chi scompare consumato dalla polvere, ma non senza un certo senso dell’umorismo. Una vecchia locomotiva a vapore riporta sui fianchi di ruggine una scritta di vernice bianca in caratteri cubitali : Cercasi meccanico con esperienza… Así es la vida…

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Supernatural

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Giorno 577.

L’Argentina ti sorprende sempre. E non solo per i prezzi che lievitano a vista d’occhio per via della scellerata politica monetaria del governo di Cristina Kirchner. E nemmeno per la somiglianza della Presidenta con l’uomo che ha dominato la scena politica italiana negli ultimi vent’anni: populismo e faccia di plastica vi ricordano qualcuno? Le sorprese a cui mi riferisco sono quelle di un paesaggio che varia moltissimo da nord a sud, da est ad ovest, e che non manca mai di affascinare per la sua grandiosa bellezza.

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La capitale del Nordovest e’ Salta, detta “la linda”, la bella. Sarà anche meglio di molte altre città argentine, ma non e’ niente di eccezionale soprattutto se si giudica con standard europei, dove quasi ogni centro storico e’ un capolavoro d’arte urbana rispetto a quasi tutte le città del Sudamerica che abbiamo visitato sinora. Però c’è un bel museo archeologico, in cui si possono osservare le uniche tre mummie al mondo non secche, nel senso che conservano ancora al loro interno i liquidi corporei. Ritrovate sulle Ande, congelate a più di seimila metri d’altezza, vengono conservate dentro teche di vetro, con una particolare tecnica di refrigerazione che ne consente il mantenimento della struttura molecolare. Si tratta di un bambino, una bambina ed una ragazzina, vittime cinquecento anni fa di un sacrificio umano incaico. Questi figli di notabili inca venivano prescelti a Cusco attraverso cerimonie rituali, trasportati per centinaia di chilometri, ubriacati e drogati fino a morire di ipotermia sulla cima di qualche vetta andina considerata sacra, per ingraziarsi le divinità o placare una sciagura. Sembrerà strano, ma per le famiglie degli sventurati era un grande onore. O almeno questo e’ quello che ci viene raccontato, anche se mentre guardiamo uno dei piccoli rannicchiato in posizione fetale, cercando di immaginare quello che deve aver provato mentre si addormentava per l’ultima volta, lontano da casa, avvolto nei suoi abiti cerimoniali con i capelli intrecciati a festa, conserviamo i nostri dubbi.

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Ma il meglio e’ fuori città. Verso sud la Quebrada di Cafayate e’ un torreggiare di rocce rosse che emergono come castelli nel deserto, intervallate da pareti di pietra colorata e stratificata. Sulla mappa sono quasi cinquanta chilometri punteggiati da siti di interesse dai nomi evocativi che costringono i turisti ad accostare per scattare qualche foto. La Garganta del Diablo, l’Anfiteatro, la Yesera, el Sapo, el Castillo. Come al solito evitiamo i tour e compriamo un biglietto di sola andata su un autobus locale. Ci affidiamo alla buona sorte per incontrare qualche volenteroso che si faccia carico di scorrazzare due italiani autostoppisti tra tutte queste meraviglie. La strategia vincente e’ vecchia come il mondo, io che mi nascondo dietro un cespuglio e mando avanti mia moglie. Ci raccoglie una coppia di Buenos Aires, tutti gli argentini sono di Buenos Aires. Sono gentili ma troppo frettolosi, i classici maniaci di uno scatto e via, così decidiamo di percorrere la strada al ritroso, sempre con autostop, per goderci meglio il paesaggio e fare qualche sosta in più.

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A Cachi, paesino sperduto tra montagne di cactus, Antonio Zuleta va a caccia di UFO. Lo incontro nella piazzetta davanti alla chiesa, e mi intrattiene per un’ora buona con le sue teorie, nemmeno troppo bizzarre, sugli avvistamenti di oggetti volanti non identificati nella zona. Mi dice che l’ora migliore e’ verso le otto e mezza di sera, vicino alla pista di atterraggio…che gli extraterrestri si stiano preparando ad un’invasione? La sera sbirciamo su internet, e scopriamo che in Argentina un famoso giornalista ha persino dedicato un servizio in TV all’argomento…e nel video si vedono chiaramente, nel cielo stellato, sorgenti luminose che si muovono in modo perlomeno “strano”, tanto da lasciare basito il giornalista stesso…d’ora in poi aspetteremo fiduciosi una comunicazione aliena, non si sa mai…

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A nord invece, verso il confine con la Bolivia, e’ la volta di piccole comunità Quechua disseminate tra canyon in multicolor, cactus come candelabri e cimiteri in collina ornati di fiori di plastica. Nel paesaggio secco e quasi desertico, il ghiaccio della Patagonia sembra ormai appartenere ad un’altra dimensione. Per quanto turistiche, Purmamarca, Tilcara e Humahuaca costituiscono una vera lezione di geologia, con le rocce che si piegano spinte dalle forze tettoniche, rivelando strati di colori iridescenti, dal rosso al giallo, dal verde al rosa, al bianco. La zona più spettacolare e’ quella chiamata Serrania del Hornocal, a pochi chilometri dal paese di Humahuaca. E’ anche incredibilmente la meno visitata, snobbata dalle guide di viaggio e di conseguenza dai turisti. Ci godiamo la meraviglia in perfetta solitudine, circondati da vigogne selvatiche e stremati dalla mancanza d’ossigeno a 4500 metri. E ringraziamo il nostro amico Ferran che ce l’ha fatta conoscere.

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A Iruya ci regaliamo un trekking di un paio di giorni fino ad una comunità indigena locale. Il villaggio di San Isidro sembra un paese fantasma ed completamente isolato dal mondo. Si raggiunge risalendo un sentiero che a tratti scompare inghiottito dal letto di un fiume neanche tanto secco, visto che ci tocca guadare diverse volte il torrente ghiacciato con l’acqua fino alle cosce. I muli sono il mezzo di trasporto per eccellenza. Più preziosi di una Ferrari per gente che vive tra le montagne senza strade. Con Elodie e Gaston passiamo due giorni alla scoperta di un mondo diverso, popolato da vecchi che quasi non parlano spagnolo e da cui i giovani fuggono in cerca di distrazioni. Un’esperienza interessante, a parte lo scorpione che esce dal bagno nel cuore della notte e che per poco non mette in fuga anche noi…

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Por el camino del desierto…

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Giorno 564.

Por el camino del desierto, el viento me despeina… non faccio altro che ripetere la stessa strofa infliggendo le mie stonature al povero Avidano che, pedalando nel bel mezzo del deserto, non ha altro modo di sfuggirmi e sottrarsi al mio canto. Sto bene, come sul cielo di Atacama non ci sono nuvole così nei miei pensieri e, a parte quasi svenire dalla stanchezza, non sto più nella pelle, ma soprattutto per la gioia di chi mi ascolta, non riesco a smettere di cantare.

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In pochi giorni ci siamo ritrovati in un mondo completamente nuovo, dove il sole, la pietra e il sale sono gli elementi dominanti. Negli ultimi mesi abbiamo lentamente risalito la schiena del Cile, per scoprire, da sud a nord, come cambia questo straordinario paese che non smette mai di stupirci con una varietà di paesaggi mai visti in una vita intera. Ed ogni nuovo scenario ha regalato una diversa avventura. Così ci siamo adattati, inventati scalatori Patagonici alla scoperta di lagune e ghiacciai antartici, navigatori di fiordi sul Pacifico tra vulcani innevati, cacciatori di pinguini nelle gelide Terre del Fuoco. Oggi giochiamo ai ciclisti nel deserto più arido del mondo.

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A duemilacinquecento metri sul livello del mare, sotto un sole che non ti lascia in pace un istante, San Pedro de Atacama sembra uscita da uno dei tanti set di Bud Spencer e Terence Hill. Una piccola chiesa bianca, la piazza principale come unica fonte di ombra in tutta la città, quattro incroci di strade non asfaltate e case costruite con paglia e fango. L’assenza assoluta di traffico enfatizza la calura del mezzogiorno e l’assoluta immobilità del luogo. Mancano i fagioli, ma in compenso abbondano le agenzie turistiche.

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Tutti rintanati all’ombra dei porticati, nei cortili aridi di case assolate, i turisti escono coi loro minibus al calar del tramonto. Impacchettati in tour all inclusive e aria condizionata, scorrazzano nel deserto alla conquista dei paesaggi lunari e degli spazi infiniti che circondano la piana di Atacama. Ma noi no, usciamo all’alba per sfruttare le ore più fresche del giorno e ci spariamo a forza di gambe l’equivalente dei tour che tutti gli altri si godono comodamente seduti in jeep e che non potremmo altrimenti permetterci. Scegliamo di pedalare per tutta San Pedro, anche oltre, fino sessanta chilometri al giorno per risparmiare, intanto nel deserto è tutta pianura… In teoria, quasi sempre.

Alla chiesa di San Isidro l’acqua e il cibo iniziano già a scarseggiare. Ma domani andrà meglio e ci ricorderemo di non essere più in Patagonia dove in qualunque momento si poteva bere dal fiume. Una trio di cileni saputelli ci aveva sconsigliato di intraprendere il circuito mal segnalato che da qui conduceva direttamente alla Quebrada del Diablo, ma noi ovviamente non gli abbiamo dato retta. Il percorso nel canyon del diavolo rischia di scioglierci come gelati al sole. Però ci divertiamo sulla serpentina di saliscendi tra rocce e pietre erosionate, ci lanciamo emozionati dalle cime a tutta velocità, rischiando a volte di spiccare il volo come in ET. Ogni tanto la bici finisce impantanata nella sabbia da cui non c’è verso di muoverla se non a forza di braccia. Seguiamo le tracce di altri ciclisti sperando di non finire dispersi e incontrare i loro scheletri disossati alla fine del sentiero. Sulla via del ritorno saltiamo le costose rovine preincaiche ricostruite e preferiamo quattro sassi su una collina, gratuiti ed originali.

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Nella Valle de la Muerte il deserto si esibisce in conformazioni rocciose dalla forma bizzarra e dalle improbabili fenditure scavate tra le pareti di impervie montagne. Un labirinto in una gola di roccia conduce ad un cuore di sabbia dove immense dune svettano contro il blu del cielo. Nella Valle della Morte non muore nessuno, in compenso poco prima del tramonto, decine di minibus catapultano orde di turisti che si cimentano nel discendere le enormi dune col deretano posato su una tavola da snowboard trasformata per l’occasione. Forse non sanno dove si infilano i piedi. Attendiamo finché l’ultimo sciatore abbandona le piste. Con il calare del sole la sabbia si raffredda e le rocce cambiano colore. I pensieri volano e tutto intorno il deserto impone il suo silenzio, mentre il cielo si tinge di pece e stelle gigantesche spuntano sulle nostre teste.

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Per le lagune sono sessanta chilometri di piacere ed io sono già tre giorni che siedo su questa bici spacca culo, per gioire dell’esperienza di pedalare sotto il sole cocente e vedere la mia ombra muoversi nella sabbia. Ogni tanto cerco riparo dai suoi raggi, mentre l’aria diventa infuocata. Los Ojos sono due occhi giganteschi e simmetrici puntati verso il cielo nel bel mezzo di un deserto di sale in formazione. I cristalli si accumulano nella pianura come una spruzzata di neve in primavera, creando una sorta di confusione climatica nell’osservatore. Nella Laguna Cejar si galleggia come nel Mar Morto e ci regaliamo il pizzicante piacere di un bagno nell’acqua più salata del mondo. Alla Laguna Tebiquinche il sale e’ già depositato in un tappeto bianco e denso. L’acqua scava pozze cristallizzate ricreando formazioni rosate che sembrano coralli. Sulla via del ritorno ripenso alle poche righe lette su Wikipedia: “La corrente di Humboldt, raffredda l’aria rendendo impossibile la formazione di nuvole… Il deserto di Atacama è il luogo più secco del mondo; la sua piovosità media è di 0,08 mm annui. Inoltre, prima del 1971, in questo deserto la pioggia non era mai caduta in 400 anni…” Poi alzo gli occhi, guardo il cielo annuvolarsi e quattro gocce di pioggia cadere a spruzzare la strada. E mi faccio una risata.

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Una sera ci regaliamo l’unico tour che la bicicletta non può offrirci, la visita astronomica all’interno di uno dei tanti telescopi turistici fioriti nei dintorni di San Pedro, che grazie al clima secco, all’assenza di nuvole e di perturbazioni atmosferiche e’ il luogo ideale per osservare il cielo notturno. Tali condizioni climatiche fanno di questo angolo di Cile il vero paradiso per osservare e studiare i misteri e gli splendori del cosmo. Come un Caronte della notte, la guida ci conduce all’interno della cupola del piccolo osservatorio e, attraverso un telescopio telecomandato, ci aiuta a saperne di più sui segreti di costellazioni, galassie e pianeti sospesi sulla nostra testa. La Via Lattea e’ una nuvola pulsante e bianca sopra di noi, piena di fascino, e vorrei che questa notte non finisse mai.

La Valle de la Luna è uno degli angoli più suggestivi dell’immenso deserto di Atacama. Ed anche il più faticoso da raggiungere su due ruote. Il deserto invade la strada ed e’ come pedalare in salita nelle sabbie mobili. Maciniamo chilometri su chilometri sotto il sole tra canyon, grotte e dune, con il premio finale di una vista che si perde tra formazioni di pietra e montagne in crosta di sale modellate dal vento. Ci arrampichiamo da qualche parte nei pressi dell’anfiteatro per goderci in solitudine il sole calante, mentre per una volta i soliti pulmini scaricano altrove le orde barbariche, nei pressi della Grande Duna. Turisti pronti, fotocamere puntate, e fuoco di scatti per immortalare il momento. Ci attardiamo a guardare le ombre che si allungano sul paesaggio e dopo di fretta a pedalare con il tramonto alle spalle, la città in lontananza già avvolta nel buio. Avidano mi semina in un baleno, mentre ogni giro di ruota mi costa duemila calorie. Sogno di mangiare mezzo chilo di pasta al ragù, ma intanto canto a squarciagola, sola in mezzo al nulla, con soltanto la sagoma del vulcano Licancabur a farmi compagnia, ed un meraviglioso cielo dipinto di viola. Un improvviso senso di libertà si sprigiona in tutto il mio corpo, come se l’oggi non fosse più oggi, né ieri, né domani, e tutta la mia vita fosse soltanto un meraviglioso istante senza tempo, senza spazio, un semplice atomo di felicità.

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Arrivederci, amore ciao

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Giorno 448.

Circondati dal blu delle case, nei vicoli della città vecchia di Jodhpur, cerchiamo di curarci dalla schifezza intestinale che ci siamo beccati bevendo canna da zucchero e limone con ghiaccio di dubbia provenienza. L’India ti da’ molto, anche cose che non vorresti, come parassiti indistruttibili e apparentemente resistenti agli antibiotici. Il forte Merengharh domina dall’alto questo oceano urbano, costruito ai tempi dei Maharaja in un colore che difendesse dal caldo e dalle zanzare. Fuori dalle stradine del centro e’ la solita città indiana, con il caos, i clacson ed i palazzi che sembrano aspettare solo la spinta decisiva prima di collassare sulla strada sottostante. L’impermanenza che caratterizza la religione indù si riflette perfettamente nell’architettura delle città, dove niente sembra finito, tutto è in divenire e i tondini di ferro spuntano dai tetti di cemento, pronti a sostenere un nuovo piano superiore, quando ci saranno i soldi per costruirlo. Quelli, e non i permessi urbanistici sono il problema. Credo che in India per costruire qualcosa, o aggiungere qualcosa all’esistente, serva solo la volontà.

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Siamo alloggiati, unici ospiti con un trio di monache coreane, in una guesthouse sotto le mura del forte. Alla sera, nella speranza di cacciare i parassiti, tracanno intrugli di ginger, limone e the, ma i rimedi naturali in questo caso servono a poco. Per la prima volta nella mia vita, non ho appetito, ed anche gli spiedoni dei kebab più succulenti mi passano sotto il naso senza smuovermi. Ho perso diversi chili, sono tornato magro. Giulia sta meglio, e la invidio. Faccio fatica a sopportare i tremila bambini che ad ogni angolo saltano fuori da dietro i muretti azzurri per chiederci l’ennesima fotografia. Sono quei momenti in cui l’India non fa prigionieri, te la senti tutta sulle spalle e vorresti un arma automatica, un kalashnikov o un lanciafiamme per incenerire i tuoi carnefici.

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Così una mattina ci svegliamo, e mentre facciamo colazione in terrazza, io con uno striminzito pancake al limone e Giulia ingozzandosi di qualsiasi cosa, ci guardiamo negli occhi e capiamo che è il momento di cambiare. Ci sentiamo quasi in colpa, come se stessimo tradendo il nostro grande amore. Ma la verità’ e’ che dopo quindici mesi on the road, al quinto viaggio nel subcontinente, ci accorgiamo che quello che le prime volte ci divertiva adesso ci disturba. Che l’invadenza degli indiani di cui ci siamo innamorati dopo un po’ diventa molesta. E così d’impulso compriamo due biglietti di sola andata per il Brasile, per il dopodomani. Un autobus notturno la sera stessa ci riporta a Delhi. Lasciamo la madre India, e ci vengono le lacrime agli occhi. Basta con i clacson impazziti, basta con lo sporco sotto le unghie, basta con le mille foto come le star di Hollywood o i calciatori del Napoli.

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All’aeroporto, come se la nostra amante tradita volesse trattenerci, il destino rischia di materializzarsi sotto forma di uno zelante funzionario della compagnia aerea, che si ostina a chiederci un volo di uscita dal Brasile, secondo lui necessario per ottenere il visto all’arrivo in quel paese. Mando Giulia a trattare, di solito e’ più calma di me in queste situazioni. Ma da lontano osservo la situazione lentamente precipitare dai loro gesti, l’uomo che si spazientisce e fa “no” con le braccia, Giulia che si spazientisce anche lei e non ci vuole un genio per capire che serve un’intervento risolutore. Mi avvicino, parlo con l’uomo, dico che mia moglie non capisce un cazzo, che lui ha sicuramente ragione su tutta la linea, ma che noi vogliamo partire e siamo pronti a firmare una dichiarazione che sollevi la compagnia aerea da tutte le responsabilità nel caso venissimo rifiutati all’aeroporto di Sao Paulo. Naturalmente so che non sarà così, ma con gli indiani e’ l’unico modo di trattare. Così partiamo. Domani, e’ Samba.

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Camel Fair

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Giorno 444.

Pushkar e’ una delle città più antiche e sacre di tutta l’India ed anche uno tra i luoghi più incantevoli e suggestivi che abbia mai visto. Letteralmente significa “nata da un fiore” e la leggenda narra che quando il mondo era ancora una palla deserta, Brahma il Creatore staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e lo lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago di Pushkar, la prima acqua del mondo, un lago sacro senza fondo che oggi lambisce questa perla del Rajasthan ai margini del deserto.

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A Pushkar si trova l’unico tempio al mondo dedicato al culto di Brahma, che insieme a Shiva e Vishnu, incarna la trinità più venerata di tutto il vasto pantheon indù. Un po’ come il Buono, il Brutto e il Cattivo per i fanatici di Sergio Leone. E gli indiani, che sono grandi amanti dei record, non fanno a meno di ripeterlo ai visitatori in continuazione. Noi, per dispetto, il tempio non lo visitiamo, intanto la città e’ praticamente un santuario a cielo aperto. Ma la storia del povero Brahma e’ più o meno questa. Un giorno Brahma si preparava a celebrare un sacrificio in pompa magna sulle rive del lago, con una cerimonia alla quale avrebbe dovuto presenziare anche una donna. Per questo ruolo scelse la moglie, Savitri, che però in quell’occasione pensò bene di prendersela comoda, finché Brahma, stufo di aspettare, decise candidamente di risolvere l’impiccio scegliendo come nuova moglie Gayatri, una ragazza del villaggio. L’avventato consorte pago’ a caro prezzo le sue scelte lussuriose, perché quando la moglie lo scopri’ con le braghe calate, la solita scusa del “cara, non è quello che sembra” non basto’ a placare le sue ire. Savitri lo maledisse e giuro’ che il suo culto non si sarebbe mai praticato in nessun’altra parte dell’India, perché chiunque avesse costruito un tempio in suo onore sarebbe morto tra atroci sofferenze. Fu’ così che il creatore venne condannato all’oblio, con l’unica eccezione di Pushkar.

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Questa sua unicità fa si che ancora oggi tutto il villaggio sia considerato assolutamente sacro: ogni singola pietra, ogni angolo, soprattutto l’acqua torbida del lago senza fondo con i suoi 54 gradini. Un cartello ammonisce il visitatore affinché non si avvicini a meno di dieci metri dallo specchio con le scarpe ai piedi, paventando pene orribili nella prossima reincarnazione. I Bramini e i loro guardiani vegliano perennemente a caccia di miscredenti e turisti in contravvenzione cui finalmente possono gridare ogni sorta di improperi. Con una punta di compiacimento aggiungerei… Ci tocca girare con un metro. Anche il regime alimentare in paese risente della spiritualità del luogo. Il menù e’ rigidamente vegano, niente droghe, niente alcool, persino le uova sono bandite, e i ristoranti si ingegnano a venire incontro ai gusti dei turisti con croissant che sanno di pane e torte al cioccolato che si disfano solo a guardarle.

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In realtà noi a Pushkar c’eravamo già stati, e l’atmosfera magica e tranquilla dei ghat e dei palazzi bianchi che si specchiano nel lago era uno dei ricordi più intensi dell’India di dieci anni fa. Ma questa volta decidiamo di vivere un’esperienza completamente diversa, perché ogni anno, la settimana prima del plenilunio di Kartika, l’ottavo mese del calendario lunare Hindu, che cade di solito tra ottobre-novembre, si tiene la Pushkar ka Mela o Fiera di Pushkar, un avvenimento tra il sacro e il profano per rendere omaggio al Dio Brahma, con processioni, canti e manifestazioni folkloristiche, durante il quale si svolge una delle fiere del bestiame più famose del mondo. La città si trasforma in un tripudio di colori e vivacità, un caleidoscopio di danze vorticose, campi tendati e cammelli agghindanti a festa. Migliaia di pellegrini, mercanti e allevatori provengono fin qui dal Rajasthan e da tutta l’India del nord per assistere alla fiera e partecipare ai festeggiamenti che culminano con il bagno finale di purificazione nel lago sacro, nel giorno di Kartik Purnima, la notte del plenilunio.

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Il turbinio delle giostre che scricchiolano instabili come mulini di ferro oscura il profilo della collina di Savitri, la venerata e cornuta moglie di Brahma. Le strette strade polverose vengono invase da una miriade di persone cui si mescolano musicisti, saltimbanchi, acrobati e l’intera città si trasforma in un’enorme mercato affollato dove gli ambulanti espongono ogni genere di chincaglieria: padelle, tappeti, chillum, finimenti per cammelli, prodotti artigianali di ogni tipo, braccialetti, monili intarsiati e tessuti stampati indossati dalle donne indiane che tra le bancarelle scambiano o vendono davvero di tutto. Truffatori, accattoni e ladruncoli si mescolano alla folla in cerca di buoni affari e noi, da buoni clienti, ci facciamo subito borseggiare a dovere. Poi ci sono i contorsionisti, i funamboli, gli addomesticatori di cavalli, di scimmie, gli incantatori di serpenti. Un microcosmo di personaggi che sembra uscito da una delle avventure di Willy Fog e che solo l’India può ancora raccontare.

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Una scia di donne scalze coi bracciali alle caviglia e i bagagli sulla testa si avvicina a piedi alla città. La maggior parte di loro dormirà sulle gradinate che circondano il lago o sotto le tettoie della grande arena che di giorno ospita i giochi e le competizioni. La gente dei villaggi non può certo permettersi gli alberghi, che con i prezzi esorbitanti della fiera sono ad esclusiva disposizione dei turisti occidentali e degli ancora più ricchi turisti indiani.

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I cammellieri con le loro carovane di tende, donne e bambini si sistemano sulle dune alle porte di Pushkar, accanto alle grandi vasche che indistintamente soddisfano le esigenze idriche di uomini e bestie. Gli accampamenti si stendono a perdita d’occhio, fra migliaia di cammelli, i veri e indiscussi protagonisti della fiera. Gli animali vengono lavati e splendidamente ornati con tatuaggi, decori, nastri e treccine, campanelli d’argento e piercing al naso, oppure truccati con pesanti strati di kajal. Alberi di Natale con la gobba pronti a competere al concorso di bellezza per ruminanti del deserto.

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All’ombra delle tende gli uomini contrattano, litigano, fumano e bevono di nascosto, mentre le donne operose cucinano, attingono l’acqua, lavano i figli e passano tutto il loro tempo libero a raccogliere meticolosamente polpette di sterco di cammello. Perché nel deserto non si trova legna da ardere e niente va sprecato.

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La vera tratta del cammello si svolge nei primi giorni della fiera, quando migliaia di esemplari cambiano proprietario dopo feroci trattative. Man mano che i giorni passano e gli affari si concludono, gli accampamento si svuotano, le carovane di acquirenti più o meno soddisfatti si allontano nel deserto, pronti ad affrontare la lunga marcia verso casa attraverso piste polverose. Seguono i bambini coi carretti e le donne con le solite ceste, sempre a caccia di sterco.

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Alla fiera si affianca il grande festival di spettacoli, gare e saltimbanco. Ogni giorno nella grande arena assolata si svolgono le competizioni più curiose e stravaganti che si possano immaginare. Sotto un sole cocente sfilano cammelli e cavalli ballerini, si freme per la super attesa gara di baffi e quella di turbanti, stranieri contro locali. Poi c’è il tiro alla fune, la palla avvelenata senza palla, la piramide umana e la corsa con le giare sulla testa. Vince una certa “Mary from France”, complici due braccia da camionista e una clamorosa falsa partenza.

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Un giorno per strada raccattiamo un francese sulla settantina che vaga come un bimbo sperduto in cerca del suo gruppo e della guida da cui è rimasto separato. E’ affamato e impaurito come uno spettatore al circo che per sbaglio è finito nel recinto del leone. Non parla inglese, non sa dove alloggia, e nemmeno dove si trova il suo autobus. Allora io mi dico, ma resta a casa tua se sei preso così. Però mi ricorda Franchino, così lo scortiamo fino alla tenda della polizia e diamo l’allarme al microfono, sperando che qualcuno lo venga a reclamare.

Il festival si conclude con la grande Puja finale, sulle rive del lago, nella notte di plenilunio. Migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del lago, al fine di cercare la salvezza ed invocare benedizioni. Si dice che le sua acque non lavino via solo i peccati, ma curino anche le malattie della pelle. Sinceramente ne dubito. Però a questo punto si verifica uno degli eventi più inaspettati cui si possa assistere nella conservativa società India. Pudiche donne di ogni età, normalmente sepolte sotto strati di veli e di paillettes, si spogliano a seno nudo e si tuffano a mollo sotto lo sguardo consenziente di mariti e parenti. In una società tanto repressa, dove ancora sopravvive il regime del matrimonio combinato ed il sesso e’ un tabù, un evento come questo genera scompiglio nei maschilisti cervelli degli uomini indiani. Sorveglianti in divisa armati di bacchetta minacciano punizioni corporali a chiunque si azzardi a tirar fuori dalla borsa una macchina fotografica. Proteggono la virtù delle loro donne da turisti ficcanaso pronti a diffondere foto osé in rete. E a dir la verità non mancano i guardoni del caso, però non sono affatto stranieri, ma indiani repressi ed arrapati, che sotto gli occhiali da sole sbirciano rotonde matrone in topless che potrebbero avere l’età delle loro madri o delle loro nonne. Se uno di loro venisse catapultato per sbaglio su una qualsiasi delle nostre spiagge, finirebbe arrestato per molestie in meno di un’ora.

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Nell’ultimo giorno di festival l’affluenza di viandanti e pellegrini aumenta in modo quasi insopportabile. La città sembra scoppiare come un melograno maturo. Di giorno non riusciamo quasi a camminare, ogni quattro metri qualcuno ci ferma per la foto di rito e le domande sempre uguali, da dove vieni, come ti chiami, ma siete sposati? Mi chiedo, ma se non lo fossimo qualcuno ci proverebbe con me sul posto? La risposta arriva quando un tizio mi allunga una mano e mi invita a seguirlo nel vicolo. Chiaramente si aspetta che io ci stia così su due piedi, per una sveltina dietro l’angolo. La notte e’ in mano a mandrie di ragazzetti ubriachi che scorrazzano per le strade e vomitano sulle giostre. Evitiamo il centro e la sera con Pino e Luca ci arrampichiamo a guardare il tramonto dalla collina di Gayatri, la venerata amante di Brama che di mestiere faceva la lattaia, e ci facciamo delle gran pizze al sicuro dalla folla, sul tetto del solito ristorante vista lago. Più l’atmosfera diventa vibrante, più ci teniamo lontani dall’entusiasmo collettivo. Anche Avidano deve capitolare, perché solo un vero indiano può reggere a tanto.

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