Archivi tag: El Chalten

Passaggio a Sud

Standard

Giorno 527.

L’alba sta sorgendo su El Chalten ed io, sdraiata nel piano superiore del mio lettino, mi stiracchio pigramente preparandomi alle nuove fatiche che mi aspettano. Sono state notti movimentate. Di solito nel dormitorio cerchiamo di occupare un unico letto a castello. Fede dorme sempre sotto con la scusa che soffre di vertigini. Io sto al piano di sopra, ma non mi dispiace. Questa volta però come coinquilino di letto mi è toccato un francese nottambulo e pazzo. Dopo un mese di soggiorno in paese, non si sa bene a fare cosa, visto che non scala ne’ l’ho mai visto uscire per alcuna escursione, ancora non conosce una parola di spagnolo. In compenso si dedica attivamente al linguaggio del corpo. Tutte le notti rientra all’alba, a volte con qualche ragazzina alticcia rimorchiata in ostello. Nel buio sfila il materasso sempre sfatto, lo trascina fuori dalla porta socchiusa e si butta ad amoreggiare in corridoio. Che romantico. L’ultimo giorno ha il piacere di scoprirlo nudo e scalzo, mentre si dedica al bucato in bagno, ovviamente con la porta aperta. Ad ogni strizzata, un’onda anomala si riversa sul pavimento creando un fiume in piena che inesorabilmente avanza verso il centro della stanza. Cose che capitano quando si lavano tre felpe ed un paio di jeans in un lavandino grande come una scodella. Si scusa con un sorriso imbarazzo, cercando di spingere l’acqua indietro col piede e lasciano dietro di se una scia di orme infangate. Poi si gira e continua come se nulla fosse, neanche si degna di chiudere la porta. Esco dalla stanza confusa, l’ultima immagine e il suo didietro, con addosso un paio di mutande sbiadite. Anche questi sono ricordi.

La grande traversata consiste in una mezza giornata di autostop, due barche e ventitré chilometri a piedi in mezzo al niente. Tra la dogana argentina e quella cilena, ci aspetta una valle disabitata e selvaggia, percorsa da un unico sentiero in direzione sud/nord, che costeggia le vette del campo di gelo sud. La maggior parte dei turisti prende un autobus che attraversa le Ande dal lato argentino per raggiungere la frontiera di Chile Chico, cinquecento chilometri più a nord. Ma noi non vogliamo perderci neanche un centimetro di questa avventura chiamata Carretera Austral, così il Cile lo conquistiamo a piedi in una giornata di sole.

20140326-184015.jpg

La partenza e’ calcolata al millimetro, previsioni meteorologiche favorevoli, cibo disidratato per sopravvivere due giorni lassù, nella Terra di Mezzo, zaino ridotto ai minimi termini. Con enorme fatica, mi libero del superfluo. Il pareo a fiori tutto bucato, il libro di Eddy che ormai era un feticcio, alcune canottiere sdrucite, un poncho plastificato mai usato. Sotto la supervisione di un Avidano irremovibile sulla necessità di fare spazio, mi separo dolorosamente da cose che sanno di casa e che mi accompagnano dal primo giorno di questo viaggio. Chi mi conosce sa cosa vuol dire.

La strada e’ deserta, non passa neanche un cane. Con Aner, camminatore basco conosciuto all’ombra del Cerro Torre, aspettiamo tre ore di vento nella speranza di essere caricati in tempo per raggiungere la prima delle due imbarcazioni che ci aspettano. Quando il tempo sta quasi per scadere, noleggiamo un taxi della speranza che ci rapina in cambio della meta. Cerco di recuperare le calorie perse aspettando al freddo, mangiando cioccolata e dormendo quasi un’ora sdraiata al calduccio sul sedile posteriore.

20140326-184211.jpg20140326-185232.jpg

Attraversiamo il Lago del Desierto con una lancia rapida, che ci imbarca nel tramonto. Alle spalle, il versante nord del Fitz Roy ci accompagnerà scintillante per tutta la traversata. E’ l’imbrunire quando raggiungiamo la frontiera argentina. Due carabineros annoiati mi timbrano il passaporto con la data sbagliata, ma questo lo scoprirò solo ventiquattr’ore più tardi, quando i corrispettivi cileni, ancora più annoiati, mi chiederanno dove ho trascorso gli ultimi due giorni. Ci spariamo i primi sette chilometri di salita e ci accampiamo sul confine, in terra di nessuno, tra i cartelli “Bienvenido a Cile” e “Ciao Ciao Argentina”. Ceniamo accanto allo scheletro di un’istallazione militare caduta in disuso, mentre il campeggio improvvisato si popola di pochi escursionisti migratori.

20140326-185018.jpg

20140326-184215.jpg20140326-184347.jpg

20140326-184354.jpg20140326-184358.jpg

Quando scende il buio inizia la notte del vento. Ci infiliamo nel sacco a pelo completamente vestiti: giacca col cappuccio alzato, cuffia di pile, guanti e chi più ne ha più ne metta. Il vento è un fischio che ci attraversa, poi prosegue il suo percorso, via verso le altre tende. Momenti di silenzio, in cui sembra che abbia finito, ma non sarà così. Perché non sarà lui a lasciare questa valle, ma noi quando il giorno seguente, una dogana e sedici chilometri più a valle, ci imbarcheremo nuovamente sulle sponde di un lago color tempera.

20140326-184517.jpg20140326-184600.jpg

Ci scongeliamo verso l’alba e per scaldarci riprendiamo subito a camminare. Riesco anche a superare incolume la dogana cilena, nonostante i timbri incasinati. Rischio grosso solo quando cerco di importare frutta illegale, un avocado ed un pompelmo che ci gustiamo in un picnic vista lago. La barca salpa alle quattro in punto e percorre il Lago San Martin in tutta la sua lunghezza, attraverso la desolazione di un paesaggio arido e bellissimo. Ci fermiamo ogni tanto per raccogliere qualche passeggero sbucato sulla riva come un fungo in mezzo al niente. Un’intera famiglia di gauchos carica pecore sbigottite e cani da pastore dalla sponda ghiacciata. All’arrivo ci aspettano Mauro “el pajarero” e il suo pulmino sgangherato, ma questa e’ un’altra storia. Il fondo della Carrettera Austral comincia qui, in un pueblo chiamato Villa O’Higgins. D’ora in poi fino a Santiago e’ tutta salita.

20140326-184705.jpg20140326-184709.jpg

20140326-184728.jpg

20140326-184734.jpg20140326-184738.jpg
;

Annunci

Grido di pietra

Standard

Giorno 525.

Nell’emisfero australe l’acqua nel lavandino gira in senso antiorario, il vento freddo arriva da sud, l’agosto lo chiamano inverno. Febbraio e’ invece estate piena, ed e’ tempo di trekking e di montagne. Da El Calafate si percorre una parte della mitica Ruta 40, la strada che percorre tutta l’Argentina da Nord a Sud, da La Quiaca, al confine con la Bolivia, fino alle soglie della Tierra del Fuego. Sono 5300 chilometri di deserti, canyon, pampa, montagne e ghiacciai. E’ la spina dorsale del paese.

La base per i migliori trekking della Patagonia argentina e’ senza dubbio il paesino di El Chalten, da cui si diramano alcuni sentieri verso le vette della regione. Questa e’ la terra di due montagne il cui nome fa emozionare gli alpinisti di tutto il mondo, Fitz Roy e Cerro Torre. Ormai siamo trekkers esperti, e ci cimentiamo con il circuito di tre giorni, alla ricerca dell’illuminazione e soprattutto delle viste migliori di questi giganti. Il tempo finalmente e’ dalla nostra, il vento si è calmato ed il sole splende. Non si può dire che faccia caldo, ma chissenefrega…

20140319-220104.jpg20140319-220231.jpg

20140319-220238.jpg20140319-220247.jpg

La tenda la montiamo in cinque secondi, e sappiamo esattamente quanto cibo portarci, tra cereali a colazione, paste e risotti scatologici per pranzo. Personaggi variegati popolano gli accampamenti, da quelli che si credono superfighi nelle loro attrezzature da centinaia di dollari, alle ragazzine svedesi alle prime armi, un po’ spaventate che ci chiedono di potersi aggregare a noi per la scalata mattutina. Non mi aspettavo di diventare guida alpina così presto…

20140319-220340.jpg20140319-220416.jpg

Il Fitz Roy come un antico sovrano medievale domina la valle, e ci regala un alba mozzafiato, una delle più belle e faticose della mia vita. Nel freddo dell’aurora, con mia moglie avvolta in una coperta di lana come uno sherpa, osserviamo il sole sorgere e la montagna rispecchiarsi nelle acque glaciali della laguna, cambiando colore con il passare dei minuti. La mattinata di cielo limpido rinnega il nome indigeno del Fitz Roy, che in lingua aoniken viene chiamato “la montagna che fuma”, per via delle nuvole che spesso ne circondano la cima. Ma oggi siamo fortunati. Sicuramente più fortunati di Jacques Poincenot, il celebre alpinista francese che qui ha perso la vita, nel 1952, durante la spedizione che permise al connazionale Lionel Terray ed all’italiano Guido Magnone di conquistarne per la prima volta la vetta.

20140319-220819.jpg

20140319-220904.jpg20140319-220908.jpg

20140319-220925.jpg

Il giorno dopo e’ la volta del Cerro Torre, forse la cima più difficile da scalare della Patagonia, una delle più difficili del mondo, dato che bisogna affrontare 900 metri di parete granitica, per arrivare ad una vetta perennemente coperta da un “fungo” di ghiaccio, in condizioni climatiche molto spesso sfavorevoli. Fu scalato per la prima volta da Casimiro Ferrari ed i celebri Ragni di Lecco nel 1974, ed e’ stato immortalato in un celebre film di Werner Herzog, “Grido di pietra”. Per nostra fortuna non dobbiamo arrivare a tanto, ci basta godere della vista dalla laguna sottostante. Ma il Torre oggi ha deciso di fare il sostenuto, nascondendosi dietro le nuvole. Insistiamo, ci fermiamo per ore ad un mirador nell’attesa del miracolo. Che puntualmente avviene, lasciandoci per qualche minuto gli occhi liberi di vedere la spettacolare spada di roccia che rende questa montagna una delle più belle del mondo, sicuramente la più suggestiva che abbiamo visto fin ora.

20140319-221108.jpg

20140319-221136.jpg20140319-221142.jpg

20140319-221327.jpg

Emozionati, torniamo a valle. Dobbiamo liberarci di tutto il materiale superfluo perché l’indomani ci aspetta una traversata durissima, attraverso il confine cileno in direzione Villa O’Higgins, l’ultimo avamposto di un’altra strada mitica, la Carretera Austral. E sappiamo ormai bene che ogni chilo in più, sulle spalle, pesa.

20140319-221244.jpg20140319-221248.jpg