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Holi a Varanasi

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Giorno 690.

L’atmosfera e’ da ultimo giorno d’assedio, si bruciano i morti e si salvi chi può. Varanasi e’ la città più vecchia del mondo, dicono circa 4000 anni, in confronto Roma e Atene sono delle sbarbatelle. La quintessenza dell’India si spiega sulla riva sinistra del Gange, la grande madre che porta la vita nel Subcontinente, ed è una città bellissima nella sua lugubre decadenza. I palazzi diroccati dei Maharajah si affacciano sui decrepiti Ghat, le scalinate di pietra che si tuffano nel fiume, sulla cui si sponda si affaccenda un ammasso di umanità variopinta che porta con se il meglio ed il peggio di questo popolo. Qui lo spiritualismo induista si mischia con il materialismo moderno, tra abluzioni e riti sacri vecchi di millenni, blue lassi da capogiro e giri in barca per turisti a 50 rupie, ma solo se contratti bene.   

            

A Varanasi si viene per morire, se si ha questa fortuna ci si libera dal ciclo delle rinascite e si è salvi, fino alla fine dei tempi. Ecco perché il cuore fumante della città e’ il Manikarnika Ghat, quello delle cremazioni. Qui lo spettacolo della morte ti si appiccica ai vestisti e ti brucia gli occhi, insieme alle esalazioni delle pire che ardono senza sosta. Gli uomini recano a spalla i loro cari, li immergono per un ultimo bagno e, mentre i morti aspettano il loro turno, i vivi comprano la legna, in base a quello che possono. Se sei povero e te ne puoi permettere poca, rischi che il tuo corpo non bruci del tutto, e allora se lo mangeranno i pesci o i cani sull’altra riva. Una composta rassegnazione aleggia sulla folla di parenti e amici raccolta in piccoli gruppi ammassati un po’ ovunque, come i tronchi di legno fumanti. Dai barconi i turisti sfilano silenziosi trattenendo il fiato alla vista del fuoco che lambisce i corpi. Ricchi e poveri, le ceneri che si mischiano prima di essere buttate nelle acque sacre. 

   S

Sono i giorni che precedono la Holi, l’inizio della primavera. La città e’ un girone infernale di follia collettiva, nell’aria si respira il fermento e tutti si preparano al delirio del mattino del 6 marzo. Oggi gli dei non guardano, e vale tutto. Noi acquistiamo pistole ad acqua e polveri colorate, ma la mattina della festa scopriamo che il proprietario della nostra Guesthouse ha proibito a tutti di uscire prima di mezzogiorno, pare che sia troppo pericoloso per i suoi preziosi turisti mescolarsi al pandemonio che si sta scatenando in città. Quasi ci rassegniamo, ed iniziamo a sfidarci a colpi di colore sul terrazzone con i bambini locali, ogni tanto ci affacciamo e con invidia sbirciamo la guerra vera che si combatte lungo il fiume. Poi una rivoluzione di giapponesi ci libera e convince il bramino a lasciarci uscire, a patto che si firmi, addirittura, un foglio per sollevarlo da ogni responsabilità. 

   C

Così ci ritroviamo fuori insieme a Gustav, un ragazzo svedese che mi aiuterà a fare da pretoriano a Giulia nel marasma generale che nel frattempo infuoca sui Ghat e tra i vicoli della città vecchia. A dire il vero in giro non si vedono donne locali sopra i dodici anni, e ci mettiamo un attimo a capirne il motivo: con la scusa di augurare “Happy Holi” spruzzandoci di tutto addosso, i marpioni ne approfittano per palpare tette e culi delle malcapitate turiste più temerarie, anche se devo dire in modo piuttosto goffo e più curioso che malizioso. Naturalmente non posso evitare che mia moglie subisca la stesa sorte, del resto se gli dei non guardano, chi sono io per intervenire… Dopo un’ora di baccanale, torniamo in Guesthouse ricoperti di tutti i colori del mondo.  

 

Hotel California

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Giorno 530.

Mauro, “El Pajarero” di Santiago fa l’osservatore di uccelli a Villa O’Higgins, alla fine della strada. La Carretera Austral termina qui, dopo 1200 chilometri di sterrato attraverso la Patagonia cilena. Dopo, la terra si sgretola in centinaia di isole, fiordi, laghi e montagne. Mauro ci accoglie nel suo eco-camping in cui tutto è riciclato e riciclabile, compresa la cacca. Il suo orgoglio e’ il bagno secco, che tramite un imbuto separa i rifiuti liquidi da quelli solidi, e dove invece di tirare l’acqua, riversi nel wc un paio di manciate di corteccia tritata. Incredibilmente, non puzza. In paese, i gauchos lo chiamano “El Pajarero”, letteralmente l’uccelliere, dato che di passione, più che di professione, e’ ornitologo. Non credo che lo capiscano davvero, ma gli vogliono bene, si vede da come lo salutano e da come gli parlano. E’ il loro compaesano naïf, quello che in un certo senso ha rotto la monotonia e l’isolamento del villaggio, che parla in radio e che ha addirittura una fidanzata straniera.

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Solidarizziamo immediatamente sul tema NoTav. Conosce la questione perché un paio di anni fa sono stati qui alcuni attivisti piemontesi per scambiare informazioni e metodi di lotta. Infatti in Patagonia e’ in fase di sviluppo un progetto di dighe con tanto di enormi cavi dell’alta tensione per portare energia elettrica nel nord del paese, ad alimentare l’impressionante industria mineraria che fa del Cile il paese più ricco del Sudamerica. Tutto questo attraverso un territorio vergine e per lo più incontaminato. Per fortuna il progetto ha incontrato l’opposizione di un gruppo di attivisti, che si stanno battendo contro lo sfruttamento incontrollato della zona e la prevaricazione del governo e delle autorità locali sul volere degli abitanti. Naturalmente anche qui ci sono sindaci e amministratori contro o a favore, a seconda di come tiri il vento politico e di come vengano spartiti i guadagni. Tutto già visto e sentito. Per inciso, il sindaco di Villa O’Higgins e’ a favore. Il paesino appare spaccato, ci sono persino due radio che sostengono interessi contrapposti. Naturalmente Mauro ed i suoi amici raccolgono la nostra immediata solidarietà, mi compro una spilletta “Patagonia sin Represas” per sostenere, anche finanziariamente, la causa. E spero di incontrare il sindaco durante l’imminente festa del paese….

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L’estate in tutto il mondo e’ la stagione dei festival, e la Patagonia non fa eccezione. Arrivano i cowboys dai paesi vicini, anche dall’Argentina, il piccolo campo da calcio si trasforma in un’arena, con intorno gli spillatori di birra e soprattutto le braci con gli agnelli impalati su spiedoni a croce. E’ l’evento dell’anno, il paese chiude e per due giorni dominano i cavalli, i cantastorie improvvisati che cantano di tradizioni in lento ma inesorabile abbandono e soprattutto i cavalieri ed il rodeo, retaggio di un tempo in cui l’essere uomo dipendeva da quanto tempo si riusciva a restare in sella ad un equino renitente. Noi pochi stranieri siamo un’attrazione, tra gli inviti ad una birra ed un’occhiata di troppo alle nostre donne. Ma il clima e’ di festa, gli animali (tranne gli agnelli…) non si fanno male e sono anzi i fantini ad avere spesso la peggio. L’ambulanza arriva due volte, qualche caviglia si contorce un po’ troppo, ma nulla può turbare la rustica sacralità dell’evento.

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Ritardiamo la partenza, un po’ perché nel pueblo si sta bene, un po’ perché i trasporti quasi del tutto assenti ci impediscono di allontanarci. Villa O’Higgins diventa il nostro Hotel California, perché come nella canzone degli Eagles, puoi decidere di partire quando vuoi, ma non puoi davvero andartene… Nei giorni della festa osserviamo altri stranieri aspettare per ore sul ciglio della strada nella speranza di un passaggio che non arriva. Siamo ottimisti, ma quando tocca a noi, alle 8 del mattino, ci sono già sei persone in coda, e zero macchine. Passa uno sfortunato motociclista tedesco con la moto in panne. Lo spingiamo fino al meccanico, che è chiuso e che comunque non avrebbe i pezzi di ricambio per il suo KTM nuovo fiammante. Che sfiga, amigo… Quando raggiungiamo quota quindici autostoppisti disperati iniziamo a pattugliare il paese, in cerca di un pulmino da affittare ma niente, tutti dormono o sono ancora ubriachi per la festa. Dopo un’ora di peregrinazioni ed improperi, riusciamo finalmente a svegliare un tizio che tra gli sbadigli si dice disponibile. Naturalmente il prezzo per portarci al paese successivo, Caleta Tortel, e’ quasi da rapina…ma tant’è…l’alternativa e’ rivolgersi al sindaco, per noleggiare lo scuolabus…e non credo che vedendo la mia spilla si dimostrerebbe molto disponibile, perché io non me la tolgo di sicuro…
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Camel Fair

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Giorno 444.

Pushkar e’ una delle città più antiche e sacre di tutta l’India ed anche uno tra i luoghi più incantevoli e suggestivi che abbia mai visto. Letteralmente significa “nata da un fiore” e la leggenda narra che quando il mondo era ancora una palla deserta, Brahma il Creatore staccò un petalo dal divino loto su cui eternamente siede e lo lasciò cadere. Ove il petalo toccò il suolo si creò il lago di Pushkar, la prima acqua del mondo, un lago sacro senza fondo che oggi lambisce questa perla del Rajasthan ai margini del deserto.

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A Pushkar si trova l’unico tempio al mondo dedicato al culto di Brahma, che insieme a Shiva e Vishnu, incarna la trinità più venerata di tutto il vasto pantheon indù. Un po’ come il Buono, il Brutto e il Cattivo per i fanatici di Sergio Leone. E gli indiani, che sono grandi amanti dei record, non fanno a meno di ripeterlo ai visitatori in continuazione. Noi, per dispetto, il tempio non lo visitiamo, intanto la città e’ praticamente un santuario a cielo aperto. Ma la storia del povero Brahma e’ più o meno questa. Un giorno Brahma si preparava a celebrare un sacrificio in pompa magna sulle rive del lago, con una cerimonia alla quale avrebbe dovuto presenziare anche una donna. Per questo ruolo scelse la moglie, Savitri, che però in quell’occasione pensò bene di prendersela comoda, finché Brahma, stufo di aspettare, decise candidamente di risolvere l’impiccio scegliendo come nuova moglie Gayatri, una ragazza del villaggio. L’avventato consorte pago’ a caro prezzo le sue scelte lussuriose, perché quando la moglie lo scopri’ con le braghe calate, la solita scusa del “cara, non è quello che sembra” non basto’ a placare le sue ire. Savitri lo maledisse e giuro’ che il suo culto non si sarebbe mai praticato in nessun’altra parte dell’India, perché chiunque avesse costruito un tempio in suo onore sarebbe morto tra atroci sofferenze. Fu’ così che il creatore venne condannato all’oblio, con l’unica eccezione di Pushkar.

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Questa sua unicità fa si che ancora oggi tutto il villaggio sia considerato assolutamente sacro: ogni singola pietra, ogni angolo, soprattutto l’acqua torbida del lago senza fondo con i suoi 54 gradini. Un cartello ammonisce il visitatore affinché non si avvicini a meno di dieci metri dallo specchio con le scarpe ai piedi, paventando pene orribili nella prossima reincarnazione. I Bramini e i loro guardiani vegliano perennemente a caccia di miscredenti e turisti in contravvenzione cui finalmente possono gridare ogni sorta di improperi. Con una punta di compiacimento aggiungerei… Ci tocca girare con un metro. Anche il regime alimentare in paese risente della spiritualità del luogo. Il menù e’ rigidamente vegano, niente droghe, niente alcool, persino le uova sono bandite, e i ristoranti si ingegnano a venire incontro ai gusti dei turisti con croissant che sanno di pane e torte al cioccolato che si disfano solo a guardarle.

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In realtà noi a Pushkar c’eravamo già stati, e l’atmosfera magica e tranquilla dei ghat e dei palazzi bianchi che si specchiano nel lago era uno dei ricordi più intensi dell’India di dieci anni fa. Ma questa volta decidiamo di vivere un’esperienza completamente diversa, perché ogni anno, la settimana prima del plenilunio di Kartika, l’ottavo mese del calendario lunare Hindu, che cade di solito tra ottobre-novembre, si tiene la Pushkar ka Mela o Fiera di Pushkar, un avvenimento tra il sacro e il profano per rendere omaggio al Dio Brahma, con processioni, canti e manifestazioni folkloristiche, durante il quale si svolge una delle fiere del bestiame più famose del mondo. La città si trasforma in un tripudio di colori e vivacità, un caleidoscopio di danze vorticose, campi tendati e cammelli agghindanti a festa. Migliaia di pellegrini, mercanti e allevatori provengono fin qui dal Rajasthan e da tutta l’India del nord per assistere alla fiera e partecipare ai festeggiamenti che culminano con il bagno finale di purificazione nel lago sacro, nel giorno di Kartik Purnima, la notte del plenilunio.

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Il turbinio delle giostre che scricchiolano instabili come mulini di ferro oscura il profilo della collina di Savitri, la venerata e cornuta moglie di Brahma. Le strette strade polverose vengono invase da una miriade di persone cui si mescolano musicisti, saltimbanchi, acrobati e l’intera città si trasforma in un’enorme mercato affollato dove gli ambulanti espongono ogni genere di chincaglieria: padelle, tappeti, chillum, finimenti per cammelli, prodotti artigianali di ogni tipo, braccialetti, monili intarsiati e tessuti stampati indossati dalle donne indiane che tra le bancarelle scambiano o vendono davvero di tutto. Truffatori, accattoni e ladruncoli si mescolano alla folla in cerca di buoni affari e noi, da buoni clienti, ci facciamo subito borseggiare a dovere. Poi ci sono i contorsionisti, i funamboli, gli addomesticatori di cavalli, di scimmie, gli incantatori di serpenti. Un microcosmo di personaggi che sembra uscito da una delle avventure di Willy Fog e che solo l’India può ancora raccontare.

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Una scia di donne scalze coi bracciali alle caviglia e i bagagli sulla testa si avvicina a piedi alla città. La maggior parte di loro dormirà sulle gradinate che circondano il lago o sotto le tettoie della grande arena che di giorno ospita i giochi e le competizioni. La gente dei villaggi non può certo permettersi gli alberghi, che con i prezzi esorbitanti della fiera sono ad esclusiva disposizione dei turisti occidentali e degli ancora più ricchi turisti indiani.

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I cammellieri con le loro carovane di tende, donne e bambini si sistemano sulle dune alle porte di Pushkar, accanto alle grandi vasche che indistintamente soddisfano le esigenze idriche di uomini e bestie. Gli accampamenti si stendono a perdita d’occhio, fra migliaia di cammelli, i veri e indiscussi protagonisti della fiera. Gli animali vengono lavati e splendidamente ornati con tatuaggi, decori, nastri e treccine, campanelli d’argento e piercing al naso, oppure truccati con pesanti strati di kajal. Alberi di Natale con la gobba pronti a competere al concorso di bellezza per ruminanti del deserto.

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All’ombra delle tende gli uomini contrattano, litigano, fumano e bevono di nascosto, mentre le donne operose cucinano, attingono l’acqua, lavano i figli e passano tutto il loro tempo libero a raccogliere meticolosamente polpette di sterco di cammello. Perché nel deserto non si trova legna da ardere e niente va sprecato.

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La vera tratta del cammello si svolge nei primi giorni della fiera, quando migliaia di esemplari cambiano proprietario dopo feroci trattative. Man mano che i giorni passano e gli affari si concludono, gli accampamento si svuotano, le carovane di acquirenti più o meno soddisfatti si allontano nel deserto, pronti ad affrontare la lunga marcia verso casa attraverso piste polverose. Seguono i bambini coi carretti e le donne con le solite ceste, sempre a caccia di sterco.

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Alla fiera si affianca il grande festival di spettacoli, gare e saltimbanco. Ogni giorno nella grande arena assolata si svolgono le competizioni più curiose e stravaganti che si possano immaginare. Sotto un sole cocente sfilano cammelli e cavalli ballerini, si freme per la super attesa gara di baffi e quella di turbanti, stranieri contro locali. Poi c’è il tiro alla fune, la palla avvelenata senza palla, la piramide umana e la corsa con le giare sulla testa. Vince una certa “Mary from France”, complici due braccia da camionista e una clamorosa falsa partenza.

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Un giorno per strada raccattiamo un francese sulla settantina che vaga come un bimbo sperduto in cerca del suo gruppo e della guida da cui è rimasto separato. E’ affamato e impaurito come uno spettatore al circo che per sbaglio è finito nel recinto del leone. Non parla inglese, non sa dove alloggia, e nemmeno dove si trova il suo autobus. Allora io mi dico, ma resta a casa tua se sei preso così. Però mi ricorda Franchino, così lo scortiamo fino alla tenda della polizia e diamo l’allarme al microfono, sperando che qualcuno lo venga a reclamare.

Il festival si conclude con la grande Puja finale, sulle rive del lago, nella notte di plenilunio. Migliaia di fedeli si bagnano nelle acque del lago, al fine di cercare la salvezza ed invocare benedizioni. Si dice che le sua acque non lavino via solo i peccati, ma curino anche le malattie della pelle. Sinceramente ne dubito. Però a questo punto si verifica uno degli eventi più inaspettati cui si possa assistere nella conservativa società India. Pudiche donne di ogni età, normalmente sepolte sotto strati di veli e di paillettes, si spogliano a seno nudo e si tuffano a mollo sotto lo sguardo consenziente di mariti e parenti. In una società tanto repressa, dove ancora sopravvive il regime del matrimonio combinato ed il sesso e’ un tabù, un evento come questo genera scompiglio nei maschilisti cervelli degli uomini indiani. Sorveglianti in divisa armati di bacchetta minacciano punizioni corporali a chiunque si azzardi a tirar fuori dalla borsa una macchina fotografica. Proteggono la virtù delle loro donne da turisti ficcanaso pronti a diffondere foto osé in rete. E a dir la verità non mancano i guardoni del caso, però non sono affatto stranieri, ma indiani repressi ed arrapati, che sotto gli occhiali da sole sbirciano rotonde matrone in topless che potrebbero avere l’età delle loro madri o delle loro nonne. Se uno di loro venisse catapultato per sbaglio su una qualsiasi delle nostre spiagge, finirebbe arrestato per molestie in meno di un’ora.

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Nell’ultimo giorno di festival l’affluenza di viandanti e pellegrini aumenta in modo quasi insopportabile. La città sembra scoppiare come un melograno maturo. Di giorno non riusciamo quasi a camminare, ogni quattro metri qualcuno ci ferma per la foto di rito e le domande sempre uguali, da dove vieni, come ti chiami, ma siete sposati? Mi chiedo, ma se non lo fossimo qualcuno ci proverebbe con me sul posto? La risposta arriva quando un tizio mi allunga una mano e mi invita a seguirlo nel vicolo. Chiaramente si aspetta che io ci stia così su due piedi, per una sveltina dietro l’angolo. La notte e’ in mano a mandrie di ragazzetti ubriachi che scorrazzano per le strade e vomitano sulle giostre. Evitiamo il centro e la sera con Pino e Luca ci arrampichiamo a guardare il tramonto dalla collina di Gayatri, la venerata amante di Brama che di mestiere faceva la lattaia, e ci facciamo delle gran pizze al sicuro dalla folla, sul tetto del solito ristorante vista lago. Più l’atmosfera diventa vibrante, più ci teniamo lontani dall’entusiasmo collettivo. Anche Avidano deve capitolare, perché solo un vero indiano può reggere a tanto.

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Festival

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Giorno 408.

Un omone di due metri per centocinquanta chili non e’ certo di queste parti, anche se porta bottoni in madreperla legati alle orecchie e sfoggia una decorazione di alkakenji infilata sul cappello. Ci scorta all’unica guesthouse del villaggio di Dha, intanto ci racconta che e’ un indologo bulgaro (!?!) che si trova qui per studiare le colorate tribù della zona, di cui sembra già aver sposato i costumi. Si tratta di una minoranza di origine Indo-ariana, discendenti probabilmente dai primi colonizzatori centro asiatici della penisola indiana, qualcosa come 1500-2000 anni fa, e mai mischiatisi con le popolazioni preesistenti. Al seguito, fidanzata con trecce e faccia lunga, e madre, un donnone ansimante. Anche senza la frutta in testa, sarebbe un connubio già singolare di per se’.

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Il villaggio e’ abbarbicato sulla riva destra dell’Indo, a mezza costa di una gola che riduce la luce a poche ore di sole al giorno. Non c’è strada per salire, solo un sentiero tra piccoli appezzamenti di cereali, pomodori, albicocchi, viti e tanti fiori, fiori dappertutto. Lundup, il timido gestore della guesthouse, dai tratti quasi inquietanti, produce alcune bottiglie l’anno di vino bianco ed una deliziosa marmellata fatta in casa. Il mattino seguente ci consiglia una passeggiata fino al villaggio vicino per assistere ad un’esibizione di canti e danze tradizionali organizzata nientemeno che dalla base militare distaccata nella valle per consolidare la fratellanza tra forze armate e popolazioni locali. La tempistica della manifestazione e’ imprecisata, come tutto ciò che è organizzato da qualsiasi esercito che si rispetti. In effetti aspetteremo quasi tre ore l’arrivo del generale pezzo grosso di turno, con tanto di moglie in sari, padrino dell’evento. Ma dopo, forse, verremo ricompensati dal sontuoso banchetto indetto dalla mensa militare…

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Appena arrivati, scorgiamo subito fra la folla la frutta applicata al colosso, e ci accomodiamo vicino ai nostri nuovi amici bulgari. Le donne del pubblico sono decisamente più variopinte, calzano sulla testa interi cesti di frutta e fiori, non solo qualche sparuta fogliolina. Il clou della manifestazione sembrano essere le varie esibizioni di danza, nelle quali i vari paesini danno sfoggio dei propri migliori talenti. I ballerini non sembrano volersi impegnare più di tanto, o forse sono solo timidi di fronte a tanti galloni e stellette, fatto sta che le qualità dello spettacolo e’ piuttosto scadente. Però i costumi sono fantastici. Le donne indossano pellicce d’agnello rivoltate, che unite ad una bellezza non proprio fiorente, le rassomigliano più a circensi orsi delle nevi, che a remote ballerine tribali.

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Ma la giornata si rivela davvero interessante: il generale impettito e la moglie semi congelata, le bandierine al vento, le donne agnello che dondolano. Vedere i militari inginocchiati comporre mandala di sabbia lungo il percorso del super comandante, mentre il lavoro gli viene calpestato da mucchi di bambini indisciplinati, che non possono sgridare per un giorno, non ha prezzo. Poi assistiamo commossi all’incontro di due anziane sorelle che, abitando in villaggi lontani, non si vedevano da oltre tre anni. Si accucciano accanto alla mensa coi loro bastoni ritorti e le facce grinzose, a raccontarsi mille giorni di vita separate. Ci fanno segno di immortalare il momento con una foto ricordo e noi non c’è lo facciamo ripetere due volte. Manca solo Raffaella Carrà…e la Carrambata sarebbe completa!

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Più che un paese, uno stato d’animo…

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Giorno 108.

Lasciamo il Vietnam con un ultima sfuriata. Ora, tutti sanno che non sono certo un tipo litigioso, ne’ scontroso, ma quando su un autobus pubblico mi fai pagare lo stesso tragitto più caro del mio vicino, e poi mi prendi pure per il culo dicendomi che non andiamo nello stesso posto, quando invece so benissimo che non è vero, allora mi incazzo, e te lo faccio sapere. Ne nasce una discussione tra me, la controllora e l’autista, che non porta da nessuna parte perché alla fine pago comunque la sovrattassa da straniero, ma almeno faccio fare loro una figura di cacca davanti agli altri passeggeri. In Indocina “perdere la faccia” e’ considerato molto disdicevole, e mi fa piacere pensare di avergli causato almeno un po’ di mal di pancia, anche se nostri soldi li hanno intascati lo stesso. Continuiamo a reputare il Vietnam un paese bellissimo, che merita senza dubbio di essere visitato, ma se non ci sarà un’inversione di tendenza in questo senso, probabilmente ne pagherà le conseguenze in un futuro neanche troppo lontano. Comunque arriviamo a destinazione, 12 ore dopo, a Phonsavan, nella Piana delle Giare.

Lontano dalla frenesia dei suoi vicini, si dice che il Laos non sia un paese, ma piuttosto uno stato d’animo. E mai come in questo caso attraversare un confine ti fa davvero entrare in un altro mondo. I laotiani sono pochi, circa 6 milioni e mezzo distribuiti su un territorio grande quasi come l’Italia, per cui non hanno certo problemi di sovrappopolazione. Il paesaggio e’ lussureggiante, con insediamenti urbani di piccole dimensioni dove le case, di due piani al massimo, non sono mai agglomerate, ma sparpagliate nel verde, non dando mai la sensazione di trovarsi davvero in città. Il traffico inesistente e’ costituito principalmente da vecchi motorini, qualche auto ed uno stormo di pick up afflitti da corrosione in stadio avanzato, adattati al trasporto passeggeri. Questi ultimi sostituiscono gli autobus, anch’essi piuttosto malandati, lungo i tragitti meno battuti. La gente e’ cordiale, sorridente, ti saluta in continuazione senza provare a venderti qualsiasi cosa. I bambini non indossano le scarpe, ma ovunque ti corrono incontro, ti prendono per mano e non ti chiedono oboli per la loro amicizia. In pratica, ti senti un ospite benvoluto e soprattutto, che è molto più importante, un essere umano piuttosto che un bancomat ambulante. Il Laos e’ ancora un paese comunista, forse uno degli ultimi al mondo, e le bandiere rosse con falce e martello, specie in via d’estinzione, sventolano agli angoli delle strade, proprio accanto a quelle laotiane.

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Ci sistemiamo in una guesthouse poco fuori dal centro, in un bungalow di legno all’interno di un bel giardino curato. Purtroppo durante la notte scopriamo a nostre spese di non essere i soli abitanti dell’amena stanzetta. Due topastri di campagna hanno ricavato la loro tana in una trave di legno, proprio sotto il tetto, e non mancano di farci sentire il loro disappunto per l’invasione improvvisa del proprio spazio vitale. In poche parole, si divorano la nostra scorta di semi di girasole e si succhiano il mio preziosissimo succo al mango direttamente dal tetrapack, oltre ad un tentativo non riuscito di fregarci i cicles, salvati in extremins dalla confezione di plastica troppo dura per i piccoli roditori. Insomma non ci lasciano dormire tutta la notte con le loro scorrerie alimentari. Il mattino seguente, nel tentativo di farci cambiare bungalow, apprendiamo quanto sia estroso il proprietario: ci risponde sorridente che siamo in campagna e tutte le stanze sono infestate, ma lui che ci può fare? Per indorare la pillola, mette a disposizione della clientela una bella cima di marijuana sul tavolo all’ingresso, affinché si dimentichi della presenza dei roditori. Decidiamo di fermarci li’ in ogni caso.

La statistica afferma che il Laos e’ il paese al mondo che ha subito i peggiori bombardamenti della storia, con un numero di tonnellate di bombe pro capite superiore a qualsiasi altro, sganciate dagli aerei USA come “operazione collaterale” durante la guerra in Vietnam (Per che volesse saperne di piu’, consiglio il bellissimo libro “Asce di guerra”, del collettivo Wu Ming…apre gli occhi sulla storia dell’Italia del dopoguerra e sulle due guerre d’Indocina…). Si calcola che circa il 30 per cento di questi ordigni giaccia inesploso da qualche parte, in attesa di far saltare le gambe a qualche contadino “imprudente”. Il paesaggio e’ punteggiato di crateri, a perenne ricordo di quanto sia fetido il sogno americano. Resti di bombe disinnescate sono esposti in bella vista in ogni guesthouse o ristorante che si rispetti, utilizzate a mo’ di fioriere, bracieri per il fuoco, decorazioni varie, per la serie non si butta via niente. Il nostro giardino e’ letteralmente costellato da questa ferraglia, bombe a mano come soprammobili, mitra arrugginiti all’ingresso e missili di due metri inseriti nella staccionata. Alcune organizzazioni non governative si stanno occupando del problema, ma pare che, dato il numero enorme di ordigni in questione, ci vorranno ancora almeno cento anni prima di bonificare del tutto il paese, un dato sconfortante se si considera che molta gente continua a morire o a rimanere mutilata a causa loro.

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Nel nostro giardino, sul fondo di un missile svuotato, alla sera si organizza il falò ed il barbecue a base d’anatra. Intorno ad esso si ritrovano curiosi caratteri: oltre a noi due, non manca mai il proprietario stesso, che cerca di batterla a qualche ragazzina del posto di quindici anni più giovane di lui, il fratello che suona la chitarra da dio, un ragazzo stagionato della Repubblica Ceca ed un altro inglese, che chiamare ragazzo sarebbe un eufemismo, perché la stagionatura l’ha superata già da un pezzo. L’arzillo settantenne ci racconta che si sta godendo la rendita di un traffico di 80 kg di hashish di prima scelta, trasportato personalmente dal Marocco alla Svizzera, giusto per “mettermi a posto quei dieci anni che ancora mi restano”, testuali parole… Dice anche di aver lasciato la Costa del Sol, dove risiedeva ultimamente, per evitare una morte prematura causata dall’uso smodato di cocaina, e di aver così abbandonato quella sostanza per dedicarsi anima e corpo al consumo di droghe leggere. Racconta storie bizzarre ed inverosimili, oltre ad essere uno strano mix tra Raimondo Vianello con i capelli lunghi ed il cantante anziano di Love Actually, che si esibiva mezzo nudo in “Christmas is all around me”… Tra l’altro canta benissimo, ed improvvisa una versione memorabile di Hotel California, con tanto di lacrime finali. Per quanto si capisca subito che le sue parole non siano da prendere per oro colato, e’ un personaggio piuttosto acuto, che alterna osservazioni intelligenti a discorsi nebulosi, spesso inconcludenti…segno incontrovertibile che i neuroni lo stanno abbandonando.

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Questo insomma è stata l’accoglienza che ci ha riservato il Laos, e non poteva davvero essere più bizzarra. In città ci imbattiamo nell’ennesimo capodanno strampalato del nostro viaggio, con tanto di spiazzo tipo parcheggio adibito per la circostanza. Questa volta a festeggiare e’ l’etnia Hmong, che popola i villaggi dei dintorni. Pare che per l’occasione le ragazze nubili, a caccia di mariti, indossino abiti tradizionali sopra un bel paio di calze a rete, si piazzino un trucco pesante sul viso e, addobbate di campanelle come le renne di Babbo Natale, si lancino col padre al centro della festa in cerca del miglior partito. Il festival ha tutto quello che deve avere una sagra che si rispetti: bancarelle gastronomiche, tiro a segno, persino gli autoscontri…ed in più un gioco tradizionalissimo di cui non abbiamo capito bene lo scopo, ma che e’ senz’altro uno dei passatempi meno adrenalinici cui ci sia capitato di assistere. Ragazzi e ragazze, disposti su due file parallele, si scambiano una pallina da tennis a gruppi di quattro. E vanno avanti così, per ore…speriamo almeno che sia qualche forma arcaica di corteggiamento e che il tutto si concluda con una grandiosa orgia finale, perché il senso di tutto ciò, davvero ci sfugge…

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