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Grido di pietra

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Giorno 525.

Nell’emisfero australe l’acqua nel lavandino gira in senso antiorario, il vento freddo arriva da sud, l’agosto lo chiamano inverno. Febbraio e’ invece estate piena, ed e’ tempo di trekking e di montagne. Da El Calafate si percorre una parte della mitica Ruta 40, la strada che percorre tutta l’Argentina da Nord a Sud, da La Quiaca, al confine con la Bolivia, fino alle soglie della Tierra del Fuego. Sono 5300 chilometri di deserti, canyon, pampa, montagne e ghiacciai. E’ la spina dorsale del paese.

La base per i migliori trekking della Patagonia argentina e’ senza dubbio il paesino di El Chalten, da cui si diramano alcuni sentieri verso le vette della regione. Questa e’ la terra di due montagne il cui nome fa emozionare gli alpinisti di tutto il mondo, Fitz Roy e Cerro Torre. Ormai siamo trekkers esperti, e ci cimentiamo con il circuito di tre giorni, alla ricerca dell’illuminazione e soprattutto delle viste migliori di questi giganti. Il tempo finalmente e’ dalla nostra, il vento si è calmato ed il sole splende. Non si può dire che faccia caldo, ma chissenefrega…

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La tenda la montiamo in cinque secondi, e sappiamo esattamente quanto cibo portarci, tra cereali a colazione, paste e risotti scatologici per pranzo. Personaggi variegati popolano gli accampamenti, da quelli che si credono superfighi nelle loro attrezzature da centinaia di dollari, alle ragazzine svedesi alle prime armi, un po’ spaventate che ci chiedono di potersi aggregare a noi per la scalata mattutina. Non mi aspettavo di diventare guida alpina così presto…

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Il Fitz Roy come un antico sovrano medievale domina la valle, e ci regala un alba mozzafiato, una delle più belle e faticose della mia vita. Nel freddo dell’aurora, con mia moglie avvolta in una coperta di lana come uno sherpa, osserviamo il sole sorgere e la montagna rispecchiarsi nelle acque glaciali della laguna, cambiando colore con il passare dei minuti. La mattinata di cielo limpido rinnega il nome indigeno del Fitz Roy, che in lingua aoniken viene chiamato “la montagna che fuma”, per via delle nuvole che spesso ne circondano la cima. Ma oggi siamo fortunati. Sicuramente più fortunati di Jacques Poincenot, il celebre alpinista francese che qui ha perso la vita, nel 1952, durante la spedizione che permise al connazionale Lionel Terray ed all’italiano Guido Magnone di conquistarne per la prima volta la vetta.

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Il giorno dopo e’ la volta del Cerro Torre, forse la cima più difficile da scalare della Patagonia, una delle più difficili del mondo, dato che bisogna affrontare 900 metri di parete granitica, per arrivare ad una vetta perennemente coperta da un “fungo” di ghiaccio, in condizioni climatiche molto spesso sfavorevoli. Fu scalato per la prima volta da Casimiro Ferrari ed i celebri Ragni di Lecco nel 1974, ed e’ stato immortalato in un celebre film di Werner Herzog, “Grido di pietra”. Per nostra fortuna non dobbiamo arrivare a tanto, ci basta godere della vista dalla laguna sottostante. Ma il Torre oggi ha deciso di fare il sostenuto, nascondendosi dietro le nuvole. Insistiamo, ci fermiamo per ore ad un mirador nell’attesa del miracolo. Che puntualmente avviene, lasciandoci per qualche minuto gli occhi liberi di vedere la spettacolare spada di roccia che rende questa montagna una delle più belle del mondo, sicuramente la più suggestiva che abbiamo visto fin ora.

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Emozionati, torniamo a valle. Dobbiamo liberarci di tutto il materiale superfluo perché l’indomani ci aspetta una traversata durissima, attraverso il confine cileno in direzione Villa O’Higgins, l’ultimo avamposto di un’altra strada mitica, la Carretera Austral. E sappiamo ormai bene che ogni chilo in più, sulle spalle, pesa.

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