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Amazzonia

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Giorno 649.

Ecco, alla fine lo abbiamo ammazzato. Fede mi lancia un occhiata dicendo “E’ morto”. Guardo Cesar spuntare dalla fitta vegetazione che ricopre l’isla flotante. L’uomo corre, un ghigno diabolico dipinto sul volto. E’ scalzo, ricoperto di fango e formiche, un machete in una mano ed un laccio nell’altra. Quando sognavo di vedere un bradipo da vicino, non mi aspettavo che gli avremmo dato la caccia. Il povero animale, crollato a terra insieme all’albero su cui stava appollaiato, cerca ora di rialzarsi. Dimena le braccia nell’aria con movimenti di una lentezza esasperante. In un attimo Cesar lo afferra, lo lega per la vita e lo infila dentro la nostra canoa. Si mette al timone e io mi ritrovo con l’altro capo della corda tra le mani e l’ammonizione: “Occhio, perché sanno nuotare molto bene e cercherà di buttarsi fuoribordo”. Anche se gli scopi sono buoni, non posso fare a meno di sentire una certa violenza in tutto ciò. Erano giorni che lo cercavamo. Una femmina solitaria in attesa di compagnia sonnecchia dall’altro lato del fiume. Sono animali pigri, che hanno bisogno di un aiutino per incontrarsi. Una volta avvistato il giovane maschio, Cesar si e’ addentrato nella selva per catturarlo e l’unico modo si è rivelato abbattere l’albero a colpi di machete. Ne segue un crollo fragoroso, i rami più alti che sfiorano il bordo dell’imbarcazione da cui noi, spettatori ignari e allibiti, assistiamo alle operazioni di recupero del povero animale. Ora, a pochi centimetri da me, due occhi appannati mi guardano, come uno che si è calato un acido e poi gli e’ salito male. Ti capisco amico, davvero un pessimo viaggio per te. Speriamo almeno che le tue abilità di latin lover siano rimaste illese.

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Al villaggio di Puerto Miguel, a pochi chilometri dalla confluenza in cui il fiume Ucayali diventa Rio delle Amazzoni, siamo arrivati dopo cinque giorni di barca. Con Cesar, la nostra guida incontrata a Pucalpa, ci siamo imbarcati sul Bruno, il battello fluviale che scende fino a Iquitos, e che sembra aver visto tempi migliori. Manca solo la pala a vapore e sembra di navigare in un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Lungo il viaggio, che invariabilmente può durare dai cinque ai sette giorni a seconda delle condizioni del fiume e degli eventuali guasti, attracchiamo presso villaggi inghiottiti dalla giungla per scaricare persone, pollame, blocchi di ghiaccio e fare il pieno di banane. Alcune donne locali salgono urlando a squarciagola per guadagnare qualche spicciolo, offrendo frutta fresca e pesce grigliato ai viaggiatori stanchi di nutrirsi ad una mensa che ogni giorno distribuisce riso e pollo, pollo e riso. Inutile dire che fanno il tutto esaurito.

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A bordo si fa la doccia con l’acqua fangosa del fiume e si dorme tutti insieme, una fila di amache colorate che si sfiorano ondeggiando alla brezza notturna. Donne che allattano, bambini che scorrazzano, ubriachi notturni con radioline moleste sparate a tutto volume. Non c’è privacy, ma sembra che tutti ci siano abituati.

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La signora Dionisia, mia vicina di posto, può contarmi i nei sulle braccia o guardare nel mio piatto mentre mangio e lo fa senza alcun ritegno. Ha avuto nove figli e li ha partoriti tutti da sola. Solo cinque sono ancora in vita, ma nei villaggi gli incidenti e le malattie sono all’ordine del giorno e si accetta la vita con una buona dose di fatalità. La notte dormono in due, lei e il marito, nella stessa amaca. Due vecchietti stropicciati con le gambe intrecciate. Mi si stringe il cuore. La prima notte per sbaglio mi stendo in diagonale e infilo i piedi nella loro amaca. Non si lamentano anzi, l’ultimo giorno la signora finirà per rammendare i pantaloni sdruciti di Avidano e chiedermi una foto per mostrarla alle sue amiche del villaggio. Le regalo una fototessera vecchia di due anni con me coi capelli rossi e Avidano in versione Bin Laden. E’ tutto quello che ho, ma lei ne sembra entusiasta.

Poi ci sono i bambini, un gruppetto di coraggiosi che osa avvicinarsi agli stranieri e che finirà per monopolizzare le nostre giornate scandendone i ritmi tra un gioco e una canzone. Il piccolo Abhramcito, quattro anni di astuzia, chiamato “El Cholo” da sua sorella Esmeralda, simpatizza immediatamente per mio marito non mostrando alcun timore per la barba incolta che generalmente terrorizza i bambini locali. Li scoprirò dormire insieme nell’amaca, con il piccoletto che lo abbraccia e gioca con la sua barba ispida. Al momento di scendere un Avidano che trattiene a fatica il magone, si avvicinerà alla sua amaca per salutarlo. Da uomo a uomo.

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All’imbrunire sbarchiamo a Requena. Cesar ci carica sulla sua lancia, ma mancano ancora diverse ora di navigazione per raggiungere Puerto Miguel. Ci prepariamo ad una notte d’inferno, seduti sul fondo duro della barca, ma il nostro uomo non fa che sorprenderci. Stende un piccolo materasso ed in un attimo ci prepara un comodo giaciglio sotto le stelle. Scivoliamo nel fiume per tutta la notte. Ogni tanto Cesar spegne il motore ed abbandona la barca alla corrente per riposare qualche minuto. L’alba ci sorprende mentre galleggiamo in mezzo al fiume immenso, che sembra quasi un mare. Una famiglia di delfini rosati sguazza a pochi metri da noi.

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Il livello dell’acqua e’ ancora alto e allaga le terre circostanti creando un immenso pantano da cui spuntano isole galleggianti. La nostra casa-palafitta ci attende, con un milione di zanzare assetate di sangue e pesci grigliati a colazione. Deliziosi tra l’altro, perché si nutrono della frutta della selva che cade in acqua dagli alberi. Il padrone di casa, Raul, ci accoglie sulla porta con un coccodrillo appena catturato e legato come un salame. Per festeggiare il nostro arrivo, dice. Sua moglie Noemi lo prende in carico e ce lo servirà per cena, sapientemente affumicato.

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Passiamo le giornate tra i canali, sulla lancia di Cesar, per avvistare scimmie ed uccelli variopinti. La sera, armati di canne, andiamo a pesca nella boscaglia e tiriamo su qualche piranha per la cena. Anche se per i “sancudos”, le zanzare della selva, la cena siamo noi.

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La giungla e’ un posto da uomini. Le donne si sentono intimorite da tanta fitta umidità brulicante di vita. Loro invece tirano fuori qualche sopito istinto primordiale e si trovano immediatamente a loro agio nei panni del giovane esploratore. Cerco di adattarmi e farmi andar bene le tarantole che si aggirano in bagno, gli scarafaggi che infestano la lancia, e tutto il sottobosco di insetti che popola le rive del grande fiume e attenta alla mia quiete. Quando vengo trascinata nella nottata sotto le stelle da Cesar ed Avidano, piove a dirotto. Risaliamo il canale sotto il diluvio universale che disegna arcobaleni nell’aria. Campeggiamo sulla riva, un angolo umido e ombroso di mondo, dentro una foresta tanto fitta che le gocce di pioggia quasi non toccano il suolo. Un colibrì inzuppato si ripara nel suo nido sotto una foglia. Almeno lui si sente a casa. Cesar monta il campo e tende le reti immergendosi completamente nelle acque scure e ricche di sedimenti. Ma la pesca va male e consumiamo una cena frugale a base di zuppa di avena al cioccolato. La pioggia scrosciante ci toglie il piacere dei rumori della giungla, ma forse e’ meglio così. In compenso nella notte una strana resina rossastra cola dagli alberi sulla tenda, regalandoci un attimo di terrore al pensiero di qualche predatore affamato che sia aggira sopra le nostre teste. La mattina un cacciatore in canoa si unisce a noi per colazione. Sta risalendo il fiume, schioppetto in spalla, sulle tracce di una specie di tacchinella della selva. Fede, ormai vittima del richiamo della foresta, decide di accompagnarlo per un tratto. A me tocca sbaraccare il campo, avvolta in una nuvola di zanzare, con Cesar che impreca contro lo Shapshica, lo gnomo del bosco, che sembra aver fatto sparire il suo machete nella notte. E’ tutto molto primitivo, uomini a caccia, donne in cucina. Ma anche questa volta e’ andata, ora la casa palafitta mi sembra il miraggio di un hotel a cinque stelle.

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Riemergiamo alla civiltà dopo oltre dieci giorni di Amazzonia. Iquitos, una delle città più grandi del Perù, e’ piazzata sulla riva sinistra del Rio delle Amazzoni, in piena selva, quasi al confine col Brasile e la Colombia, ed e’ irraggiungibile via terra. Tutto si muove sull’acqua da queste parti, oppure in aereo. Il nostro volo per la costa ci attende, ma ci regaliamo un ultimo capitolo del libro della giungla visitando il mercato di Belem, una specie di Venezia amazzonica anche nota come il quartiere più malfamato della città. Definire il suo mercato colorito e’ un eufemismo. All’altezza dei più caotici e puzzolenti mercati asiatici, le bancarelle di Belem offrono un guazzabuglio di pesci esotici ricoperti di mosche, scimmie squartate, coccodrilli alla griglia, tartarughe strappate dai propri gusci con le uova e le interiora in bella mostra, larve fritte, cuori di palma, cortecce magiche e beveroni miracolosi. Fango dappertutto che risale sulle gambe e si mescola al ghiaccio che cola dagli scatoloni dove si conserva il pesce. Il machete e’ in assoluto l’oggetto più venduto. Normale, per chi deve aprirsi un varco nella foresta ogni volta che deve rientrare a casa. Una donna stende le sue frattaglie in bella mostra come una tendina, una bambina dorme sul bancone del macellaio e gli avvoltoi sui tetti attendono che scenda la sera per ripulire le carcasse. Per me e’ davvero ora di andare.

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Jesus (Cristo) si e’ fermato a Puerto Bermudez

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Giorno 638.

“In questo ostello non ci sono cucarachas!”…mi apostrofa così il proprietario della guesthouse, pretendendo una verifica della nostra stanza. E me lo ripete all’infinito. Tutto perché ho avuto la malaugurata idea di ironizzare sul fatto che ne abbiamo viste alcune, la sera prima, imperversare tra le nostre carote. Jesus, 67 anni, e’ quel genere di personaggio che sembra fuori dal mondo e dal tempo. Arcigno, burbero e scortese al limite della maleducazione, mi ricorda il mio amico Alex. Forse per questo inizio a volergli bene fin da subito. E mi sento ricambiato, a parte la questione degli scarafaggi certo…

Si e’ trasferito dai Paesi Baschi a Puerto Bermudez, un paesino sperduto sulle rive di un tributario del fiume Ucayali, che più a valle diventerà Rio delle Amazzoni, 15 anni fa, dopo una vita di viaggi e scalate. Non e’ sposato e vive da solo, conducendo la guesthouse con l’aiuto di una donna indigena che soffre di problemi di pressione, ed entrambi sono reduci da una settimana difficile a causa dell’esondazione del fiume. Fuori stagione, continua a brontolare Jesus…come del resto fa riguardo a tutto, dai peruviani che non hanno voglia di lavorare al governo che lo subissa di tasse perché “gringo”, fino agli americani che sono obesi perché mangiano fast food. Lui del resto mangia poco, fuma tre pacchetti di sigarette al giorno e si ingozza di aglio perché, dice, lo aiuta a contrastare gli effetti tossici del tabacco. Una situazione quasi degna di un romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Però l’ostello e’ gestito con perfezione quasi maniacale, come dimostrato dal caos venutosi a creare dopo la scoperta delle cucarachas. Credo che se vivi solo per tanto tempo, con pochi contatti con l’esterno, diventa quasi normale focalizzare tutto sulla tua quotidianità, che per lui e’ il suo rifugio per pellegrini e viaggiatori in un angolo remoto del Sudamerica, in piena foresta amazzonica.

Già arrivarci da Cuzco e’ stata un’odissea di alcuni giorni, che ci ha visto attraversare angoli sperduti della Cordillera, dala zona super turistica del Macchu Picchu, alle cittadine misconosciute di Abancay, Andahuaylas, Ayacucho, Hunacayo, La Merecd. Strade dissestate, fiere di paese, chiese coloniali, compagni di viaggio curiosi e blocchi stradali sono stati la nostra quotidianità. Il giorno della finale di Champions League, abbiamo dovuto aspettare che finissero i supplementari perché qualcuno si degnasse di riaprire il tratto di strada asfaltato di recente e lasciarci passare.

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Ma ce l’abbiamo fatta senza precipitare nei burroni che si spalancavano paurosamente a pochi centimetri dalle ruote dei nostri autobus, e’ così siamo finiti a passare alcuni giorni con Jesus. Gli altri ospiti sono due ragazze, anch’esse basche, che però se ne vanno quasi subito, ed un francese di Briancon, ed e’ il terzo che incontriamo in poche settimane, che ha intenzione di scendere il fiume in kayak fino a Iquitos, vicino al confine con il Brasile. Quasi un mese di viaggio e una grande avventura che però lo rende titubante. Qualcuno gli parlato di fantomatici pirati fluviali e trafficanti di organi…quando siamo partiti noi, era ancora li’, non sappiamo come se la sia cavata, se sia sopravvissuto o se un suo rene si trova ora nel corpo di qualche americano danaroso e probabilmente obeso…

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Un giorno Jesus ci organizza un’escursione gratuita ad un villaggio degli indigeni Ashaninka che vivono nella zona, con un suo amico incaricato dal governo di portare sementi e combustibili agli uomini della selva. Risaliamo il fiume, e veniamo sbalzati indietro nel tempo in un mondo senza elettricità, con donne che si lavano nude nel fiume, pescatori, bambini che non la smettono di saltarci intorno mettendo in mostra eccezionali doti da piccoli funamboli. Mangiamo a lume di candela, incredibilmente non ci sono zanzare, e veniamo sistemati a dormire in una capanna direttamente sul pavimento. La sera guardiamo le lucciole ed ascoltiamo storie e leggende raccontate dal capo villaggio, il nostro ospite, che parlano di coccodrilli ed anaconde giganti mimetizzate tra gli alberi, che ti attraggono direttamente nelle proprie fauci, usando l’ipnosi. Ed altre più recenti e sicuramente vere, sui guerriglieri di Sendero Luminoso, un gruppo rivoluzionario inizialmente di ispirazione Marxista, che però con il tempo ha finito col trasformasi in un’associazione a delinquere dedita al traffico di droga ed a terrorizzare gli indigeni, per convincerli ad unirsi ad una lotta che non gli appartiene. Per fortuna il nostro villaggio e’ stato risparmiato dalle atrocità, ma ad altri e’ andata un po’ meno bene, finendo nel fuoco incrociato tra governo corrotto e rivoluzionari deviati.

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Da Puerto Bermudez iniziamo la nostra odissea nella selva Amazzonica. Mia moglie inizia ad odiarmi.

Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang…

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Giorno 287.

Il bello di un viaggio dis-organizzato e’ che se perdi un volo puoi sempre aspettare quello dopo. Così quando ci presentiamo belli freschi il venerdì sera all’aeroporto di Medan in cerca di un passaggio per Jakarta senza uno straccio di prenotazione e scopriamo che gli unici posti acquistabili ad un prezzo decente non sono disponibili prima di lunedì sera, decidiamo su due piedi di fuggire dal caos della città e trascorre tre giorni nella natura (quasi) incontaminata di Bukit Lawang. Il suo nome vuol dire “porta verso le colline” ed in effetti il villaggio più amato dalle scimmie sorge sul limitare della giungla tra terreni ripidi e pendii scivolosi. Ospita un centro di recupero e reinserimento in natura di orangutan. Questo, in aggiunta alla vicinanza con Medan, lo rende uno dei luoghi più famosi in Indonesia per l’avvistamento dei primati che, una volta rilasciati nella foresta, restano nei dintorni del centro, dove vengono nutriti due volte al giorno a beneficio loro e dei turisti che pagano il biglietto. Se si e’ in cerca di un’esperienza più autentica si può anche organizzare un trekking “in the Jungle”, dove gli animali vivono in uno stato semiselvaggio: sono inseriti nel loro ambiente naturale, e non in uno zoo, ma sono abituati alla presenza dell’uomo e non scappano alla vista del lontano cugino.

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L’unico problema, come al solito, e’ la massiccia presenza di turisti che sognano di tornare bambini e credono di trovarsi in un documentario di SuperQuark. Ogni giorno il sentiero di un paio di chilometri che conduce all’ingresso del parco e’ affollato da un via vai di escursionisti determinati, armati di teleobiettivi e pronti alla caccia, che fanno quasi sorridere, dato che gli avvistamenti sono di una certezza praticamente matematica. Non è raro incappare in numerose comitive, soprattutto di locali, decise a vedere gli animali, ma nient’affatto desiderose di vivere la giungla. Una volta saziati dalla vista degli oranghi, passano le giornate scorrazzando sul fiume dentro grosse camere d’aria, dilettandosi nella pratica di quello che in inglese e’ chiamato tubing, però condito con un chiasso infernale. E la presenza di un numero spropositato di guide più o meno ufficiali, e più o meno insistenti, la dice lunga su quello che è il principale business del posto. Insomma un’esperienza molto diversa da quella che noi abbiamo già fatto a Ketambe…

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E per fortuna, perché questo non mi costringe a partecipare all’ennesimo trekking nel fango della giungla, in preda alle sanguisughe, mentre nelle stesso momento un altro centinaio di persone si trova a scorrazzare sugli stessi sentieri nella stessa zona del parco. Insomma non è esattamente un party per pochi intimi e Fede non desidera partecipare, complice anche un brutto raffreddore che lo mette ko per due giorni. Così cerchiamo di estraniarci dal ciclone turistico che gravita intorno alla visita degli oranghi. Passiamo le giornate lungo il fiume leggendo all’ombra di un pergolato, Fede starnutisce, mentre io mi faccio qualche bagno evitando il traffico di novizi della pagaia che scivolano come relitti umani alla deriva.

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Ma il soggiorno vale comunque la pena. La foresta è bella, il paese è pervaso da un’atmosfera festaiola e i locali sono allegri e gentili. Il business degli oranghi ha portato lavoro e benessere nel villaggio. Pare inoltre che le donne occidentali impazziscano per questi Mowgli in carne ed ossa, dai capelli lunghi, il fisico asciutto e la pelle scura. E questo accresce in qualche modo il buonumore generale. Una canzone rimbomba nell’aria a ciclo continuo, come un disco rotto. E’ la colonna sonora del villaggio, praticamente la versione casalinga di uno spot pubblicitario, sulle note di “Jingle Bells”:
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the birds, see orangutan.
Eh! Eh!
Jungle trek, jungle trek, in Bukit Lawang.
See the monkeys, see the Mina, everybody run….
Dove Mina, che è anche il soprannome di mia nonna, e’ un feroce esemplare di orango che se ne frega della buona educazione e del rispetto che dovrebbe dimostrare verso i turisti curiosi che sponsorizzano i suoi spuntini, e che più di una volta ha deciso di attaccare e mettere in funga interi gruppi di escursionisti…

Alla ricerca di Kurtz… Parte seconda

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Giorno 249.

«Risalire quel fiume era come compiere un viaggio a ritroso nel tempo, ai primordi del mondo, quando la vegetazione spadroneggiava sulla terra e i grandi alberi ne erano i signori… ». Joseph Conrad.

Oggi i grandi signori di legno vengono trasportati cento alla volta, sezionati alla radice, come giganti addormentati su enormi chiatte di ferro, che come Caronti implacabili li traghettano verso il mare… Bisogna fare posto alle grandi piantagioni di palma da olio, seguendo l’esempio dei ricchi cugini malesi, che si aggiudicano tutti gli appalti con le loro multinazionali, così la ricchezza lascia due volte il paese. Temo che anche qui tra dieci anni di foresta pluviale ne rimarrà ben poca…

Il Sungai Mahakam si insinua come una enorme ferita che spacca in due il cuore verde del Borneo. E visto dall’alto deve davvero sembrare un serpente gigantesco… La risalita e’ lenta e costante. Ogni tanto ci imbattiamo in un villaggio di pescatori dove le case resistono appollaiate su lunghi pali di legno a picco, in un gioco di stuzzicadenti dall’equilibrio precario. Ci si muove in canoa, a remi o a motore, e a seconda del livello del fiume anche le strade si allagano, tramutandosi in canali.

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A Long Bagun il tempo scorre lento, scandito dai piccoli e semplici gesti quotidiani. L’acqua è al centro della vita e della casa. Viene usata per l’igiene personale, la cucina, un paziente bucato, il divertimento dei bambini. E chissenefrega se tre metri più in la, in una toilette tradizionale, di quelle col buco sul pavimento già incontrate sul battello per intenderci, qualcuno si sta allegramente scaricano lo stomaco mentre ti godi un tuffo rinfrescante.

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Al villaggio visitiamo alcune tipiche longhouse, ornate di sculture e maschere tribali. Le donne si dedicano all’artigianato tessile o alla produzione di gioielli di perline. Alcune provano antiche danze tribali, in vista dell’imminente festival di fine mese che vedrà affluire al villaggio tutti i Dayak dei dintorni, nei loro costumi più belli. Ma non oggi: leggiadre signore svolazzano distrattamente col pigiamino di cotone, ondeggiando grossi ventagli di piume in fantasia zebrata.

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I giovani ormai scorrazzano in motorino cellulare alla mano, ma in giro, all’ombra dei porticati, si intravedono ancora i vecchi Dayak con i tatuaggi tradizionali che ricoprono completamente mani e piedi. Nella leggenda popolare, i tatuaggi avevano una finalità quasi religiosa, poiché quando una persona moriva servivano ad illuminarne il cammino verso l’aldilà. Incontriamo due anziane signore e, non so come, ci fermiamo con loro per oltre un’ora, chiacchierando sotto un’albero di papaya con le poche parole indonesiane che conosciamo e molti gesti. Entrambe non sanno dirci esattamente la propria età, sanno solo di essere ultra ottantenni, anno più anno meno… E poi non c’e’ mica l’anagrafe da queste parti.. Ancora oggi i loro tatuaggi sbiaditi dal tempo sono bellissimi, dei veri capolavori di pazienza che non hanno molto a che vedere con le brutte imitazioni sfoggiate oggi da muscolosi ragazzotti in canottiera, col fucile da caccia sottobraccio.

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A Muara Muntai scopriamo un popolo semplice che abita un villaggio di palafitte e viali ordinati. Anche le strade sono di legno, costruite su passerelle rialzate per evitare le piene del fiume, e sono tanto lucide e pulite che ci si potrebbe mangiare sopra. Ci ospita un vecchio signore sorprendentemente alto, che si aggira con passo instabile, gonnellino tradizionale a quadri bianchi e blu e canotta della salute. Non toglie mai lo zuccotto bianco, forse nemmeno per dormire.

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Il villaggio e’ davvero una delizia, una piccola Venezia di legno senza turisti. Surreali scorci di casette galleggianti e donne alle prese col bucato si susseguono ad ogni angolo. Una moschea color menta fresca si specchia nel campo da calcio allagato. I bambini sguazzano nelle pozze dentro canotti e paperelle gonfiabili, l’accessorio più venduto su ogni bancarella. Quando ci vedono impazziscono di gioia e si cimentano in tuffi e acrobazie per attirare la nostra attenzione.

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Incontriamo Ojezz, sul battello lungo la via di ritorno. Giovane, sorridente, piccolo imprenditore di se’ stesso, ci informa che sua madre ha una pensioncina galleggiante nel villaggio Dayak di Datah Bilang. Parla un buon inglese e si offre di aiutarci a combinare un incontro con una donna dalle lunghe orecchie, una delle pochissime rimaste. Questa pratica di bellezza ormai in disuso, prevedeva un lento e progressivo allungamento dei lobi delle orecchie attraverso l’applicazione di pendagli via via più pesanti, fino a raggiungere dimensioni impressionanti.

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La sistemazione e veramente spartana, un materasso buttato a terra, un buon ristorante locale al piano inferiore e un gruppo di vicini rumorosi, ma simpatici, che si dedicano alla vendita di orologi porta a porta, realizzando un discreto business nei villaggi circostanti (!?!). Supero ogni mia resistenza quando al terzo giorno puzzo ormai come una capra e sono costretta a lavarmi nelle acque marroni del fiume. Impariamo dai vicini la tecnica della doccia col padellino, perché la corrente cresce sempre di più, alimentata dalle cospicue piogge notturne, e non è pensabile tuffarcisi dentro.. Il livello del fiume aumenta di cinque metri in pochi giorni ed un bel mattino, al risveglio, scopriamo che la nostra casa galleggiante sta fluttuando più in alto del villaggio. La passerella di collegamento con la terra ferma si trasforma in una trappola scivolosa. Talvolta sembra inabissarsi nelle acque torbide del fiume e non riesci nemmeno a vedere su cosa stai camminando. Per attraversarla ho bisogno quasi sempre dell’aiuto di Ojezz e di un ombrello stile equilibrista. Fede preferisce più virilmente caderci dentro, tra le risate generali…

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Alla ricerca di Kurtz

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Giorno 246.

«Un fiume possente che sulla carta si snodava come un gigantesco serpente, con la testa nel mare, il corpo ripiegato su un immenso territorio, la coda perduta nel cuore del continente…..Il serpente che mi aveva incantato». Joseph Conrad.

Siamo nell’est Kalimantan. Ed è sulle torbide acque del Mahakam River, in un’atmosfera che sembra uscita da “Cuore di Tenebra”, che ha inizio il nostro viaggio alla scoperta di un fiume remoto, immerso in un paesaggio in gran parte incontaminato, sulle tracce di ciò che resta di un popolo antico, i Dayak tagliatori di teste, e di uno stile di vita da sempre indissolubilmente legato allo scorrere dell’acqua.

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Raggiungiamo in bus la cittadina di Kota Bangun e ciondoliamo sulla strada, sotto lo sguardo dei curiosi, in attesa del battello salpato stamattina presto da Samarinda, con cui risaliremo verso l’interno, fino al villaggio di Long Bangun, il punto massimo raggiungibile in questa stagione con il servizio pubblico. Sono approssimativamente trenta ore di navigazione, guasti permettendo, per percorrere oltre i due terzi di questo fiume dalle ampie curve, largo almeno cento metri, che come una vera e propria autostrada d’acqua rappresenta l’unica via per raggiungere i villaggi che stiamo cercando.

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Quando lo vedo aggirare l’ansa del fiume, la prima cosa cui penso e’ a un grosso scatolone di carta che galleggia a fatica, pronto a sciogliersi in qualunque momento. Il battello arranca lentamente come uno scarafaggio controcorrente. Solo l’imbarco si rivela più ostico del previsto, e non siamo ancora partiti. Una passerella larga dieci centimetri oscilla sotto il mio peso attraverso un’acqua fangosa, le cui profondità mi sfuggono.. Ci piazziamo sul terrazzo, sopra la cabina di pilotaggio, e ipnotizzati ascoltiamo il silenzio della massa d’acqua che scorre lenta, mentre il sole tramonta. Una schiera di personaggi dai volti segnati si raccoglie presto intorno a noi, e Fede stringe subito amicizia. Sono gli operai delle miniere di carbone che ritornano dalla licenza. Li scarichiamo di notte, sulla sponda del fiume, nei pressi di qualche stazione aggrappata al margine dell’ignoto….

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Sul battello si gira solo scalzi, come da buona educazione, così mi ritrovo a zigzagare tra gli avanzi di cibo sparsi un po ovunque sul pavimento. L’immondizia si lancia direttamente dal finestrino, senza separare nemmeno la carta dalla plastica. Ogni tanto si vedono vere e proprie maree di rifiuti che implacabilmente scendono verso valle, segno che un po’ di educazione ambientale non farebbe male da queste parti. Attraverso le cucine dove donne velate si adoperano a sfornare tutto sommato dei buoni pasti, scorgo un uomo lucido di sudore dormire in un cantuccio vicino al motore, in un frastuono infernale, ma e’ quando raggiungo il bagno che con infantile curiosità mi ritrovo ad osservare un foro quadrato praticato sulle assi di legno del pavimento, attraverso il quale vedo ribollire le acque allegre del fiume. Inutile chiedersi come si usi, impareremo presto che questo e’ lo stile Dayak.

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La sistemazione che ci attendere per la notte assomiglia alla terza classe del Titanic. Forse peggio. I passeggeri giacciono tutti insieme su una lunga fila di materassini ammuffiti, mai lavati dalla notte dei tempi. Alcuni hanno il lenzuolino della Juve e Fede si sente subito a casa. Il fumo libero rende l’ambiente nebbioso, mentre gli uomini organizzano una bisca e le madri cercano di ninnare bambini bercianti senza sonno, facendoli oscillare vorticosamente dentro culle improvvisate con pezzi di stoffa appesi ad un chiodo del soffitto. I finestrini spalancanti e le luci accese nel cuore della notte attirano all’interno ogni sorta di insetto, non che c’è ne sia bisogno, visto che gli scarafaggi già ci ronzano intorno e i topi rosicchiano avidamente la nostra colazione, ma questo lo scopriremo con gioia solo il mattino seguente. Mi avvolgo saldamente nella mia felpa col cappuccio, chiudo gli occhi e cerco di farmi cullare dalla corrente… Ancora ventisei ore e ci siamo…TO BE CONTINUED…

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