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Holi a Varanasi

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Giorno 690.

L’atmosfera e’ da ultimo giorno d’assedio, si bruciano i morti e si salvi chi può. Varanasi e’ la città più vecchia del mondo, dicono circa 4000 anni, in confronto Roma e Atene sono delle sbarbatelle. La quintessenza dell’India si spiega sulla riva sinistra del Gange, la grande madre che porta la vita nel Subcontinente, ed è una città bellissima nella sua lugubre decadenza. I palazzi diroccati dei Maharajah si affacciano sui decrepiti Ghat, le scalinate di pietra che si tuffano nel fiume, sulla cui si sponda si affaccenda un ammasso di umanità variopinta che porta con se il meglio ed il peggio di questo popolo. Qui lo spiritualismo induista si mischia con il materialismo moderno, tra abluzioni e riti sacri vecchi di millenni, blue lassi da capogiro e giri in barca per turisti a 50 rupie, ma solo se contratti bene.   

            

A Varanasi si viene per morire, se si ha questa fortuna ci si libera dal ciclo delle rinascite e si è salvi, fino alla fine dei tempi. Ecco perché il cuore fumante della città e’ il Manikarnika Ghat, quello delle cremazioni. Qui lo spettacolo della morte ti si appiccica ai vestisti e ti brucia gli occhi, insieme alle esalazioni delle pire che ardono senza sosta. Gli uomini recano a spalla i loro cari, li immergono per un ultimo bagno e, mentre i morti aspettano il loro turno, i vivi comprano la legna, in base a quello che possono. Se sei povero e te ne puoi permettere poca, rischi che il tuo corpo non bruci del tutto, e allora se lo mangeranno i pesci o i cani sull’altra riva. Una composta rassegnazione aleggia sulla folla di parenti e amici raccolta in piccoli gruppi ammassati un po’ ovunque, come i tronchi di legno fumanti. Dai barconi i turisti sfilano silenziosi trattenendo il fiato alla vista del fuoco che lambisce i corpi. Ricchi e poveri, le ceneri che si mischiano prima di essere buttate nelle acque sacre. 

   S

Sono i giorni che precedono la Holi, l’inizio della primavera. La città e’ un girone infernale di follia collettiva, nell’aria si respira il fermento e tutti si preparano al delirio del mattino del 6 marzo. Oggi gli dei non guardano, e vale tutto. Noi acquistiamo pistole ad acqua e polveri colorate, ma la mattina della festa scopriamo che il proprietario della nostra Guesthouse ha proibito a tutti di uscire prima di mezzogiorno, pare che sia troppo pericoloso per i suoi preziosi turisti mescolarsi al pandemonio che si sta scatenando in città. Quasi ci rassegniamo, ed iniziamo a sfidarci a colpi di colore sul terrazzone con i bambini locali, ogni tanto ci affacciamo e con invidia sbirciamo la guerra vera che si combatte lungo il fiume. Poi una rivoluzione di giapponesi ci libera e convince il bramino a lasciarci uscire, a patto che si firmi, addirittura, un foglio per sollevarlo da ogni responsabilità. 

   C

Così ci ritroviamo fuori insieme a Gustav, un ragazzo svedese che mi aiuterà a fare da pretoriano a Giulia nel marasma generale che nel frattempo infuoca sui Ghat e tra i vicoli della città vecchia. A dire il vero in giro non si vedono donne locali sopra i dodici anni, e ci mettiamo un attimo a capirne il motivo: con la scusa di augurare “Happy Holi” spruzzandoci di tutto addosso, i marpioni ne approfittano per palpare tette e culi delle malcapitate turiste più temerarie, anche se devo dire in modo piuttosto goffo e più curioso che malizioso. Naturalmente non posso evitare che mia moglie subisca la stesa sorte, del resto se gli dei non guardano, chi sono io per intervenire… Dopo un’ora di baccanale, torniamo in Guesthouse ricoperti di tutti i colori del mondo.  

 

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La morte ti fa bella

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Giorno 347.

Se i funerali sono un evento a Rantepao, anche le sepolture sorprendono quanto a originalità. Peregrinando di villaggio in villaggio, attraverso un paesaggio di risaie terrazzate dove i bufali pascolano pigri e i contadini si spezzano la schiena sul raccolto, vaghiamo alla ricerca di suggestivi siti funerari disseminati nella campagna circostante. Seguiamo una cartina mal riuscita dove i paesi portano nomi impronunciabili, che più che asiatici sembrano usciti da uno scioglilingua sardo… Batutumonga, Tampangallo, Rantepangli, Ketekesu e via dicendo in una escalation di suoni gutturali…

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Partendo dal presupposto che non esistono cimiteri veri e propri, perché ognuno può seppellire i propri morti dove vuole, preferibilmente dietro casa o comunque sul proprio terreno, ogni villaggio segue tradizioni differenti, sulla scia di un unico filone religioso in cui il cristianesimo importato si innesta sulle più antiche credenze animiste, radicate nella cultura Toraja. L’interesse crescente dei turisti ha generato poi un nuovo business mortuario a costo zero. Bigliettaie intransigenti, appostate dietro ogni lapide, reclamano il prezzo dell’ingresso. Inutile cercare di evitarle.

Il paesaggio e’ punteggiato da gigantesche rocce nere, come uova preistoriche pietrificate dal tempo. Portoncini di legno sbiadito celano loculi granitici scavati nei massi scuri. Un sottile strato di muschio ricopre i ricordi che si accumulano sull’uscio. Un cappello a cono per lavorare i campi, uno specchio, indumenti sbiaditi dal sole e dalla pioggia. Mucchi di pannolini e scatole di latte in polvere, uno zainetto per la scuola, e poi tanti orsacchiotti per non sentirsi troppo soli… Tanti vecchi, ma anche tanti giovani. Ci perdiamo fra le date.

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Le sepolture nelle grotte si raggiungono attraverso profondi cunicoli disseminati di vecchie ossa sbiancate e levigate. Le bare sono accatastate in alto e negli angoli. Ai teschi sparsi si offrono sigarette mezze accese per prevenire crisi d’astinenza, agli altri qualche libro, vecchie foto, ritagli di giornale ingialliti, un ombrello per la pioggia. E poi centinaia di bibite già cominciate e lattine mezze aperte per lenire la sete nei secoli. Nel raggio della torcia si illumina un gran disordine, che misto all’odore tipico di guano di caverna riproduce un effetto discarica piuttosto inaspettato per la sacralità del luogo.

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I Tau Tau sono inquietanti fantocci di legno, tanto più costosi quanto somiglianti al defunto che rappresentano. Dall’alto delle loro balconate, spuntano le visite dei parenti. Le braccia rivolte al cielo e gli occhi sprangati che sembrano seguirti, dappertutto. I loculi sono incastonati nella roccia di ripide pareti calcaree, e custoditi da pesanti portali di legno, a protezione contro i famigerati rapinatori di tombe. L’attico con vista e’ la postazione più ambita, ma come al solito è riservata alle classi sociali più elevate. Anche nella morte non si è mai tutti uguali.

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Le sepolture negli alberi, accolgono il riposo dei neonati. Sotto l’anno di età, i corpi dei bambini vengono cullati dal tronco di grandi alberi di Baniano, dentro cavità lignee che rappresentano l’utero materno.

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Non mancano i più moderni o tradizionali cottages funerari. Intarsiati, addobbati, dipinti, sfarzosi. Sempre con l’intento di eccellere sul proprio vicino.

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Funeral Party

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Giorno 343.

L’odore del sangue sale nel naso, punge nella gola e chiude lo stomaco. Mi contorco sulla stuoia, mentre cerco di ignorare l’uomo imbrattato di sangue che, mannaia alla mano, sta squartando l’ennesimo maiale. Una decina di esemplari già sgozzati attende alla rinfusa di trasformarsi in tranci, mentre teste bruciate spiccano da corpi mutilati, rotolando qua e la confuse, e le interiora si accumulano in una montagna puzzolente, che svetta poco sulla destra. Cerco di immaginare che sia tutto finto, lontano, come se guardassi attraverso un documentario. La giornata dei sacrifici e’ davvero troppo per chi, come me, la carne e’ abituata a comprarla a fette, dentro comode vaschette da supermercato. Finisci quasi per scordarti da dove viene.

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Il rito funerario nei dintorni di Rantepao e’ un’arte cruenta ed estremamente costosa. Si tratta di quattro giorni di festeggiamenti, con tanto di pranzi e sacrifici animali, cui partecipano non solo i parenti stretti e gli altri membri del villaggio, ma anche, a seconda dell’importanza del defunto, delegazioni di invitati provenienti da tutti i villaggi circostanti. Si mangia, si balla e si beve, ovviamente. Verdi calici di bambù scivolano di mano in mano traboccanti di un aspro liquore di palma chiamato Arak, e il pomeriggio subito si scalda. Le spese sono tutte a carico della famiglia del “festeggiato”, disposta a dilapidare interi patrimoni per non deludere le aspettative della comunità. Alcune volte il morto pazientemente aspetta per mesi, o anche per un anno intero, prima che i parenti riescano a racimolare la somma necessaria a sostenere una tale baldoria. Alcuni di loro lasciano il villaggio, o addirittura l’isola, per andare a lavorare altrove e guadagnare i fondi necessari. Ma ne va dell’onore di tutta la famiglia, così si mette il corpo in formalina, lo si parcheggia nella stanza dei defunti, ogni casa ne ha una, e si finge che stia solo dormendo, in attesa di diventare sufficientemente abbienti per onorarne la memoria.

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La cerimonia si svolge solitamente nel cortile di famiglia, dove vengono allestiti gazebo di bambù e stuoie per accogliere all’ombra centinaia di invitati. Si accede attraverso qualcosa di molto simile ad un corteo, che come un serpente si svolge intorno alla bara colorata, posta al centro del grande spiazzo, dentro una piccola costruzione tradizionale col tetto a barca, ed una foto, che nel nostro caso ritrae un’anziana signora chiamata Sesa. Il gran maestro cerimoniere lancia incomprensibili anatemi a tutto volume dall’alto del pulpito, con tanto di microfono gracchiante, mentre i partecipanti sfilano con i doni recati in omaggio alla defunta. Come una carrellata di Re Magi. Per noi e’ sufficiente una stecca di sigarette, ma la tradizione vuole che ogni famiglia colga l’occasione per sacrificare un maialino bello grasso, pubblicamente macellato nell’euforia generale, e che per metà tornerà di diritto a casa coi legittimi proprietari. Nel giro di dieci minuti se ne accumulano una quarantina, ammassati in bella vista sotto il sole cocente al centro del cortile, legati per bene a lunghe pali di bambù, mentre grufolano incontro al loro destino. Ma nessuno se ne cura, solo i turisti lanciano occhiate turbate ai salami strillanti. Evidentemente non sono l’unica a sentirsi a disagio.

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I bufali, come sempre, se la passano molto meglio. Elegantemente bardati attendono all’ombra di una palma, mentre il padrone li accarezza. Brucano foglie fresche come ultimo pasto. Giungono qui dopo una lunga vita, allietata da giorni felici, spesi a razzolare liberi nel fango delle risaie, mentre pettegoli guardano crescere le corna del vicino. Quando il cerimoniere si avvicina e gli recide la gola, crollano al suolo increduli, in una nuvola di sangue. Muoiono così, senza un lamento, mentre intorno si accalcano i turisti per una foto ricordo. Ad ogni cerimonia la famiglia del defunto provvede a comprare decine di grossi esemplari dalle corna ben temperate che, quando tutto sarà finito, finiranno elegantemente impilate davanti casa, come un obelisco di teschi la cui ombra dovrebbe ingelosire i vicini. I bufali albini sono una chiccheria da ricchi, costano più di un’automobile e sono quasi venerati. Il record imbattuto? Una mattanza di centocinquanta esemplari in un solo pomeriggio… Ma c’è chi sta lavorando sodo per alzare il piatto.

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Ad agosto ci sono funerali tutti giorni, it’s party time. Camionette affollate scaricano composte signore a lutto vestite e maialini sacrificali. I turisti si imbucano, guida al seguito, infestando i cortili come la gramigna. Autoinvitato dell’ultimo minuto, lo straniero in bermuda viene tollerato con pazienza ed anzi guardato con una certa curiosità, nonostante il teleobiettivo spianato e la completa ignoranza dell’etichetta funebre. Gli viene offerto di buon grado un posto in prima fila, dove, ignaro ma felice, finisce spesso incastrato in qualcosa cui forse non è pronto ad assistere. Questo, almeno, il mio caso e quello di Cristina da Torino. I suoi figli, Omar e Sara, reggono meglio la vista del sangue, come del resto Monia e quel sanguinario di mio marito. Marta invece cerca rifugio nelle risaie.

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Dopo i sacrifici, le danze, il liquore, la visita alle cucine dove la confederazione delle massaie associate sforna a ciclo continuo gocciolanti porzioni di grasso animale cotto nel bambù, la parata della bara che viene letteralmente caracollata in un ultimo tour del villaggio, lasciamo il campo sfiniti. Loro continueranno così per altri quattro giorni di sangue, noi per restare a tema concludiamo la giornata del morto con il tour delle catacombe. Ormai ci abbiamo preso gusto.

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L’insostenibile impermanenza dell’essere

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Giorno 59.

Litang, Tibet, 4000 metri.
Arriviamo nel posto stabilito alle 8,30 nel sole gelido del mattino. La famiglia ci invita intorno al fuoco per un the caldo. Poco più in alto sul pendio, il cerimoniere, mezzo sciamano e mezzo becchìno, sta preparando il cadavere per il rituale. È stato trasportato fin qui sopra un carretto agricolo, di quelli usati per le pecore o le verdure. Dapprima viene trascinato su per la collina, poi estratto dal sacco bianco ed arancione in cui era infilato, ripiegato su se’ stesso. È completamente nudo. Il vecchio chiama a raccolta i famigliari, e noi con loro, affinché tutti si avvicinino, ed inizia il rito. Sullo sfondo la luna calante che piano piano sbiadisce nel cielo azzurro terso. Non sappiamo nulla di quest’uomo, ma siamo qui per presenziare ad una delle cerimonie più intense a cui si possa assistere sulla faccia della terra, quella dello sky burial, il funerale tibetano a cielo aperto.

Con un coltello da macellaio molto affilato, il cerimoniere pratica incisioni nella carne, fino all’osso, su tutta la superficie della pelle nuda, inclusa la testa. L’odore del sangue richiama subito gli avvoltoi. Se ne avvicinano planando una cinquantina, atterrando a pochi metri dal luogo in cui si sta svolgendo il rito. Sono enormi, con le penne brune ed il collo spelacchiato e sanno esattamente quello che sta per succedere. Attendono pazientemente, intorno al cadavere, che il pasto sia pronto. Quando l’uomo ha finito con le incisioni, ci allontaniamo di qualche metro ed inizia la macabra danza degli avvoltoi. In pochi minuti il corpo viene completamente spolpato, restano solo le ossa e la testa, con qualche brandello di pelle e cartilagine. Siamo ammutoliti. Giulia di fianco a me osserva immobile, in silenzio. Lei e la ragazza canadese venuta con noi sono le uniche donne presenti. Alle famigliari del morto non è permesso assistere, probabilmente perché gli occhi femminili, occhi di madre, faticano a tollerare una simile martirizzazione del corpo umano, al quale loro stesse danno la vita. Quello che colpisce e’ invece la serenità con la quale i presenti assistono a questo evento: sorridono, chiacchierano, alcuni scattano foto, suona persino un telefonino. Per loro la morte e’ solo un passaggio verso un’altra vita, e quel cadavere non e’ che un guscio vuoto da lasciare in dono ad altri esseri viventi, come nutrimento. Si tratta di un rituale che trae le proprie origini in tempi antecedenti la nascita del buddismo tibetano, dalle pratiche sciamaniche dell’altopiano e dall’antichissima religione bon. Compendia la filosofia tibetana del ciclo della rinascita e dell’impermanenza del materiale, con la necessità di trovare un metodo di sepoltura alternativo, in una terra troppo povera di alberi per permettere la cremazione dei cadaveri e spesso troppo dura e gelata per consentirne la tumulazione.

Il corpo scompare e una volta allontanato il nugolo di avvoltoi, resta solo uno scheletro sporco di rosso-sangue. Il cerimoniere a questo punto prende una grossa pietra conca, da usare come mortaio per polverizzare ciò che resta dell’ossatura. Usa un’ascia da boscaiolo: le ossa, sbriciolate insieme al midollo e ad altri resti, vengono mischiate con della farina d’orzo, per formare un ammasso piuttosto omogeneo. La testa per ultima. Non pensavo che le nostre ossa craniche fossero così dure. Sono necessari tre colpi d’ascia per aprire il cranio e mischiare il cervello al resto. Poi e’ di nuovo il turno degli avvoltoi, che pazientemente attendono intorno ai presenti, affilandosi i becchi lucenti sulle pietre.

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Lo sciamano si allontana per andarsi a lavare nel vicino torrente, mentre gli uccelli avidi completano l’opera. Tutti i famigliari si allontanano, mentre noi rimaniamo ancora un po’ a guardare impietriti. Sbigottiti, veniamo invitati dalla famiglia a scattare con loro una foto ricordo, sempre sorridenti. Accettiamo, ma non sappiamo cosa pensare. Ce ne andiamo a piedi con i ragazzi canadesi. Per un po’ non parliamo di quello che abbiamo visto, siamo storditi, sulla via dell’impermanenza, il nostro cammino e’ ancora lungo.

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