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Komodo National Park

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Giorno 327.

Stringo forte Sam in un addio veloce, i ragazzi dell’agenzia di viaggi si sono dimenticati di noi e la nostra barca e’ in partenza. Ho un nodo alla gola, non riesco a smettere di pensare che probabilmente non ci rivedremo mai più e per la seconda volta in questo anno sento che mi mancheranno davvero questi due ragazzi che conosco appena, con cui si è condiviso tanto in così poco tempo. Ma il viaggio e’ così, vite lontanissime si uniscono a sorpresa saldandosi in legami di irresistibile empatia, e altrettanto in fretta si separano, ognuno assorbito dalla propria orbita.

Sulla barca Matej ci accoglie offrendoci un cicchettino di liquore sloveno. Quasi quasi me lo faccio così mi tiro su il morale. Quando la scena si ripete alle sette ogni mattina, prima di colazione, capisco che sono troppo vecchia per queste cose, gli sloveni invece no, sono degli autentici sballoni. La crociera di quattro giorni da Flores a Lombok, attraverso il Komodo National Park, prospetta un ambiente molto diverso dalla terribile Wilis. L’imbarcazione e’ un piccolo peschereccio riadattato al turismo, e poi siamo solo in otto, oltre ai membri dell’equipaggio. Si dorme tutti insieme in una specie di mansarda ricavata sul tetto della barca, non ci sono docce o rubinetti a bordo, solo il mare per lavarsi, ma la cucina e’ varia ed i materassini per dormire in abbondanza per tutti. La compagnia e’ composta da quattro ragazzi sloveni in vacanza capeggiati dall’alcolico Matej, e da Bek e Holly, coppia saffica e ultrasportiva Made in New Zeland, da cui Fede e’ piuttosto intimorito.

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Zigzaghiamo per quattro giorni fra le isole del parco in un paesaggio bruciato dal sole dove il clima e’ tanto secco da sembrare quasi fuori luogo a queste latitudini. Un fitto manto d’erba alta e gialla tutto ricopre come carta da parati. Non ci sono palme e atolli in vista, solo aspre isole vulcaniche con un sorriso di spiaggia bianca che si tuffano nel mare blu. Le correnti nei canali sono fortissime. Si nuota a fatica, soprattutto senza pinne. Spesso stentiamo a rientrare in barca, in alcuni casi viene addirittura calata una corda di sicurezza cui aggrapparsi per non essere trascinati via. Sostiamo qua e la in suggestive calette per dedicarci ad uno snorkeling faticoso, mentre gli sloveni si esibiscono in tuffi acrobatici dal ponte della barca. Speriamo che non cadano in coma etilico. Passeggiamo su una spiaggia rosa e nuotiamo in un lago salatissimo dove si galleggia quasi come sul Mar Morto. La mattina del terzo giorno finalmente ci laviamo il sale di dosso nelle pozze naturali di una cascata…anche se ormai Fede mi ha ribattezzato Claudia, capelli di paglia.

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Ma l’incontro coi draghi e’ il pezzo forte della crociera. Come sempre la prospettiva di avvicinare volontariamente animali pericolosi e selvaggi mi inquieta. Tutti i miei sensi sono all’erta spinti da un innato senso di autoconservazione. I celebri draghi di Komodo sono lucertoloni squamati di tre metri per settanta chili, con lingua biforcuta e bocca tempestata da una fila di sessanta denti aguzzi, ben serrati tra loro. La saliva e’ un’arma micidiale, terreno ideale per la coltura di batteri patogeni fatali al primo morso. Ovviamente carnivori, grazie alle loro dimensioni, dominano l’ecosistema dell’isola, nutrendosi di cervi, bufali, maiali selvatici e, occasionalmente, di sprovveduti turisti che si avventurano in trekking solitari. Sono animali infidi, che cacciano con un sistema di imboscate e possono anche correre piuttosto velocemente toccando punte di venti chilometri orari. I rangers che ci accompagnano nel trekking imbracciano lunghi bastoni biforcuti per sventare eventuali attacchi. Ne vorrei tanto avere uno anch’io, così per sicurezza, anche se dubito che saprei come usarlo. Quando finalmente scoviamo le bestiole, però, ci sembrano piuttosto tranquille, forse anche troppo. Le osserviamo per un tempo infinito, mentre sbadigliano pigramente stese al sole, crogiolandosi nel calore del mattino. Forse hanno appena fatto colazione con uno di quei porcelli di scogliera che si vedevano razzolare dalla barca e adesso fanno un pisolino. Fede come sempre si avvicina troppo, li incita, vorrebbe vederli attaccare qualche rubiconda turista francese. Ma i draghi non sembrano troppo interessati all’entrecote stagionata, in compenso, prima di andarmene, giurerei di averne visto uno che mi faceva l’occhiolino.

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Le notti sono tanto limpide che quando guardi il cielo ti sembra di cadere. O forse e’ solo la barca che oscilla vistosamente. Avanziamo scricchiolando sotto una volta di stelle, mentre dietro di noi una scia di plancton fluorescente lentamente si disperde, come uno sciame di lucciole. Percorriamo rotte invisibili attraverso isolotti deserti che si stagliano neri sullo sfondo del cielo. Poi il mare si gonfia tanto che sembra volerci inghiottire. Ci rotoliamo dentro sonni agitati, ognuno aggrappato al suo materassino. Solo gli sloveni non si accorgono di aver vinto un biglietto omaggio per le montagne russe, ma il merito e’ del liquore. Così scendiamo sul ponte e dalla prua della nave giochiamo a cavalcare la notte. Stiamo li’ in piedi per un tempo irreale, assecondando il rollio delle onde, come se davvero si potesse domare il mare. Il vento ci sferza la faccia, mentre la spuma ci inzuppa i vestiti. Il sale brucia sulla pelle e nei capelli di paglia. E’ il momento Titanic, in un attimo spunterà Celine Dion e canterà tra gli scogli, vestita da sirena…. ma non stiamo naufragando e il nostro cuore andrà avanti, fortunatamente, anche senza di lei.

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La notte, l’isola, noi…

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Giorno 278.

Passiamo la notte sotto un furioso acquazzone che sembra voler spazzar via l’intero villaggio. L’acqua si infrange furiosamente sopra le nostre teste, rimbombando sul tetto di lamiera come una mandria di cavalli impazzita. Un boato talmente improvviso e sinistro riesce a destarmi dal sonno, cosa rara visto che dormo sempre come un sasso. Per una volta ringrazio di avere una camera senza finestra e non essere costretta ad assistere alla fine del mondo. Infilo la testa sotto il cuscino e mi preparo al mio destino, chissà domani potrei svegliarmi come Dorothy nel Regno di Oz. Ma all’alba mi ritrovo nella stessa brutta stanza ammuffita della pensione per viaggiatori più economica dell’intera regione e fuori dalla porta il villaggio di Singkil sembra essere ancora al suo posto, in mezzo allo stesso paludoso pantano in cui l’avevo lasciato ieri sera. Perlomeno il peggio e’ passato e la tempesta sembra afflosciarsi come un sogno sbiadito. Ma ora andiamo spediti, stamattina abbiamo una barca da prendere.

Il battello salpa con tre ore sole di ritardo e, come spesso accade nelle nostre lunghe giornate di transumanza, questo e’ solo l’inizio. Per raggiungere le Pulau Banyak affrontiamo un’estenuante traversata di quattro ore sotto un cielo plumbeo, sul solito barcone che stenta a galleggiare, sopravviviamo ad un incontro ravvicinato con uno squalo balena che per poco non ci rovescia pancia all’aria, ci aggiudichiamo un’altra ora di bonus, appollaiati su un peschereccio triposto che a fatica si destreggia tra le onde residue della tempesta notturna ed un vento irresistibile. Quando attracchiamo a Palambak siamo bagnati fradici e, con noi, i nostri i zaini. Ananas (per gli amici) e gli altri due ragazzi del personale ci accolgono sulla spiaggia, con il sorriso grato e genuino di chi di gente ne vede davvero poca. Con orgoglio ci comunicano che complessivamente siamo in sette, su tutta l’isola. Oltre a noi c’è una coppia di svizzeri e, a occhio, direi una mezza dozzina di cani. Nessun villaggio, non c’è un negozio di souvenir, nemmeno un mercato. Il campo e’ costituito da quattro semplici bungalow con balcone, due kayak ed un ristorantino centrale dove si mangia tutti assieme. Ogni giorno una barca di pescatori fa scalo e ci procura pesce e viveri freschi. Alle dieci di sera il generatore si spegne e non c’e più nemmeno la luce. Niente, a parte una cascata di stelle. Mi sento in un quadro di Tiziana Rinaldi.

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Le Pulau Banyak sono una perla di sabbia che sprofonda ai margini dell’Oceano Indiano. Scampate allo tsunami del 2004, non hanno resisto al terremoto dell’anno successivo. Il 28 marzo 2005, la placca indonesiana, che si inabissa con movimento lento ed inesorabile al largo della costa occidentale di Sumatra, ha rubato in un solo giorno trecento vite ed oltre un metro di costa. Un sisma di intensità 8.7 della scala Richter si è scatenato con epicentro proprio nelle isole Banyak e, praticamente, le ha affondate. A distanza di otto anni la paura e’ passata e la vita ripresa, ma ad un occhio attento non sfuggono le profonde cicatrici: spiagge sommerse, palme che sprofondano nell’acqua, atolli allagati da cui spuntano radi ciuffi verdi. Il villaggio galleggiante di Balai beccheggia a pelo d’acqua, mentre molte costruzioni in riva al mare sono finite in rovina.

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Trascorriamo quattro giorni come Robinson Crusoe, pero qui c’e’ il ristorante. Gli svizzeri Michi e Franziska sono una coppia tranquilla e molto riservata. E poi sono svizzeri, sul loro bungalow regna un ordine marziale ed una pulizia degna di una clinica privata. Ogni volta che desiderano entrare, anche solo nel terrazzo, spendono diversi minuti spazzolandosi i piedi con cura ed evidentemente non c’è mai sabbia nelle loro lenzuola. Mentre io, che mi sono sposata dalla parte sbagliata delle Alpi, divido il letto con uno dei figli della tribù dei piedi neri, che non comprende queste minuzie, anzi le trova ridicole e non fa che sghignazzare. Intanto la spiaggia invade lentamente il nostro talamo…

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Il tempo scorre lento e inteso. Inizia qui e per la prima volta, la forte sensazione di innamoramento per quest’isola, selvaggia, dimenticata, che affonda le sue radici dentro acque turchesi. Le giornate sono un susseguirsi di colori accesi su sfondi perfetti, in un silenzio che è il presente. La natura ci regala ogni sera tramonti struggenti. Seduta nel crepuscolo, coi piedi nella sabbia, sento lo sfrigolio del sole nel momento in cui sfiora l’acqua. E in un attimo non c’è più, sparito a occidente. Poi di nuovo la notte si riempie di stelle.

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Open Water… e speriamo che il finale sia diverso..

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Giorno 268.

“Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare, non mi è stato più possibile vedere, pensare, vivere come prima”, così diceva il grande oceanografo francese Jacques-Yves Cousteau.

La prima volta che i nostri occhi si sono aperti e’ stato sui magnifici fondali Filippini, allora lo snorkeling sembrava bastarci. Ci siamo ingolositi a Derawan, il paradiso delle tartarughe, ma i tempi non erano ancora maturi. Adesso e’ tardi per tornare indietro, perché ormai siamo addicted, ed e’ giunto il momento di provare qualcosa di più forte. Senza contare che sarebbe da stupidi passare sei mesi in Indonesia senza fare nemmeno un’immersione….

In teoria, il brevetto da sub Giulia c’è l’avrebbe già, anche se le servirebbe una bella spolverata visto che non pratica da quindici anni, mentre io in acqua sono sempre stato a mio agio. Recuperiamo in giro anche due libri usati per il corso base, PADI Open Water, così iniziamo a leggerli per farci un’idea di quello che ci aspetta. Insomma, nessuna scusa, appena un po’ di apprensione, perché a giudicare dal libro, cose terribili aspettano in agguato i novizi: narcosi da idrogeno, iperestensione polmonare, sindrome da decompressione…va bene che non bisogna sottovalutare niente, ma così voi la gente la terrorizzate a morte… Passo la notte a chiedermi se sia una buona idea, in fondo siamo sempre andati alla grande con lo snorkeling, che bisogno c’è di infilarsi in una muta da palombaro, farsi scoppiare un timpano se non riesci ad equalizzare, respirare da un compressore manco fossi moribondo al Seattle Grace Hospital? Mi sveglio convinto di lasciar perdere, ma con mia grande sorpresa Giulia si e’ intestardita a tutti i costi. Bella lei, che ha già fatto dieci immersioni in passato, facile così… ormai pero’ non posso tirarmi indietro, così, con la morte nel cuore, accetto. E poi sento che questo e’ il posto giusto, Iboih Beach, Pulau Weh, Sumatra. Troviamo una scuola di sub che ci garba parecchio, la Scuba Weh, gestita dai simpatici Mus e Pon, che incredibilmente ci procurano un istruttore italiano, forse l’unico in tutta Sumatra.

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Con la sua passione, Alberto Martino da Como spazza via i miei dubbi esistenziali, e mi convince che la cosa e’ più facile e sicura di quanto sembri a prima vista… Il mattino dopo ci ritroviamo insacchettati come mortadelle ad affrontare le prime prove con la bombola a 4 o 5 metri di profondità. Giulia fa la saputella, visto che proviamo cose basilari per “una che in teoria il brevetto ce l’avrebbe già “. Così mi tocca sopportarla mentre cerco di imparare come togliermi e rimettermi la maschera sott’acqua, respirare con la bombola del compagno, staccarsi i pesi ed il BCD… Quando Alberto decide che siamo sufficientemente pronti e addestrati a non fare grosse cazzate, finalmente ci porta davvero sotto, per la prima volta a 12 metri. Dopo 3 secondi sono già innamorato. Il mondo sott’acqua si muove al ritmo del tuo respiro, non ci sono rumori se non quelli delle tue bolle, gli stessi pesci sono infinitamente più rilassati rispetto a quando li avvicini facendo snorkeling, probabilmente perché ti scambiano per un loro simile, solo più grosso ed impacciato. Imparo ben presto che le caratteristiche fisiche di cui andavo orgoglioso sul campo da calcio, le gambe muscolose e potenti ed i polmoni capienti, nel mondi dei sub sono un handicap: sono pesante, brucio molto più ossigeno, e la mia scorta d’aria dura molto meno di quella di Giulia, maledetta lei e la sua cassa toracica da canarino…comunque nel complesso me la cavo. Dopo tre giorni passiamo l’esame finale e siamo finalmente sub abilitati.

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I ragazzi della scuola ci offrono un’immersione gratuita la mattina dopo, e noi decidiamo di farne un’altra ancora nel pomeriggio per ottenere l’abilitazione a scendere fino a 30 metri… specializzati in Deep Water, che fa molto più figo… Durante la notte però’, le tenebre mi raggiungono. Probabilmente a causa di qualche sforzo fatto sulla barca (carica le bombole, scarica le bombole) inizio a sentire male al polso, al gomito ed alla spalla…niente di grave, non fosse che il maledetto libro del corso indicava questi malesseri come sintomi della pericolosissima sindrome da decompressione… Vado in bestia, muoio e risorgo almeno un paio di volte, e passo la notte ad ascoltare cosa mi dice il mio corpo, preparandomi al peggio… In realtà non mi dice assolutamente nulla e quando al mattino mi ritrovo ancora in vita e sano come un pesce, il cervello invece, lui si’, mi dice “sei proprio un coglione”…

Raccolgo le forze residue e mi preparo per andare di nuovo sotto, anche grazie alle rassicurazioni di Alberto, che a stento non mi ride in faccia…visto che le possibilità di avere problemi a seguito di un’immersione sono pochissime, sicuramente meno che avere un incidente sulle strade di Sumatra, infestate da mezzi che stanno letteralmente insieme con lo spago, guidati da autisti pazzi, secondo i quali Fernando Alonso e’ una mezza sega, e decisi a dimostrare la propria superiorità superando in curva qualsiasi cosa si muova. Comunque meglio così, perché questa volta vediamo squali del reef, tartarughe ed altri grossi pesci di cui Alberto ci dirà poi pazientemente i nomi: bumphead parrotfish, sweetlips, murene giganti e leopardate, seppie, polipi, pesci scorpione ed infiniti altri. Alla sera, tornati al bungalow, ci ritroviamo a pianificare i nostri successivi spostamenti in Indonesia anche in funzione dei siti migliori per il diving… forse questa volta il morbo ha preso proprio noi…

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Lost

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Giorno 238.

Sull’isola che non c’è una donna dalla pelle scura di nome Marsi ride forte fra denti candidi. In un inglese stentato, parla di se stessa solo in terza persona, e gestisce una pensione di tre camere sull’acqua cui ha dato il nome composto delle tre figlie, Pinades, cioè Pini, più Nadia, più Destri. La sera tutta la famiglia scende in campo e gioca a volano contro il vicinato. Fanno da pubblico lunghi filari di pesce secco che, steso al sole, pazientemente osserva.

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Tutte le notti, un uomo di nome Udin aspetta in spiaggia, avvolto in abiti pesanti per sfuggire l’umidità dell’attesa. Va a caccia di tartarughe e le aiuta a partorire, in un travaglio di fatica strisciante e di buchi nella sabbia, sotto il peso di un guscio da cento chili. E poi nasconde le uova per mesi, fin quando la vita e’ pronta a schiudersi. Allora apre la strada a decine di piccoli esseri in corsa libera verso il mare. Vi assisto come a un privilegio e non resisto all’emozione di sfiorare una di quelle creature indifese, per scoprire una sorprendente forza vitale che si dibatte sul palmo della mia mano. Il richiamo istintivo dell’acqua.

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Sull’isola che non c’è nessuno capisce l’inglese, ma tutti chiacchierano con te volentieri dando per scontato che tu comunque intenderai quello che ti stanno dicendo. I bambini corrono nudi e scalzi sulla sabbia dell’unica strada che attraversa il villaggio. E ti chiamano, e ti salutano, mentre cuociono un pesciolino ancora vivo su una griglia improvvisata. Nell’afa del pomeriggio la gente si stende a pisolare all’ombra delle case, mentre in giro scorrazzano indisciplinate bande di marmocchi urlanti che si rincorrono liberi da ogni controllo e da qualsiasi pericolo. La sera si ritrovano, come a un evento, per guardare un film chiassosamente insieme. Qualcuno lo manda in videoproiezione sul muro d’una casa, peccato che sia in cinese con sottotitoli indonesiani, quando la metà di loro e’ troppo piccola per capire, figuriamoci per leggere.

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Al tramonto si consuma il rito del torneo di Beach Volley, dove uomini che si sentono donne, sfidano fra battute piccanti altri uomini che si credono uomini, e che per orgoglio maschile sentono di dover assolutamente vincere contro la squadra omosessuale del villaggio, ma che puntualmente escono sconfitti da una spudorata superiorità tecnica. Come sia accaduto non so, ma mi ritrovo in campo nella squadra dei gay, scelta a tutti i costi dal capitano Eki, un Mimi’ Ayuara indonesiano soprannominato la regina dell’isola. Crede di essersi appena aggiudicato una stella straniera, ma scoprirà presto di aver acquistato un biglietto scaduto, una penalty zoppicante che evita la sfera come se fosse infuocata. Persa in uno slancio di buona volontà, mi sbuccio a sangue un ginocchio e ripenso a tutto il tempo sprecato in corsi di pallavolo, nella speranza di acquisire una coordinazione che non padroneggerò mai nella vita.

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L’isola che non c’è e’ lontanissima da raggiungere, e quando ci arrivi piove tutte le sere, ma in una luce argentata che regala tramonti irreali e cascate arcobaleno. La luna piena rivela atolli di sabbia durante la bassa marea che di giorno si trasformano in lingue di spiaggia abbaglianti su cui passeggiare lontano, in mezzo all’oceano, e sentirsi un puntino nel mare, oppure Mose’ su una secca.

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Ogni giorno scopriamo un mondo sommerso che luccica nelle scaglie variopinte di migliaia di pesci, e ti rende facile capire e immaginare perché la vita sia iniziata proprio qui, da queste vastità liquide in continuo movimento. Decine di tartarughe giganti mangiano lattughe nel prato d’acqua proprio sotto il nostro bungalow, mentre noi praticamente ci dormiamo sopra. In un lago salato sull’isola accanto, le meduse proliferano a migliaia, ma senza pungere, e quando ci fai il bagno accanto solleticano il tuo corpo, regalandoti la morbidezza inattesa di un contatto che fin da bambino ritenevi proibito. Il rift sprofonda negli abissi con una ripida parete di coralli, un salto di duecento metri che si perde nel blu profondo, tanto intenso da far vertigine.

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E poi c’è un Greg entusiasta che parla con donne dal viso sbiancato perché vuole imparare la lingua. Fa un sacco di foto, ispeziona la spiaggia con la pila e aiuta a raccogliere uova di tartaruga. In un pomeriggio di bassa marea si mette a nuotare tutto intorno all’isola, come un satellite farebbe con il suo pianeta. Perché lui è il classico tipo che non può vivere senza aver provato tutto. Mentre John si fa tagliare i capelli da un Udin improvvisatosi barbiere, sale sulle palme in caccia di cocchi come farebbe un bambino del villaggio, e nel tentativo si scortica le braccia, ma non si lamenta perché parla poco e ama sperimentare la vita con una calma invidiabile per i suoi vent’anni. E la sera, coi russi Yulia e Vladimir, si cena tutti assieme da April, il ristorante più rustico dell’isola, dove un uomo accucciato usa un ventilatore per arieggiare la grigliata di pesce.

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Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e prendono posto prepotentemente nella tua mente. Pensieri felici circondati dall’acqua, dove solo l’orizzonte e il mare segnano un confine. Nell’oasi del mio cuore ci sono infinite facce, come i lati di un cerchio. Perché poi non esistono luoghi perfetti, ma solo persone e situazioni che li rendono tali. Se questo luogo esistesse davvero per me sarebbe l’isola di Derawan……

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Giorno 215.

Dato che ormai siamo diventati centauri provetti, anche a Bantayan affittiamo un super scooter per girovagare l’isola in cerca di qualche baia deserta da cartolina. Dopo una deludente serie di spiagge infestate da immondizia, delle vere e proprie discariche a cielo aperto, ne troviamo un paio veramente belle, Paradise Beach e Sugar Beach. Scatto qualche foto tipo catalogo alla mia felicissima sposa e poi via di nuovo ad imperversare sulle polverose strade locali.

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Le sbagliamo tutte, ed invece di fare il giro lungo la costa e goderci il panorama, ci ritroviamo a vagabondare nell’interno, scansando bambini, cani, maiali e galli ad ogni curva. Poi l’illuminazione. Alle Filippine il combattimento tra i suddetti galli e’ molto popolare, ogni paesino ha la sua fiesta in cui i pennuti si sfidano in lotte all’ultimo sangue. Sembra sadico, ma mi vengono in mente il Pablo di De Gregori, con il suo gallo da battaglia, ed il Colonnello di Gabriel García Marquez, che faceva la fame pur di non dover mangiare il proprio, di gallo, perché l’illusione non si mangia, si alimenta…
Decido pertanto che non possiamo lasciare l’arcipelago senza averne visto almeno uno.

Casualmente ci imbattiamo in una di queste arene improvvisate lungo il percorso, chiediamo informazioni circa l’orario di inizio della contesa alla gente che si appresta ad accalcarsi con bancarelle e gabbie piene di pennuti. Bene, sarà il nostro battesimo del fuoco. Vinco le resistenze di Giulia, che sembra molto contrariata di fronte a questa prospettiva e continua a chiedermi con insistenza se i galli muoiono, se poi quelli feriti li curano, eccetera. Certo, come no, esiste un ospedale attrezzato per gli animali vittime dei combattimenti illegali…povera illusa…la scruto con uno sguardo di compassione per la sua ingenuita’ e purezza di sentimenti e le dico che io ci vado, con lei o senza.

Verso le sei arriviamo all’arena, traboccante di gente eccitata e di uccelli impazienti di entrare in azione. Capiamo al volo il perché delle espressioni “fare il galletto” oppure “non mettere due galli nello stesso pollaio”. Anche l’oroscopo cinese indica i nati sotto il segno del gallo come vanitosi ed aggressivi. La ragione e’ ovvia non appena si osservano le bestiole in attesa, legati sotto le palme, col piumaggio rigonfio che si puntano in cagnesco anche a distanza. Per favorire il divertimento, attorno all’evento si crea un circolo di scommesse incomprensibile, con persone che urlano ed alzano le mani sotto la moderazione di un caporione che sta nel mezzo dell’arena tra i due contendenti ed i loro allevatori/allenatori. E come se non bastasse, ogni pennuto e’ dotato di una lama affilata, lunga centimetri, legata alla zampa. Giulia mi guarda inorridita…non sarà una cosa soft, ma ormai ci siamo le dico…

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Prima di ogni competizione si da il via e tutti iniziano ad urlare contemporaneamente. La logistica con cui si svolgono le scommesse francamente ci rimane oscura, sembra di essere in borsa. Tutti gridano indicando cifre con le dita a destra e a sinistra, come si capiscano tra loro e’ un mistero, ma sembra funzionare. Dopo alcuni minuti cala il silenzio e i galli vengono liberati. In meno di trenta secondi tutto e’ concluso. Il perdente viene portato via dal padrone, gettato insieme agli altri sotto un albero in attesa di finire direttamente sulla griglia. In ogni caso tutti sembrano soddisfatti, tranne Giulia che, ormai incastrata tra la folla e le transenne, non può sfuggire allo spettacolo e finge di guardare. Io stesso provo pena per i poveri galli, e devo ammettere che quando ce ne andiamo mi sento sollevato.

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La sera stessa, tornati alla guesthouse troviamo una sorpresa. Due gattini molto piccoli, abbandonati da mamma gatta al proprio destino ci aspettano miagolanti e semiciechi davanti alla porta del bungalow. Giulia decide di prendersene cura, nutrendoli e pulendogli gli occhi per tre giorni. All’inizio sembra che non ce la possano fare, ma pian piano si riprendono e si ringalluzziscono. Quando per noi e’ ora di andare, si apre la tragedia: il visto sta scadendo e abbiamo di fronte un lungo trasferimento di 5 o 6 giorni per arrivare a Manila, cosa fare dei gatti? Giulia piange disperata e cerca di affibiarli ad una coppia di francesi stagionati, che si fermerà sull’isola per una ventina di giorni. Ma i due non vogliono sentire ragioni, mentre Giulia li insulta in italiano chiamandoli vecchi, acidi e rinsecchiti. Portarli con noi e’ impossibile, non avrebbe senso toglierli da un ambiente tutto sommato tranquillo per poi abbandonarli comunque nel centro della capitale filippina. Ma lei e’ inconsolabile e si affanna alla ricerca di altre soluzioni. Per farla sentire meglio strappo al custode della guesthouse una promessa, non so quanto sentita, di prendersene cura. Considerando lo scarso amore verso gli animali, randagi o allevati che siano, che si riscontra in Asia in generale, stento a credergli.

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Finisce con noi che saliamo sul traghetto e Giulia in lacrime. Per fortuna veniamo deliziati da un karaoke improvvisato che coinvolge una decina di passeggeri locals. Cantano con dedizione commovente canzoni molto tristi, in cui spesso il padre, la madre o il marito muoiono tragicamente. Trattengo mia moglie a stento quando già si sta apprestando a farla finita gettandosi tra le onde…

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