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Il buco nero di Jiayuguan

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Giorno 24.

Il giorno seguente partiamo per Jiayuguan, poco più’ ad est, iniziando la lunga strada che ci porterà’ sull’altopiano tibetano. Per noi è poco più di una tappa di avvicinamento, anche se per me in particolare si rivelerà un luogo infernale. La città’ e’ grigia e gelida, una moltitudine di fabbriche vomita veleno nel cielo terso del deserto. L’unico luogo di interesse risiede in un forte trecentesco, che per molti secoli ha segnato il confine occidentale dell’impero cinese: al di la’ di esso, solo demoni del deserto ed orde barbariche a cavallo. La sua importanza era strategica, in quanto dominava l’imbocco dello stretto Corridoio di Hexi, una lingua di deserto tra le catene montuose dello Hei Shan (Montagne Nere) a nord e del Qilian Shan, dalle vette perennemente innevate, a sud. Il luogo in se’ occupa una posizione suggestiva, tra montagne e deserto, ed è anche piuttosto ben conservato. La nostra visita e’ purtroppo rovinata dai lavori di mantenimento e dallo sproporzionato costo del biglietto di ingresso, 15 euro a testa, decisamente troppo.

Non trovando ostelli, ci stabiliamo allo Jinye Binguan, hotel a due stelle per commessi viaggiatori locali ed habitué dei letti ad ore . A 60 Yaun, non ci sembra un pessimo affare. La stanza infatti non è malaccio, abbastanza grande, con una bella finestrona e due letti grandi con piumoni caldi. Il bagno in comune, invece, si rivelerà tutt’altro paio di maniche. In questi anni di viaggi abbiamo affrontato diversi cessi puzzolenti e schifosi, ma questo ha qualcosa in più. Non saprei nemmeno dire cosa, resta il fatto che sembra un incrocio tra il “peggiore della Scozia” del film Trainspotting e le fogne di Calcutta. Un buco nero che inghiotte di tutto, e promana un olezzo che non è di questo mondo. Una pulizia, anche superficiale, manca da decenni. Non ne postiamo una foto per decenza, ed anche perché vedendola, le nostre madri partirebbero per la Cina seduta stante alla testa di un plotone di lagunari, convinte a riportarci indietro ad ogni costo. Non so perché abbiamo deciso di fermarci li’, ma l’abbiamo fatto.

Ora, tutto questo preambolo per dire una cosa sola: quando intraprendi un lungo viaggio attraverso l’Asia, sai bene che qualche volta dovrai per forza cadere vittima di qualche malanno intestinale. Sai che succederà, solo non sai dove né quando. Può capitarti durante un lungo viaggio in treno o su una spiaggia tropicale, in un ostello pulito con tutti i comfort del caso oppure ancora in un villaggio sperduto dove per fare i tuoi bisogni devi andare nei campi come le capre. A me e’ toccato in sorte il Jinye Binguan di Jiayuguan, provincia del Gansu, Repubblica Popolare Cinese.

Passo una notte terrificante, durante la quale sono costretto a varcare le porte dell’inferno una decina di volte. Ho le visioni, mi appaiono Gesù’ Cristo, il Buddha e Maometto scortati dai cavalieri dell’Apocalisse. Inizio ad avere un rapporto quasi affettivo con quel tremendo buco nero, da sindrome di Stoccolma. Esco dall’abisso solo a mezzogiorno, grazie ai provvidenziali antibiotici di Giulia. Quando ce ne andiamo, lasciandoci il Leviatano alle spalle, nell’aria fresca tiriamo un sospiro d sollievo. Però, se chiudo gli occhi, ho ancora gli incubi…

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