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Charlie non fa il surf

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Giorno 330.

Sara’ anche omonima di quella più famosa a Bali, ma la spiaggia di Kuta, sull’isola di Lombok, non potrebbe esserne più diversa. Piccoli bungalows, ristorantini e baretti si affacciano su di una baia turchese incorniciata da sabbia dorata, i cui grani sono palline lavorate dalle potenti onde che si infrangono sul reef a cento metri dalla riva. Non siamo ancora arrivati, che siamo già innamorati.

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La popolazione e’ un mix di turisti abbronzati e muscolati, surfisti o aspiranti tali, che scorrazzano lungo le strade sconnesse a bordo di scooter modificati per il trasporto delle tavole. Ma senza confusione, le giornate scorrono lente, il turismo di massa qui non e’ ancora, fortunatamente, arrivato. Gli stranieri si dedicano al surf con risultati alterni: di bravi ne vediamo veramente pochi, i più si credono comparse uscite da “Un Mercoledì da Leoni”, fanno i fenomeni con la tavola sottobraccio, ma sono solo una banda di principianti. Di ben altra pasta sono i locals, dai capelli tinti di un improbabile giallo paglierino o con boccoli che manco Cocciante. Istruttori o performers, coi loro fisici elastici si esibiscono in evoluzioni invidiabili sulle notevoli onde di Lombok. Il resto della giornata lo impiegano a insegnare l’abc del surfista a turisti profani che cadono vittime di ogni sorta di incidente acquatico. La tariffa? Se sei femmina alta e bionda, tra una palpatina e l’altra, il prezzo e’ dimezzato.

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La sera si cena al Warung di Nana, una cuoca intraprendente che ha imparato dai surfers a salutare tutti con un “hello bro” dal sapore californiano, ma pronunciato con un irresistibile accento indonesiano. Nel nostro piccolo, girovaghiamo in scooter per spiagge deserte e paesaggi di solitaria bellezza. Trascorriamo ore nel mare turchese a giocare con le onde, oppure ci improvvisiamo surfisti da scogliera.

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Ci si potrebbe quasi passare la vita…senonché l’ultimo giorno, probabilmente tirando fuori la macchina foto per l’ennesima scorpacciata di volti, perdo le chiavi del motorino da qualche parte lungo una spiaggia di oltre due chilometri… insultando la mia stupidità, su cui anche Giulia non si risparmia, perlustriamo senza troppa speranza gli ultimi posti in cui ci siamo fermati ad inseguire Robert Capa, e quando stiamo per tornare indietro sconfitti, cercando di inventarci un modo diverso dal camminare per percorrere i 15 km che ci separano dal nostro bungalow, all’improvviso sento nelle orecchie il suono del metallo che mi chiama… mi fermo, fiuto l’aria come un segugio, scarto di due metri a sinistra, e le chiavi mi sorridono sulla sabbia. Magia? Chiaroveggenza? Il mio cammino verso l’illuminazione e’ già a buon punto, e non siamo ancora neanche in India…

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