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Acqua e sale

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Giorno 412.

Noleggiamo due giacche puzzolenti in un negozio di attrezzatura sportiva che in bassa stagione si trasforma in una bisca clandestina per accaniti giocatori di ramino. Due tavolini bastano per occupare tutto il locale. Il materiale accatastato alle pareti scompare nella penombra, mentre nuvole di fumo si avvolgono a spirale verso il soffitto e attorno ai fili delle lampadine a penzoloni. Il proprietario ci considera distrattamente, tra una mano e l’altra, una sigaretta e l’altra, mentre ci proviamo enormi giacconi alla nicotina, prelevati da un mucchio di stracci sotto il tavolo. Paghiamo per due giorni e stendiamo le puzzole in balcone, sperando che una bella nottata all’addiaccio possa giovare loro, ma invano.

La mattina seguente la partenza e’ fissata per le otto. Ci presentiamo con un quarto d’ora d’anticipo ma di Jung, la nostra amica coreana, non si vede ancora traccia. I due ragazzi giapponesi invece è dalle sette mezza che aspettano seduti sulla jeep, cinture allacciate, in nostra paziente attesa. Gente che ha un sacro terrore di arrivare in ritardo. Mentre aspettiamo ho il tempo di approntare un pranzo al sacco per il viaggio a base di focacce appena sfornate, rigorosamente avvolte in carta di giornale che poi stinge per il caldo e ti lascia la pagina sportiva ricalcata sul panino, gustoso formaggio di yak e una manciata di pomodori piccoli e dolcissimi. Spostarsi con auto noleggiata non è proprio nelle nostre abitudini, ma per l’escursione al Pangong Lake si è rivelata l’unica via praticabile. Il servizio autobus, normalmente attivo solo due volte a settimana, e’ sospeso già da oltre venti giorni, prima per neve, poi per grave carenza di passeggeri.

Così eccoci qui, finalmente in viaggio verso il lago salato più alto del mondo, nonostante la neve dei giorni scorsi, l’altitudine, il freddo già intenso che promette solo di peggiorare una volta giunti a destinazione ed un’interminabile giornata passata per uffici, nel tentativo di spuntarla contro la burocrazia indiana che in tutti i modi si opponeva all’estensione del nostro permesso speciale per turisti stranieri. La lotta fredda coi cinesi per il controllo del lago e’ tutt’altro che conclusa e chi vuole visitare la regione e’ soggetto a restrizioni e controlli. Ma la giornata e’ stupenda, una sola minuscola nuvoletta si aggira nel blu dipinto di blu, sperduta come la particella di sodio in acqua Lete, in lontananza un mulinello di sabbia solleva un vortice di polvere, un rovo rotola nella landa desolata, una fila di capre avanza lungo una pista invisibile a occhio umano.

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Lo scintillio del lago ci colpisce da lontano con un riflesso azzurro e abbagliante tra montagne dorate ritagliate nel cartoncino. Un pezzo di Caraibi a oltre quattromila metri ci chiama per una nuotatina da record, ma basta aprire la portiera per rendersi conto che le temperature sono proibitive. Ci sistemiamo a Spangmik, un villaggio fantasma punteggiato da rovine di camping extra lusso per turisti indiani e famiglie. Una fila di water a cielo aperto giace fra l’erba bassa e le tubature alte, ora che le tende sono sparite, mentre mucchi di lattine e bottiglie di liquori testimoniano come il problema rifiuti si manifesterà sempre più prepotentemente in un luogo così remoto e inadatto ad accogliere il crescente afflusso di turismo. Intanto il freddo aumenta, Fede usa una T-shirt come passamontagna improvvisato, io mi aggiro come l’omino Michelin in tenuta Black Block.
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Passiamo la notte completamente vestiti sotto tre strati di coperte. Jung non si toglie nemmeno la giacca. I suoi movimenti già lenti vanno in stallo per via del clima rigido, mentre i giapponesi, già poco loquaci nel loro inglese incerto, sono ammutoliti ed atterrati da un atroce mal di testa da altitudine. Ci godiamo la mattinata sulle rive calme del lago che cambia colore al variare della luce. In certi tratti l’acqua sembra quasi viola, ma è solo il riflesso di un cielo perfettamente blu. Siamo soli, intorno non ci sono insediamenti, alberi, barche, neanche un pesce a fare capolino fra queste acque artiche, inadatte alla vita. Guardiamo il lago sparire dietro una cresta e possiamo solo immaginare le sue reali dimensioni. Per un attimo intuiamo il potenziale business dell’allevamento intensivo di merluzzi Findus Himalayani, ma probabilmente ci stanno pensando già i cinesi.

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Festival

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Giorno 408.

Un omone di due metri per centocinquanta chili non e’ certo di queste parti, anche se porta bottoni in madreperla legati alle orecchie e sfoggia una decorazione di alkakenji infilata sul cappello. Ci scorta all’unica guesthouse del villaggio di Dha, intanto ci racconta che e’ un indologo bulgaro (!?!) che si trova qui per studiare le colorate tribù della zona, di cui sembra già aver sposato i costumi. Si tratta di una minoranza di origine Indo-ariana, discendenti probabilmente dai primi colonizzatori centro asiatici della penisola indiana, qualcosa come 1500-2000 anni fa, e mai mischiatisi con le popolazioni preesistenti. Al seguito, fidanzata con trecce e faccia lunga, e madre, un donnone ansimante. Anche senza la frutta in testa, sarebbe un connubio già singolare di per se’.

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Il villaggio e’ abbarbicato sulla riva destra dell’Indo, a mezza costa di una gola che riduce la luce a poche ore di sole al giorno. Non c’è strada per salire, solo un sentiero tra piccoli appezzamenti di cereali, pomodori, albicocchi, viti e tanti fiori, fiori dappertutto. Lundup, il timido gestore della guesthouse, dai tratti quasi inquietanti, produce alcune bottiglie l’anno di vino bianco ed una deliziosa marmellata fatta in casa. Il mattino seguente ci consiglia una passeggiata fino al villaggio vicino per assistere ad un’esibizione di canti e danze tradizionali organizzata nientemeno che dalla base militare distaccata nella valle per consolidare la fratellanza tra forze armate e popolazioni locali. La tempistica della manifestazione e’ imprecisata, come tutto ciò che è organizzato da qualsiasi esercito che si rispetti. In effetti aspetteremo quasi tre ore l’arrivo del generale pezzo grosso di turno, con tanto di moglie in sari, padrino dell’evento. Ma dopo, forse, verremo ricompensati dal sontuoso banchetto indetto dalla mensa militare…

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Appena arrivati, scorgiamo subito fra la folla la frutta applicata al colosso, e ci accomodiamo vicino ai nostri nuovi amici bulgari. Le donne del pubblico sono decisamente più variopinte, calzano sulla testa interi cesti di frutta e fiori, non solo qualche sparuta fogliolina. Il clou della manifestazione sembrano essere le varie esibizioni di danza, nelle quali i vari paesini danno sfoggio dei propri migliori talenti. I ballerini non sembrano volersi impegnare più di tanto, o forse sono solo timidi di fronte a tanti galloni e stellette, fatto sta che le qualità dello spettacolo e’ piuttosto scadente. Però i costumi sono fantastici. Le donne indossano pellicce d’agnello rivoltate, che unite ad una bellezza non proprio fiorente, le rassomigliano più a circensi orsi delle nevi, che a remote ballerine tribali.

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Ma la giornata si rivela davvero interessante: il generale impettito e la moglie semi congelata, le bandierine al vento, le donne agnello che dondolano. Vedere i militari inginocchiati comporre mandala di sabbia lungo il percorso del super comandante, mentre il lavoro gli viene calpestato da mucchi di bambini indisciplinati, che non possono sgridare per un giorno, non ha prezzo. Poi assistiamo commossi all’incontro di due anziane sorelle che, abitando in villaggi lontani, non si vedevano da oltre tre anni. Si accucciano accanto alla mensa coi loro bastoni ritorti e le facce grinzose, a raccontarsi mille giorni di vita separate. Ci fanno segno di immortalare il momento con una foto ricordo e noi non c’è lo facciamo ripetere due volte. Manca solo Raffaella Carrà…e la Carrambata sarebbe completa!

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Cold Desert

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Giorno 404.

L’aria già sottile di Leh, 3500 metri, diventa quasi Irrespirabile sul Khardung La, 5603 metri sul livello del mare, pubblicizzato come il passo carrozzabile più alto del pianeta. Siamo saliti fino qui con una Jeep collettiva, schiacciati sul sedile posteriore, dove un corpulento Ladakhi mi deborda addosso ad ogni curva. In cima, giusto il tempo per un salto al gabinetto delle nevi ed una foto ricordo, caracollanti per la mancanza d’aria, ad immortalare il momento. Siamo più in alto del campo base dell’Evarest, quasi mille metri in più della vetta del Monte Bianco. Praticamente, sulla luna.

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La discesa verso la Nubra Valley, una parallela della valle dell’Indo, e’ ugualmente mozzafiato, tra neve, canyon e fiumi azzurri come una bottiglia di gin Bombay Sapphire. Gli accampamenti militari spiccano nella pianura in fantasie davvero poco mimetiche. Il confine con il Pakistan e la Cina, i super nemici dell’India, e’ molto vicino e qui sono pronti a tutto, non si sa mai che a qualcuno venga voglia di mandare i propri soldati a morire per un ghiacciaio o una valle pietrosa.

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Diskit ci accoglie con una delegazione di donne in abiti tradizionali….ci illudiamo che stiano aspettando proprio noi, gli importanti ospiti stranieri…ma poi scopriamo che devono scortare un illustrissimo Lama (non di quelli che sputano…) ad un monastero dei dintorni. Così ci sistemiamo da Tashi, una simpatica signora che parla poco inglese, ma sforna piatti tradizionali con eccezionale competenza. Il paese e’ dominato dal solito monastero appollaiato in posizione impossibile su di uno sperone roccioso. Una gigantesca statua di Maitreya, il Buddha del futuro, veglia rassicurante sui mantra dei pochi monaci rimasti per l’inverno, che a poco a poco sta arrivando, come ci ricordano tutti, e come dicono sempre anche gli Stark. E sara’ anche vero, ma per adesso di giorno si gira ancora in mezze maniche, il sole a queste altezze picchia duro ed e’ un piacere dopo le fredde notti Ladakhi.

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Camminiamo una decina di chilometri fino a Hunder, il villaggio successivo, per vedere un monastero che si rivelerà solo un ammasso di pietre divorate dalla montagna, e soprattutto il deserto freddo, una distesa di dune di sabbia grigia percorsa da…cammelli! La Nubra Valley era sul percorso di una diramazione della via della seta, e questi animali sono i discendenti dei cammelli della Bactriana, due gobbe e chioma fluente, usati dai commercianti dell’Asia centrale durante le spedizioni in India. Brucano arbusti spinosi tutto il giorno, sbadigliando e masticando a bocca aperta. Pagano la propria libertà con qualche ora di corvée al servizio della cammellata di qualche famiglia indiana in gita di giornata.

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Le sere senza luce le passiamo nella cucina di Tashi. Con la traduzione di Jigmet, una ragazza di Leh che lavora nell’unica banca del paese e parla un ottimo inglese. La signora e’ molto curiosa del nostro viaggio in Tibet, dei cui abitanti i Ladakhi condividono origini, religione ed in parte la lingua. Si rattrista quando le raccontiamo del trattamento riservato dai cinesi ai tibetani, e si rabbuia al pensiero di una poco probabile invasione cinese del Ladakh. La conforto parlando di quanto sia poco verosimile che la Cina voglia rischiare una guerra atomica con l’india, ma forse per le discussioni di geopolitica siamo fuori posto…così cerco di rassicurarla con considerazioni sul valore del glorioso esercito indiano che veglia giorno e notte su di lei…mi guarda perplessa…forse e’ davvero il momento di andare a dormire…

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Senza fiato

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Giorno 401.

Alla fermata di Lamayuru l’autobus che ci raccoglie trabocca umanità dal finestrino. L’odore è’ sempre quello, un miscuglio rassicurante di sudore, spezie, capra e cipolle. Non ci sono posti a sedere ovviamente, così pieni di buona volontà e rassegnazione battezziamo il lungo viaggio verso Leh brindando in piedi in corridoio. Quando finalmente qualcuno scende, Fede finisce incastrato fra i sedili, dove due colossi indiani, uno col turbante, l’altro in divisa mimetica, lo ficcano in mezzo tipo sottiletta. Lo vedo mentre prova a rifiutare ma non c’è la fa e il panino se lo ingoia. Io mi siedo sui gradini d’uscita con la testa appoggiata alla cabina di guida. Chiudo gli occhi e riesco quasi a dormire per un istante, ma i passeggeri continuano a fissarmi impunemente. Il bus si tuffa in una gola e quando incontra il fiume Indo ne risale il corso fino a Leh. Guardo le sue acque appena nate, così azzurre e scintillanti, e penso che ancora non sa cosa l’aspetta poco più a valle, oltre il confine nemico quando diventerà il più grande fiume pakistano. Me lo godo adesso, finché ha ancora il colore del cielo.

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La capitale del Ladakh e’ adagiata come un’isola nel mezzo di una ampia valle di pietra e sabbia. Una corona di montagne con la cuffia di neve salutano il nostro arrivo dai loro cinquemila metri, mentre un dorato paesaggio autunnale ci ricorda che l’inverno sta arrivando. La città più turistica della regione, base di escursionisti e filo-tibetani, sta entrando in letargo. Un mantello di foglie gialle ricopre il terreno, i negozi chiudono i battenti e i turisti stranieri spariscono nei buchi come gli gnomi d’inverno. Solo i turisti indiani non mollano la presa. Sulla scia del cult movie bollywoodiano “Three idiots”, che ha reso la regione famosa in tutto il paese, sfidando il freddo e l’altitudine, si arrampicano su questo angolo di Tibet in terra indiana su costose jeep a noleggio, fino ad accorgersi, quando versano in condizioni pietose per via del mal di montagna, che gli idioti sono loro.

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La città vecchia sorge all’ombra color ocra del palazzo in stile Potala dell’estinta dinastia reale che ha governato il Ladakh fino all’arrivo degli inglesi. Il centro e’ un ingorgo polveroso di jeep e maruti, le prime per le pigre famigliole indiane in vacanza con nonna al seguito, fino a tre generazioni contemporaneamente, le seconda amata dai Ladakhi come utilitaria d’alta quota. Ci aggiriamo zaino in spalla zigzagando fra i vicoli nel traffico impazzito, finché un’auto ci strombazza inviperita. Appena il tempo di scansarsi, saltando fuori strada, che un monaco al volante con occhiali da sole a specchio ci sorpassa a tutta velocità. Increduli lo guardiamo coi suoi abiti arancioni, mentre abbassa il finestrino e ci mostra il dito medio. Non ci sono più i monaci di una volta.

Ci sistemiamo fuori dal centro in una zona residenziale dove le guesthouse si mescolano alle fattorie. Le case tradizionali hanno ampi cortili che riparano dal vento, pieni di fiori profumati ed erbe aromatiche che sfidano il freddo notturno per procrastinare la fine dell’estate. I vitelli si aggirano fra i campi e la sera rientrano agli ovili trasformandosi in ostacoli cornuti che deambulano nel buio e spargono sterco sulle strade per la gioia dei turisti come noi che dopo cena rientrano in albergo.

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Quando la temperatura crolla, ci rintaniamo nei soliti due o tre posticini per provare, da veri intenditori, tutti i piatti tipici della cucina Ladakhi e tibetana. Ci atteniamo ad il consiglio datoci da una coppia di trekkers incontrata a Lamayuru: a Leh mangiare solo vegetariano. Il montone spesso non è fresco ed in città non ci sono polli, fa troppo freddo per loro. Così li spediscono in Ladakh da Delhi a bordo di furgoni mal refrigerati e dopo vai al cesso che è un piacere. Così ci abbuffiamo di Sku, gnocchetti d’orzo in sugo di verdura, Thenthuk, maltagliati cotti in una zuppa molto densa, Ti-momo, pagnottelle al vapore da intingere in speziati curry di verdure, Sizzler, foglie di cavolo servite alla piastra ripiene di riso, funghi e patate cotte alla fiamma… ma sono i Momo a rapirmi anima e corpo, i ravioli tibetani cotti al vapore con ripieno di formaggio fresco e verdura, da intingere in una salsa al pomodoro leggermente piccante o in un delicato bordino all’aglio. Non posso farne a meno, li devo assumere almeno una volta al giorno se non voglio cadere in crisi d’astinenza.

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Quando decidiamo di visitare i monasteri nei dintorni, ci affidiamo agli autobus locali, ma sulla via del ritorno rimaniamo bloccati a quaranta chilometri da Leh senza mezzi di trasporto. Ci incamminiamo verso casa, tentando di intenerire i passanti con un autostop poco convinto. Veniamo raccattati nell’ordine da una camionetta militare che trasporta bombole di gas, una specie di bomba a quattro ruote, un turista olandese a bordo di jeep privata con tanto di guida al volante, ed infine una maruti scassata con a bordo una spericolata coppia di monaci che anziché farci il dito, questa volta, in tutta fretta ci scorta in città. Il giorno dopo scegliamo di essere indipendenti e noleggiamo un motorino, anche se prima delle dieci l’aria e’ troppo fredda per uscire. Attraversiamo pietraie e appezzamenti che in questa stagione sembrano toppe aride e bruciate. Nel raggio di un paio d’ore dalla città si trovano cittadelle monastiche abbarbicate su speroni rocciosi da cui si domina il panorama della valle. Complicem un cielo terso ed un sole caldo, li scaliamo tutti in un paio di giorni, Thiksey, Chemdey, Matho, Stakna, il Palazzo di Shey e la sua spianata punteggiata da centinaia di stupa bianchi e fuori posto come meringhe nel deserto.

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Il bianco intonacato dei palazzi acceca mentre affrontiamo la cima nella luce sfavillante del mezzogiorno. Prepariamo il fiato per immaginari trekking in altura, ingaggiando gare a senso unico con vecchi monaci ricurvi e donne cariche di ceste, cariche di sterco, che volano in salita meglio di Messner e la sua cassa di Levissima. Soprattutto ci piace camminare sui tetti rossi e piatti dei monasteri, per le vista che spazia sul fiume e sui villaggi satellite. Gli interni celano cortili e saloni pieni di offerte, statue colorate, pregiati dipinti, ruote a campanelle, candele e sculture di burro. Il grande Buddha del futuro mi sorride dentro il monastero di Thiksey e vivo il mio momento mistico da carenza d’ossigeno quando lo sento bisbigliarmi all’orecchio cose a venire. Sfinita da un milione di gradini mi inginocchio davanti a lui nel fumo dell’incenso, mentre un monaco nell’angolo continua a ripetere una nenia ipnotizzante, e mi sento in suo potere.

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Moonland

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Giorno 395.

In India ogni partenza ha il sapore di una piccola avventura. Guardo il nostro bus a strisce giallo verde pieno di mele fragranti e sacchi riso, ma vuoto di passeggeri, e temo che quest’alba tragica sia stata del tutto inutile. Non si parte se non siamo almeno in dieci e poi sul passo ha nevicato la scorsa notte. Aspettiamo una telefonata che non arriva dalla polizia locale per sapere se la strada e’ sufficientemente sgombra per tentare una sortita. Sono nervosa, temo il freddo e quello che ci aspetta lassù, tra le nuvole cariche di maltempo. Un’ora e mezza dopo siamo in viaggio verso Kargil. Sull’autobus siamo solo in sei, oltre a noi un poliziotto di ritorno dalla licenza, i due autisti e l’immancabile bigliettaio. Non so se ritenerci fortunati per non aver dovuto rinviare ed essere comunque in viaggio, o se gli altri passeggeri siano stati più saggi di noi a non presentarsi alla partenza. La prima sosta per il the mi vede già costretta a calarmi nella nuova realtà indiana. Il paese e’ un rudere, e ovviamente non ci sono servizi igienici (in India non ci sono mai gabinetti quando servono). Vado a farla come gli altri, dietro una montagna di macerie. Fede intanto fa da palo.

L’autobus striscia lungo il serpente di ghiaia che si inerpica sul fianco della montagna, lassù dove l’aria e’ più leggera. Il passo sale verticale, tra curve a gomito chilometriche e senza protezione, mentre la testa gira e galleggia come un satellite a caccia di ossigeno. Lo spazio per passare e’ strappato alla montagna con risultati incerti: la strada appare tanto friabile che a volte sento che si sgretolerà sotto il nostro stesso peso. A tratti un piccolo torrente invade il passaggio, saltando allegro in un solo balzo verso il fondovalle. Allora l’autista ci costringe a guadare, trasformando il nostro autobus in un mezzo anfibio improvvisato. Mi aggrappo forte al sedile davanti mentre guardo le ruote sfilare lungo il ciglio del crepaccio. Come se questo potesse aiutarmi. Sono pietrificata ed ipnotizzata allo stesso tempo, potrei cambiare posto e non guardare più laggiù, potrei chiudere gli occhi, ma non riesco a fare altro che stringere le dita bianche e continuare a fissare il vuoto alla mia destra. Fede e’ fatalista come sempre, così cerco di dissimulare il mio malessere. Quando anche il poliziotto seduto dietro di me inizia a dare i primi segni di panico, l’autocontrollo mi abbandona. Sento la faccia sciogliersi come cera. L’autista intanto mi sfotte con la sua risata roca e persino il bigliettaio mi fa il gesto di noi che precipitiamo. Ciao mamma, guarda come mi diverto.

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In poche ore di viaggio il panorama cambia drasticamente. Le verdi valli del Kashmir lasciano il posto ad un paesaggio lunare, arido e freddo, ma maestoso e di grande impatto visivo. Le montagne sono ripide, squadrate, come se fossero scolpite nella roccia, altre volte sembrano ondulate e soffici come se il magma fosse ancora caldo, fluido. L’Himalaya si apre davanti a noi con le sue creste taglienti ed i fianchi stropicciati da profonde ferite verticali. La terra piange in fiumi argentati, mentre il vento spazza la sua nuda crosta, e da pietra nasce pietra, in uno sgretolio continuo che mescola colori stratificati da migliaia di anni.

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Passiamo un paio di notti a Kargil, ultimo avamposto musulmano prima dell’ingresso in Ladakh. Il fiato e’ corto e la stanchezza ad ogni passo tanta. Cerchiamo di acclimatarci a suon di the allo zenzero, burro spalmato su pane al sesamo e Diamox, il diuretico miracoloso che combatte il mal di montagna e fa dormire come bambini. Ci accoccoliamo sotto pesanti strati di coperte nella guesthouse governativa del villaggio, un postaccio. Poi in una mattina serena e gelida ripartiamo sopra un bus arcobaleno. La faccia stilizzata di un Buddha coronato da lucine lampeggianti oscilla al posto dello specchietto. Ti prego fa che oggi vada meglio, ma come al solito noi sediamo in fondo e forse da laggiù lui non mi sente. Gli ultimi due posti a destra ci aspettavano con il nostro nome impresso già alla biglietteria di Kargil, quelli che non si reclinano mai e dove respiri tutta la polvere alzata dalle ruote davanti.

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Scendiamo al villaggio di Lamayuru con vestiti e capelli ingrigiti da un sottile strato di sabbia. Lungo la strada polverosa e deserta quattro cavallini brucano da un sacco, un bambino perde i pantaloni mentre scappa, un grasso Baba travestito da monaco aspetta l’arrivo della posta e intanto spera di volare. Una vecchia curva con addosso un lungo abito-cappotto di lana grezza e rossa si avvicina e ci invita a dormire a casa sua. La seguiamo polverosi e lenti, cercando di stare al passo. La famiglia che ci ospita ci regala uno splendido scorcio della vita contadina locale. Al nostro arrivo una donna dalle mani porpora ci accoglie rimestando un pentolone bollente pieno di tintura e lana per gli abiti invernali, il granata sembra essere il colore del secolo. Gironzoliamo per la casa, un vecchio edificio intonacato di bianco, con grandi finestre e tappeti dappertutto. In cucina troneggia un enorme poster di Lhasa con il Potala al centro ed un fiume troppo verde per essere vero, dagli scaffali traboccano pentolini di rame, mentre sul tetto la stanza di preghiera e’ addobbata con thangka buddisti e bandierine tibetane. Nel pomeriggio ci rendiamo utili, raccogliamo mele e guardiamo il latte appena munto diventare burro per magia. Per cena ci viene offerto un sontuoso piatto di sku, gnocchi in minestra di verdure, rigorosamente fatti a mano e con farina d’orzo.

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Il monastero del villaggio e’ una piccola perla incastonata sulla luna, a soli 3500 metri sul livello del mare. Almeno così viene chiamata la valle, moonland o terra della luna, per via della presenza di sorprendenti formazioni rocciose che catturano lo sguardo. Geologi e locali concordano sul fatto che l’intera zona si trovasse sul fondale di un gigantesco lago preistorico. Poi un giorno l’acqua e’ scomparsa. Più controversa e’ la spiegazione di come il lago sia sparito: la leggenda vuole che siano state le potenti preghiere di un santo buddista, un certo Arahat Nimagung, a prosciugare l’acqua, ma gli studiosi sono un poco più scettici. In ogni caso il risultato e’ una sorprendente cascata dorata di sabbia scolpita a gole e canyon che circonda la valle intera. Al centro il villaggio e un’oasi di prati e alberi in pieno deserto. Una manciata di case di pietra e fango con i tetti piatti, ricoperti da fieno ed albicocche stese al sole, circonda il monastero, abbarbicato sulla rocca insieme a vecchi ruderi. Conquistiamo la vetta con la testa che pulsa ad ogni passo e da una terrazza panoramica guardiamo la luna intorno a noi, cercando invano il buco sul fondo della vasca.

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