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Tutto nasce da qui

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Giorno 612.

Due occhietti neri mi fissano e si nascondono. Affonda il viso nel collo di sua madre ogni volta che la sorprendo a sbirciarmi dall’altro capo della strada. Sono timidi già da piccoli questi boliviani e crescendo non migliorano. Si dice che la Bolivia sia il Tibet delle Americhe ed effettivamente i due paesi condividono molte cose, l’altitudine, gli altipiani desolati, le trecce nere e lunghe che pendono sotto i cappelli, le medesime facce cotte dal sole degli abitanti. Eppure c’è qualcosa di molto diverso nell’aria, sarà la religione, la cultura, la quinoa…però non basta, c’è molto di più. Non riesco a togliermi un vago senso di ostilità che traspare da questa gente così sfuggente e taciturna, che mi affascina, ma che ancora non posso capire.

Tra i volti della Bolivia, da quello impenetrabile della selva amazzonica ai bianchi deserti dei salares, il lago Titicaca e’ quello che più di ogni altro ricorda un angolo di Himalaya. Uno specchio d’acqua enorme, sorprendentemente blu, acquattato tra le vette delle Ande, giusto al confine col Perù. Questo e’ il luogo in cui tutto è’ iniziato, così si dice. Tradizione e storia si intrecciano col mito e trasformano questo mare ad alta quota in uno dei siti più mistici e rappresentativi della cultura indigena. Il lago prende il nome da una mitica isola che si erge come un pugno dalle acque, e che successivamente varrà ribattezzata Isla del Sol per aver dato i natali alle divinità fondatrici della città di Cusco e di tutta la dinastia Inca. Una specie di Adamo ed Eva andini ed il loro paradiso terrestre. Il mito vuole che sul fondale giacciano ancora antiche città perdute, ma nessun abitante dell’isola vuole davvero scoprire cosa c’è la sotto. Il lago è sacro e non si tocca, lo si rispetta perché rappresenta il luogo in cui la loro storia e’ cominciata.

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A Copacabana c’è festa. Musica stile cumbia tutta la notte, ubriachi ben vestiti per le strade scappati dalla città per un week end di follia, bancarelle con ogni genere di mercanzia. Una giovane coppia di La Paz, troppo socievole per essere sobria, insiste a tutti i costi per invitarci a cena in un fast food. Sono alticci, rubicondi e soffrono di una certa logorrea verbale. Non provo nemmeno a ribattere ed e’ inutile cercare di spiegargli il nuovo regime alimentare di mio marito. Ci lasciamo trascinare e finiamo intrappolati davanti a un pollo fritto con patate. Lui indossa un completo doppiopetto, sembra uscito da un matrimonio, lei un’elegante bombetta ed una gonna a pieghe di taffettà azzurro che la rende ancor più voluminosa. Quando afferra la mano di Avidano e in un impeto di euforia se la appoggia fra le tette, sgrano gli occhi e fisso il marito aspettandomi il peggio, ma lui non sembra farci caso. Ringraziamo educatamente e ce la svignamo alla svelta prima di venir irrimediabilmente coinvolti in una rissa da KFC.

La cittadina e’ minuta, graziosa, con una cattedrale che sembra più una moschea che una chiesa ed un belvedere che culmina con una croce, battezzato con fantasia Monte Calvario. A vederlo sembra una collina, ma lungo i consumati gradini di pietra che portano verso la cima la carenza di ossigeno si fa sentire e ci costringe a fermarci varie volte per riprender fiato. Gambe pesanti, cuore che scoppia, mani sudare. La vista da lassù spazia sul lago, in lontananza la costa peruviana. Il sole e’ fortissimo, l’aria rarefatta, la luce trasparente. Le acque stupende colorano di blu un paesaggio nudo e maestoso, fatto di vette altissime spruzzate di bianco e sponde selvagge. La Isla del Sol è la più grande del Titicaca, ma non la sola. La sua metà, la Isla della Luna, si erge a poca distanza e come una coppia di amanti separati si sfiorano senza toccarsi. Il positivo e il negativo, l’uomo e la donna, il sole e la luna, il grande e il piccolo, gli opposti che si guardano e si attraggono a quattromila metri sul livello del mare.

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Sull’isola il tempo si ferma. Luce abbagliante, silenzio accecante non fosse per il vento che batte forte sul paese. Il sole che nasce dalle Ande accarezza la finestra. Sgattaioliamo fuori all’alba. Alcuni gradini di pietra logori conducono a un sentiero ciottolato che si snoda fino alla sommità del paese. Ci inerpichiamo tra i vicoli addormentati, verso il cammino inca che percorre l’isola sulla cresta della montagna. Una coppia di alpaca color miele pascola nell’erba, tra terrazze minuziosamente coltivate a quinoa e patate da donne in gonna arcobaleno. Un bambino sbuca da una siepe pretendendo una propina per la foto ai suoi animali. Tiriamo dritti scandalizzati e fingiamo di non capire.

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Qualche minuto e siamo sul punto più alto dell’Isla del Sol. Ovunque, questo blu che colpisce come una mazzata, violento, strabordante, potente, che intrappola, il blu di questo splendido cielo di maggio riflesso in acque gelide e trasparenti. A nord-est, le Ande boliviane ricoperte di ghiaccio e neve, le stesse distese immense di roccia increspata che ci accompagnano ormai da mesi in questo viaggio. Le rovine sono solo quattro sassi, ma se penso che su questa stessa crosta brulla che stiamo calpestato è nata una civiltà, mi sento al centro del mondo.

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Alcune vecchie risalgono la spina dorsale dell’isola trascinando un mulo carico di ortaggi e legna, il volto scuro, brunito dal sole, nascosto sotto un cappello di paglia ed un fagotto colorato legato sulla schiena. Nelle tradizionali tovaglie a righe si trasporta di tutto, senza distinzione, alimenti, figli, piccoli animali. Il sole al tramonto tinge di rosa le pietre lisce e gli arbusti circostanti. Un asinello muto e ostile come i suoi padroni ci studia da lontano mentre la luce scompare. Fa buio in pochi minuti, e comincia a fare un freddo cane. Percorriamo la strada a ritroso mentre fa notte, la stessa polvere, le stesse pietre, stavolta in discesa. La vita nelle case sembra andare a dormire seguendo i ritmi del sole. Non ci sono lampioni lungo il sentiero e di notte le uniche luci sono quelle della luna, delle stelle e qualche bagliore che proviene dalle finestre. E mentre lentamente l’oscurità ammanta l’isola, una dopo l’altra le greggi tornano agli ovili.

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La Catedral de Marmol

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Giorno 538.

La Carrettera Austral punta dritta verso nord sfidando la forza di gravità che ostacola il rientro di migliaia di studenti e mochileros sopravvissuti al freddo sud del paese. Siamo lumache con lo zaino, la scia di bava si perde nella polvere. Nel nostro lento risalire, ricaviamo un paio di giorni da trascorrere a Puerto Rio Tranquillo per vedere la meravigliosa e super pubblicizzata Cattedrale di Marmo. Tra i giovani cileni non c’è viaggiatore che si rispetti che non abbia fatto almeno un bagno nelle acque antartiche e piene di riflessi delle sue grotte marmoree. Gli occhi dei reduci brillano al solo ricordo della luce azzurra che sembra alzarsi dal lago ed i resoconti sono entusiastici. Così ci facciamo coinvolgere. Incastriamo le prenotazioni degli autobus stracolmi e scegliamo di farci stregare dal blu.

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Ma la fregatura e’ in agguato. Appena scendiamo dall’autobus ci assalgono i procacciatori di clienti delle quattro compagnie che, con bancarelle semi permanenti, si spartiscono il mercato del turismo e dei cessi a pagamento, oltre che il piazzale di fronte alla fermata. Il lago General Carrera, nonostante il nome tremendamente poco attraente, e’ davvero di un azzurro ammaliante. Peccato per i venti motoscafi che, cavalcando le onde, rombano a tutto gas in direzione grotte di marmo. I turisti gridano tra gli spruzzi nell’arancione abbagliante dei giubbotti salvagente. Tutto già visto, e in un attimo siamo di nuovo nelle Filippine.

Ripartiremmo anche subito, ma il Tetris dei biglietti non ce lo consente. Tanto vale cavalcare l’onda. Prenotiamo il nostro tour per il giorno seguente e ci allontaniamo dal centro di questo ridente paese che, se non fosse per le quattro grotte e l’insolita vena di marmo che corre da nord a sud, attraversando la punta occidentale di questo lago gigante, sarebbe uno dei tanti villaggi che guardi solo dal finestrino dell’autobus. Troviamo un camping fuori porta con prato, vista lago e spiaggia privata, inutilizzabile per le temperature, ma comunque incantevole. Ci rilassiamo e facciamo il bucato. Nella notte, un feticista solitario mi ruba un paio di mutande rosa leopardate, le uniche buone che avevo.

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Il motoscafo barcolla tra le onde come una barchetta di carta che precipita verso un tombino. Il vento e’ fortissimo oggi, ma i Tours non sono sospesi. Impossibile arrestare la forza del business. Quando doppiamo il capo siamo bagnati fradici, ma perlomeno l’acqua che ci accoglie e’ più tranquilla. A parte il circo che circonda il fenomeno, le grotte sono davvero stupende. L’erosione del marmo genera una vorticosa mescolanza di toni bianchi e grigi che affondano nel blu. I giochi di luce e le striature sembrano gli schizzi di un pittore. Quando il capitano accosta e domanda chi vuole fare il bagno, penso sia uno scherzo. Il bagno l’ho già fatto, venendo fino qui! Ma una coppia di giovanissimi cileni si alza in piedi, in un attimo si spoglia e si tuffa tenendosi per mano. Guardo Fede e mi chiedo quando siamo diventati vecchi di colpo. I ragazzi tentano di raggiungere la Cattedrale a grandi bracciate, ma il freddo taglia loro il fiato. Quando trionfali e tremanti si ergono sullo scoglio, li raccattiamo in fretta e furia prima che muoiano congelati e diventino i nuovi Romeo e Giulietta del Lago General Carrera. Un nome troppo brutto per diventare un best seller.

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Al ritorno scopriamo che nel centro si celebra il cinquantesimo compleanno del paese con un sontuoso asado comunitario, cioè gratuito, per tutti i partecipanti. Con una decina di turisti accerchiamo gli spiedoni sulle braci come un branco di lupi affamati. Mancano un paio d’ore al termine della cottura, il camping e’ troppo lontano per andare e tornare, così aspettiamo in agguato, con le pance che brontolano e la bava alla bocca. Quando la fame e’ al culmine e gli occhi spiritati, si comincia a servire. I paesani in coda paziente si preparano a mangiare, e noi siamo senza piatti e posate. Non ci vedo più dalla fame, ma anni di boy scout sotto un regime alimentare dettato da una dietista per anoressici mi hanno insegnato qualcosa. Infilo la testa sotto un tavolo e nella disperazione recupero il cartone di una cassa di birre. Mi faccio sotto senza vergogna, gomiti alzati, puntando a testa bassa verso l’agnello e le patate. Torno da mio marito sfoggiando con orgoglio un vassoio carico per cinque persone. La carne e’ croccante e deliziosa. Ce la sbraniamo così, con le mani colanti, direttamente nella scatola. Il miglior asado della mia vita.

Passaggio a Sud

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Giorno 527.

L’alba sta sorgendo su El Chalten ed io, sdraiata nel piano superiore del mio lettino, mi stiracchio pigramente preparandomi alle nuove fatiche che mi aspettano. Sono state notti movimentate. Di solito nel dormitorio cerchiamo di occupare un unico letto a castello. Fede dorme sempre sotto con la scusa che soffre di vertigini. Io sto al piano di sopra, ma non mi dispiace. Questa volta però come coinquilino di letto mi è toccato un francese nottambulo e pazzo. Dopo un mese di soggiorno in paese, non si sa bene a fare cosa, visto che non scala ne’ l’ho mai visto uscire per alcuna escursione, ancora non conosce una parola di spagnolo. In compenso si dedica attivamente al linguaggio del corpo. Tutte le notti rientra all’alba, a volte con qualche ragazzina alticcia rimorchiata in ostello. Nel buio sfila il materasso sempre sfatto, lo trascina fuori dalla porta socchiusa e si butta ad amoreggiare in corridoio. Che romantico. L’ultimo giorno ha il piacere di scoprirlo nudo e scalzo, mentre si dedica al bucato in bagno, ovviamente con la porta aperta. Ad ogni strizzata, un’onda anomala si riversa sul pavimento creando un fiume in piena che inesorabilmente avanza verso il centro della stanza. Cose che capitano quando si lavano tre felpe ed un paio di jeans in un lavandino grande come una scodella. Si scusa con un sorriso imbarazzo, cercando di spingere l’acqua indietro col piede e lasciano dietro di se una scia di orme infangate. Poi si gira e continua come se nulla fosse, neanche si degna di chiudere la porta. Esco dalla stanza confusa, l’ultima immagine e il suo didietro, con addosso un paio di mutande sbiadite. Anche questi sono ricordi.

La grande traversata consiste in una mezza giornata di autostop, due barche e ventitré chilometri a piedi in mezzo al niente. Tra la dogana argentina e quella cilena, ci aspetta una valle disabitata e selvaggia, percorsa da un unico sentiero in direzione sud/nord, che costeggia le vette del campo di gelo sud. La maggior parte dei turisti prende un autobus che attraversa le Ande dal lato argentino per raggiungere la frontiera di Chile Chico, cinquecento chilometri più a nord. Ma noi non vogliamo perderci neanche un centimetro di questa avventura chiamata Carretera Austral, così il Cile lo conquistiamo a piedi in una giornata di sole.

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La partenza e’ calcolata al millimetro, previsioni meteorologiche favorevoli, cibo disidratato per sopravvivere due giorni lassù, nella Terra di Mezzo, zaino ridotto ai minimi termini. Con enorme fatica, mi libero del superfluo. Il pareo a fiori tutto bucato, il libro di Eddy che ormai era un feticcio, alcune canottiere sdrucite, un poncho plastificato mai usato. Sotto la supervisione di un Avidano irremovibile sulla necessità di fare spazio, mi separo dolorosamente da cose che sanno di casa e che mi accompagnano dal primo giorno di questo viaggio. Chi mi conosce sa cosa vuol dire.

La strada e’ deserta, non passa neanche un cane. Con Aner, camminatore basco conosciuto all’ombra del Cerro Torre, aspettiamo tre ore di vento nella speranza di essere caricati in tempo per raggiungere la prima delle due imbarcazioni che ci aspettano. Quando il tempo sta quasi per scadere, noleggiamo un taxi della speranza che ci rapina in cambio della meta. Cerco di recuperare le calorie perse aspettando al freddo, mangiando cioccolata e dormendo quasi un’ora sdraiata al calduccio sul sedile posteriore.

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Attraversiamo il Lago del Desierto con una lancia rapida, che ci imbarca nel tramonto. Alle spalle, il versante nord del Fitz Roy ci accompagnerà scintillante per tutta la traversata. E’ l’imbrunire quando raggiungiamo la frontiera argentina. Due carabineros annoiati mi timbrano il passaporto con la data sbagliata, ma questo lo scoprirò solo ventiquattr’ore più tardi, quando i corrispettivi cileni, ancora più annoiati, mi chiederanno dove ho trascorso gli ultimi due giorni. Ci spariamo i primi sette chilometri di salita e ci accampiamo sul confine, in terra di nessuno, tra i cartelli “Bienvenido a Cile” e “Ciao Ciao Argentina”. Ceniamo accanto allo scheletro di un’istallazione militare caduta in disuso, mentre il campeggio improvvisato si popola di pochi escursionisti migratori.

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Quando scende il buio inizia la notte del vento. Ci infiliamo nel sacco a pelo completamente vestiti: giacca col cappuccio alzato, cuffia di pile, guanti e chi più ne ha più ne metta. Il vento è un fischio che ci attraversa, poi prosegue il suo percorso, via verso le altre tende. Momenti di silenzio, in cui sembra che abbia finito, ma non sarà così. Perché non sarà lui a lasciare questa valle, ma noi quando il giorno seguente, una dogana e sedici chilometri più a valle, ci imbarcheremo nuovamente sulle sponde di un lago color tempera.

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Ci scongeliamo verso l’alba e per scaldarci riprendiamo subito a camminare. Riesco anche a superare incolume la dogana cilena, nonostante i timbri incasinati. Rischio grosso solo quando cerco di importare frutta illegale, un avocado ed un pompelmo che ci gustiamo in un picnic vista lago. La barca salpa alle quattro in punto e percorre il Lago San Martin in tutta la sua lunghezza, attraverso la desolazione di un paesaggio arido e bellissimo. Ci fermiamo ogni tanto per raccogliere qualche passeggero sbucato sulla riva come un fungo in mezzo al niente. Un’intera famiglia di gauchos carica pecore sbigottite e cani da pastore dalla sponda ghiacciata. All’arrivo ci aspettano Mauro “el pajarero” e il suo pulmino sgangherato, ma questa e’ un’altra storia. Il fondo della Carrettera Austral comincia qui, in un pueblo chiamato Villa O’Higgins. D’ora in poi fino a Santiago e’ tutta salita.

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Le tre torri

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Giorno 517.

In Patagonia si dice che ogni nuvola porti con sé una stagione. Il sole, la pioggia e la neve si inseguono nel cielo in tumulto, mentre le nuvole rotolano veloci sulle sfondo delle interminabili giornate dell’estate australe. Però a me sembra sempre inverno, e anche questo ha il suo fascino. Sarà colpa del vento gelido e prepotente che non dorme mai e gioca a dadi con il tempo. Sarà il freddo nelle ossa che non riesco mai a togliermi, neanche quando mi rifugio accanto alla stufa sempre accesa nelle tradizionali case di legno e lamiera dove alloggiamo. Sarà tutto questo spazio vuoto, dove non cresce niente, che al supermercato devi far la coda per comprare un po’ di verdura avvizzita.

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Ma in fondo questo era esattamente quello che cercavamo, il profondo sud, una promessa di vento e ghiaccio, di spazi sconfinati che si scontrano con montagne maestose, di fiordi e laghi glaciali che frantumano la terra in migliaia di isole. L’isolamento e l’orgoglio di un popolo che si è adattato ad una vita inospitale, dura. La Patagonia e’ una terra che si impossessa della mente, dove la natura assume un profilo sconvolgente ed aspro da scoprire tutto camminando, sempre controvento.

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Se tutto questo fosse un solo luogo, per me sarebbe il parco di Torres del Paine, nella Patagonia Cilena.

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Non avrei mai immaginato che il campeggio a temperature artiche potesse dare tante soddisfazioni. Meno che mai con un mostro sulle spalle che trabocca cibo disidratato e scatologico. Ma durante i cinque giorni di trekking passati nel parco, i primi settantacinque chilometri a piedi della mia vita, scopro che sono nata per questo. Camminare mi ricorda che sono viva, anche quando la stanchezza mi fa crollare, le gambe bruciano e la pancia brontola. Gli occhi si riempiono di meraviglie e si può sopportare tutto, la fatica, il cibo schifoso, il costo del biglietto, l’eccessiva fauna umana che affolla i sentieri, il dover stare senza lavarsi per giorni, il freddo cane anche di notte dentro al sacco a pelo, quando penso che il vento ci porterà via con la tenda e tutto il resto.

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Conquistiamo la prima cima con Nicola, svizzero italiano in cammino attraverso le due Americhe, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Scopriamo un paesaggio scolpito nel ghiaccio e nel granito. Le tre torri si stagliano contro un cielo cobalto nel sole del mezzogiorno, il riflesso che si specchia nell’acqua che nasce dalla neve. Restiamo immobili, in silenzio. Sono strapiombi verticali, burroni al contrario dove nemmeno la neve si ferma. Solo i condor osano innalzarsi dove l’aria e’ tanto rarefatta. Non so dove guardare, non so cosa guardare perché tanta vastità non può essere contenuta nello spazio dei miei occhi.

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Los Cuernos del Paine non sono come nella copertina della Guida Cile Lonely Planet, con il cielo blu ed una sola piccolissima nuvoletta, in basso a destra. Si rivelano e si nascondono dietro a una sottile coltre di nuvole, che a volte diventa uno scialle da cui spuntano solo le cime nere. Costeggiamo laghi azzurri più del cielo e un cimitero di alberi carbonizzati, ricordo dell’ultimo incendio che ha devastato il parco alcuni anni or sono.

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Il ghiacciaio Grey contende il primato in bellezza al più grande e famoso Perito Moreno. Però arrivarci, esausti, dopo quindici chilometri di salite e discese, battaglie contro il vento, passaggi tra foreste punteggiate da piccole orchidee e fiori colorati, lo rende ancora più speciale. E’ il nostro primo ghiacciaio, ancora non sappiamo come sia il mitico Perito, ma quando i miei occhi incontrano il Grey, in lontananza, sembra un mare di nuvole. Solo di fronte al suo muro frastagliato, agli iceberg blu che galleggiano alla deriva nel lago, comprendo la grandezza del ghiaccio.

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La Ruta de los Siete Lagos

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Giorno 497.

In viaggio ogni mattina e’ una pagina bianca. Il panorama dalla finestra e’ sempre diverso, e non sai dove dormirai la sera. I paesaggi si rincorrono, così come i visi delle persone che si incontrano. Alcuni passano come meteore, compagni di attimi fugaci, altri ti si appiccicano addosso, e te li porti dietro per un po’, nella speranza di rivederli in un futuro indefinito. Uno di questi visi é quello simpatico di Ferran, catalano purissimo, appassionato di montagna e di sport estremi. Con lui ci muoviamo da Junin de los Andes attraverso la Ruta de los Siete Lagos, uno degli spot più popolari e pubblicizzati di questa parte del paese. La giornata é di quelle piovigginose, per cui gli scorci spettacolari di cui dovremmo godere, per noi sono solo un’immagine sbiadita. Poco male, perché, i finestrini di un autobus non sono certo un punto di vista privilegiato, e senza un mezzo di trasporto tuo questa strada te la godi poco.

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Arriviamo a Villa La Angostura con la pioggia ed il freddo, e mentre montiamo incazzati le tende, ripensiamo quasi con nostalgia ai quaranta gradi di Buenos Aires. Ma al mattino, sulla pagina bianca scriviamo la parola sole, e usciamo in esplorazione. La regione dei laghi, sembra una Svizzera andina, con le montagne verdi, le case in pietra, il cioccolato, i turisti e gli infiniti laghi che quasi si sovrappongono, inframmezzati da spiagge tropicali, però con i pini al posto delle palme.

La zona d’estate sembra una costa romagnola catapultata tra le montagne, perché si riempie di studenti e famiglie in vacanza. Mancano le megadiscoteche, ma l’attitudine festaiola degli argentini trasforma i campeggi in raduni musicali, con le chitarre, la birra, gli spinelli e le grigliate.

Non tutti sono grandi camminatori, e noi ridiamo nel vederli arrancare sudati e sconvolti su per i pendii delle montagne, ragazzini di dieci-quindici anni di meno che superiamo con nonchalance e lo sguardo di chi la sa parecchio più lunga… Però la vista dal Cerro Campanario, che domina la città di Bariloche, e’ così imperdibile che anche i più pigri possono accedervi, grazie alla seggiovia che porta gli affaticati direttamente in cima, senza passare per il sentiero ripido e polveroso che deve percorre chi, come noi, vuole risparmiare l’estorsione dei 90 pesos che gli strozzini impongono alle allegre famigliole in vacanza.

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Ce ne andiamo anche in spiaggia, il lago e’ azzurro cristallo e la costa al mattino e’ tutta per noi, gli argentini si svegliano tardi e prima delle due non c’è un anima. Giulia e Ferran decidono che è venuto il momento di tosarmi, la mia chioma selvaggia non sta più insieme, e le mie rimostranze sul grande freddo che ci aspetta, da cui il vello dovrebbe proteggermi, non servono a niente sotto il sole cocente. Mi arrendo, e così un uomo nuovo inizia ad aggirarsi per le Ande…

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