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A Kathmandu…

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Giorno 705.

Negli anni 60 e 70 il Nepal era il punto d’arrivo degli hippies in fuga dall’Europa. From Istanbul to Kathmandu via terra, alla ricerca dei paradisi spirituali e psichedelici dell’India e del Nepal. La ganja cresceva spontanea da queste parti e a Kathmandu si poteva comprare hashish economico ma di ottima qualità addirittura in empori pubblici. Oggi questi cose sono passate da tempo, l’hashish si trova ancora ma la qualità è scadente ed il prezzo spropositato. La nuova droga e’ l’alcool, e non credo sia un bene. Di vecchi Hippies se ne vedono pochi in giro, uno bazzica vicino alla nostra guesthouse, e scambiare due parole con questo francese attempato ti apre una finestra temporale sul fascino dei viaggi in Oriente di qualche decennio fa, e ti fa pensare di essere nato una trentina d’anni in ritardo… Sui nuovi pseudo-hippies, meglio sorvolare, sono un tipo di viaggiatore che non suscita la mia simpatia, ma questa non è una novità. Più che una filosofia di vita, e’ diventata una moda, artefatta, ben studiata e recitata ad arte. E siccome odio le mode in generale e chi, per sfizio o per esibizionismo, inizia ad andarsene in giro scalzo non appena mette piede sul suolo Indiano o Nepalese, fregandosene del fatto che alcuni non se le possano permettere ma le indosserebbero volentieri, anche questa volta non mi convincono. Poi c’è la nuova e più abbondante tipologia di turisti che ogni anno invadono questo piccolo paese Himalayano: i trekkers, i quali probabilmente costituisco la voce numero uno nel registro delle entrate nepalesi. Se ne vedono di ogni foggia, da quelli più raffazzonati come noi, che comprano l’attrezzatura taroccata nei negozi di Thamel, a quelli superfighi, soprattutto americani, canadesi e tedeschi, con i loro indumenti costosi, le guide ed i portatori prenotati su internet. 

Esploriamo la capitale e le città satellite per otto giorni. Ci sistemiamo in una comoda guesthouse con terrazzo e cucina in Freak Street, a due passi dal centro ma appartata rispetto alla zona più turistica della città. Kathmandu e’ caotica e quasi sempre avvolta in una nuvola di polvere. A causa dell’inquinamento e del clima primaverile molto secco, la gente per strada indossa abitualmente mascherine di stoffa davanti alla bocca, come in Giappone, e dopo pochi giorni a piedi tra lo smog ne comprendiamo pienamente le ragioni. Giulia purtroppo e’ di cattivo umore, dietro mio suggerimento, sta leggendo un libro inchiesta di Alessandro Gilioli, intitolato “Premiata macellerie delle Indie”, che tra le altre cose getta luce su due remunerativi traffici che recentemente hanno affiancato l’industria del trekking nepalese: quello della compravendita d’organi gestito da vere e proprie agenzie che forniscono la materia prima e mettono in contatto gli acquirenti occidentali con lussuose cliniche private indiane, e poi il traffico di bambini all’interno del mercato nero che si cela dietro molte associazioni che si occupano di adozioni internazionali. La lettura l’ha colpita molto, tanto che riesce a stento a trattenere le lacrime alla vista di ogni bambino scalzo o vecchio mendicante che incrociamo per strada. E dato che la città ne è piena, mi porto dietro una fontana ad orologeria, pronta a traboccare in qualsiasi momento.

A parte gli sbalzi umorali di mia moglie, la città offre gioielli architettonici di incredibile bellezza. Purtroppo, mentre scrivo questo post, ho già negli occhi le immagini di una Kathmandu distrutta dal terremoto, per cui mi risulta difficile descrivere lo stupore provato di fronte a ciò che era prima della tragedia. La città vecchia, quella che gravita attorno alla piazza reale di Durbar Square, e’ stata duramente colpita e molti dei templi principali sono andati in frantumi. Probabilmente anche i centri storici di Patan e Bakhtapur hanno subito la stessa sorte, ma questo non abbiamo potuto verificarlo di persona. Per fortuna i magnifici stupa buddisti di Bodnath e Swayantabhun sono rimasti intatti, e la processione di monaci e devoti a Bodnath, nelle prime luci della sera, resta un’immagine impossibile da dimenticare. Quindi forse, per una volta, e’ meglio lasciar parlare le immagini.

                       

 
 

Ancora tu…(ma non dovevamo vederci più?)

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Giorno 682.

Di nuovo India, sbarchiamo e ripartiamo. Dopo pochi giorni ci lasciamo alle spalle una Calcutta che non è nemmeno tutto quello schifo che il nome suggerisce. Grazie a David, un eccentrico canadese in bicicletta che soggiorna in città, ne esploriamo angoli nascosti e poco visitati come il mercato dei fiori, il quartiere degli artigiani di Kumartuli, e soprattutto il palazzo di marmo splendidamente decadente di una delle famiglie che furono potenti ai tempi degli inglesi ed ora cadute in disgrazia, ma che sfoggia dentro casa vasi Ming, dipinti di Rubens e Murillo ed un piccolo zoo privato ricco di magnifici uccelli tropicali. Il problema? Entrare, possibile in due modi: con un permesso ufficiale prenotato chissà dove, oppure alla maniera indiana, ovvero lasciando una mancia piuttosto cospicua al militare di guardia e ad un branco di personaggi che all’interno si propongono come guide improvvisate ed incompetenti. La famiglia Malik vive ancora qui, in un’ala dell’edificio, che purtroppo non si può visitare. Tutt’intorno, l’India di oggi è quella di sempre, con il traffico impazzito ed i mestieri senza tempo, gente che dorme dappertutto, gli esibizionisti, i barbieri a cielo aperto, i poveracci che si disfano per strada e l’alta borghesia che va a cena in ristoranti costosi e si compra BMW. Con i rompicoglioni più insistenti e gli uomini comuni dal sorriso più grande del mondo. 

            
Ma Calcutta per tutti, in Occidente, vuol dire soprattutto Madre Teresa. La casa di questa suorina albanese, icona del ventesimo secolo, e’ meta di pellegrinaggio delle genti più disparate, dai cattolici coreani ai curiosi qualunque come noi, che credenti non siamo, ma fa un certo effetto vedere la stanzetta minuscola e spoglia in cui questa signora, che si rapportava ai più potenti ed ai più disperati della terra, ha vissuto e lavorato per più di cinquant’anni. Giulia arriva a commuoversi e per un momento temo che mi chiederà di lasciare tutto e trasferirsi in pianta stabile tra le Missionarie della Carità.

    

gIl centro originario si trova poco lontano, di fianco al Kalighat, il tempio forse più importante della città, dedicato alla sanguinaria dea Kali. Qui si mormora che un tempo, in momenti di particolare difficoltà venissero eseguiti sacrifici umani per placare la sete di sangue della più terribile personalità del Pantheon Indù, consentendole in questo modo di trovare la forza necessaria per combattere i demoni e liberare il mondo dal male. Oggi si sgozzano più prosaicamente capretti, ed il rosso del sangue e’ sostituito da quello delle polveri rituali che ricopre persino i cani del quartiere e qualche vecchio mendicante, dando ai capelli una strana colorazione rosa acceso che fa tanto punk londinese anni 80. Entriamo nel santuario schivando le solite richieste di denaro da parte dei bramini, e ci mischiamo alla folla di credenti nella fila che conduce al sancta sanctorum in cui si può ricevere il Darshan, ovvero il contatto visivo con la divinità, che equivale ad una benedizione, o forse in questo caso sarebbe meglio dire una protezione, date le abitudini non proprio pacifiche della signora in questione che con il volto nero, i tre occhi spiritati, la linguaccia e soprattutto la ghirlanda di teschi, incute un certo timore.

    

Passiamo i tardi pomeriggi nello splendore neoclassico dei giardini del Victoria Memorial, il magnifico mauseleo dedicato alla regina Vittoria, che troneggia pingue, immortalata per sempre nel bronzo. È solo un’altra delle innumerevoli contraddizioni indiane, uno dei suoi monumenti più belli, costruito per una defunta sovrana straniera. Ma l’immagine più caratteristica della città, quella che più di tutte resta impressa nella memoria, e’ l’uomo-cavallo, il risciò a trazione umana, relitto dell’India del passato, ancora spaventosamente attuale nella metropoli del Bengala. E’ forse l’emblema che più di tutti incarna l’India moderna, un uomo scalzo, spesso di una certa età, che traina una carrozzeria con a bordo una signora corpulenta ricoperta d’oro e seta ed il figlio grasso, simbolo di un paese che, in parte, ha trovato il benessere e si ingozza di patatine, mentre il resto continua a morire di fame. E allora alzati bambino, inizia a camminare, che un po’ di movimento farebbe bene, ed un po’ meno disparità sociale, anche.  

   

La Paz

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Giorno 607.

La Paz e’ una caldera a 3700 metri d’altezza, la capitale più alta del pianeta. Circondata da imponenti montagne che superano i 6000 metri, tra cui il facilmente scalabile Huayna Potosi, ha una posizione scenograficamente invidiabile. Il centro e’ anche piuttosto bello, nel senso terzomondista del termine, con colorati mercati all’aperto, signore con bombetta e gonna larga, una cacofonia perenne di suoni ed odori intensi ed esotici. Qualche chiesa coloniale, una certa dose di calore latino ed una manciata di ubriachi aggiungono un tocco affascinante al suggestivo mix. L’uso dell’intonaco non e’ mai arrivato in città, le case espongono tutte i mattoni in vista trasmettendo quel vago senso di incompiutezza, che abbiamo già notato quasi ovunque in Asia. In compenso un’ovovia nuova fiammante, degna più di Aspen che dell’altopiano boliviano, collega il centro con la periferia di “El Alto”, la zona più povera e malandata della città. Nel giorno dell’inaugurazione, una coda di sei isolati si srotola per le vie del centro, costringendoci a rinunciare. Dalle descrizioni fatteci da alcuni altri turisti, ci aspettavamo un luogo decisamente più caotico ed in un certo senso anche pericoloso, invece la gente e’ tranquilla, ci sono famiglie in giro fino alle 11 di sera e nel complesso ci troviamo bene. Insomma, rispetto al caos asiatico e soprattutto indiano, questi boliviani sono dei dilettanti…

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Ma le mie condizioni di salute continuano a peggiorare e non mi permettono di godermi appieno la città, così aspettiamo il lunedì per trovare una clinica in cui farmi esaminare. Abbiamo letto da poco un articolo sul penoso stato dell’ospedale pubblico di La Paz, per cui cerchiamo una struttura privata, siamo assicurati e le spese non ci spaventano. E poi, in una ventata di ottimismo e freschezza continuiamo a sperare che siano solo emorroidi, per cui ci aspettiamo una breve visita con tanto di pacca sulle spalle. Il dottor Vega della Clinica Alemana purtroppo non è dello stesso avviso e mi ricovera seduta stante per una bella colonscopia, dicendo che il mio malessere “potrebbe essere di tutto”. Questa frase mi gela il sangue nelle vene. Ecco, ho un cancro al colon, lo sapevo. Cerco nella mente le parole per dirlo a mia madre.

Vengo sistemato in una camera privata, con spazio anche per Giulia, una flebo ed un bagno pulitissimo che mi faranno compagnia per tutto il pomeriggio, perché la preparazione all’esame comporta frequentissime visite, non proprio di piacere, alla tazza del cesso. Per fortuna che vengo gestito da un paio di infermiere giovani e carine, anche se un po’ inesperte. Sorvolo sulle modalità di investigazione del mio colon, mi ricordo solo di essermi svegliato confuso con Giulia al mio fianco ed io che non ne volevo sapere di sedermi sulla sedia a rotelle, preferendo accasciarmi sul duro pavimento, scambiato per il mio letto. Con l’aiuto di un’inserviente, un energumeno addetto al recupero dei pazienti in forte stato confusionale, riesco finalmente a raggiungere la mia camera. Pare che il mio problema non sia un tumore, ma una forma non ben specificata di colite ulcerosa cronica. Nella migliore delle ipotesi, un mese di supposte, nella peggiore, una forma autoimmune che mi accompagnerà per sempre, per la vita. Come un diamante, un figlio, una Volkswagen. Naturalmente il sempre ottimista dottor Vega propende per quest’ultima…ma per averne la certezza, bisogna aspettare qualche giorno ed i risultati della biopsia. Passo una notte d’inferno, preoccupato, confuso, stanco e con una flebo che mi scarica direttamente in vena una quantità preoccupante di bollicine d’aria.

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Segue una settimana di febbrili ricerche su internet, non voglio dovermi curare a vita e cerco di trovare un soluzione immediata. Ci imbattiamo in alcuni blog che spiegano come per migliorare sia necessario fare scelte alimentari drastiche, rinunciando a cereali, legumi, latticini e tutti i cibi raffinati. Cazzo, la pizza no…ma sto abbastanza male per decidere che vale la pena provare. Arriva il venerdì, e con esso i risultati. Per fortuna la più grave forma autoimmune per il momento viene scongiurata, resta la diagnosi di qualcosa di non ben definito. Ci convinciamo una volta di più che l’alimentazione possa fare la differenza, così ci informiamo meglio. Viene fuori che i cereali sono buoni per gli uccelli, non per gli esseri umani, e che un alimentazione sana si basa su ciò che già e’ reperibile in natura, evitando qualsiasi tipo di lavorazione: carne, pesce, uova, frutta e verdura a volontà. Questa paleo-dieta, così chiamata per richiamare un ritorno alle origini, ci sembra una teoria plausibile e, vincendo il nostro scetticismo e la nostra resistenza culturale, decidiamo di fare un prova, almeno per un periodo…anche se quasi mi vengono le lacrime agli occhi ripensando alla mia ultima pizza o ai miei ultimi spaghetti alle vongole, cerco di consolarmi pensando che, alla peggio, perderò qualche chilo…

A Cidade Maravilhosa

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Giorno 455.

Nei miei sogni di bambino esploratore da tavolino e atlante, Rio de Janeiro meritava il posto d’onore. Come Amerigo Vespucci e i suoi amici portoghesi, nel lontano 1502, scoprirono la bellezza della Baia del Guanabara, e credendola erroneamente una foce la chiamarono “fiume di gennaio”, così vengo rapito da questa città meravigliosa, che si adagia su uno degli scenari naturali più suggestivi al mondo.

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A Rio trovi tutto quello che t’immagini del Brasile, e’ una città immensa piena di colore e contraddizioni. I suoi abitanti, i Carioca, conoscono davvero la ricetta della dolce vita: spiaggie chilometriche frequentate da ragazze in perizoma, panorami mozzafiato che si incendiano al tramonto, favelas arroccate dai colori sgargianti, musica e caipirinha, feste in strada fino al mattino, samba, Jobim, gente allegra e tanto, tantissimo calcio. Solo ora capisco il significato della “saudade”, la nostalgia che prima o poi colpisce tutti i calciatori brasiliani che per lavoro si trasferiscono all’estero.

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Dopo tanti mesi di Asia, la città ci conquista con il suo calore latino e l’energia vibrante che sprizza da ogni strada, da ogni bar, da ogni spiaggia, da ogni persona. E noi ci lasciamo travolgere. All’inizio un po’ circospetti, abituati alla tranquillità ed all’assoluta sicurezza asiatica, la fama di città pericolosa ci intimidisce. Ad ogni angolo, ad ogni ombra ci chiediamo se sia la volta buona per farci rapinare. Per fortuna non è così, e complice la nuova immediata amicizia con Rosy e Aurelio, con cui condividiamo le giornate e le serate, ci rilassiamo fino a calarci nella nuova realtà carioca.

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Un giorno decidiamo di prendere il coraggio a due mani e visitare una favela. Tristemente note per la loro povertà, queste città nelle città sono quartieri abusivi di baracche colorate schiacciate contro la montagna. Spesso in mano ai narcotrafficanti e sconquassate da faide interne che non risparmiano nemmeno i giovanissimi. Negli ultimi anni il governo si è adoperato molto per risolvere la situazione, perché nelle favelas vive anche tanta gente normale che vuole veder crescere i propri figli lontano dalla droga e dalle sparatorie quotidiane. Ci informiamo in ostello su quali siano le favelas cosiddette “pacificate”, cioè messe in sicurezza dalla polizia, che negli anni e’ riuscita a sottrarle al controllo delle gang e dei trafficanti. Ci consigliano Santa Marta, e in un pomeriggio grigio e piovoso comincia la nostra scalata.

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Risaliamo la cima con una specie di trenino elettrico, l’unica forma di trasporto pubblico disponibile all’interno della favela. Ci avventuriamo per le ripide strade del Morro, tra le casupole ammassate che sembrano colare verso il mare. Per la prima volta la gente ci guarda indifferente, e’ una strana sensazione. I bambini giocano nei cortili, mentre da una chiesa di lamiera si alzano dei cori. Qualche porta si chiude quando, con discrezione, cerchiamo di fare delle foto. Meglio non insistere e proseguire oltre. Poi in un vicolo incontriamo un gruppo misto di americani/australiani/inglesi, loro si’ davvero terrorizzati, tanto da non tirare nemmeno fuori la macchina fotografica e da assoldare un vecchio incontrato per strada come guida improvvisata, affinché li scorti nella loro breve visita turistica. Li seguiamo poco convinti, come se quest’uomo di cinquanta chili potesse tramutarsi in angelo custode, nel caso in cui qualcosa andasse storto. Il vecchio li guarda con curiosità e stupore, che aumenta ulteriormente quando gli anglosassoni impauriti gli mettono in mano un centinaio di Reais, circa 35 euro. Allora sorride, con i quattro denti che gli sono rimasti: non male per un’oretta di passeggiata, deve aver pensato… Questi inglesoni, se li accompagni gentilmente, si fanno rapinare più volentieri…

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Per quanto riguarda noi, abituati alla miseria dell’India, dove tutte le città sono praticamente delle immense favelas a cielo aperto, non ci lasciamo certo intimidire da un po’ di povertà. Che per molti, come idea, e’ spaventosa di per stessa. A parte le strade invase dai rifiuti, dove i gatti scappano davanti ai topi, il posto è tranquillo. Persino Michael Jackson e’ stato qui, per girare il video di ‘They Don’t Care About Us’, e la gente orgogliosa ci mostra la sua minuta statua bronzata.

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Le spiagge di Copacabana e Ipanema, invece, vogliono dire soprattutto bella gente, bei muscoli, bei culi. Mi piacerebbe immortalare qualche perizoma striminzito sopra un fondoschiena a panettone, ma temo la reazione imprevista di qualche fidanzato geloso. Il futvolley e’ lo sport nazionale, praticato da giovani di entrambi i sessi, in egual misura. Ed e’ un vero spettacolo, il migliore che ho visto sui campetti astigiani non vale un’unghia delle due ragazzine appena maggiorenni che sbeffeggiano due machos palestrati dall’altra parte della rete. Anche solo i tramonti a Ipanema, con la bruma fresca della sera in lontananza, valgono il prezzo dell’aereo.

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Ma Rio de Janeiro e’ soprattutto Corcovado ed il suo Cristo Redentor, che domina il panorama della città e dall’alto abbraccia idealmente tutti i carioca. La dolce Rosy si commuove nel vederlo, come altre migliaia di fedeli che ogni giorno affollano il belvedere più famoso del mondo. Ancora non ci siamo abituati, a essere qui in mezzo a tutta questa gente senza nessuno che ti chieda una foto, che ti venga a parlare per sapere chi sei, come ti chiami, da dove vieni, o anche solo per stringerti la mano. L’Asia e’ lontana, ma ce la sentiamo ancora addosso. Intanto ci godiamo la vista mozzafiato, con le spiagge, la baia, il Pao de Azucar e la favelas che al tramonto si illuminano come presepi.

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Il barrio vecchio di Santa Teresa e’ il quartiere degli artisti e dei bohémienne. Nasconde perle come l’acquedotto in “stile romano”, trasformato in linea tranviaria per il mitico Bomde, il tram giallo, oggi non più in funzione, che risaliva i ripidi vicoli del centro coloniale. Ci arrampichiamo lungo la rossa scalinata di Selaron, un eccentrico artista cileno, ricoperta da un mosaico di oltre duemila mattonelle provenienti da centoventi paesi del mondo. Giulia e Rosy giocano a farsi fotografare in coppia, mentre tra i colori delle piastrelle c’è chi dorme, reduce dalla sbornia della serata.

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Alla sera, la zona di Lapa si trasforma in un locale a cielo aperto, con gente che balla ad ogni angolo, musica improvvisata, griglie ambulanti che sfornano salsicce e soprattutto Caipirinha, a fiumi. In Asia siamo diventati quasi astemi, per cui bastano due cocktail, anche se da quasi un litro l’uno, per riscaldare la serata e ci ritroviamo ubriachi a ballare tra la folla. Giulia e’ particolarmente a suo agio, si crede al Carnevale, e si esibisce con una giovane ragazza locale, una brunetta con una cascata di capelli ricci, che la coinvolge in un ballo sfrenato sul ciglio della strada.

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Il cielo capovolto

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Giorno 435.

L’arrivo a Delhi, specialmente per chi ci sbarca per la prima volta dalla confortevole Europa, può essere decisamente traumatico, tanto da far chiedere a molti “ma che cazzo ci sono venuto a fare?”. Traffico impazzito, mucche per strada, puzza di merda, gente che dorme sui marciapiedi, un rumore assordante, spazzatura dappertutto. Insomma, un idillio. E soprattutto, una marea incessante di rompicoglioni che vogliono venderti di tutto, dal charas agli occhiali tarocchi, dai passaggi in autorickshaw per guesthouse fasulle a qualsiasi sorta di ben di Dio che ci si possa sognare. L’India di oggi e’ un grande bazar, che vende tutto, forse anche la propria anima. Spesso mi sono sorpreso a desiderare di avere un lanciafiamme ed incenerirli tutti. Ma grattando la superficie caotica e deprimente della miseria più nera, si scopre una città affascinante e, a suo modo, bella. Soprattutto la parte vecchia, quella che sta vicino alla grande moschea del venerdì, la più grande del paese. E non che c’è ne siano poche, dato che in India se ne contano circa 400.000, più di qualsiasi paese musulmano al mondo.

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Passeggiando nei vicoli stretti, superando carri trainati da buoi giganteschi, e facendo attenzione ad evitare canali di scolo, cacche di mucca e mendicanti lebbrosi, si scopre un mondo antico di lavori scomparsi. Ciabattini, decoratrici di vasi in terracotta, barbieri di strada, pulitori di orecchie….da uno di questi mi faccio intrappolare, e voglio metterlo alla prova, dato che da un po’ di tempo mi sento i tappi. L’uomo, vestito di bianco e con i capelli colorati alla henné, tira fuori i ferri del mestiere e si mette ad esplorare l’interno del mio cranio. Dopo pochi secondi tira fuori tali schifezze che sono ben contento di essermi fatto alleggerire di 100 rupie, una cifra spropositata, quasi un euro e mezzo. Giulia assiste con orrore, per dieci minuti non riesce a parlarmi. Si avvicina un nugolo di curiosi, attratti dal bianco che si fa spulciare. Qui la pulizia delle orecchie e’ una pratica molto comune, anzi se non la fai almeno una volta al mese sei uno schifoso.

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I negozi hanno i nomi degli dei dello sterminato pantheon hindu’, un po’ come se da noi ci fossero i vari “Da Gesù Cristo occhiali”, “Trattoria dalla Madonna”, “Chiavi e chiavistelli San Pietro”… In perfetto equilibrio, un uomo dorme tra il manubrio ed il sedile del risciò, un tizio vuole a tutti i costi che lo fotografi, lui e le sue braccia innaturalmente corte. Un altro ancora, insieme al nipote, lancia pezzi di agnello alle aquile che volteggiano intorno alla moschea. In un paese dove tanti bambini sono denutriti, anche questo e’ un modo per ingraziarsi il favore del signore. Un grasso personaggio con un sorriso che abbraccia tutta l’India mi offre un piatto di biryani fumante, mentre a pochi passi una ragazzina dorme beata su un carretto di vestiti usati, i clienti non sono troppo schizzinosi…

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Visitiamo il Lotus Temple ed il Red Fort, la grande fortezza degli imperatori mogul del diciassettesimo secolo e soprattutto la magnifica tomba di Humayun, uno dei più famosi tra questi. La luce del tramonto incendia l’arenaria rossa dell’edificio, lasciandoci abbagliati dal contrasto tra splendore e miseria tipico di questa città, paradigma dell’intera nazione. Perché l’India e’ questa, un momento ti sembra di odiarla, quello dopo la ami, e non c’è niente da fare…a volte succedono cose così incredibili, che se non le vedi con i tuoi occhi, vuol dire che nella vita ti sei perso qualcosa.

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