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Senza fiato

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Giorno 401.

Alla fermata di Lamayuru l’autobus che ci raccoglie trabocca umanità dal finestrino. L’odore è’ sempre quello, un miscuglio rassicurante di sudore, spezie, capra e cipolle. Non ci sono posti a sedere ovviamente, così pieni di buona volontà e rassegnazione battezziamo il lungo viaggio verso Leh brindando in piedi in corridoio. Quando finalmente qualcuno scende, Fede finisce incastrato fra i sedili, dove due colossi indiani, uno col turbante, l’altro in divisa mimetica, lo ficcano in mezzo tipo sottiletta. Lo vedo mentre prova a rifiutare ma non c’è la fa e il panino se lo ingoia. Io mi siedo sui gradini d’uscita con la testa appoggiata alla cabina di guida. Chiudo gli occhi e riesco quasi a dormire per un istante, ma i passeggeri continuano a fissarmi impunemente. Il bus si tuffa in una gola e quando incontra il fiume Indo ne risale il corso fino a Leh. Guardo le sue acque appena nate, così azzurre e scintillanti, e penso che ancora non sa cosa l’aspetta poco più a valle, oltre il confine nemico quando diventerà il più grande fiume pakistano. Me lo godo adesso, finché ha ancora il colore del cielo.

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La capitale del Ladakh e’ adagiata come un’isola nel mezzo di una ampia valle di pietra e sabbia. Una corona di montagne con la cuffia di neve salutano il nostro arrivo dai loro cinquemila metri, mentre un dorato paesaggio autunnale ci ricorda che l’inverno sta arrivando. La città più turistica della regione, base di escursionisti e filo-tibetani, sta entrando in letargo. Un mantello di foglie gialle ricopre il terreno, i negozi chiudono i battenti e i turisti stranieri spariscono nei buchi come gli gnomi d’inverno. Solo i turisti indiani non mollano la presa. Sulla scia del cult movie bollywoodiano “Three idiots”, che ha reso la regione famosa in tutto il paese, sfidando il freddo e l’altitudine, si arrampicano su questo angolo di Tibet in terra indiana su costose jeep a noleggio, fino ad accorgersi, quando versano in condizioni pietose per via del mal di montagna, che gli idioti sono loro.

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La città vecchia sorge all’ombra color ocra del palazzo in stile Potala dell’estinta dinastia reale che ha governato il Ladakh fino all’arrivo degli inglesi. Il centro e’ un ingorgo polveroso di jeep e maruti, le prime per le pigre famigliole indiane in vacanza con nonna al seguito, fino a tre generazioni contemporaneamente, le seconda amata dai Ladakhi come utilitaria d’alta quota. Ci aggiriamo zaino in spalla zigzagando fra i vicoli nel traffico impazzito, finché un’auto ci strombazza inviperita. Appena il tempo di scansarsi, saltando fuori strada, che un monaco al volante con occhiali da sole a specchio ci sorpassa a tutta velocità. Increduli lo guardiamo coi suoi abiti arancioni, mentre abbassa il finestrino e ci mostra il dito medio. Non ci sono più i monaci di una volta.

Ci sistemiamo fuori dal centro in una zona residenziale dove le guesthouse si mescolano alle fattorie. Le case tradizionali hanno ampi cortili che riparano dal vento, pieni di fiori profumati ed erbe aromatiche che sfidano il freddo notturno per procrastinare la fine dell’estate. I vitelli si aggirano fra i campi e la sera rientrano agli ovili trasformandosi in ostacoli cornuti che deambulano nel buio e spargono sterco sulle strade per la gioia dei turisti come noi che dopo cena rientrano in albergo.

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Quando la temperatura crolla, ci rintaniamo nei soliti due o tre posticini per provare, da veri intenditori, tutti i piatti tipici della cucina Ladakhi e tibetana. Ci atteniamo ad il consiglio datoci da una coppia di trekkers incontrata a Lamayuru: a Leh mangiare solo vegetariano. Il montone spesso non è fresco ed in città non ci sono polli, fa troppo freddo per loro. Così li spediscono in Ladakh da Delhi a bordo di furgoni mal refrigerati e dopo vai al cesso che è un piacere. Così ci abbuffiamo di Sku, gnocchetti d’orzo in sugo di verdura, Thenthuk, maltagliati cotti in una zuppa molto densa, Ti-momo, pagnottelle al vapore da intingere in speziati curry di verdure, Sizzler, foglie di cavolo servite alla piastra ripiene di riso, funghi e patate cotte alla fiamma… ma sono i Momo a rapirmi anima e corpo, i ravioli tibetani cotti al vapore con ripieno di formaggio fresco e verdura, da intingere in una salsa al pomodoro leggermente piccante o in un delicato bordino all’aglio. Non posso farne a meno, li devo assumere almeno una volta al giorno se non voglio cadere in crisi d’astinenza.

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Quando decidiamo di visitare i monasteri nei dintorni, ci affidiamo agli autobus locali, ma sulla via del ritorno rimaniamo bloccati a quaranta chilometri da Leh senza mezzi di trasporto. Ci incamminiamo verso casa, tentando di intenerire i passanti con un autostop poco convinto. Veniamo raccattati nell’ordine da una camionetta militare che trasporta bombole di gas, una specie di bomba a quattro ruote, un turista olandese a bordo di jeep privata con tanto di guida al volante, ed infine una maruti scassata con a bordo una spericolata coppia di monaci che anziché farci il dito, questa volta, in tutta fretta ci scorta in città. Il giorno dopo scegliamo di essere indipendenti e noleggiamo un motorino, anche se prima delle dieci l’aria e’ troppo fredda per uscire. Attraversiamo pietraie e appezzamenti che in questa stagione sembrano toppe aride e bruciate. Nel raggio di un paio d’ore dalla città si trovano cittadelle monastiche abbarbicate su speroni rocciosi da cui si domina il panorama della valle. Complicem un cielo terso ed un sole caldo, li scaliamo tutti in un paio di giorni, Thiksey, Chemdey, Matho, Stakna, il Palazzo di Shey e la sua spianata punteggiata da centinaia di stupa bianchi e fuori posto come meringhe nel deserto.

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Il bianco intonacato dei palazzi acceca mentre affrontiamo la cima nella luce sfavillante del mezzogiorno. Prepariamo il fiato per immaginari trekking in altura, ingaggiando gare a senso unico con vecchi monaci ricurvi e donne cariche di ceste, cariche di sterco, che volano in salita meglio di Messner e la sua cassa di Levissima. Soprattutto ci piace camminare sui tetti rossi e piatti dei monasteri, per le vista che spazia sul fiume e sui villaggi satellite. Gli interni celano cortili e saloni pieni di offerte, statue colorate, pregiati dipinti, ruote a campanelle, candele e sculture di burro. Il grande Buddha del futuro mi sorride dentro il monastero di Thiksey e vivo il mio momento mistico da carenza d’ossigeno quando lo sento bisbigliarmi all’orecchio cose a venire. Sfinita da un milione di gradini mi inginocchio davanti a lui nel fumo dell’incenso, mentre un monaco nell’angolo continua a ripetere una nenia ipnotizzante, e mi sento in suo potere.

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Moonland

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Giorno 395.

In India ogni partenza ha il sapore di una piccola avventura. Guardo il nostro bus a strisce giallo verde pieno di mele fragranti e sacchi riso, ma vuoto di passeggeri, e temo che quest’alba tragica sia stata del tutto inutile. Non si parte se non siamo almeno in dieci e poi sul passo ha nevicato la scorsa notte. Aspettiamo una telefonata che non arriva dalla polizia locale per sapere se la strada e’ sufficientemente sgombra per tentare una sortita. Sono nervosa, temo il freddo e quello che ci aspetta lassù, tra le nuvole cariche di maltempo. Un’ora e mezza dopo siamo in viaggio verso Kargil. Sull’autobus siamo solo in sei, oltre a noi un poliziotto di ritorno dalla licenza, i due autisti e l’immancabile bigliettaio. Non so se ritenerci fortunati per non aver dovuto rinviare ed essere comunque in viaggio, o se gli altri passeggeri siano stati più saggi di noi a non presentarsi alla partenza. La prima sosta per il the mi vede già costretta a calarmi nella nuova realtà indiana. Il paese e’ un rudere, e ovviamente non ci sono servizi igienici (in India non ci sono mai gabinetti quando servono). Vado a farla come gli altri, dietro una montagna di macerie. Fede intanto fa da palo.

L’autobus striscia lungo il serpente di ghiaia che si inerpica sul fianco della montagna, lassù dove l’aria e’ più leggera. Il passo sale verticale, tra curve a gomito chilometriche e senza protezione, mentre la testa gira e galleggia come un satellite a caccia di ossigeno. Lo spazio per passare e’ strappato alla montagna con risultati incerti: la strada appare tanto friabile che a volte sento che si sgretolerà sotto il nostro stesso peso. A tratti un piccolo torrente invade il passaggio, saltando allegro in un solo balzo verso il fondovalle. Allora l’autista ci costringe a guadare, trasformando il nostro autobus in un mezzo anfibio improvvisato. Mi aggrappo forte al sedile davanti mentre guardo le ruote sfilare lungo il ciglio del crepaccio. Come se questo potesse aiutarmi. Sono pietrificata ed ipnotizzata allo stesso tempo, potrei cambiare posto e non guardare più laggiù, potrei chiudere gli occhi, ma non riesco a fare altro che stringere le dita bianche e continuare a fissare il vuoto alla mia destra. Fede e’ fatalista come sempre, così cerco di dissimulare il mio malessere. Quando anche il poliziotto seduto dietro di me inizia a dare i primi segni di panico, l’autocontrollo mi abbandona. Sento la faccia sciogliersi come cera. L’autista intanto mi sfotte con la sua risata roca e persino il bigliettaio mi fa il gesto di noi che precipitiamo. Ciao mamma, guarda come mi diverto.

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In poche ore di viaggio il panorama cambia drasticamente. Le verdi valli del Kashmir lasciano il posto ad un paesaggio lunare, arido e freddo, ma maestoso e di grande impatto visivo. Le montagne sono ripide, squadrate, come se fossero scolpite nella roccia, altre volte sembrano ondulate e soffici come se il magma fosse ancora caldo, fluido. L’Himalaya si apre davanti a noi con le sue creste taglienti ed i fianchi stropicciati da profonde ferite verticali. La terra piange in fiumi argentati, mentre il vento spazza la sua nuda crosta, e da pietra nasce pietra, in uno sgretolio continuo che mescola colori stratificati da migliaia di anni.

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Passiamo un paio di notti a Kargil, ultimo avamposto musulmano prima dell’ingresso in Ladakh. Il fiato e’ corto e la stanchezza ad ogni passo tanta. Cerchiamo di acclimatarci a suon di the allo zenzero, burro spalmato su pane al sesamo e Diamox, il diuretico miracoloso che combatte il mal di montagna e fa dormire come bambini. Ci accoccoliamo sotto pesanti strati di coperte nella guesthouse governativa del villaggio, un postaccio. Poi in una mattina serena e gelida ripartiamo sopra un bus arcobaleno. La faccia stilizzata di un Buddha coronato da lucine lampeggianti oscilla al posto dello specchietto. Ti prego fa che oggi vada meglio, ma come al solito noi sediamo in fondo e forse da laggiù lui non mi sente. Gli ultimi due posti a destra ci aspettavano con il nostro nome impresso già alla biglietteria di Kargil, quelli che non si reclinano mai e dove respiri tutta la polvere alzata dalle ruote davanti.

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Scendiamo al villaggio di Lamayuru con vestiti e capelli ingrigiti da un sottile strato di sabbia. Lungo la strada polverosa e deserta quattro cavallini brucano da un sacco, un bambino perde i pantaloni mentre scappa, un grasso Baba travestito da monaco aspetta l’arrivo della posta e intanto spera di volare. Una vecchia curva con addosso un lungo abito-cappotto di lana grezza e rossa si avvicina e ci invita a dormire a casa sua. La seguiamo polverosi e lenti, cercando di stare al passo. La famiglia che ci ospita ci regala uno splendido scorcio della vita contadina locale. Al nostro arrivo una donna dalle mani porpora ci accoglie rimestando un pentolone bollente pieno di tintura e lana per gli abiti invernali, il granata sembra essere il colore del secolo. Gironzoliamo per la casa, un vecchio edificio intonacato di bianco, con grandi finestre e tappeti dappertutto. In cucina troneggia un enorme poster di Lhasa con il Potala al centro ed un fiume troppo verde per essere vero, dagli scaffali traboccano pentolini di rame, mentre sul tetto la stanza di preghiera e’ addobbata con thangka buddisti e bandierine tibetane. Nel pomeriggio ci rendiamo utili, raccogliamo mele e guardiamo il latte appena munto diventare burro per magia. Per cena ci viene offerto un sontuoso piatto di sku, gnocchi in minestra di verdure, rigorosamente fatti a mano e con farina d’orzo.

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Il monastero del villaggio e’ una piccola perla incastonata sulla luna, a soli 3500 metri sul livello del mare. Almeno così viene chiamata la valle, moonland o terra della luna, per via della presenza di sorprendenti formazioni rocciose che catturano lo sguardo. Geologi e locali concordano sul fatto che l’intera zona si trovasse sul fondale di un gigantesco lago preistorico. Poi un giorno l’acqua e’ scomparsa. Più controversa e’ la spiegazione di come il lago sia sparito: la leggenda vuole che siano state le potenti preghiere di un santo buddista, un certo Arahat Nimagung, a prosciugare l’acqua, ma gli studiosi sono un poco più scettici. In ogni caso il risultato e’ una sorprendente cascata dorata di sabbia scolpita a gole e canyon che circonda la valle intera. Al centro il villaggio e un’oasi di prati e alberi in pieno deserto. Una manciata di case di pietra e fango con i tetti piatti, ricoperti da fieno ed albicocche stese al sole, circonda il monastero, abbarbicato sulla rocca insieme a vecchi ruderi. Conquistiamo la vetta con la testa che pulsa ad ogni passo e da una terrazza panoramica guardiamo la luna intorno a noi, cercando invano il buco sul fondo della vasca.

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Profondo Tibet

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Giorni 51- 55.

La prima tappa del nostro triangolo al confine col Tibet ci porta in un paesino da far west di nome Manigango, dove squadriglie di cani randagi razzolano per strada in pattuglia alla ricerca di avanzi, e sono decisamente più numerosi della popolazione locale. L’unica strada ed i mulinelli di polvere alzata dal vento, sarebbero un perfetto set per un film di Sergio Leone. Mancano solo Clint Eastwood e Lee Van Cliff con tratti centro asiatici…

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Passeggiamo fino al lago sacro nelle vicinanze in un paesaggio di rocce rosse, scolpite da preghiere. A 3700 metri sul livello del mare questo specchio d’acqua nasce dalla fusione di un ghiacciaio tanto vicino che puoi pensare di toccarlo. L’acqua e’ di un verde denso, sembra tempera.

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Il minivan corre al ritmo incalzante dell’ormai familiare poppetone tibetano. Il monaco davanti a noi, dal faccione cinese con lunghi baffi, puzza come uno yak e non è il solo… Qualcuno qui sopra ha mangiato male ieri sera e non fa che liberarsi, silenziosamente. Raggiungiamo il passo a 5050 metri in mezzo alla neve fresca della notte. Mi sento mancare il fiato e non so se per l’altitudine o la fifa. La strada e’ una mulattiera di terra e ghiaccio, a precipizio sul dirupo, senza guardrail, e l’autista sportivo supera a manetta tutto ciò che intralcia il suo cammino. Sotto di noi il tunnel in costruzione che eviterà in futuro tutto questo gran salire, ma non oggi.

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La cittadina di Dege e’ la sede di una delle più importanti Lamasserie Tibetane del mondo, uno dei principali centri di cultura buddista con il Potala di Lhasa ed il Monastero di Samye. La maggior parte dei testi sacri vengono impressi qui, e da qui, imballati come reliquie in viaggio, si muovono verso altri importanti centri. Il settanta percento del patrimonio culturale tibetano, prima ancora che buddista, e’ custodito tra queste mura, conservato su migliaia di tavole di legno, incise a mano, che decine di uomini si incaricano di riprodurre, calcandole a mano.

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A Dege non ci sono turisti, non ci sono guesthouse, non ci sono docce. Ci sistemiamo in un piccolo alberghetto in stile tibetano con i soffitti invasi da draghi arancioni che, ruggenti sopra di noi, ci guardano dormire. Dopo due giorni di viaggio decidiamo che è necessario darsi una lavata. La proprietaria della pensione ci indirizza allegramente alle docce pubbliche, dove in realtà c’è poco da ridere. L’igiene scarseggia in questo luogo, non hanno il phon, ma almeno l’acqua e’ calda e ti omaggiato di ciabattine in plastica da doccia con funghi incorporati. Visto che fuori nevica sono costretta a farmi scortare da Fede, a testa bagnata, dal primo parrucchiere matto del villaggio, per farmi dare un’asciugata…ed è il momento, il ragazzetto mi ispira fiducia e gli propongo una bella spuntata, tanto i capelli sono già morti per meta della loro lunghezza: provati dal gioco della tinta con cui in primavera si sono deliziate le ragazze, i poveretti hanno esalato l’ultimo respiro soffocati nella polvere del Sichuan. Lui, gongolante per aver sottomano la sua prima cliente straniera e colto da un moto d’orgoglio tipicamente cinese, si impegna come una bestia. Per quasi un’ora taglia e sorride, mi sembra quasi di sentir fischiare il Barbiere di Siviglia. Mi da una bella tosata, con piega annessa, e per la modica cifra di due euro, cerco di ignorare la spazzola lercia che usa per strigliarmi. Per consolarmi mi compro un bel cappello tibetano.

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La strada per Baiyu percorre una gola stretta, a tratti ombrosa. Sfioriamo i confini del Tibet, segnati da una specie di cancello in stile pagoda, presidiati dall’esercito, per noi off limits. Oltre la strada per Lhasa, così ci indica il vecchio accanto a noi, con un filo di nostalgia nella voce. I lavori in corso ci fermano diverse volte. Fede vorrebbe giocare con i figli dei nostri compagni di viaggio, ma i bambini sono troppo intimoriti dalla suo barbone per socializzare. La cittadina e’ deliziosa. Anche qui il monastero e’ incastonato a mezza costa, affacciato su una valle stretta, ma e’ in completo restauro, quindi impossibile da visitare. Così passiamo la giornata gironzolando tra le vie, fino ad un tempietto panoramico, dove facciamo amicizia con un gruppo di bambini che, entusiasti, ci mostrano tutti i loro giochi, ci cantano canzoni e non ci lasciano più andare via. Cercano di comunicare con noi a gesti, disegnando sul muro con un gesso e attraverso le poche parole di un inglese mal imparato a scuola. Sono stupiti della nostra età, che deve essere più o meno quella dei loro genitori, anche se probabilmente sembriamo più giovani, soprattutto sono increduli e contrariati del fatto che non abbiamo ancora figli… così gli mostro una foto di Lorenzino e l’imbroglio e’ fatto. Si sono tranquillizzati.

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Ganzi

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Giorno 50.

Il monastero di Ganzi sorge come un incantesimo sulla collina che domina il panorama della valle e delle vette imbiancate che la incoronano. Avvolto in un dedalo di vie e casupole di legno variopinte che costituiscono ciò che resta dell’originale insediamento tibetano. Ci inerpichiamo sulle ripide scalinate che conducono alla cima sbirciando qua e la gli interni dei cortili e delle abitazioni tradizionali. Fede arranca, vittima la sera prima della spietata cefalea con aurea. Non ci sembra vero, ma siamo i soli turisti qui, non ci sono biglietti di ingresso da pagare e, per ora, quest’angolo di mondo sembra esser stato risparmiato dai brutti casermoni in cemento grigio che stanno spuntando ovunque come funghi.

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Una bellissima donna ci saluta dalla finestra, indicandoci la direzione attraverso il labirinto di viuzze, un cagnetto dall’aspetto poco feroce ci rincorre al sicuro dietro il suo balcone, anziane signore snocciolano le collane di preghiera accucciate sull’uscio di casa, i bambini giocano a figurine sul ciglio della strada e le merde secche al sole sembrano focacce integrali… In cima il panorama e’ illuminante. I monaci hanno appena terminato il pranzo e corrono dappertutto uscendo dal gompa. Ciascuno torna ai propri affanni, alcuni di loro lavorano sodo: una squadra di bonzetti in canottiera arancione sta ristrutturando l’interno di una sala di preghiera. Fede, curioso, non riesce a trattenersi e si infila per sbirciare. Io lo seguo a ruota.
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In città sono arrivati i leoni, li vendono al mercato con criniere rosso fuoco. Sono i mastini tibetani, quelli veri, non mischiati. Di corporatura possente ma flessuosa allo stesso tempo, ricordano più il re della savana che un comune cane da pastore. Datecene uno per le mani, e siamo pronti a sbaragliare una muta di pittbull… altra categoria, portamento imparagonabile.

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Da qui in avanti non riusciremo più ad utilizzare i mezzi pubblici, e non perché non ci siano: le tratte che ci interessano sono servite da un solo autobus al giorno, con partenza rigorosa alle sei del mattino, ma di cui misteriosamente non riusciamo mai a comprare il biglietto. La scena assurda si ripete in modo fastidiosamente monotono. Bigliettaie stronze ci sbattono il finestrino in faccia rispondendoci a stento il solito “meio” e noi, tra l’incredulo ed il rassegnato, affittiamo due posti su minivan privati al doppio del prezzo. Ora vale la pena di chiarire che solo dopo diversi tentativi a vuoto abbiamo capito ciò che nessuna guida riporta e che le bigliettaie ostili non sprecano fiato a spiegarci. Se sei in Cina, almeno in questa parte della Cina, e devi viaggiare in autobus, devi prenotare il biglietto il giorno prima, ma puoi farlo solo se acquisti la tratta completa. Se vuoi scendere a metà tragitto invece, devi presentarti alla partenza ancora prima degli altri viaggiatori già muniti di ticket, aspettare che tutti loro salgano, e se avanza un posto libero occuparlo nella speranza che qualche furbetto non lo prenda prima di te. Questo il meccanismo, in teoria, ma noi non riusciamo mai a spuntarla nella corsa alla conquista del posto e siamo quotidianamente costretti a ripiegare trafelati su minivan scassoni. E qui si apre il sipario su una nuova tragicommedia: la ricerca di qualcuno che vada nella nostra stessa direzione, che non tenti di fregarci sul prezzo, ma che soprattutto non disponga degli ultimi due posti in terza fila dove si rimbalza sul sedile tra cunette e montagne russe. Tutto questo in tibetano, buttandoci in mezzo un po’ di cinese. A ciò va aggiunto che, un giorno e si’ ed un giorno no, ci spariamo dalle 5 alle 8 ore di viaggio: e’ come se a giorni alterni andassimo in autobus fino a Napoli, anche se le distanze sono in realtà molto inferiori, ma le condizioni delle strade sono così estreme che per fare venti chilometri ci vuole almeno un’ora di sobbalzi. Tutto contribuisce al mal di schiena. La notte sogno un massaggio di Lorenzo, ma il miraggio e’ ancora lontano.

Il Tibet gira in senso orario

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Giorno 39.

Sulla via per Xiahe, l’autobus si ferma in quella che è la classica versione tibetana di un’area di sosta. Quattro casupole di legno da cui trafelate escono le donne che hanno fatto dello yogurt un business, in questo posto dimenticato da dio. A turno salgono sul bus per vendere coppette di yogurt di yak fatto in casa. Una cremosa delizia al naturale ricoperta con quattro cucchiaini di zucchero, alla modica cifra di 50 centesimi di euro. Chi deve andare in bagno non ha che da scendere ed infilarsi dietro un cespuglio, uomini e monaci da una arte, donne dall’altra. Molto più facile per loro che per me, visto che sotto quei lunghi cappotti non sembrano aver nemmeno il problema della biancheria. L’autista lava accuratamente il bus dalla povere, salvo venirne di nuovo inghiottito appena ripartiamo. Per fortuna, oltre che pulito, e’ anche saggio e bagna a lungo i freni.

Il paese e’ un satellite dell’enorme monastero di Labrang, il più grande al di fuori del Tibet. Una città dentro la città, con strade, abitazioni e templi. I monaci che vi abitano sono oltre un migliaio, in un dedalo di case in mattoni crudi affacciate su cortili interni, con verande luminose usate per dipingere o studiare. Sui tetti grovigli di cavi e parabole abusive.

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Finalmente un bel sole e decidiamo di visitare il monastero come gli altri pellegrini, non pagando il biglietto che magicamente apre l’ingresso principale, ma affrontando gli oltre tre chilometri di kora intorno al perimetro dell’immenso formicaio. Speriamo di riuscire ad infilarci dentro, inosservati, da qualche parte lungo il percorso. Secondo il buddismo anche camminare in senso orario intorno ai luoghi sacri, siano essi templi, statue o interi monasteri, e’ una forma di preghiera che genera meriti per la futura reincarnazione, ma la cosa più fantastica per noi e’ osservare gli altri praticanti.

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Nel brulicare di fedeli intorno a noi, tutto ruota all’infinito. Pellegrini devoti che ad ogni passo si prostrano faccia a terra, vecchietti in scarpe da ginnastica che quotidianamente si allenano nella kora-maratona in caccia di meriti, campane di preghiera che scricchiolano sotto le mani dei fedeli. Tutto scorre in un scalpitio veloce di passi, mentre noi, storditi, fatichiamo a stare a tempo.

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Fuori dal tempio principale giacciono decine di stivali in pelo abbandonati. I monaci dalle creste gialle corrono dentro per il pranzo e la preghiera. Le pareti sono ricoperte da tanghka colorati e dal soffitto penzolano strisce di stoffa ricamate con preghiere. Un mormorio cadenzato e ritmico si leva dal centro, spargendosi intorno insieme all’odore dell’incenso e del burro fuso, usato sia per le candele che per sculture colorate. I monaci dondolano sui loro cuscini avvolti in spesse coperte mentre intonano le preghiere al suono di gong e dei lunghi corni tibetani. Ci facciamo piccoli piccoli e ci infiliamo in un angolino. Non si può fotografare ovviamente, ma vogliamo imprimerci questo immagine negli occhi e nelle orecchie. Forse la pace regna davvero nella sacralità di questo luogo.. ma ecco due monachelli briganti, ci adocchiano da lontano e, in un inglese stentato, ci ricordano che senza biglietto il Buddha non si può incontrare.

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