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Arrivederci, amore ciao

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Giorno 448.

Circondati dal blu delle case, nei vicoli della città vecchia di Jodhpur, cerchiamo di curarci dalla schifezza intestinale che ci siamo beccati bevendo canna da zucchero e limone con ghiaccio di dubbia provenienza. L’India ti da’ molto, anche cose che non vorresti, come parassiti indistruttibili e apparentemente resistenti agli antibiotici. Il forte Merengharh domina dall’alto questo oceano urbano, costruito ai tempi dei Maharaja in un colore che difendesse dal caldo e dalle zanzare. Fuori dalle stradine del centro e’ la solita città indiana, con il caos, i clacson ed i palazzi che sembrano aspettare solo la spinta decisiva prima di collassare sulla strada sottostante. L’impermanenza che caratterizza la religione indù si riflette perfettamente nell’architettura delle città, dove niente sembra finito, tutto è in divenire e i tondini di ferro spuntano dai tetti di cemento, pronti a sostenere un nuovo piano superiore, quando ci saranno i soldi per costruirlo. Quelli, e non i permessi urbanistici sono il problema. Credo che in India per costruire qualcosa, o aggiungere qualcosa all’esistente, serva solo la volontà.

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Siamo alloggiati, unici ospiti con un trio di monache coreane, in una guesthouse sotto le mura del forte. Alla sera, nella speranza di cacciare i parassiti, tracanno intrugli di ginger, limone e the, ma i rimedi naturali in questo caso servono a poco. Per la prima volta nella mia vita, non ho appetito, ed anche gli spiedoni dei kebab più succulenti mi passano sotto il naso senza smuovermi. Ho perso diversi chili, sono tornato magro. Giulia sta meglio, e la invidio. Faccio fatica a sopportare i tremila bambini che ad ogni angolo saltano fuori da dietro i muretti azzurri per chiederci l’ennesima fotografia. Sono quei momenti in cui l’India non fa prigionieri, te la senti tutta sulle spalle e vorresti un arma automatica, un kalashnikov o un lanciafiamme per incenerire i tuoi carnefici.

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Così una mattina ci svegliamo, e mentre facciamo colazione in terrazza, io con uno striminzito pancake al limone e Giulia ingozzandosi di qualsiasi cosa, ci guardiamo negli occhi e capiamo che è il momento di cambiare. Ci sentiamo quasi in colpa, come se stessimo tradendo il nostro grande amore. Ma la verità’ e’ che dopo quindici mesi on the road, al quinto viaggio nel subcontinente, ci accorgiamo che quello che le prime volte ci divertiva adesso ci disturba. Che l’invadenza degli indiani di cui ci siamo innamorati dopo un po’ diventa molesta. E così d’impulso compriamo due biglietti di sola andata per il Brasile, per il dopodomani. Un autobus notturno la sera stessa ci riporta a Delhi. Lasciamo la madre India, e ci vengono le lacrime agli occhi. Basta con i clacson impazziti, basta con lo sporco sotto le unghie, basta con le mille foto come le star di Hollywood o i calciatori del Napoli.

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All’aeroporto, come se la nostra amante tradita volesse trattenerci, il destino rischia di materializzarsi sotto forma di uno zelante funzionario della compagnia aerea, che si ostina a chiederci un volo di uscita dal Brasile, secondo lui necessario per ottenere il visto all’arrivo in quel paese. Mando Giulia a trattare, di solito e’ più calma di me in queste situazioni. Ma da lontano osservo la situazione lentamente precipitare dai loro gesti, l’uomo che si spazientisce e fa “no” con le braccia, Giulia che si spazientisce anche lei e non ci vuole un genio per capire che serve un’intervento risolutore. Mi avvicino, parlo con l’uomo, dico che mia moglie non capisce un cazzo, che lui ha sicuramente ragione su tutta la linea, ma che noi vogliamo partire e siamo pronti a firmare una dichiarazione che sollevi la compagnia aerea da tutte le responsabilità nel caso venissimo rifiutati all’aeroporto di Sao Paulo. Naturalmente so che non sarà così, ma con gli indiani e’ l’unico modo di trattare. Così partiamo. Domani, e’ Samba.

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Taj Mahal

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Giorno 438.

Ho notato che quando viene citato in pochi sanno davvero di cosa si tratti. I più abbozzano e lasciano proseguire il discorso, sperando in qualche dettaglio chiarificatore. Viviamo in un sacro terrore di ammettere al prossimo le nostre debolezze, che non osiamo interrompere e chiedere direttamente “scusa, che cos’è?”. Ma si intravede dagli occhi quando uno non ne ha la più pallida idea. Bisogna arrivare alle forme, inconfondibili, armoniche e perfette. Allora un’immagine salvagente scorta su qualche cartolina affiora nella mente dell’interlocutore annaspante, che finalmente riesce ad emergere dal buio e a riagganciarsi al presente. Ah ma si, il Taj Mahal, non è un albergo? Si come no, a cinque stelle, uscito da un celebre gioco da tavolo degli anni novanta, “Hotel”, anch’io ce l’avevo…

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“E’ una lacrima di marmo poggiata sulla guancia del tempo”. Con queste parole il poeta indiano Rabindranath Tagore descrive una delle sette meraviglie del mondo: il Taj Mahal. Considerato il più famoso monumento d’amore che sia mai stato eretto, altro non è che una tomba, in assoluto la più bella del mondo. La sua storia sembra quasi una leggenda e non fa che accrescere il magnetismo di uno degli edifici più belli e affascinanti che abbia mai visto. Di quelli che tolgono il fiato.

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Il Taj Mahal si specchia nelle rive del fiume Yamuna, ad Agra, nel cuore dell’India Settentrionale. La sua costruzione fu iniziata nel 1631, su ordine del quinto imperatore Mughal, Shah Jahan, come mausoleo per l’amatissima seconda moglie, Mumtaz Mahal, una bellissima principessa persiana, morta di parto. La sua scomparsa spinse l’imperatore alla follia, tanto che in una sola notte i suoi capelli divennero completamente bianchi. I lavori durarono per oltre vent’anni, prosciugando metà del patrimonio reale. I materiali vennero importati non solo dall’India, ma da ogni parte dell’Asia: il marmo bianco dal Rajasthan, la giada dalla Cina, i lapislazzuli dall’Afghanistan, i turchesi dal Tibet, gli zaffiri dallo Sri Lanka. Mille elefanti e ventimila uomini furono impiegati in quest’impresa titanica e a lavoro terminato, l’imperatore ordinò che a tutti fossero mozzate le mani, per impedire che qualcuno nel mondo realizzasse una costruzione simile a quella. Dopodiché comunicò al regno l’intenzione di spendere ciò che restava per costruire una tomba gemella, per se stesso, in marmo completamente nero sul lato opposto del fiume. Come ciliegina sulla torta, un ponte d’oro avrebbe dovuto unire i mausolei dei due amanti, identici e complementari come il giorno e la notte. Il figlio dell’imperatore a quel punto lo fece rinchiudere in una torre e buttò via la chiave. Ma lascio’ al padre il privilegio di una finestra, da cui sospirare sulla vista della tomba del suo amore perduto.

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A distanza di tanti secoli il Taj resta un monumento unico e sempre diverso. La sua cupola di marmo bianco affiancata dai quattro minareti affusolati, cambia magicamente colore durante le ore del giorno e a seconda delle stagioni. Il Taj è rosato al mattino, bianco latteo alla sera e argentato quando la luna splende. Circondato da vasche d’acqua e da un elaborato giardino che rappresenta il paradiso, il mausoleo e’ separato dal resto del mondo da alte mura. Un maestoso portale dovrebbe rappresentare il punto di transizione tra il clamore esterno e la pace dello spazio sacro interno. Dovrebbe, perché oggi il Taj e’ il monumento più ambito di tutto il paese. Un miliardo e duecento milioni di indiani sognano una foto ricordo col suo riflesso che si specchia nelle fontane zampillanti. In alternativa, visto che le foto le fanno col telefonino e il riflesso non si vede poi così bene, si accontentano di un ritratto con le turistone di turno. Più sono bionde, più sono ambite. Non posso letteralmente camminare. Rimango plasticamente incastrata in mille scatti, troppo educata per rifiutare, ancora uno con la figlia, la nonna, lo zio albino, prendi pure in braccio il bambino anche se dorme. E poi mi stringono e mi toccano, perché si sa, le straniere sono più disinibite. Cerco di defilarmi come una star inseguita da fan indesiderati e molesti, ma come sempre sono troppo bianca per passare inosservata. Per fortuna il tramonto e’ vicino e dal terrazzo dell’hotel il panorama altrettanto incantevole.

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Il cielo capovolto

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Giorno 435.

L’arrivo a Delhi, specialmente per chi ci sbarca per la prima volta dalla confortevole Europa, può essere decisamente traumatico, tanto da far chiedere a molti “ma che cazzo ci sono venuto a fare?”. Traffico impazzito, mucche per strada, puzza di merda, gente che dorme sui marciapiedi, un rumore assordante, spazzatura dappertutto. Insomma, un idillio. E soprattutto, una marea incessante di rompicoglioni che vogliono venderti di tutto, dal charas agli occhiali tarocchi, dai passaggi in autorickshaw per guesthouse fasulle a qualsiasi sorta di ben di Dio che ci si possa sognare. L’India di oggi e’ un grande bazar, che vende tutto, forse anche la propria anima. Spesso mi sono sorpreso a desiderare di avere un lanciafiamme ed incenerirli tutti. Ma grattando la superficie caotica e deprimente della miseria più nera, si scopre una città affascinante e, a suo modo, bella. Soprattutto la parte vecchia, quella che sta vicino alla grande moschea del venerdì, la più grande del paese. E non che c’è ne siano poche, dato che in India se ne contano circa 400.000, più di qualsiasi paese musulmano al mondo.

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Passeggiando nei vicoli stretti, superando carri trainati da buoi giganteschi, e facendo attenzione ad evitare canali di scolo, cacche di mucca e mendicanti lebbrosi, si scopre un mondo antico di lavori scomparsi. Ciabattini, decoratrici di vasi in terracotta, barbieri di strada, pulitori di orecchie….da uno di questi mi faccio intrappolare, e voglio metterlo alla prova, dato che da un po’ di tempo mi sento i tappi. L’uomo, vestito di bianco e con i capelli colorati alla henné, tira fuori i ferri del mestiere e si mette ad esplorare l’interno del mio cranio. Dopo pochi secondi tira fuori tali schifezze che sono ben contento di essermi fatto alleggerire di 100 rupie, una cifra spropositata, quasi un euro e mezzo. Giulia assiste con orrore, per dieci minuti non riesce a parlarmi. Si avvicina un nugolo di curiosi, attratti dal bianco che si fa spulciare. Qui la pulizia delle orecchie e’ una pratica molto comune, anzi se non la fai almeno una volta al mese sei uno schifoso.

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I negozi hanno i nomi degli dei dello sterminato pantheon hindu’, un po’ come se da noi ci fossero i vari “Da Gesù Cristo occhiali”, “Trattoria dalla Madonna”, “Chiavi e chiavistelli San Pietro”… In perfetto equilibrio, un uomo dorme tra il manubrio ed il sedile del risciò, un tizio vuole a tutti i costi che lo fotografi, lui e le sue braccia innaturalmente corte. Un altro ancora, insieme al nipote, lancia pezzi di agnello alle aquile che volteggiano intorno alla moschea. In un paese dove tanti bambini sono denutriti, anche questo e’ un modo per ingraziarsi il favore del signore. Un grasso personaggio con un sorriso che abbraccia tutta l’India mi offre un piatto di biryani fumante, mentre a pochi passi una ragazzina dorme beata su un carretto di vestiti usati, i clienti non sono troppo schizzinosi…

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Visitiamo il Lotus Temple ed il Red Fort, la grande fortezza degli imperatori mogul del diciassettesimo secolo e soprattutto la magnifica tomba di Humayun, uno dei più famosi tra questi. La luce del tramonto incendia l’arenaria rossa dell’edificio, lasciandoci abbagliati dal contrasto tra splendore e miseria tipico di questa città, paradigma dell’intera nazione. Perché l’India e’ questa, un momento ti sembra di odiarla, quello dopo la ami, e non c’è niente da fare…a volte succedono cose così incredibili, che se non le vedi con i tuoi occhi, vuol dire che nella vita ti sei perso qualcosa.

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Golden Temple

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Giorno 431.

Amritsar e’ brutta, trafficata e nel cielo si srotola una volta di polvere e smog che appanna quasi il sole. Le montagne non mi sono mai sembrate così lontane ed ecco che, dopo aver trascorso gli ultimi due mesi nell’India “facile” e “pulita” di Ladak e Himachal Pradesh, l’inevitabile shock culturale ci travolge con le esalazioni calde e l’immondizia delle pianure. Però ci sono due cose uniche al mondo da vedere in questa città, per me e’ la prima volta, per Fede addirittura la terza, ma non si rimane mai indifferenti davanti a certi spettacoli.

Il Golden Temple e’ il tempio d’oro dei Sikh, quegli indiani dall’aria raffinata, col turbante e la barba lunga per i tenderci. La loro religione nasce nel punto di incontro tra islam e induismo. Da regolamento devono rispettare il concetto di KHALSA, le cinque K del sikkhismo, dette KAKKARS, gli emblemi della loro fede. KESH, non si possono tagliare ne la barba ne i capelli, per tutta la vita. Li raccolgono, fluenti e ben curati, dentro turbanti colorati che non si tolgono mai, nemmeno per il bagno, insieme a un piccolo pugnale, KIRPAN, un pettine, KANGHA, un braccialetto di metallo, KARRA, e dei freschi mutandoni di cotone, KACCHA. Li osserviamo incuriositi con tutta la chincaglieria mentre si immergono nell’acqua sacra della grande vasca che circonda il loro luogo più venerato, il tempio d’oro per l’appunto.

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Visto da fuori si può confondere con una comune moschea posta al centro della città, un articolato complesso di edifici ben intonacati con un gran fermento di gente scalza che va e che viene. Ma poi rossi tappeti antiscivolo conducono all’interno, dove si apre uno spazio senza tempo con un piccolo lago al centro. Un pavimento ricoperto da piastrelle di marmo sempre fredde gira tutto intorno, mentre bianche colonne abbracciano la scena. Al centro di quest’oasi di pace si erge una piccola, ma abbagliante costruzione intarsiata, ricoperta di oro massiccio. Il mondo si ferma per un attimo e lo stupore travolge in quest’atmosfera unica di acqua e silenzio, nonostante i turbanti, i pellegrini, i bagnanti e i guardiani che ruotano intorno a questa mecca dorata che di notte si accende di luci e riflessi.

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Fatichiamo a raggiungere il centro zigzagando tra un fiume in piena di turbanti e bandane arancioni in caccia di una foto ricordo coi nostri volti. Come tutti ci mettiamo in coda sul ponte per varcare il cancello d’oro e sbirciare il Guru Granth Sahib, il venerato libro che racchiude gli insegnamenti dei dieci guru, i padri fondatori del sikkhismo. Il libro viene letto a ciclo continuo da predicatori turnisti che si danno il cambio, mentre gli altoparlanti diffondono nell’aria canti e preghiere. Con una cerimonia rituale ogni giorno il libro viene esposto al centro del tempio, nutrito con offerte e rinfrescato da soffici ventagli. Ogni sera, con una cerimonia uguale e contraria, viene ritirato e messo a dormire su ricamati cuscini di piume. I pellegrini in fremente attesa vanno in delirio al suo passaggio.

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Per i Sikh l’ospitalità e’ sacra e, indipendentemente dalla religione, tutti i visitatori sono ospiti del tempio. Un gigantesco sistema di volontari si occupa a ciclo continuo delle cucine, della minuziosa pulizia del tempio, dell’alloggiamento delle migliaia di visitatori, tra cui non mancano baba e poveracci in caccia di un pasto caldo, gli scrocconi del caso. Pentoloni grandi come una jacuzzi sfornano riso e lenticchie in quantità industriali, serviti giorno e notte nella sala comune. Seduta sulla mia stuoia vengo rimproverata del volontario di turno perché non prendo il pane nel modo giusto. L’ignoranza della legge non scusa. Per gli stranieri ci sono a disposizione delle camerate, ma la maggior parte dei locali dorme un po’ ovunque nei cortili del tempio, tramutandosi la notte in un immenso tappeto di coperte e corpi a cielo aperto.

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L’altra attrattiva della città e’ rappresentata dalla quotidiana cerimonia di chiusura della frontiera col vicino nemico Pakistano. La storica rivalità tra i due paesi non si limita ai campi da cricket ed ai test atomici, nel corso del tempo ha generato questa curiosa messa in scena cui ogni giorno assistono migliaia di persone. Due piccoli stadi avversi si fronteggiano a ridosso dei cancelli. Vip, turisti, uomini e donne, tutti divisi per settore. Dopo una lunga overtoure musicale di danze e cori, parte l’inno nazionale e le rispettive bandiere vengono ammainate da militari crestati in alta uniforme che si esibiscono nel passo dell’oca e mossette aggressive accuratamente studiate e reciprocamente concordate. Nel frattempo il pubblico in delirio sostiene i propri beniamini con un tifo da stadio: Hindustan Zindabad! Pakistan Zindabad! “lunga vita” si gridano le tifoserie avverse a ritmo di tamburo. Poi, quando le bandiere vengono ammainate e le frontiere chiuse sbattendo, gli indiani corrono al cancello armati di macchina fotografica per lo scatto ricordo da postare su facebook. Dal lato opposto i pakistani, che non hanno la macchina fotografica e forse nemmeno facebook, sbirciano in silenzio il nemico multimediale che sfoggia la parte più opulenta della sua società..

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Contrattiamo un passaggio su uno delle centinaia di taxi speciali che ogni giorno scorrazza i turisti, coprendo i trenta chilometri che separano la città dalla frontiera. Anzi, ci facciamo lo spettacolo per ben due giorni di seguito nel tentativo di elaborare questa curiosa esperienza e decretare un vincitore. A voi le nostre conclusioni. I tifosi indiani sono decisamente più rumorosi e festaioli. Del resto nei party bisogna ammettere che sono davvero imbattibili. Oltre al fatto che gareggiano sempre in netta superiorità numerica, visto che la gita alla frontiera e’ nota come una delle mete turistiche più ambite della regione. Donne e bambini vestiti alla moda corrono avanti e indietro bandiere in mano, altre ballano ancheggianti e prosperose al ritmo dell’ultimo successo hindi-pop, molti si dipingono il viso di verde, bianco e arancio, le ricche comitive sui bus turistici portano fin qui i loro figli solo per mostrare loro che il giardino del vicino non è sempre il più verde. Ed in effetti dall’altro lato tutto sembra molto meno colorato e divertente. Ma quando il gioco si fa duro sono i pakistani ad avere la meglio. E bastano due gocce di pioggia per spegnere tutta l’energia indiana. I pakistani immobili sotto l’acqua alzano le voci, superando gli indiani a disagio nei vestiti umidi. Del resto e’ difficile battere le mani quando sei impegnato a reggere l’ombrello per tenere al riparo la piega e la macchina fotografica.

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La nuova Mecca

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Giorno 338.

Schizzo come un gatto tra le quattro corsie che ci portano fuori da Yogyakarta, nel traffico feroce dell’ultimo giorno di Ramadan. Ormai in sella sono una tigre, le insicurezze dei primo tempi sono solo uno sbiadito ricordo. Giulia mi e’ attaccata alla schiena, sembra mia nonna nei suoi continui richiami alla prudenza. Rido sotto i baffi e godo nel procurarle terrore, sadico. Dopo due albe con tanto di scarpinata notturna, decidiamo che al momento può anche bastare così, ed il grande tempio del Borobudur ce lo possiamo anche visitare a giorno fatto. Non che sia un’idea del tutto geniale, andare nel sito archeologico più famoso dell’Indonesia, con Angkor e Bagan uno dei più importanti d’Asia, proprio nel giorno che precede l’Idul Fitri, la principale festività islamica. E’ come andare al Colosseo il sabato di Pasqua. Al tempio c’e’ tutta l’Indonesia, con tanto di famiglie al seguito, gente di ogni tipo ed estrazione sociale. Non so se preferiscono fotografare i Buddha che emergono dalle nicchie, oppure i due bule’ che si aggirano sudati tra le scalinate di roccia nera, lavica.

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Risparmiato dalla furia iconoclasta dei conquistatori musulmani, dimenticato da tutti perché ricoperto dalla cenere del Merapi, il posto e’ un gioiello ben conservato di architettura buddhista. Praticamente, un enorme mandala cosmico. Ci prendiamo la nostra sacrosanta dose di karma positivo e rientriamo, in uno sciame di cavallette impazzite. Alle 6 finisce il digiuno, da stasera si torna a mangiare quando e come si vuole. In astinenza da carne bovina, decidiamo di andare nell’unico posto che ci offre la garanzia di un buon hamburger: così dopo mesi, varchiamo la soglia di un McDonald. Io ordino un triple, per gradire. Il posto e’ strapieno, il più grande paese islamico se ne fotte allegramente delle crociate antiamerikane dei suoi Mujaheddin, e signore con il velo aspettano rigorosamente le 6 per la grande abbuffata, davanti a porzioni extra large di patatine fritte, fredde per l’attesa. Quando la voce del muezzin da’ il via libera, tutti si avventano sul proprio panino. Si mangia, la catarsi e’ compiuta. Allah e’ grande, e il Big Mac e’ il suo profeta

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