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Underground River

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Giorno 199.

Sabang e’ una località sottovalutata dalle guide turistiche, citata esclusivamente come base di partenza per le escursioni al famoso fiume sotterraneo, che dopo aver attraversato sette chilometri di grotte, sfocia li’ vicino. Noi ci sistemiamo al fondo della lunga spiaggia, lontano dai mega resort strapieni di turisti orientali, in un bungalow spartano piantato nel mezzo di un giardinetto salmastro. Ci troviamo di fronte al mare più trasparente e cristallino dell’isola, il classico verde acqua che invoglia. A riva la lunga processione di palme corona il perimetro di una bella spiaggia: palme che, di tanto in tanto, fanno dono di fresche noci di cocco, dolce nettare da bere, quando non ti cadono dritte sulla testa.

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Giaccio stravaccata sopra un elegante divanetto di vimini antracite, mentre sorseggio un espresso disgustoso da tre euro alla tazzina, all’ombra di un fresco telone bianco che ricorda la vela di una barca. Guardo una slitta passare, al posto delle renne c’è un bufalo che sbuffa nella sabbia. Intorno mille coreani si strafogato al buffet del resort più elegante di Sabang, mentre noi ci possiamo permettere soltanto un caffettino. Con la scusa occupiamo la poltrona dei ricconi per tre ore, scroccando l’unica connessione a internet del villaggio. Mi sento a disagio e mi guardo ansiosamente intorno come se dovessero scoprire da un momento all’altro che siamo abusivi e fuori luogo in questo mondo extra lusso popolato da camerieri in bianco e dove il bar spunta come un’isola in mezzo alla piscina.

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Iniziamo l’avventura al fiume di mattina presto, vestiti di elmetto e giubbotto catarifrangente, come due idioti. Inveiamo contro la bigliettaia che poteva anche segnarci per il più comodo tour delle dieci e mezza, anziché quello delle otto. Come sempre il tragitto si svolge al buio, il barcaiolo ci offre una sola torcia raccomandandosi di non fare rumore, guardare senza strillare, e perché mai poi? All’interno fa freddo, l’acqua illuminata dalle torce riflette un bel colore blu, ma mentre procediamo sul fiume fra stalattiti e stalagmiti, sopra le nostre teste si intravedono migliaia di pipistrelli, grandi, piccoli e persino una nursery da cui spuntano musetti assonnati disturbati dalla luce. Mi ripeto che in fondo sono solo topolini con le ali. Alcuni ci svolazzano intorno con un forte stridio, la maggior parte fortunatamente resta appesa a testa in giù, a riposo. Quando esco tiro un sospiro di sollievo… si lo so che sono animaletti innocenti ed utili, però meglio non esserci quando si sveglieranno tutti.

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La navigazione nella grotta dura circa trenta minuti fra stretti passaggi e grandi anse, dopodiché ritorniamo verso la spiaggia di Sabang dove ci attendono in coda dodici pullman stracarichi di signore e signorini orientali, mentre un’esibizione di baby majorette si affanna ad intrattenerli. Ora ringrazio la bigliettaia per averci spedito con il giro delle otto.

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Italians

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Giorno 195.

La scena è familiare e al tempo stesso sconcertante. Siamo in sette al tavolo di un ristorante, seduti nella luce di un pergolato, in una calda serata di inizio estate filippina. Siamo tutti italiani, tutti presi a raccontarci storie su città sacre indiane, risaie vietnamite e visti pachistani mentre decidiamo se ordinare pasta alle melanzane o pane nero fatto in casa: il classico guazzabuglio chiassoso e gesticolante di italica gente. E’ sconcertante perché, anche se l’atmosfera sembra quella della pizzata del sabato sera con gli amici, in realtà non ci conosciamo affatto. Ma con Claudio ed Anna, Marina e Loredana, e Alberto, finiamo per creare un’allegra combriccola di over trenta, senza figli, per lo più senza lavoro o quasi, incontratasi per caso sulla spiaggia di Port Barton. La serata insieme vola piacevolmente sulle note di una ritrovata spontanea comunicazione, almeno per quanto mi riguarda, perché nonostante gli evidenti miglioramenti conseguiti in sei mesi di viaggio, l’inglese resta per me una lingua ostile, che proprio non riesce a permeare gli strati più profondi del cervello. Scoccano le undici e mezza e come Cenerentola veniamo educatamente sollecitati ad abbandonare il ristorante, evidentemente ben oltre il consueto orario di chiusura. Il villaggio e’ già avvolto nel silenzio di un sonno profondo, mentre due italiani tiratardi strillano nel buio di un porticato. Siamo Fede ed io, distrattamente dimenticati dal proprietario della guesthouse che, andato a letto già da un pezzo, si e’ sprangato dietro il portone principale, lasciandoci allegramente chiusi fuori dalla camera.

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El Nido

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Giorno 191.

Festeggio i miei trentatré anni con otto ore di traversata sulla rotta che collega Coron a El Nido, la nostra prossima meta nell’arcipelago di Palawan. Galleggiamo a fatica su un barcone stracarico che non ha nulla da invidiare a quelle bagnarole che scaricano immigrati clandestini sulle coste di Lampedusa. Cerco di stendermi su una panca di legno per riposare un po’, usando un giubbotto salvagente umido e ammuffito come cuscino improvvisato, quand’ecco che sulle note di Happy Birthday mi compare sotto il naso una torta a sorpresa, con tanto di panna e decorazioni azzurro puffo. Stordita e commossa, spengo la mia candelina da qualche parte nel Mar Cinese Meridionale. Gli anni di Cristo.

Sbarchiamo a El Nido insieme ai nostri amici parigini Elsa ed Alex, veri artefici della mia festa a sorpresa, a cui ci accompagnamo già dalle risaie di Batad. Al gruppo si è aggiunto anche Fernando, un argentino di origini cuneesi che parla un ottimo italiano, e tutti insieme decidiamo di affittare una barca l’indomani per muoverci liberamente ed evitare di finire di nuovo incastrati nell’A-B-C dei tour organizzati. Il villaggio e’ molto più turistico di Coron, anche se il mare che bagna la costa non sembra dei più limpidi. Il fondale basso e sabbioso dona gli stessi connotati torbidi dell’alto adriatico, con l’aggiunta di una sgradevole sfumatura verde oliva. Speriamo che domani sia meglio.

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Ma la baia davvero non delude. Siamo nella mitica location che ha ispirato Alex Garland come sfondo del romanzo The Beach, anche se il film l’hanno poi girato e ambientato in Tailandia. Lo scenario e’ punteggiato da scogliere e isole carsiche torreggianti che ricordano la Baia di Halong. Piccole lagune celano alla vista spiagge bianchissime incastonate tra rocce taglienti che scendono a picco sul mare. Il nome El Nido e’ stato dato dagli spagnoli per gli stormi di rondini che nidificano in questo paradiso di pietra e acqua. Anche noi troviamo un capanno d’amore, ma ahimè la spiaggia e’ già venduta…

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Passiamo le serate con bagni di folla e pestate di piedi al grande festival del villaggio, tra spettacoli musicali e partite di basket, un affollato mercato notturno dove ci strafacciamo di pesce alla griglia e spiedoni di pollo, birra Red Horse in bottiglioni da un litro e mezzo e ogni sera si festeggia ancora il mio compleanno. Me la vedo veramente brutta solo quando una Elsa intonatissima ed entusiasta costringe tutti alla temuta serata Karaoke. Canta pure Fede, Hey Jude. Io mi rifiuto categoricamente, mi agito, mi sudano le mani e quando davvero tocca a me, vado in play back…

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Come in un acquario

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Giorno 186.

Un minuscolo turboelica ci deposita all’aeroporto di Coron dopo un decollo stentato, un’ora di volo sulla verticale dell’oceano increspato dal vento ed un atterraggio traballante in una vallata stretta tra montagne blu che costringe l’apparecchio ad una brusca virata proprio un attimo prima di toccare la pista con le ruote. Almeno, questo e’ quello che ho vissuto io, e non finirò mai di stupirmi di come su ogni volo io sia sempre l’unica ad essere terrorizzata a morte. Ma come fanno gli altri a rilassarsi? Mi consolo pensando che probabilmente siano solo più abili di me nell’arte della dissimulazione…

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Coron e’ un villaggio polveroso e assolato, al centro di una baia costeggiata da mangrovie. La maggior parte delle abitazioni sono ricavate in vecchie case di legno a palafitta su un’acqua nera e densa che puzza di uovo marcio, soprattutto durante la bassa marea. Sullo sfondo troneggia la solita enorme scritta in stile holliwoodiano, mentre un’enorme croce benedice tutti dalla cima del Monte Calvario. Da subito qualcosa non ci torna: nessuna spiaggia tropicale circondata da acque cristalline, niente bungalow vista mare, niente amache stese al sole tra le palme. Non certo è l’atmosfera che mi aspettavo, ma ovunque si respira quell’odor di pesce secco e legno ammuffito che ci rimanda a quel fermento da villaggio di pescatori appena apertosi al turismo.

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Le giornate sono scandite da una sequenza alfabetica di tour in barca, acquistabili nelle varie agenzie, come pacchetto A – B – C – D, più varie combinazioni intermedie fra queste stesse lettere, più alcuni liberi pescatori free lance che si propongono per tour individuali o privati, a prezzi per noi inaccessibili. La classica organizzazione asiatica insomma, tanto amata dal turismo locale, che offre ogni giorno sei diverse destinazioni, con pranzo incluso a cura del pilota, che al mattino fa la spesa al mercato e si improvvisa pure chef su qualche spiaggia attrezzata con capanne da pic nic. Ci affidiamo ad un’agenzia dall’insegna verde pisello, la Nice in Paradise, perché a parità di prezzi promette un sontuoso pranzo a buffet, e noi come sempre in caso di dubbio ci facciamo guidare dallo stomaco.

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Dopo un momento di smarrimento iniziale, necessario per calarsi in questa nuova concezione di mare, ci facciamo tre tour in tre giorni, anche perché altrimenti la vita al villaggio sarebbe di una noia mortale, oltre che assurdamente calda. E devo ammettere personalmente che tutta questa attività, tutto questo fermento di snorkeling e di relitti, di scalate a laghi salati e di nuoto in tunnel sottomarini per raggiungere spiagge nascoste si addice molto al mio carattere irrequieto (non sono propriamente un tipo da lettino in spiaggia) e solleva me e soprattutto Fede dall’ingrato compito di intrattenermi, evitandomi di dover escogitare in continuazione qualcosa per tenerci occupati. Per tre giorni rientriamo a sera stremati ed elettrizzati da un mondo sottomarino fantastico e da scenari da sogno.

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Le spiagge sono bellissime e con tutti i requisiti per farti innamorare di questi mari isolati e lontanissimi, agognati da tanti come simbolo di fughe e di nuove vite da reinventare. La sabbia è bianca e finissima mentre il più intenso degli azzurri, come schizzato via da una tavolozza, da’ colore all’oceano.

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I fondali ci regalano una inaudita varietà di bellissimi coralli, conchiglie giganti fluorescenti e stelle marine perfettamente blu. I pesci tropicali ci sorprendono in mille tonalità di colore che sembrano uscite dalla fantasia di un pittore. L’acqua e’ cristallina ed ogni dettaglio appare talmente nitido che puoi quasi toccarlo e sentirti parte dell’immenso azzurro liquido che brulica di vita.

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Ci immergiamo in questo acquario tropicale con la fantasia di chi inventa un nome per ogni cosa, quando tutto ci appare nuovo e sconosciuto. Così nell’emozione dell’avvistamento nascono un’infinità di nuove specie marine, solo a noi note, grazie ai buffi nomi che gli assegnamo… Tra questi il pesce mango e il pesce stecco…

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Il pesce occhio e quello baffo…

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Il pesce leopardo o gli anemoni albero di natale…

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