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Jurassic Park

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Giorno 598.

“Reddy, guía muy aventurosa…”, continua a ripetere la nostra guida, tale Reddy per l’appunto. E’ un bravo ragazzo ma, purtroppo per lui, e per noi, ha un leggero ritardo mentale che lo fa sembrare un bambino di 5 anni, più che un uomo di trenta. Da Sucre siamo arrivati al parco di Torotoro per vedere uno scampolo di Bolivia un po’ meno turistico del circuito classico Salar-Potosi’-La Paz-Isla del Sol. Ed anche per scoprire uno dei migliori posti al mondo in cui osservare le impronte pietrificate di dinosauri in fuga da qualche cataclisma non ben definito. I percorsi intorno all’omonimo paesino sono facili, ma per dare sostegno alla depressa economia locale, l’amministrazione del parco ti costringe a prendere una guida del villaggio, poco importa se borderline. E così finiamo con Reddy.

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Io sono di pessimo umore, e’ da Sucre che mi porto dietro un fastidioso problema intestinale, pensando che sia la solita infezione dovuta alla scarsa igiene alimentare. All’inizio non ci do troppo peso, ma quando inizio a trovare sangue nelle feci, l’idea che non sia solamente un problema di poco conto inizia a dominare le mie giornate. In queste condizioni mentali, la marea di cavolate fanciullesche che escono a fiumi dalla bocca del nostro Reddy, me lo rendono del tutto insopportabile. Avrei voglia di starmene sdraiato tutto il giorno, ma siamo venuti fino qui sparandoci otto ore di autobus, e devo muovermi. Solo che ce la faccio a mala pena, dovendomi fermare per una pausa tecnica tra gli arbusti ogni due ore. E c’è quel maledetto sangue…Mi dico che potrebbero essere solo emorroidi, ma quando sei abituato a stare sempre bene, il minimo problema ti porta a pensare a qualcosa di brutto.

Passiamo un giorno intero a caccia di rettili, o meglio dei loro lasciti pietrificati, ed in effetti ne troviamo molti, sparsi su un tavolato di roccia piatta, scoperto dall’erosione. Le impronte risalgono a milioni di anni fa quando diverse tipologie di dinosauri, nel corso di una migrazione di massa verso ovest, attraversano questo terreno, allora fangoso, lasciando dietro di loro una scia di enormi zampettate. In quella stessa terra, oggi pietrificata, si riconoscono perfettamente le orme dei grandi erbivori, tonde ed enormi, e quelle dei più agili carnivori, con la tipica forma a tre dita munita di grosse unghie, come giganteschi gallinacci. Ci spingiamo fino ad alcune cascate e sul bordo di un canyon piuttosto impressionante. Giulia si sacrifica, standosene ad ascoltare la logorrea di Reddy per risparmiare me almeno da quel supplizio. Io mi aggiro spettrale e meditabondo, ormai certo di stare per morire.

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Il giorno dopo e’ la volta della caverna. Ci tocca ancora una volta l’irriducibile Reddy come accompagnatore. Questa volta la guida serve davvero, calarsi in una grotta a duecento metri di profondità alla cieca sarebbe un suicidio ed un paio di stranieri che ci hanno provato qualche anno fa, ci hanno lasciate le penne. Solo, non sappiamo se sia una buona idea inoltrarci verso il centro della terra con un tizio troppo “estroso” per sembrare affidabile. Quando scopriamo che i bambini del posto frequentano la zona da vent’anni e che Reddy stesso ci è stato mille volte, ci fidiamo e partiamo. In ogni caso, mi dico, visto che probabilmente dovrò morire presto, meglio in una grotta boliviana piuttosto che in un letto d’ospedale. Preparo mentalmente il mio testamento, spirituale e non… Ma questa volta Reddy si rivela utile, guidandoci nei tunnel, strisciando attraverso passaggi che se pesi più di ottanta chili ti sono preclusi, guadando torrenti sotterranei, calandoci da alcune pareti con corde improvvisate. Ci sorbiamo pure un concertino, quando il nostro amico ci fa spegnere le luci e nel buio totale della grotta ci delizia con alcune canzoni folcloristiche di cui lui stesso si rende interprete che rimbombano in ogni fessura. Giulia vive un momento di terrore, si stringe piccola piccola a me, sicura che la follia di Reddy stia per esplodere sotto forma di accoltellamento, ma ce la caviamo con un applauso e proseguiamo. Al fondo della caverna, un paio di pozze accolgono una quantità di pesci bianchi, completamente ciechi. Del resto, senza luce nell’oscurità più totale, non c’e’ bisogno di vedere. Riemergiamo dopo quasi tre ore, soddisfatti per l’avventura. Sono ancora vivo, ma so di avere i giorni contati…

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Così e’ la vita

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Giorno 586.

Fuori dal finestrino una coppia di binari morti invasa dalle erbacce corre impaziente verso nord e il miraggio dell’altopiano boliviano. Chissà quanto tempo e’ passato da quando l’ultimo treno ha cavalcato queste terre. La nostra esplorazione argentina si congeda qui, nel bel mezzo di un deserto rosso come Marte. In quasi tre mesi siamo scesi fino alla fine del mondo, scavalcando montagne, scivolando lungo laghi ghiacciati e, cinquemila chilometri più a nord da quella gelida ultima frontiera, e’ ancora lo stesso paese. Il verde muschioso dei boschi, i bianchi panorami delle montagne innevate, il vento freddo e le brinate dell’estate patagonica sono solo un ricordo, sostituito da cespugli rinsecchiti e distese di cactus che ricreano una scenografia brulla e quasi ipnotica. Non è cambiato invece il carattere degli argentini incontrati ad ogni latitudine di questo paese che pare non finire mai. Stesso temperamento, uguale gentilezza, ed un’esuberanza tutta latina, che finisce per renderli giusto un poco italiani. Ma la Bolivia e’ tutta un’altra storia.

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Varchiamo la frontiera del paese più povero di tutto il continente con una punta di apprensione, retaggio di racconti metropolitani, liberamente tratti dal manuale del viaggiatore, che parlano di poliziotti corrotti che rapinano o ricattano turisti sprovveduti in cambio di un timbro sul passaporto. Buttiamo via tutte le bustine di zucchero e di sale, giusto perché non si creino spiacevoli equivoci, e ci aggreghiamo come pecorelle ad un altro gruppetto di stranieri ancor più spaesati di noi, con una tacita, quanto inutile, promessa di reciproco aiuto in caso di necessità. Mi sento quasi delusa quando alla fine il doganiere ci degna appena di uno sguardo fugace.

Sotto nuvoloni stranamente gonfi di pioggia ci avviciniamo a Tupiza, cittadina alle porte del Salar di Uyuni, dodicimila metri quadrati per dieci miliardi di tonnellate di sale ed un terzo delle riserve di litio del pianeta. Il Salar e’ la seconda meta turistica del continente dopo il Macchu Picchu e l’unico motore economico della zona. La Bolivia e’ spaccata in due tra regione andina, poverissima, e quella amazzonica orientale, fertile, in pieno sviluppo e con tendenze autonomistiche che mirano a non farsi carico dei connazionali più sfortunati. Rigidi come il loro clima, orgogliosi di una vita dura e di una terra aspra, gli abitanti dell’altopiano sono un brusco risveglio dalla socievolezza cilena ed argentina. Ad una semplice domanda spesso rispondo con un solo cenno della mano, come a scacciar via una mosca fastidiosa. Nelle zone turistiche poi cercano di mungerti come una vacca da latte. Non facciamo in tempo ad uscire dalla stazione degli autobus che già una flotta di donne urlanti e floride, in gonnellone a pieghe ed elegante cappellino, cerca di venderci un biglietto per la prossima città. Come se quella che strilla più forte riuscisse a convincerci meglio. Fuggiamo alla rinfusa, ma mentre attraversiamo le quattro vie del centro in cerca di un ostello veniamo presi in ostaggio dalle agguerrite procacciatrici di almeno tre agenzie diverse. Si vede che da queste parti il business e’ un lavoro da donne. No grazie, per ora voglio solo svenire in un letto.

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La stagione delle vacanze non cala mai da queste parti ed ogni giorno orde barbariche di turisti si riversano a fiumi nella salina più grande e più alta del pianeta. E le agenzie ed i tour organizzati sono l’unico modo per attraversare i cinquecento chilometri di deserto che ci separano da qui ad Uyuni. L’alternativa sono un paio di biciclette cariche come carovane di acqua e viveri per non so quanto tempo, come per una coppia di ciclisti duri e puri che incontreremo lungo il percorso. Ma questa esperienza me la tengo per la prossima vita. Così eccoci qui, seduti sul sedile posteriore di un fuoristrada 4×4 con l’abitacolo invaso dalla polvere che entra da qualche maledetta fenditura sotto i sedili, in compagnia di tre francesi simpatici che parlano un ottimo spagnolo, diretti nel bel mezzo di quello che una volta era un mare che si estendeva fino al lago Titicaca.

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Il nostro Virgilio si chiama Nico ed e’ eseguito a ruota dall’inseparabile cuoco Hector. Entrambi accaniti masticatori di coca, ci iniziano al piacere ruminante delle foglie che pare siano miracolose contro stanchezza, fame e soprattutto sindrome di mal di montagna. Passiamo le giornate imbacuccati nelle giacche a vento, con una bolo di poltiglia amara e verde infilato nelle guance, come criceti golosi e congelati.

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Nei primi giorni di avvicinamento al Salar vero e proprio siamo costretti a sveglie tragiche e tappe forzate. La strada e’ lunga e presto si trasforma in una pista per carovane. Attraversiamo villaggi di fango, dove il numero dei lama supera di gran lunga quello delle persone. Tutti sono un po’ freddi ed ostili. I bambini si nascondo timidi contro i muri delle case, lanciano sguardi muti, e persino i lama ci sputano dai loro serragli e si voltano di schiena al nostro passaggio. Forse pensano che non guardandoci scompariremo da dove siamo venuti. Ed hanno ragione.

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I ruderi di un paese fantasma, distrutto da una pestilenza alcuni anni or sono e’ oggi la dimora di demoni sanguinari, almeno così dicono le leggende locali. Il superstizioso Nico pretende a tutti i costi di attraversarlo prima delle cinque di pomeriggio. Dopodiché non garantisce più per la nostra incolumità.

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Le lagune sono sono gemme colorate adagiate nella sabbia. Spiagge bianche, acque blu, turchesi, rosse. Sullo sfondo vulcani spruzzati di neve e centinaia di fenicotteri rosa a rendere il tutto ancora più magico.

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Gli unici alberi che incontriamo sono di pietra ed ognuno sembra uscito da una creazione di Dali’. La spianata dei geyser e’ punteggiata da crateri fumanti che palpitano fango bollente. Per scaldarci nuotiamo nella nebbia di vapori sulfurei che sale dalla profondità della terra.

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Davanti alla piatta vastità dell’altopiano che si srotola come un tappeto, il bianco e’ abbagliante. Nella stagione delle piogge si trasforma in uno specchio che come un miraggio riflette cielo e nuvole creando una sorta di smarrimento nello spettatore. Ma in questa stagione la crosta di sale e’ secca e dura, percorsa da forme esagonali che si incastrano perfettamente l’una nell’altra come le celle di un alveare. Altre volte si incontrano “coltivazioni” infinite di montagne di sale, pronte per il prossimo raccolto.

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Sparse qua e la piccole colline brulle, ricoperte di cactus, spuntano come isole in un mare di latte. In lontananza il profilo di un vulcano sembra una miniatura. Giochiamo con le prospettive, balliamo in un video che Nico gira per noi comandandoci con piglio da regista navigato, giochiamo ai paracadutisti, incontriamo dinosauri e ce la ridiamo da morire.

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Il vulcano si chiama Thunupa ed e’ la madre del Salar. La leggenda narra che un tempo i vulcani fossero esseri parlanti in grado di camminare, tutti di sesso maschile ad esclusione di Thunupa, che per ovvie ragioni rimase presto incinta. Non sapendo chi fosse il padre, i vulcani cominciarono a litigare tra loro, strapparono a Thunupa il figlio e lo portarono lontano, nella piana di Colchani. Gli dei si infuriarono e per punizione tolsero ai vulcani la mobilità e la parola. Così Thunupa, immobile come una roccia, non potendo più andare in cerca del figlio, pianse lacrime bianche che seccandosi generarono l’immenso distesa di sale. Dedichiamo un’intera mattinata alla sua scalata, attraverso piantagioni di quinoa, rossa e matura come la terra circostante, e risalendo pietraie variopinte. Dalla cima, a quattromila novecento metri ci fermiamo e respiriamo sole, freddo e sale.

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La notte e’ un luogo di silenzio e desolazione, pieno unicamente del sospiro del vento che accarezza ruvido le pareti di sale. Nella miriade di punti luminosi dispersi nel cielo nero del deserto, gialla tondeggiante e quasi intrigante, la luna si innalza spuntando dal costone del vulcano addormentato. La distesa di sale si trasforma in uno specchio d’argento e le bandiere volano nel vento.

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A tre km dal villaggio di Uyuni, nel bel mezzo del nulla, giace il cimitero dei treni. Come siano giunti a morire in questo luogo non è dato sapere. Certo è che i binari nascono e terminano nella sabbia dopo poche centinaia di metri, lo spazio minimo per contenere qualche decina di carrozze corrose ed un paio di locomotive arrugginite. I cimiteri incutono sempre un vago timore, misto ad un sentimento di rispetto e pietà, e la vista di questi grandi pachidermi di metallo destinati a dissolversi indisturbati nel silenzio, per reincarnarsi in nuove opere meccaniche, non fa certo eccezione. Le vecchie carcasse d’acciaio giacciono abbandonate a se stesse come i resti di chi scompare consumato dalla polvere, ma non senza un certo senso dell’umorismo. Una vecchia locomotiva a vapore riporta sui fianchi di ruggine una scritta di vernice bianca in caratteri cubitali : Cercasi meccanico con esperienza… Así es la vida…

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Grido di pietra

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Giorno 525.

Nell’emisfero australe l’acqua nel lavandino gira in senso antiorario, il vento freddo arriva da sud, l’agosto lo chiamano inverno. Febbraio e’ invece estate piena, ed e’ tempo di trekking e di montagne. Da El Calafate si percorre una parte della mitica Ruta 40, la strada che percorre tutta l’Argentina da Nord a Sud, da La Quiaca, al confine con la Bolivia, fino alle soglie della Tierra del Fuego. Sono 5300 chilometri di deserti, canyon, pampa, montagne e ghiacciai. E’ la spina dorsale del paese.

La base per i migliori trekking della Patagonia argentina e’ senza dubbio il paesino di El Chalten, da cui si diramano alcuni sentieri verso le vette della regione. Questa e’ la terra di due montagne il cui nome fa emozionare gli alpinisti di tutto il mondo, Fitz Roy e Cerro Torre. Ormai siamo trekkers esperti, e ci cimentiamo con il circuito di tre giorni, alla ricerca dell’illuminazione e soprattutto delle viste migliori di questi giganti. Il tempo finalmente e’ dalla nostra, il vento si è calmato ed il sole splende. Non si può dire che faccia caldo, ma chissenefrega…

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La tenda la montiamo in cinque secondi, e sappiamo esattamente quanto cibo portarci, tra cereali a colazione, paste e risotti scatologici per pranzo. Personaggi variegati popolano gli accampamenti, da quelli che si credono superfighi nelle loro attrezzature da centinaia di dollari, alle ragazzine svedesi alle prime armi, un po’ spaventate che ci chiedono di potersi aggregare a noi per la scalata mattutina. Non mi aspettavo di diventare guida alpina così presto…

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Il Fitz Roy come un antico sovrano medievale domina la valle, e ci regala un alba mozzafiato, una delle più belle e faticose della mia vita. Nel freddo dell’aurora, con mia moglie avvolta in una coperta di lana come uno sherpa, osserviamo il sole sorgere e la montagna rispecchiarsi nelle acque glaciali della laguna, cambiando colore con il passare dei minuti. La mattinata di cielo limpido rinnega il nome indigeno del Fitz Roy, che in lingua aoniken viene chiamato “la montagna che fuma”, per via delle nuvole che spesso ne circondano la cima. Ma oggi siamo fortunati. Sicuramente più fortunati di Jacques Poincenot, il celebre alpinista francese che qui ha perso la vita, nel 1952, durante la spedizione che permise al connazionale Lionel Terray ed all’italiano Guido Magnone di conquistarne per la prima volta la vetta.

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Il giorno dopo e’ la volta del Cerro Torre, forse la cima più difficile da scalare della Patagonia, una delle più difficili del mondo, dato che bisogna affrontare 900 metri di parete granitica, per arrivare ad una vetta perennemente coperta da un “fungo” di ghiaccio, in condizioni climatiche molto spesso sfavorevoli. Fu scalato per la prima volta da Casimiro Ferrari ed i celebri Ragni di Lecco nel 1974, ed e’ stato immortalato in un celebre film di Werner Herzog, “Grido di pietra”. Per nostra fortuna non dobbiamo arrivare a tanto, ci basta godere della vista dalla laguna sottostante. Ma il Torre oggi ha deciso di fare il sostenuto, nascondendosi dietro le nuvole. Insistiamo, ci fermiamo per ore ad un mirador nell’attesa del miracolo. Che puntualmente avviene, lasciandoci per qualche minuto gli occhi liberi di vedere la spettacolare spada di roccia che rende questa montagna una delle più belle del mondo, sicuramente la più suggestiva che abbiamo visto fin ora.

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Emozionati, torniamo a valle. Dobbiamo liberarci di tutto il materiale superfluo perché l’indomani ci aspetta una traversata durissima, attraverso il confine cileno in direzione Villa O’Higgins, l’ultimo avamposto di un’altra strada mitica, la Carretera Austral. E sappiamo ormai bene che ogni chilo in più, sulle spalle, pesa.

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Le tre torri

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Giorno 517.

In Patagonia si dice che ogni nuvola porti con sé una stagione. Il sole, la pioggia e la neve si inseguono nel cielo in tumulto, mentre le nuvole rotolano veloci sulle sfondo delle interminabili giornate dell’estate australe. Però a me sembra sempre inverno, e anche questo ha il suo fascino. Sarà colpa del vento gelido e prepotente che non dorme mai e gioca a dadi con il tempo. Sarà il freddo nelle ossa che non riesco mai a togliermi, neanche quando mi rifugio accanto alla stufa sempre accesa nelle tradizionali case di legno e lamiera dove alloggiamo. Sarà tutto questo spazio vuoto, dove non cresce niente, che al supermercato devi far la coda per comprare un po’ di verdura avvizzita.

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Ma in fondo questo era esattamente quello che cercavamo, il profondo sud, una promessa di vento e ghiaccio, di spazi sconfinati che si scontrano con montagne maestose, di fiordi e laghi glaciali che frantumano la terra in migliaia di isole. L’isolamento e l’orgoglio di un popolo che si è adattato ad una vita inospitale, dura. La Patagonia e’ una terra che si impossessa della mente, dove la natura assume un profilo sconvolgente ed aspro da scoprire tutto camminando, sempre controvento.

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Se tutto questo fosse un solo luogo, per me sarebbe il parco di Torres del Paine, nella Patagonia Cilena.

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Non avrei mai immaginato che il campeggio a temperature artiche potesse dare tante soddisfazioni. Meno che mai con un mostro sulle spalle che trabocca cibo disidratato e scatologico. Ma durante i cinque giorni di trekking passati nel parco, i primi settantacinque chilometri a piedi della mia vita, scopro che sono nata per questo. Camminare mi ricorda che sono viva, anche quando la stanchezza mi fa crollare, le gambe bruciano e la pancia brontola. Gli occhi si riempiono di meraviglie e si può sopportare tutto, la fatica, il cibo schifoso, il costo del biglietto, l’eccessiva fauna umana che affolla i sentieri, il dover stare senza lavarsi per giorni, il freddo cane anche di notte dentro al sacco a pelo, quando penso che il vento ci porterà via con la tenda e tutto il resto.

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Conquistiamo la prima cima con Nicola, svizzero italiano in cammino attraverso le due Americhe, dall’Alaska alla Terra del Fuoco. Scopriamo un paesaggio scolpito nel ghiaccio e nel granito. Le tre torri si stagliano contro un cielo cobalto nel sole del mezzogiorno, il riflesso che si specchia nell’acqua che nasce dalla neve. Restiamo immobili, in silenzio. Sono strapiombi verticali, burroni al contrario dove nemmeno la neve si ferma. Solo i condor osano innalzarsi dove l’aria e’ tanto rarefatta. Non so dove guardare, non so cosa guardare perché tanta vastità non può essere contenuta nello spazio dei miei occhi.

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Los Cuernos del Paine non sono come nella copertina della Guida Cile Lonely Planet, con il cielo blu ed una sola piccolissima nuvoletta, in basso a destra. Si rivelano e si nascondono dietro a una sottile coltre di nuvole, che a volte diventa uno scialle da cui spuntano solo le cime nere. Costeggiamo laghi azzurri più del cielo e un cimitero di alberi carbonizzati, ricordo dell’ultimo incendio che ha devastato il parco alcuni anni or sono.

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Il ghiacciaio Grey contende il primato in bellezza al più grande e famoso Perito Moreno. Però arrivarci, esausti, dopo quindici chilometri di salite e discese, battaglie contro il vento, passaggi tra foreste punteggiate da piccole orchidee e fiori colorati, lo rende ancora più speciale. E’ il nostro primo ghiacciaio, ancora non sappiamo come sia il mitico Perito, ma quando i miei occhi incontrano il Grey, in lontananza, sembra un mare di nuvole. Solo di fronte al suo muro frastagliato, agli iceberg blu che galleggiano alla deriva nel lago, comprendo la grandezza del ghiaccio.

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Dagli Appennini alle Ande

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Giorno 492.

Prima di lasciare Buenos Aires, diretti verso il sud del mondo, non avevo mai visto tanto spazio vuoto. La periferia della città scivola fuori dal finestrino nella luce del tramonto, un mare di condomini, palazzine, fili della luce che si intrecciano e si diradano poco a poco fino a lasciar posto a una distesa piatta e sterminata. La pampa arriva col buio. Il mattino seguente ci svegliano i sussulti dell’autobus che percorre una strada innaturalmente dritta in pieno deserto. Cespugli secchi a perdita d’occhio invadono enormi appezzamenti aridi perfettamente recintati, al posto degli alberi si innalzano mostruosi tralicci metallici che spingono energia verso il sud del paese e il profilo lontano di alcune trivelle a caccia di petrolio.

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Raggiungiamo Junin de los Andes nel primo pomeriggio, dopo quasi ventiquattro ore di autobus con sedili reclinabili ed aria condizionata sparata a manetta. Ancora non siamo abituati a tanto lusso, ma agli argentini piace viaggiare comodi. Il paese sembra un villaggio da far west. Quattro strade perfettamente parallele si incrociano come le righe di una tovaglia. Una piazza squadrata segna il centro di questo mondo punteggiato di case piccole e basse, in legno colorato e col tetto di lamiera. Ognuna col suo giardino pieno di fiori o erbacce a seconda delle attitudini del proprietario.

Il nostro ostello sembra una baita di montagna in pieno agosto. Raccogliamo informazioni dagli altri coinquilini circa il da farsi nei dintorni. Il primo che ci capita a tiro e’ un inquietante pittore appassionato di teschi che ha deciso di spostarsi in campagna alla ricerca di nuovi soggetti per i suoi lavori. Ci mostra una macabra serie di disegni pieni di simboli e morte. Dico a Fede che sarebbe meglio cambiare camera. Poi incontriamo Ferran, il catalano che ha fatto kayak alle Isole Svalbard. Con ramponi e piccozza si sta preparando alla scalata del vulcano Lanin, troppo per gente senza allenamento come noi, ma ci riempie di informazioni utili.

La nostra avventura di trekking comincia sulle sponde del lago Paimun. Il camping Piedra Mala si stende sulle rive di una bellissima spiaggia nera, all’ombra dei tremila settecento metri del Lanin, un cono perfetto incappucciato di neve. Srotoliamo la nostra tenda-casa e cerco di instradare mio marito ai misteri del camping. Mi adopero per instaurare un regime di ordine e pulizia che lui puntualmente si diverte ad infrangere, entrando in tenda coi piedi sporchi di terra o i vestiti pieni di foglie. Con costanza e indolenza cerca a mia insaputa di trasportare tutta la sabbia della spiaggia da fuori a dentro, qualunque cosa pur di farmi imbestialire.

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La scalata fino alla base del vulcano la iniziamo puntualmente tardi. Senza orologio e senza sveglia dormiamo troppo la mattina, dopo una notte scomoda sul fondo duro della tenda e un tacchino canterino piazzato su un ramo proprio sopra le nostre teste. Camminiamo fino a consumare le suole delle scarpe, però con grande orgoglio di Fede, competitivo per natura, superiamo a uno a uno tutti gli escursionisti mattinieri, quelli partiti prima di noi. Ci classifichiamo terzi alla meta, nonostante la resistenza dei molti che non si arrendono ad esser sorpassati.

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Picnicchiamo vista lago e beviamo l’acqua del ghiacciaio, prima di rientrare alla base con le gambe a pezzi, che quasi facciamo fatica ad arrivare al camping. Ma come primo allenamento non c’è male, soprattutto perché a cena divoriamo un pollo intero alla brace… la nostra odissea andina inizia così.

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