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Poli opposti

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Giorno 686.

Patna e’ sulla strada che da Calcutta ci porta in Nepal, verso le tanto agognate montagne, sconfitti per la seconda volta consecutiva da quello che ti sfinisce nell’India di oggi, l’eccesso di umanità, la dissenteria e i nuovi ricchi. L’idea era quella di andare altrove, ad esempio al Parco di Bandavgarh in cerca di tigri, oppure ai templi erotici di Khajuraho, ma il nostro treno e’ in ritardo di cinque ore, già in partenza, che significa muoversi dal formicaio umano della stazione di Calcutta alle tre del mattino, se va bene. Visto che non sono neanche le nove di sera, e l’idea di passare la notte sul pavimento dell’androne immenso di Howrah, sdraiati accanto ad un tombino, non ci entusiasma, passiamo al piano B. Lasciare il paese nel modo più indolore possibile, comprando due posti cuccetta verso la prima città disponibile, perché mica puoi andare dove vuoi, i treni indiani sono sempre pieni. La meta si rivela essere tale Patna. Il cambio in corsa del biglietto regala uno di quei momenti surrealmente tragicomici che solo in questo dannato paese possono accadere: ci sono tutti gli ingredienti, dal peregrinare sconclusionato da un ufficio all’altro per cancellare il biglietto vecchio, al manifestarsi di un salvatore sotto forma di anonimo ispettore delle ferrovie che mi aiuta a farlo, dall’impiegato che mi chiude in faccia lo sportello dieci minuti abbondanti prima dell’orario ufficiale di chiusura, alla rissa che nasce quando qualcuno cerca di saltare la fila, sedata dall’intervento tempestivo di un poliziotto che prende a scudisciate il primo malcapitato, del tutto estraneo al pandemonio iniziale. Poi miracolosamente partiamo ed il tempo per pensare come sempre si dilata: l’India, a raccontarla quasi non ci si crede, come se tutto accadesse su di un altro pianeta.

Di primo mattino, poco prima di entrare in stazione, il nostro treno viene accolto da un lancio di sterco di vacca. Alcuni ragazzi affacciati tra un vagone e l’altro, la ricevono in pieno sui vestiti. Come faranno ad entrare a scuola o al lavoro e’ un mistero, ma va detto che non la prendono nemmeno troppo male. Uno schizzo sfiora anche me, su un piede, e visto che in confronto è poca roba evito di lamentarmi, abbozzando un sorriso di circostanza.

Patna e’ uno di quei posti in cui verresti a vivere soltanto se ti puntassero una pistola alla tempia. E forse nemmeno in quel caso. Meglio morire, e finire di soffrire, piuttosto che passare qualche giorno nello squallore della capitale del Bihar, lo stato più povero ed arretrato dell’India. Qui la modernizzazione del paese ha lasciato solo uno strascico del rinnovamento che, in un modo o nell’altro, stanno vivendo i centri principali, come Mumbai, Delhi e Calcutta. Inquinamento, povertà estrema dovuta ad un urbanizzazione selvaggia dalla campagna, edifici già derelitti prima ancora di essere terminati. Insomma, la tipica sensazione che ci sia appena stata una guerra atomica e nessuno te l’abbia detto, quella che ti prende ogni volta che sbarchi in India. Che non ci sia niente di allegro in giro lo capisci dalle masse di straccioni che salgono sul nostro treno, il lercissimo Himgiri Express, mentre faticosamente si avvicina alla città. Ciechi, storpi, baba sfigati, madri bambine seguite da piccoli sporchi, scalzi, con mezzo metro di muco al naso, mendicanti di ogni genere ci sfilano davanti mentre attraversiamo interminabili periferie di spazzatura ed edifici cadenti. Alla stazione, un uomo morente ci accoglie tra gli spasmi, il volto schiacciato a terra ed il corpo ricoperto di mosche, nell’indifferenza più assoluta. Ci chiediamo che razza di uomini siamo per riuscire a permetterlo, ma andiamo avanti lo stesso, alla ricerca di un risciò che ci porti al riparo nel nostro albergo, uno dei più sopravvalutati della storia.

Guadagniamo la pace estemporanea della nostra camera non prima di aver affrontato un intero corteo politico in parata. La polizia ci blocca il passaggio, finché il nostro risciò-wallah gli urla qualcosa che incredibilmente riusciamo a capire del tipo: “non vedi che ho degli americani a bordo?”. Inutile provare a contraddirlo per spiegargli le nostre origini latine. Le acque si aprono davanti agli Ameriki e finalmente la porta della nostra stanza si chiude sull’inferno. Siamo stanchi, tristi e sporchi, e per oggi va bene così. Forse solo una tappa a Bodhgaya, il luogo dell’illuminazione del principe Siddharta Gautama, in arte Buddha, ci può salvare.

La città del Buddha non e’ lontana. In realtà è un susseguirsi di templi costruiti dalle principali comunità buddiste dell’Asia: c’è quello Thai, quello Bhutanese, Cinese, Giapponese, Nepalese, Tibetano, ecc. Circondati dalla solita frenesia indiana, e non solo, di trasformare tutto quello che porta turisti in un mercato a cielo aperto di servizi e beni pressoché inutili, ci infiliamo a piedi nudi nel tempio scartando il maggior numero di escrementi possibile. L’interno e’ curato, silenzioso, nonostante il brusio delle preghiere che ruota in senso orario. Per quanto l’esperienza generale perda un po’ di intensità a causa del circo in cui è incastonata, l’atmosfera vicino al tempio principale, quello adiacente all’albero dell’illuminazione, si rivela piuttosto suggestiva. Si dice che l’albero attuale derivi da un piantino di quello originale, trapiantato in Sri Lanka per sfuggire alle devastazioni degli invasori musulmani che imperversavano nell’India Settentrionale circa mille anni fa. Che sia vera o meno, la teoria affascina e noi ci crediamo. Una piccola folla compete per raccogliere le foglie che cadono, una specie di corsa al rallentatore nel giardino della pace. I più fortunati si portano a casa un mazzetto sacro di clorofilla ingiallita, e Giulia ovviamente è tra loro. Passeggiando tra i giardini ci interroghiamo su come sia diversa l’atmosfera nei templi buddisti rispetto a quelli indu’. Tanto sono rilassanti, pacifici e meditativi i primi, quanto sono frenetici, caotici, incomprensibili i secondi. Due filosofie religiose e di vita agli antipodi, che nascono una dalle costole dell’altra… 

        

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