Archivi tag: Snorkeling

In famiglia

Standard

Giorno 359.

“Ma tu l’hai mai visto un lion fish? E i barracuda quanto sono lunghi? Qual’e’ il tuo nudibranchie favorito? Quanto tempo puoi stare sott’acqua con bombole? Perché si chiama Pipe Fish?” E così via per ore ed ore, con l’infaticabile tenacia che solo un bambino può sostenere… Mai avevo visto una passione così viscerale in una creatura sotto i dieci anni. Eppure non sono passati nemmeno tre mesi da quando i piccoli Mario e Chiara Menneas hanno lasciato il cuore della Sardegna, insieme a mamma Rosa e al suo compagno Leonardo, per intraprendere la grande avventura di un lungo viaggio attraverso l’Asia. Una rivoluzione rispetto alla solita routine casa-scuola di Orgosolo, con momenti anche difficili a volte. La nostalgia degli amici, delle abitudini, senza i propri giochi, nemmeno la TV, alle prese ogni giorno con lunghi e faticosi spostamenti, con cibo strano e quasi sempre troppo piccante, scoprendo sulla propria pelle cosa vuol dire “clima equatoriale e monsonico” delle lunghe estati indiane. Ma dall’allegria contagiosa, dagli occhi curiosi e vispi, dall’impazienza di vivere di questi viaggiatori in erba, si comprende davvero come nulla abbia potuto arrestare il crescente senso di libertà ed il valore di un’esperienza così unica ed indimenticabile da condividere con la propria famiglia. E pensare che quando sono partiti non sapevano nemmeno nuotare, mi racconta mamma Rosa. Oggi sembrano una coppia di pesci senza lische.

20130920-213151.jpg20130920-213156.jpg

Mario, nove anni tutti pelle e ossa. Va per la quarta elementare ma a volte parla come un adulto. Davanti a se un brillante futuro da biologo marino. Leonardo gli ha comprato un libro sui pesci tropicali e da allora sono inseparabili. Una curiosità insaziabile lo spinge a volerne sapere sempre di più, quando già adesso e’ in grado di riconoscere più specie di molti istruttori di sub che abbiamo incontrato. Cataloga su un quaderno tutti i suoi avvistamenti, arricchendoli di note e piccole descrizioni, a volte anche in sardo.
Chiara, sette anni e un caschetto di capelli neri sempre in movimento. Va per la seconda elementare e dimostra un talento inaspettato per i tuffi dai pontili. Lei i pesci preferisce disegnarli. Album e matite sottobraccio, si cimenta in variopinti fondali marini e deliziosi ritratti che a turno ci regala. Adotta un cucciolo di Labrador meticcio, grasso e peloso, che si aggira coi suoi fratelli sulla spiaggia. Lo bacia, lo strizza e lo veste con le sue magliette, come fosse una bambola. Lui è troppo pigro per ribattere.

20130920-213232.jpg20130920-213236.jpg

Mamma Rosa e’ tra le donne più coraggiose che abbia mai conosciuto. Una storia dolorosa alle spalle e la forza di andare comunque avanti. Originaria di Orgosolo, nel cuore della Barbagia, una terra aspra e selvaggia, terra di banditi, di Graziano Mesina, Grazianeddu per gli amici. Un posto dove lo stato e’ spesso assente, e la forza delle tradizioni e’ ancora ben radicata. Ma quando quel mondo le diventa troppo stretto, decide di lasciare la Sardegna con i figli piccoli, e provare a spezzare le catene da cui si sente intrappolata.
Leonardo e’ un dottore viaggiatore. Acuto, paziente, sempre interessato ai vari aspetti delle cose. Grande amante del mare, di pesca subacquea e di mille altre cose. Ci parla della Sardegna con l’orgoglio ed l’obiettività necessaria per raccontare una terra dalla cultura antica, ma allo stesso tempo chiusa su stessa. Ci insegna come fare il formaggio, come allevare le api, ma soprattutto ci inizia ai segreti dell’orto sinergico, una vera rivoluzione nella produzione di verdura fai da te, in cui non vediamo l’ora di cimentarci.
Mauro di Trieste, trentanove anni, gli ultimi venti passati a fare il cuoco giramondo. Non fa parte della famiglia, ma sono sei mesi che si trova qui a Kadidiri, per svernare sulla spiaggia del Lestari. Un uomo tenace, testa calda a volte, ma con una sua precisa e rigorosa morale. Ci svela i segreti del pane fatto in casa e ci coinvolge in una interessante giornata di pesca, dai risultati incredibili. Si baccaglia Penelope, graziosa greca in viaggio con la catalana Mireia. A sua volta cerca di sfuggire alle avances piuttosto esplicite di una trichecona belga che lavora nel resort accanto e che ogni sera si aggira speranzosa intorno al suo bungalow. I misteri della caccia…

20130920-213530.jpg

La giornata di pesca organizzata da Mauro nei pressi dell’isola vulcano di Una Una e’ un’esperienza memorabile. Come sempre, non sono un’appassionata di pesci morti, li preferisco vedere già grigliati, ma devo ammettere che la tecnica di caccia in cui si cimentano Aka e Mauro e’ davvero affascinante. Scendono in apnea, anche fino a venti metri di profondità, armati di fucili ad elastico a dir poco primitivi, si arpionano al fondale con piedi prensili che sfidano il principio di Archimede, e nascosti dietro una roccia in prossimità della parete che scende verticale, aspettano le prede passare. In pochi minuti la barca si riempie di cadaveri lucenti. Il più grande sfiora i venti chili ed è decisamente più in carne di Chiara. Leonardo all’inizio fatica a stare al loro ritmo, ma e’ dura competere con un nativo Bajo ed un triestino professionista. Noi gli nuotiamo intorno curiosi, e fastidiosi, osservando ogni loro mossa o più spesso intralciandole. Quando finalmente anche Leo infilza il suo pesce, l’orgoglio di Mario e Chiara esplode con una gioia contagiosa. E finalmente il pranzo e’ servito…

20130920-213337.jpg20130920-213344.jpg

L’incontro con questi nuovi amici e’ stata senza dubbio la parte migliore dei dieci giorni passati alle Togian Islands, una manciata di isole vulcaniche sparse nell’enorme golfo di Tomini, a nord est di Sulawesi, l’antica isola di Celebes. Un luogo ancora oggi difficilmente raggiungibile, con poche strutture turistiche, dove si possono avvistare i rarissimi Coconut Crab, i granchi da cocco, e i pittoreschi villaggi galleggianti dei Bajo, gli zingari del mare, oggi più dediti al turismo, che alla tradizionale pesca di ostriche e cetrioli di mare. Ma nonostante i colori impeccabili, il verde lussureggiante della giungla, le minuscole spiagge bianche, l’azzurro cristallino del mare ed i tramonti infuocati, questo arcipelago non entrerà di diritto nella nostra top five delle isole da sogno… Purtroppo e’ così, ma è risaputo che a furia di girare si diventa pretenziosi…

20130920-213421.jpg20130920-213427.jpg

20130920-213439.jpg20130920-213444.jpg

20130920-213450.jpg20130920-213455.jpg

Komodo National Park

Standard

Giorno 327.

Stringo forte Sam in un addio veloce, i ragazzi dell’agenzia di viaggi si sono dimenticati di noi e la nostra barca e’ in partenza. Ho un nodo alla gola, non riesco a smettere di pensare che probabilmente non ci rivedremo mai più e per la seconda volta in questo anno sento che mi mancheranno davvero questi due ragazzi che conosco appena, con cui si è condiviso tanto in così poco tempo. Ma il viaggio e’ così, vite lontanissime si uniscono a sorpresa saldandosi in legami di irresistibile empatia, e altrettanto in fretta si separano, ognuno assorbito dalla propria orbita.

Sulla barca Matej ci accoglie offrendoci un cicchettino di liquore sloveno. Quasi quasi me lo faccio così mi tiro su il morale. Quando la scena si ripete alle sette ogni mattina, prima di colazione, capisco che sono troppo vecchia per queste cose, gli sloveni invece no, sono degli autentici sballoni. La crociera di quattro giorni da Flores a Lombok, attraverso il Komodo National Park, prospetta un ambiente molto diverso dalla terribile Wilis. L’imbarcazione e’ un piccolo peschereccio riadattato al turismo, e poi siamo solo in otto, oltre ai membri dell’equipaggio. Si dorme tutti insieme in una specie di mansarda ricavata sul tetto della barca, non ci sono docce o rubinetti a bordo, solo il mare per lavarsi, ma la cucina e’ varia ed i materassini per dormire in abbondanza per tutti. La compagnia e’ composta da quattro ragazzi sloveni in vacanza capeggiati dall’alcolico Matej, e da Bek e Holly, coppia saffica e ultrasportiva Made in New Zeland, da cui Fede e’ piuttosto intimorito.

20130812-215010.jpg20130812-215005.jpg

Zigzaghiamo per quattro giorni fra le isole del parco in un paesaggio bruciato dal sole dove il clima e’ tanto secco da sembrare quasi fuori luogo a queste latitudini. Un fitto manto d’erba alta e gialla tutto ricopre come carta da parati. Non ci sono palme e atolli in vista, solo aspre isole vulcaniche con un sorriso di spiaggia bianca che si tuffano nel mare blu. Le correnti nei canali sono fortissime. Si nuota a fatica, soprattutto senza pinne. Spesso stentiamo a rientrare in barca, in alcuni casi viene addirittura calata una corda di sicurezza cui aggrapparsi per non essere trascinati via. Sostiamo qua e la in suggestive calette per dedicarci ad uno snorkeling faticoso, mentre gli sloveni si esibiscono in tuffi acrobatici dal ponte della barca. Speriamo che non cadano in coma etilico. Passeggiamo su una spiaggia rosa e nuotiamo in un lago salatissimo dove si galleggia quasi come sul Mar Morto. La mattina del terzo giorno finalmente ci laviamo il sale di dosso nelle pozze naturali di una cascata…anche se ormai Fede mi ha ribattezzato Claudia, capelli di paglia.

20130812-215344.jpg20130812-215518.jpg

20130812-215524.jpg20130812-215543.jpg

Ma l’incontro coi draghi e’ il pezzo forte della crociera. Come sempre la prospettiva di avvicinare volontariamente animali pericolosi e selvaggi mi inquieta. Tutti i miei sensi sono all’erta spinti da un innato senso di autoconservazione. I celebri draghi di Komodo sono lucertoloni squamati di tre metri per settanta chili, con lingua biforcuta e bocca tempestata da una fila di sessanta denti aguzzi, ben serrati tra loro. La saliva e’ un’arma micidiale, terreno ideale per la coltura di batteri patogeni fatali al primo morso. Ovviamente carnivori, grazie alle loro dimensioni, dominano l’ecosistema dell’isola, nutrendosi di cervi, bufali, maiali selvatici e, occasionalmente, di sprovveduti turisti che si avventurano in trekking solitari. Sono animali infidi, che cacciano con un sistema di imboscate e possono anche correre piuttosto velocemente toccando punte di venti chilometri orari. I rangers che ci accompagnano nel trekking imbracciano lunghi bastoni biforcuti per sventare eventuali attacchi. Ne vorrei tanto avere uno anch’io, così per sicurezza, anche se dubito che saprei come usarlo. Quando finalmente scoviamo le bestiole, però, ci sembrano piuttosto tranquille, forse anche troppo. Le osserviamo per un tempo infinito, mentre sbadigliano pigramente stese al sole, crogiolandosi nel calore del mattino. Forse hanno appena fatto colazione con uno di quei porcelli di scogliera che si vedevano razzolare dalla barca e adesso fanno un pisolino. Fede come sempre si avvicina troppo, li incita, vorrebbe vederli attaccare qualche rubiconda turista francese. Ma i draghi non sembrano troppo interessati all’entrecote stagionata, in compenso, prima di andarmene, giurerei di averne visto uno che mi faceva l’occhiolino.

20130812-215632.jpg20130812-215637.jpg

Le notti sono tanto limpide che quando guardi il cielo ti sembra di cadere. O forse e’ solo la barca che oscilla vistosamente. Avanziamo scricchiolando sotto una volta di stelle, mentre dietro di noi una scia di plancton fluorescente lentamente si disperde, come uno sciame di lucciole. Percorriamo rotte invisibili attraverso isolotti deserti che si stagliano neri sullo sfondo del cielo. Poi il mare si gonfia tanto che sembra volerci inghiottire. Ci rotoliamo dentro sonni agitati, ognuno aggrappato al suo materassino. Solo gli sloveni non si accorgono di aver vinto un biglietto omaggio per le montagne russe, ma il merito e’ del liquore. Così scendiamo sul ponte e dalla prua della nave giochiamo a cavalcare la notte. Stiamo li’ in piedi per un tempo irreale, assecondando il rollio delle onde, come se davvero si potesse domare il mare. Il vento ci sferza la faccia, mentre la spuma ci inzuppa i vestiti. Il sale brucia sulla pelle e nei capelli di paglia. E’ il momento Titanic, in un attimo spunterà Celine Dion e canterà tra gli scogli, vestita da sirena…. ma non stiamo naufragando e il nostro cuore andrà avanti, fortunatamente, anche senza di lei.

20130812-214834.jpg20130812-214839.jpg20130812-214844.jpg

Lost

Standard

Giorno 238.

Sull’isola che non c’è una donna dalla pelle scura di nome Marsi ride forte fra denti candidi. In un inglese stentato, parla di se stessa solo in terza persona, e gestisce una pensione di tre camere sull’acqua cui ha dato il nome composto delle tre figlie, Pinades, cioè Pini, più Nadia, più Destri. La sera tutta la famiglia scende in campo e gioca a volano contro il vicinato. Fanno da pubblico lunghi filari di pesce secco che, steso al sole, pazientemente osserva.

20130511-081723.jpg20130511-081735.jpg

20130511-081848.jpg20130511-100733.jpg

Tutte le notti, un uomo di nome Udin aspetta in spiaggia, avvolto in abiti pesanti per sfuggire l’umidità dell’attesa. Va a caccia di tartarughe e le aiuta a partorire, in un travaglio di fatica strisciante e di buchi nella sabbia, sotto il peso di un guscio da cento chili. E poi nasconde le uova per mesi, fin quando la vita e’ pronta a schiudersi. Allora apre la strada a decine di piccoli esseri in corsa libera verso il mare. Vi assisto come a un privilegio e non resisto all’emozione di sfiorare una di quelle creature indifese, per scoprire una sorprendente forza vitale che si dibatte sul palmo della mia mano. Il richiamo istintivo dell’acqua.

20130511-083011.jpg20130511-104453.jpg
20130511-100216.jpg20130511-100228.jpg

20130511-100238.jpg20130511-100244.jpg

20130511-100257.jpg20130511-100305.jpg

Sull’isola che non c’è nessuno capisce l’inglese, ma tutti chiacchierano con te volentieri dando per scontato che tu comunque intenderai quello che ti stanno dicendo. I bambini corrono nudi e scalzi sulla sabbia dell’unica strada che attraversa il villaggio. E ti chiamano, e ti salutano, mentre cuociono un pesciolino ancora vivo su una griglia improvvisata. Nell’afa del pomeriggio la gente si stende a pisolare all’ombra delle case, mentre in giro scorrazzano indisciplinate bande di marmocchi urlanti che si rincorrono liberi da ogni controllo e da qualsiasi pericolo. La sera si ritrovano, come a un evento, per guardare un film chiassosamente insieme. Qualcuno lo manda in videoproiezione sul muro d’una casa, peccato che sia in cinese con sottotitoli indonesiani, quando la metà di loro e’ troppo piccola per capire, figuriamoci per leggere.

20130511-100610.jpg20130511-100637.jpg

20130511-100703.jpg20130511-081957.jpg

Al tramonto si consuma il rito del torneo di Beach Volley, dove uomini che si sentono donne, sfidano fra battute piccanti altri uomini che si credono uomini, e che per orgoglio maschile sentono di dover assolutamente vincere contro la squadra omosessuale del villaggio, ma che puntualmente escono sconfitti da una spudorata superiorità tecnica. Come sia accaduto non so, ma mi ritrovo in campo nella squadra dei gay, scelta a tutti i costi dal capitano Eki, un Mimi’ Ayuara indonesiano soprannominato la regina dell’isola. Crede di essersi appena aggiudicato una stella straniera, ma scoprirà presto di aver acquistato un biglietto scaduto, una penalty zoppicante che evita la sfera come se fosse infuocata. Persa in uno slancio di buona volontà, mi sbuccio a sangue un ginocchio e ripenso a tutto il tempo sprecato in corsi di pallavolo, nella speranza di acquisire una coordinazione che non padroneggerò mai nella vita.

20130511-100931.jpg20130511-101009.jpg

L’isola che non c’è e’ lontanissima da raggiungere, e quando ci arrivi piove tutte le sere, ma in una luce argentata che regala tramonti irreali e cascate arcobaleno. La luna piena rivela atolli di sabbia durante la bassa marea che di giorno si trasformano in lingue di spiaggia abbaglianti su cui passeggiare lontano, in mezzo all’oceano, e sentirsi un puntino nel mare, oppure Mose’ su una secca.

20130511-102537.jpg20130511-102551.jpg

20130511-102641.jpg20130511-101324.jpg

20130511-101258.jpg20130511-101303.jpg

Ogni giorno scopriamo un mondo sommerso che luccica nelle scaglie variopinte di migliaia di pesci, e ti rende facile capire e immaginare perché la vita sia iniziata proprio qui, da queste vastità liquide in continuo movimento. Decine di tartarughe giganti mangiano lattughe nel prato d’acqua proprio sotto il nostro bungalow, mentre noi praticamente ci dormiamo sopra. In un lago salato sull’isola accanto, le meduse proliferano a migliaia, ma senza pungere, e quando ci fai il bagno accanto solleticano il tuo corpo, regalandoti la morbidezza inattesa di un contatto che fin da bambino ritenevi proibito. Il rift sprofonda negli abissi con una ripida parete di coralli, un salto di duecento metri che si perde nel blu profondo, tanto intenso da far vertigine.

20130511-101220.jpg20130511-101225.jpg

20130511-101243.jpg20130511-101950.jpg

E poi c’è un Greg entusiasta che parla con donne dal viso sbiancato perché vuole imparare la lingua. Fa un sacco di foto, ispeziona la spiaggia con la pila e aiuta a raccogliere uova di tartaruga. In un pomeriggio di bassa marea si mette a nuotare tutto intorno all’isola, come un satellite farebbe con il suo pianeta. Perché lui è il classico tipo che non può vivere senza aver provato tutto. Mentre John si fa tagliare i capelli da un Udin improvvisatosi barbiere, sale sulle palme in caccia di cocchi come farebbe un bambino del villaggio, e nel tentativo si scortica le braccia, ma non si lamenta perché parla poco e ama sperimentare la vita con una calma invidiabile per i suoi vent’anni. E la sera, coi russi Yulia e Vladimir, si cena tutti assieme da April, il ristorante più rustico dell’isola, dove un uomo accucciato usa un ventilatore per arieggiare la grigliata di pesce.

20130511-104752.jpg20130511-104805.jpg

20130511-104834.jpg20130511-104856.jpg

20130511-104942.jpg

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore e prendono posto prepotentemente nella tua mente. Pensieri felici circondati dall’acqua, dove solo l’orizzonte e il mare segnano un confine. Nell’oasi del mio cuore ci sono infinite facce, come i lati di un cerchio. Perché poi non esistono luoghi perfetti, ma solo persone e situazioni che li rendono tali. Se questo luogo esistesse davvero per me sarebbe l’isola di Derawan……

20130511-081914.jpg20130511-101250.jpg

Invasioni barbariche

Standard

Giorno 211.

Alle Filippine la Pasqua conta più del Natale, come insegna l’ortodossia cattolica. Facciamo tappa per la notte a Cebu il venerdì santo, e ci troviamo di fronte ad una situazione per noi quasi surreale, che si potrebbe paragonare al 25 dicembre in Europa: negozi chiusi, trasporti fermi, nessuno per strada. Di fatto, la città e’ un deserto.

Il giorno dopo arriviamo sull’isola di Malapascua, una piccola Mecca per i subacquei di tutto il mondo, e uno di quei luoghi che più o meno tutti quelli che abbiamo incontrato in giro ci hanno raccomandato. Per questo motivo, quando ci troviamo catapultati in un delirio di turisti filippini che si godono la Pasqua sulle piccole spiagge dell’isola, in un tripudio di barche ancorate ad un metro dalla riva, la delusione e’ forte. Non esiste nessuna possibilità di trovare una sistemazione vicino al mare, sullo stile Thai per intenderci, a meno che non si vogliano pagare prezzi quasi europei. Il caldo e’ soffocante, ed io in particolare passo la prima notte quasi a sciogliermi nell’acido.

20130413-140545.jpg20130413-140600.jpg

Per nostra fortuna, passate le vacanze la situazione migliora decisamente. Le masse scompaiono e scopriamo qualche spiaggetta isolata con acque cristalline, oltre alla solita escursione di snorkeling, che si rivela interessante, eccezion fatta per una corrente fortissima che tutto spinge, come un fiume in piena, e più nuoti e più stai fermo. Osiamo anche un temerario tuffo da una scogliera alta 12 metri, consigliataci dal nostro barcaiolo di fiducia. Mi lancio senza pensarci, meglio levarsi il dente in fretta, anche perché vista da sopra l’altezza e’ abbastanza “suggestiva”. Giulia ci mette circa 10 minuti prima di decidersi al grande passo, incitata anche da alcuni divers che stazionano nei dintorni, mentre io la osservo preoccupato da sotto…dice che deve concentrarsi, ma credo che in realtà le tremino le gambe. Alla fine si esibisce in un tuffo a picco con stile perfetto, applausi a scena aperta anche per lei.

20130413-140644.jpg20130413-140650.jpg

Ma per due gourmet come noi, i veri momenti topici sono costituti dalla cene da Angelina, ristorante aperto da una coppia di italiani che naturalmente sforna il miglior cibo dell’isola, e forse delle Filippine intere…pizze con forno a legna, spaghetti al nero di seppia, grigliate miste, pane fatto in casa…dopo quasi sette mesi, ne avevamo una voglia matta e passiamo le giornate pensando al menù. A tavola poi non mancano i momenti di ilarità mentre osserviamo il disgusto di una turista locale alle prese con un tomino di capra ricoperto di prezzemolo o una coppia di filippini che avanza con disinteresse alcune fette di prosciutto crudo, che noi ci saremmo mangiati con gli occhi…come sempre i coreani danno il proprio contributo alla nomea che li precede, srotolando goffamente i saltimbocca prima di assaggiarli e poi tentando di assumerne il contenuto per suzione… Il culmine lo raggiungono due ragazze del Nordeuropa che ci fanno letteralmente inorridire quando decidono di devastare degli ottimi spaghetti ai frutti di mare, inondandoli con dello schifosissimo ketchup….mah, forse sentono la nostalgia di würstel e crauti, barbare che non sono altro!!!

20130413-141137.jpg

Il tartarugo bianco

Standard

Giorno 207.

Apo Island e’ poco più di uno scoglio a sud di Cebu. Il santuario marino e’ stato distrutto lo scorso anno durante una tempesta tropicale, ma l’isola rimane una meta affascinante per le tartarughe giganti che popolano i fondali. Scartata l’ipotesi resort, perché c’è sempre un resort esclusivo nei posti più isolati, troviamo ospitalità a casa di Ronors e della sua famiglia. Scopriamo con sgomento che non c’e acqua corrente sull’isola, eccezion fatta per alcuni pozzi fangosi che donano secchi di una brodaglia grigia e salmastra, che non sembra buona neppure per il bucato, figuriamoci per una doccia. Per il resto tutto viene portato qui dalla terraferma, l’acqua da bere e quella piovana depurata per cucinare. L’elettricità si concede tre ore al giorno dalle sei alle nove di sera. Stop.

20130405-135435.jpg

Chiediamo informazioni su dove andare per vedere le tartarughe e, con sorpresa, scopriamo che si trovano abitualmente proprio di fronte alla trafficata spiaggia del paese: tra barche ormeggiate e filippini chiassosi che si rotolano nell’acqua dentro giubbotti salvagenti. Mi diverte il fatto che pur non sapendo nuotare non vogliano rinunciare all’esperienza. E così sovente si assiste alla scena di turisti catarifrangenti imbozzolati come salami, che vengono trascinati a braccia in un metro e mezzo d’acqua da amici nuotatori più esperti. E spesso la gita finisce in tragedia perché temerari, ma del tutto estranei a quello che stanno per fare, cadono dalla barca, inciampano sugli scogli, bevono acqua salata a garganella e poi si spaventano, oppure finiscono la giornata in lacrime con i piedi, o peggio il sedere, trafitti dagli aculei di qualche riccio di mare appostato proprio li’, in agguato alle gigantesche chiappe puntaspilli.

Impazienti dell’incontro ci buttiamo in mare, anche se è già quasi il crepuscolo. La marea si ritira in modo impressionante scoprendo per alcune decine di metri uno sgradevole tavolato di roccia e alghe dove i ricci spuntano a centinaia. Mentre attraverso il tappeto di melma verde, tentando di raggiungere almeno i trenta centimetri di profondità necessari per nuotare, Fede non trova niente di meglio da fare che lanciarmi stronzi di mare addosso, che oltre a farmi profondamente schifo, molli e viscidi come sono, rischiano pure di farmi cadere, mentre come una contorsionista tento di scansarli. Ma lui è così, e’ nato spiritoso…

20130405-135536.jpg

Quando avvisto la prima tartaruga a pochi metri da me, per poco non mi metto a urlare di gioia. Nuotiamo con loro per oltre mezz’ora. Non sembrano per nulla spaventate dalla nostra presenza, intente come sono a brucare sul fondo alghe verdi come lattuga. In poco più di un metro d’acqua dalla riva ne vediamo almeno otto. Sono emozionata come una bambina, e continuo a muovermi da una all’altra per non perdermi nulla di quello che fanno. Poi decido di violare la legge e di accarezzarne una sul dorso maculato di rosso e giallo: la sento liscia e coriacea. Quando ci prova Fede, lei si gira seccata e tenta di morderlo. Ben gli sta, lui e i suoi stronzi di mare.

20130405-135601.jpg

E’ l’imbrunire ormai e in acqua inizia a far freschetto. Mentre nuoto verso riva avvisto in lontananza una grossa specie, striata bianca e marrone, che nuota in superficie. Sgrano gli occhi nella penombra e cerco Fede, affannata, per mostrargli la mia scoperta, ma non lo trovo. Quando tiro fuori la testa dall’acqua per vedere dove si è cacciato, scopro che il bianco tartarugo altri non erano che lui e i suoi bermuda della Billabong.